Età moderna

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'Lady Macbeth afferra i pugnali'. Johann Heinrich Füssli, 1812. Tate Gallery, Londra

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'Lady Macbeth afferra i pugnali'. Johann Heinrich Füssli, 1812. Tate Gallery, Londra

Quando, appena ventenne, Füssli si trasferì per la prima volta a Londra, trovò un ambiente molto stimolante dal punto di vista culturale. In particolare frequentò molto spesso i teatri cittadini, rimanendo affascinato soprattutto dalla messa in scena delle tragedie di Shakespeare. Il pittore dipinse per tutta la vita tele ispirate al teatro shakespeariano, come quest’immagine tratta dal Macbeth, presentata nel 1812 alla Royal Academy.

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'Solitudine dell’alba'. Johann Heinrich Füssli, 1794-1796. Kunsthaus, Zurigo

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'Solitudine dell’alba'. Johann Heinrich Füssli, 1794-1796. Kunsthaus, Zurigo

Oltre L’incubo, Füssli realizzò più volte nel corso della sua opere basate sul sonno e sui sogni. In questo caso, rappresentò un giovane uomo addormentato accanto a una strana figura animale. Di quest’opera esistono ben quattro versioni. Tra le altre opere di soggetto analogo, si ricordano, per esempio Il sogno di Eva del 1796-1798 e Grimilde vede in sogno la morte di Sigfrido (1805), ispirato alla letteratura norrena.

 

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'Il silenzio'. Johann Heinrich Füssli, 1800. Kunsthaus, Zurigo

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'Il silenzio'. Johann Heinrich Füssli, 1800. Kunsthaus, Zurigo

La figura, dalla posa pesantemente ripiegata su se stessa, è un’allegoria del silenzio. L’artista utilizzò quest’immagine nel 1801 come copertina di un ciclo di tre lezioni (dedicate all’arte classica, all’arte moderna e all’invenzione) che tenne quell’anno come docente di pittura presso la prestigiosa Royal Academy di Londra, incarico che ricopriva dal qualche tempo. Oltre che della Royal Academy, Füssli era anche membro onorario dell’Accademia di San Luca a Roma per decisione dello scultore Antonio Canova.

 

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'L’incubo'. Johann Heinrich Füssli, 1781. Institute of Arts, Detroit

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'L’incubo'. Johann Heinrich Füssli, 1781. Institute of Arts, Detroit

Si tratta dell’opera più famosa di Füssli. Rappresenta una donna addormentata in una posizione improbabile, con la testa e le braccia fuori dal letto. Intorno a lei vi è la personificazione dell’incubo: una figura mostruosa che siede sul suo grembo e volge lo sguardo verso lo spettatore. A sinistra compare una cavalla dagli occhi gialli e allucinati che secondo la tradizione era il veicolo degli incubi. Nel 1793 realizzò invece L’incubo abbandona il giaciglio di due fanciulle dormienti, che rappresenta il momento in cui due donne si ridestano turbate dal sogno e il cavallo, portatore del brutto sogno, fugge via dalla finestra.

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'Giuramento dei tre confederati sul Rütli'. Johann Heinrich Füssli, 1780. Zurigo, Kunsthaus

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'Giuramento dei tre confederati sul Rütli'. Johann Heinrich Füssli, 1780. Zurigo, Kunsthaus

Il dipinto fu realizzato da Füssli per conto di un committente svizzero subito dopo il suo rientro in patria dall’Italia. L’opera illustra un momento fondamentale per la storia della Confederazione elvetica: il 12 agosto 1291, infatti, i rappresentati dei cantoni di Uri, Schwyz e Unterwalden si unirono contro gli Asburgo. La scena illustra proprio il momento in cui i tre svizzeri giurano sulla loro alleanza. Si tratta dell’unica opera firmata e datata dall’artista.

