Roma

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Vaso di vetro

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Vaso di vetro

Dal I secolo a.C. si diffusero vasi in vetro di forma allungata per conservare oli e pomate. Museo Haaretz, Tel Aviv.

 

Foto: Erich Lessing / Album

Scrigno

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Scrigno

Servivano per riporre i cosmetici. Alcuni erano molto preziosi, come questo, in argento e con fini rilievi. British Museum, Londra. 

 

Foto: Erich Lessing / Album

Ceramica

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Ceramica

Recipienti di terracotta come questo, conservato al Museo Ostiense, erano utilizzati per custodire pomate e unguenti.

 

Foto: Erich Lessing / Album

Specchi

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Specchi

Gli specchi erano in bronzo (come quello sopra, conservato nel Museo Archeologico di Napoli), o in vetro laminato con piombo.

Foto: Foglia / Scala

Applicatori

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Applicatori

Per truccare occhi e labbra si impiegavano bastoncini per cosmetici, come quello sopra. Università di Haifa.

 

Foto: Erich Lessing / Album

Recipienti preziosi

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Recipienti preziosi

I cosmetici erano conservati in recipienti di terracotta, vasi di vetro o contenitori di vari materiali come questo vaso d’argento per cosmetici proveniente da Ercolano. Museo archeologico nazionale, Napoli

Foto: AKG / ALBUM

Scrigni di bellezza

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Scrigni di bellezza

Le romane di classe alta conservavano i flaconi dei cosmetici, insieme agli strumenti per truccarsi, in uno scrigno noto come 'capsa' o 'alabastrotheca', così detta perché al suo interno erano riposti gli 'alabastron', vasi che in genere contenevano unguenti profumati. Queste cassette erano custodite sotto chiave in un armadio della stanza da letto. Cofanetto per cosmetici in legno e avorio. Museo archeologico nazionale, Napoli. 

Foto: Erich Lessing / Album

La pedofilia era socialmente accettata (fino a un certo punto)

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La pedofilia era socialmente accettata (fino a un certo punto)

Avere relazioni sessuali con minori, anche con bambini molto piccoli, non era ragione di scandalo. Al contrario: poteva essere addirittura un gesto ben visto perché la differenza d'età era un segno di dominazione. Di fatto i romani di solito avevano le prime esperienze sessuali con ragazzi o ragazze molto giovani, appena entrati nella pubertà, e non era raro che un romano ricco disponesse di schiavi giovani il cui proposito fosse proprio quello di compiacerlo sessualmente. Il sesso con la propria moglie di solito aveva lo scopo di procreare, e visto che molti matrimoni erano in realtà alleanze politiche spesso all'interno della coppia non c'era amore né affiatamento sessuale. 

Foto: iStock / skymoon13

La “pornografia” era considerata di buon gusto

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La “pornografia” era considerata di buon gusto

Non è rato che gli scavi rivelino mosaici o oggetti con tematiche sessuali: ciò che oggi chiameremmo pornografia era qualcosa di molto comune per i romani, che ne usavano gli elementi per mosaici, statue ed oggetti personali come specchi. A Roma si credeva che il sesso fosse un regalo di Venere, la dea dell'amore, e se era un regalo non bisognava nasconderlo né disprezzarlo. Questo può sembrare contraddittorio se pensiamo all'importanza che a Roma si dava al pudore, ma in realtà non lo è: si era liberi di godere dei piaceri di Venere, sempre che si facesse seguendo le regole della società. 

Foto: Pubblico Dominio

La prostituzione era molto economica

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La prostituzione era molto economica

E non si tratta di un'esagerazione: un servizio sessuale economico aveva lo stesso prezzo di un bicchiere di pessimo vino, circa uno o due assi. Questo prezzo non si applicava solo nei bordelli, ma anche ai servizi delle cameriere, e per questo motivo la clientela di solito era di origini umili. Le donne – e meno frequentemente gli uomini – che vi si prostituivano erano schiave o liberte povere, che non avevano nessuna speranza di migliorare il proprio status. Le tariffe delle meretrici erano totalmente diverse: si trattava di donne colte e ricche che non solo concedevano favori sessuali, ma erano anche una compagnia gradevole. Eppure, anche se si trattava di donne ricche, per la morale romana continuavano ad essere indegne e in nessun caso paragonabili a una casta e "autentica" donna. 