 

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'La disperazione dell’artista davanti alla grandezza delle rovine antiche'. Johann Heinrich Füssl. 1778-80, Zurigo, Kunsthaus

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'La disperazione dell’artista davanti alla grandezza delle rovine antiche'. Johann Heinrich Füssl. 1778-80, Zurigo, Kunsthaus

Durante il suo soggiorno in Italia, Füssli ammirò l’arte classica, ma al contempo rifletté molto sull’azione distruttrice che il tempo ha sugli uomini e le cose. In questo disegno, realizzato a matita rossa e acquerello seppia su carta, rappresentò un uomo seminudo seduto vicino alla mano e al piede della statua colossale di Costantino. L’uomo è evidentemente disperato e si copre il viso con una mano, mentre l’altra è poggiata sui resti della statua. Con questo gesto evidenzia il dolore per la distruzione delle vestige artistiche del passato, ma anche la frustrazione dell’artista contemporaneo, incapace di eguagliare la grandezza dell’arte antica.

 

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'Pietà', 1576, Galleria dell’Accademia, Venezia

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'Pietà', 1576, Galleria dell’Accademia, Venezia

Tiziano progettò quest’opera per la propria tomba in una cappella della basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, a Venezia. Le autorità conventuali però non erano d’accordo nel sostituire l'opera precedente con questa. Nacquero quindi dei disaccordi con Tiziano, che decise di interrompere i lavori per qualche tempo. Alla sua morte, però, la tela fu trovata ancora incompleta nella sua casa e alla fine venne completata dal pittore Palma il Giovane. La scena rappresenta una grande nicchia incorniciata da un portale in pietra e due grosse statue (raffiguranti Mosè e la Sibilla Ellespontica). Al centro della nicchia, la Madonna regge il corpo di Cristo morto, mentre la Maddalena si dispera e Nicodemo sostiene Gesù per un braccio. Tiziano dipinse un quadro all’interno del quadro: in basso all’estrema destra si trova un piccolo dipinto raffigurante lui e il figlio Orazio in preghiera davanti alla Vergine. In quel momento la città era devastata dalla peste e probabilmente i due si erano così affidati alla protezione di Maria. Purtroppo Orazio morì di peste e poco dopo morì anche Tiziano, anche se forse non per il morbo.

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'Paolo III Farnese con i nipoti', 1545-1546, Galleria nazionale di Capodimonte, Napoli

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'Paolo III Farnese con i nipoti', 1545-1546, Galleria nazionale di Capodimonte, Napoli

Tiziano eseguì diversi ritratti del papa. In quest’opera, Paolo III è rappresentato anziano e stanco, seduto tra i due nipoti Alessandro (in piedi, in abiti cardinalizi) e Ottavio Farnese, duca di Parma. Il pontefice guarda con tono di rimprovero Ottavio, che si prostra davanti a lui con finta devozione. Alessandro, invece, ammicca verso lo spettatore, disinteressato a ciò che avviene tra i due. Il rosso domina in quest’opera, mettendo in mostra per contrasto i volti. In questa fase tarda della sua produzione Tiziano usava pennellate rapide e imprecise, lasciando sulla tela un colore pastoso che contribuisce a rendere l’atmosfera densa e a tratti cupa.

 

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'Ritratto di Carlo V con il cane', 1533, Prado, Madrid

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'Ritratto di Carlo V con il cane', 1533, Prado, Madrid

Il primo incontro tra Tiziano e Carlo V avvenne a Bologna nel 1530 e in quell’occasione l’artista realizzò un ritratto dell’imperatore, oggi perduto. Qualche tempo dopo fu nominato “el pintor primero” e nel corso del lungo sodalizio con il sovrano ne realizzò una serie di ritratti di grande approfondimento psicologico. Questo è uno dei primi eseguiti, probabilmente il primo a figura intera. Carlo V è rappresentato riccamente abbigliato e con lo sguardo fiero. Con una mano accarezza un grosso cane, probabilmente Sampere, il suo favorito. Carlo V era stato già rappresentato con l’animale da un altro artista, Jakob Seisenegger, ma l’imperatore non apprezzò il dipinto e chiese quindi a Tiziano di farne uno nuovo, apportandovi delle modifiche.