Foto: Dominio pubblico

Le prostitute potevano essere identificate dai vestiti e dal colore dei capelli

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Le prostitute potevano essere identificate dai vestiti e dal colore dei capelli

Le prostitute dei bassifondi avevano una pessima reputazione, per cui i membri "rispettabili" della società cercavano di evitare di essere visti insieme a loro. Di conseguenza le donne che si dedicavano a questo mestiere dovevano essere facilmente identificabili. Il modo più facile era quello di tingersi i capelli con colori chiaramente artificiali, come blu o arancione. Erano riconoscibili anche dai vestiti: mentre la donna romana usava un abbigliamento abbastanza ricercato, le prostitute usavano degli abiti semplici e leggeri (che permettevano di vestirsi e svestirsi rapidamente), e che mettesse in risalto le forme del corpo.

Foto: iStock / dreamhelg

Le taverne offrivano i servizi sessuali delle proprie cameriere

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Le taverne offrivano i servizi sessuali delle proprie cameriere

Le taverne romane non offrivano solo cibo e bevande, ma anche servizi sessuali delle proprie cameriere. Per questo motivo, quello era uno dei mestieri considerati indegni, e generalmente veniva realizzato da donne di estrazione sociale molto bassa, come schiave, liberte povere o straniere. Ma se era veramente necessario non era impossibile che il proprietario di una taverna arrivasse a far prostituire le proprie figlie, nonostante sapesse che così facendo le condannava a non abbandonare mai lo status più basso della società.

Foto: iStock

Uomini e donne usavano gli schiavi come se fossero "strumenti sessuali"

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Uomini e donne usavano gli schiavi come se fossero "strumenti sessuali"

Per la mentalità romana, uno schiavo era una proprietà della quale disporre come meglio si credeva, anche a livello sessuale. L'importante, come sempre, era rispettare la gerarchia sociale: uomini e donne liberi non potevano lasciarsi penetrare dai propri schiavi né praticare a loro del sesso orale; non dovevano insomma dargli piacere in alcun modo mentre gli schiavi erano obbligati a soddisfare i loro padroni. Le donne, sempre a causa dell'onore, dovevano rispettare più limiti ma potevano comunque utilizzare le proprie schiave con fini sessuali; e in effetti era preferibile che "usassero" altre donne perché, nel peggiore dei casi, nessuno avrebbe potuto accusarle di essersi fatte penetrare. 

Foto: Hermitage (CC)

La verginità maschile era qualcosa di inaccettabile

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La verginità maschile era qualcosa di inaccettabile

Era comune che gli uomini, già nel corso della loro adolescenza, frequentassero bordelli o avessero relazioni con serve e schiave. La verginità maschile era qualcosa di molto mal visto nella società romana perché l'uomo doveva essere un dominatore. D'altra parte la donna, soprattutto se era di classe alta, aveva l'obbligo di arrivare vergine al matrimonio, principalmente per una questione morale: bisognava evitare che la donna venisse a conoscenza dei piaceri del sesso perché si credeva che questo potesse spingerla a compiere adulterio. 

Foto: iStock / Crisfotolux

I concetti di omosessualità, eterosessualità, bisessualità non esistevano

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I concetti di omosessualità, eterosessualità, bisessualità non esistevano

Tutte le definizioni che oggi usiamo per i diversi aspetti della sessualità non avrebbero alcun senso per un romano: per la società romana il sesso era sesso. Gli uomini potevano avere relazioni sessuali con individui del loro stesso genere o del sesso opposto, e nessuno li criticava per questo, sempre che l'altra persona avesse uno status sociale inferiore (servi, schiavi, o anche uomini liberi stranieri). Anche le donne sposate potevano mantenere questo tipo di relazioni ma dovevano farlo con discrezione perché era in gioco il loro onore. Le liberte o le donne straniere potevano permettersi una maggiore libertà visto che i romani non le consideravano membri della loro società a tutti gli effetti.

Foto: iStock / irisphoto2

Non era importante cosa si faceva, ma chi lo sapeva

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Non era importante cosa si faceva, ma chi lo sapeva

Anche se la società romana aveva (come tutte) una serie di regole riguardo al sesso, nell'intimità molti cittadini non le rispettavano affatto. D'altra parte il problema non era tanto fare qualcosa che poteva essere considerato "indegno", ma piuttosto chi lo veniva a sapere e soprattutto chi poteva dimostrarlo. Essere accusato da parte di un altro uomo libero poteva rovinare la carriera di un senatore; se invece la denuncia proveniva da una donna plebea l'accusato aveva più possibilità di uscirne pulito. Se a puntare il dito fosse stata una donna d'origine nobile di sicuro si sarebbero svolte delle indagini, mentre se era uno schiavo a fornire informazioni sulle perversioni di qualcuno, la persona in questione non aveva di che preoccuparsi. Lo status sociale era tutto a Roma e il valore della parola era direttamente proporzionale all'importanza di colui che la pronunciava; per questo un uomo o una donna di alto rango potevano permettersi i propri piaceri, assicurandosi sempre che non venisse a saperlo nessun personaggio rilevante.

Foto: Maccari Hall

Il giardino della domus

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Il giardino della domus

Il portico del giardino è decorato con pitture del Quarto Stile, il più moderno. È rappresentato un paesaggio con felini (paradeisos), delimitado nella parte superiore con riquadri di colore bianco, rosso, verde e giallo. Si vedono leoni (come quello dell'immagine), pantere e orsi, oltre a tori, buoi e cavalli.

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

Una tragedia greca

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Una tragedia greca

Una scena della tragedia Andromaca, di Euripide, decora il triclinio invernale della casa di Lucrezio Frontone. Per amore di Ermione, Oreste ne uccide il marito Neottolemo.

 

Foto: Araldo de Luca

Il tablinium di Lucrezio

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Il tablinium di Lucrezio

La casa di Lucrezio Frontone mostra uno dei più apprezzati esempi di pittura murale nel cosiddetto Terzo Stile, sviluppatosi dal regno di Augusto in poi (27 a.C.-14 d.C.). Questo stile è caratterizzato dalla divisione della parete in tre sezioni, sia in senso verticale, sia in senso orizzontale. Vengono così creati pannelli di colore uniforme al cui centro appaiono piccoli quadri di soggetto mitologico o paesaggistico. In questa pagina è raffigurato il muro destro del tablinum (sala di ricevimento e studio) di Lucrezio Frontone, con la sua tripartizione. Il registro inferiore è stato decorato con un hortus conclusus, un giardino recintato popolato di uccelli e fontane. A metà di ognuno dei pannelli centrali c’è un quadro: i laterali riproducono paesaggi con ville marittime, mentre quello centrale rappresenta il trionfo di Bacco e Arianna. Nel registro superiore sono riprodotte architetture fantastiche accompagnate da pannelli decorativi e diversi oggetti: due crateri, due lampade, un tripode, due grifoni e alcune maschere teatrali.

 

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

Affresco moraleggiante

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Affresco moraleggiante

A fianco del tablinum, della casa di Frontone, c’è un cubicolo sulle cui pareti si trova un affresco moraleggiante di Narciso mentre ammira la sua immagine riflessa  nell’acqua.

 

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

Cortei dionisiaci e le avventure di Paride

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Cortei dionisiaci e le avventure di Paride

In alto, sulla destra della composizione, ammiriamo il corteo di Dioniso, aperto da due satiri con delle torce e seguiti da un gruppo di centauri. Tutti indossano pelli di leopardo, un animale associato al dio.

La parte inferiore inizia a sinistra con il giudizio di Paride in merito alla bellezza delle dee Atena, Era e Afrodite. La scelta del principe troiano ricadrà su Afrodite. Questa decisione, insieme alla fuga di Elena e Paride ritratta a destra sarà il preludio della guerra di Troia.

Foto: Asf / Album

Una sfida per la mano di Ippodamia

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Una sfida per la mano di Ippodamia

In questo pannello, sulla sinistra vediamo il re di Olimpia Edomao seduto sul trono e circondato da alcuni personaggi, tra cui il suo auriga Mirtilo, vestito di bianco. Questi lo tradirà aiutando Pelope, il pretendente della principessa Ippodamia, a vincere la gara.

Nella scena sulla destra è invece rappresentata Ippodamia mentre abbraccia l’amato Pelope, che indossa un copricapo frigio ed è appena sceso dalla quadriga con cui ha sconfitto il re Enomao, vincendo così la mano della principessa. 

 

Foto: Asf / Album

Attori, pugili e trombe

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Attori, pugili e trombe

Nella parte più a destra di questo mosaico compaiono quattro attori, due dei quali interpretano personaggi femminili, intenti a mettere in scena un’opera teatrale. 

Sotto compaiono dei pugili e un suonatore di tromba incorniciati da alcune colonne.

 

 

Foto: Asf / Album

Quasi trecento metri quadrati

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Quasi trecento metri quadrati

La sala tricora è l’ambiente della villa romana di Noheda con la maggior presenza di mosaici. Si estende su una superficie di ben 290,64 metri quadri alla quale si accedeva tramite uno spazio porticato e aveva probabilmente la funzione di triclinio – la sala da pranzo in cui il facoltoso proprietario organizzava sontuosi banchetti. 

Le tre esedre, o absidi, conservano una decorazione musiva geometrica e floreale, mentre il resto della stanza (231 metri quadri) è caratterizzato da splendidi mosaici figurativi quasi tutti a tema mitologico. 

In alto, il triclinio tricoro della villa romana di Noheda. Nell'immagine si possono distinguere i pannelli in cui è suddiviso.

Foto: Asf / Album

Peristilio ovale

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Peristilio ovale

Piccoli cupidi pescano nei mosaici di due modesti cubicula che danno sul peristilio ovale 

 

Foto: Scala, Firenze

Cubiculum

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Cubiculum

In un altro cubiculum, alcuni giovani competono in una peculiare corsa dei carri trainati da uccelli 

Foto: Scala, Firenze

Le stanze private

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Le stanze private

Una coppia di amanti, probabilmente Cupido e Psiche, si abbraccia nella parte centrale di questo mosaico delle stanze private a nord della villa

 

Foto: Scala, Firenze

Cubiculum

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Cubiculum

Un bambino lega un’anatra per il collo nel mosaico che decora uno dei cubicula

Foto: Scala, Firenze

L'entrata delle terme

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L'entrata delle terme

Quest'area della villa è sontuosamente decorata con un mosaico raffigurante un’accanita corsa di quadrighe

Foto: Scala, Firenze

Una stanza

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Una stanza

Scene di caccia adornano una delle stanze della villa. La caccia è un tema che si ripete anche in altre aree dell'edificio. In questo caso è rappresentata una battuta di caccia al cinghiale

Foto: Scala, Firenze

In bikini

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In bikini

Questa scena potrebbe perfettamente essere ambientata in una spiaggia dei nostri giorni, ma risale al IV secolo d.C. e raffigura alcune giovani che giocano a palla con una tenuta molto simile all’attuale bikini 

 

Foto: Scala, Firenze

Il triclinio

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Il triclinio

Teste di animali cinte da una corona di foglie di acanto, come nel caso di questo leone, decorano l’arcata che dà sul sontuoso triclinio con tre absidi della villa

 

Foto: Scala, Firenze

Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

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Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

Non è una santa qualsiasi. È la patrona di Svezia e delle vedove, e dal 1999 è anche una delle tre patrone d’Europa nominate, motu proprio, da Giovanni Paolo II. Brigida di Svezia era una cattolica fervente del XIV secolo, che oltre ad avere visioni premonitrici e a godere di apparizioni divine nel corso di tutta la sua vita, fondò un ordine religioso. Morì a Roma dopo essere stata in pellegrinaggio in Terra Santa. I suoi resti furono portati nella località svedese di Vadstena (nella foto) e lì vennero sepolti. Brigida fu canonizzata nel 1391 e, cinque anni dopo, fu nominata patrona di Svezia. Da allora i pellegrini si recano a venerare i suoi resti e quelli di sua figlia, santa Caterina: i crani sono conservati in due scrigni esposti nell’abbazia di Vadstena.

Nel 2010 il Dipartimento di genetica e patologia dell’Università di Uppsala ha compiuto una minuziosa analisi di antropologia forense e del DNA mitocondriale sulle reliquie di santa Brigida e della figlia, santa Caterina. Le conclusioni sono state deludenti, almeno per le autorità ecclesiastiche. Mentre è noto che la Brigida storica visse tra il 1303 e il 1373, le analisi del cranio della persona più anziana hanno rivelato che era appartenuto a una donna vissuta tra il 1215 e il 1270, ovvero un secolo prima della santa. E, come se non bastasse, i due teschi non avevano nessuna relazione familiare tra loro, pertanto le proprietarie non potevano essere madre e figlia. La verità scientifica ha pertanto contraddetto una tradizione religiosa vecchia di 600 anni. Che fare? Lasciare le cose come stanno: i due crani continuano a essere venerati esattamente come prima

 

Foto: Dea / Age Fotostock

Filippo II, il collezionista di reliquie

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Filippo II, il collezionista di reliquie

Fra José de Sigüenza, consigliere del re spagnolo Filippo II, definì «santa avarizia» l’ossessione del sovrano di accumulare resti di uomini e donne canonizzati. Dicono che arrivò a mettere insieme un tesoro di 7.422 reliquie nel monastero dell’Escorial. Tra esse si annoveravano 12 corpi interi, 144 teste e 306 ossa lunghe, anche se la maggioranza, circa quattromila, erano reliquie piccole. Padre Sigüenza riferiva: «Non abbiamo notizia di nessun santo del quale ci manchino reliquie, eccetto san Giuseppe, san Giovanni Evangelista e Giacomo il Maggiore». Filippo II fece costruire due altari speciali ai lati dell’altare maggiore della basilica dell’Escorial e diede incarico di fabbricare centinaia di reliquiari per custodire la sua collezione. Questa ossessione lo portò a collegare il buon esito di alcune sue decisioni all’acquisizione di determinate reliquie: quando decise di sposarsi con sua nipote, l’arciduchessa Anna, volle comprare la testa di sant’Anna in modo che «colei che porta il suo nome avesse più devozione per questa casa», come lo stesso monarca riferiva in una lettera al duca d’Alba. Per alleviare i costanti dolori, nella fase finale della sua vita volle con sé alcune reliquie, che baciava e cui chiedeva aiuto. Si faceva inumidire il letto con acqua santa e si passava un lignum crucis sulle zone più dolenti. Il re morì il 13 settembre 1598 circondato dalle sue reliquie preferite: un pelo della barba di Cristo, un capello della Vergine, il ginocchio di san Sebastiano, un braccio di san Vicenzo Ferrer e la costola del vescovo Albano.

L'altare di San Girolamo ritratto nella foto si trova nella navata sinistra della basilica del monastero dell’Escorial ed era stato destinato alle reliquie di santi e martiri di sesso maschile, secondo la distribuzione fatta da fra Juan de San Jerónimo, incaricato da Filippo II di gestire le reliquie. Nella navata destra del tempio si trova l’altare dell’Annunciazione, dove si conservano le reliquie delle sante e delle martiri

 

Foto: Oronoz / Album

Di chi è la mummia di San Marco?

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Di chi è la mummia di San Marco?

Se ci fidiamo delle cronache più antiche, il corpo dell’evangelista san Marco, morto e sepolto ad Alessandria d’Egitto tre secoli prima, fu consumato dalle fiamme durante le rivolte pagane avvenute nel IV secolo in quella città. Ma, allora, di chi è la mummia che si trova attualmente nella basilica di San Marco? La storia è impagabile. Si narra che due commercianti veneziani, Buono (o Tribunus) da Malamocco e Rustico da Torcello, arrivarono al porto di Alessandria nell’828 e andarono ad adorare i resti del santo, allora conservati in una chiesa che portava il suo nome. E lì videro una mummia. Il monaco Staurazio e il sacerdote della chiesa, Teodoro, entrambi custodi del tempio e della reliquia, gli dissero che si trattava di san Marco. Quindi annunciarono ai commercianti che la chiesa sarebbe stata distrutta per erigere al suo posto una moschea, come i musulmani stavano già facendo in altri luoghi della città. Buono e Rustico non esitarono a chiedere aiuto a Staurazio e Teodoro per riuscire a impadronirsi del corpo santo (o perlomeno ritenuto tale) e portarlo nella loro città natale, Venezia. Questa è proprio la scena ritratta nel mosaico della foto, che si trova nella Basilica di San Marco a Venezia. Il corpo fu sostituito con quello di santa Claudia, di modo che nessuno avrebbe sospettato il furto. Il doge di Venezia accolse le reliquie con grandi onorificenze. Di fatto, non si sa esattamente chi furono gli ingannati, visto che i copti credono che la testa del santo rimase nella chiesa di San Marco di Alessandria. A meno che – come sostengono alcuni – a Venezia non fosse giunto il corpo mummificato di Alessandro Magno...

Foto: Scala, Firenze

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