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'Festa degli amorini', 1518-1519, Prado, Madrid

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'Festa degli amorini', 1518-1519, Prado, Madrid

Tiziano realizzò questa tela insieme con altre due – Bacco e Arianna e Gli Andrii – per lo studiolo di Alfonso d’Este. Il signore di Ferrara aveva richiesto delle opere che celebrassero il piacere e lo svago dagli affanni della vita pubblica. Tiziano rappresentò qui il giardino di Venere, la cui statua appare defilata a destra, mentre tantissimi paffuti amorini riempiono quasi tutta la scena, intenti a raccogliere mele per offrirle alla dea. L’artista s'ispirò a un passo del filosofo Filostrato: « […] gli amorini raccolgono mele: e se ce ne sono molti […] Le faretre degli amorini sono tempestate d'oro, e anche d'oro sono le frecce […] hanno appeso le loro faretre ai meli». In seguito quest’opera e Gli Andrii furono donati dal nipote di papa Gregorio XV Niccolò Ludovisi al re spagnolo Filippo IV.

 

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'Flora', 1515- 1520 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

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'Flora', 1515- 1520 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Rappresenta una giovane donna vestita in stile classico con in mano dei fiori (s'intravedono rose, gelsomini e viole). Per questa ragione è comunemente identificata con Flora, la ninfa che allude alla primavera. La luce colpisce la figura che emerge contro il fondo scuro, mettendo in evidenza il candore della pelle e i capelli rossicci, tipici di Tiziano. Fin da subito l’opera suscitò grande ammirazione e, quando fu esposta nella Galleria degli Uffizi, il direttore fu costretto a limitare e regolare il numero giornaliero di copisti che si accalcavano davanti a essa.

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'Assunta', 1516-1518, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia

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'Assunta', 1516-1518, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia

Nel 1516 Tiziano ottenne la più importante commissione fino allora: una pala d’altare raffigurante la Madonna Assunta per il convento veneziano dei Frari. L’artista realizzò un’opera innovativa che suscitò non pochi clamori, tanto che i frati, dubbiosi, si convinsero a tenerla solo dopo che un ambasciatore di Carlo V mostrò l’intenzione di comprarla.  La scena è suddivisa in tre registri. In basso sono rappresentati gli apostoli che gesticolano concitatamente sconvolti da ciò che stanno vedendo: il sepolcro della Madonna è aperto e lei sta ascendendo al cielo. Nel secondo registro, appunto, si trova la Vergine, in piedi sopra una nuvola e circondata da cherubini. In alto Tiziano rappresentò Dio in controluce, così da renderlo una sorta di visione sovrannaturale. Gli effetti di luce e di colore usati da Tiziano rendono la scena vivacemente espressiva e carica di luminosa spiritualità.

 

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Uomo con un guanto, 1520 ca. Louvre, Parigi

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Uomo con un guanto, 1520 circa. Louvre, Parigi

Nel corso della sua lunga carriera Tiziano realizzò numerosissimi ritratti, cogliendo sempre le principali caratteristiche somatiche e il carattere dei suoi soggetti. Questo giovane aristocratico è rappresentato con il volto ruotato di tre quarti e lo sguardo pensieroso. La luce si riflette sulla camicia bianca sotto la giacca, illuminando il viso. L’attenzione però si concentra sulla mano sinistra che regge con elegante nonchalance il guanto destro sfilato.

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Venere di Urbino, 1538, Uffizi, Firenze

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'Venere di Urbino', 1538, Galleria degli Uffizi, Firenze

Quest'opera fu voluta da Guidobaldo II della Rovere, signore di Urbino, per le sue nozze con Giulia Varano. Allude alla componente erotica del matrimonio e, almeno nelle intenzioni dell’urbinate, doveva “educare” ai piaceri nuziali la giovanissima consorte. La dea Venere è distesa sul letto, completamente nuda, e volge lo sguardo malizioso verso lo spettatore.  Con una mano si copre il pube, mentre con l’altra regge debolmente dei fiori. Sul letto un cagnolino, simbolo di fedeltà. Sullo sfondo, due serve rovistano in una cassa. Nel corso del tempo, l’opera è stata anche letta come un’allegoria dell’amore oppure come la consapevolezza femminile del proprio corpo. Tiziano aveva già collaborato con Giorgione nella realizzazione della Venere dormiente del maestro (ne completò alcune parti) e negli anni cinquanta ritornò sul tema realizzando la Venere con organista.

 

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Concerto campestre, 1509, Louvre, Parigi

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'Concerto campestre', 1509, Louvre, Parigi

Attribuita a lungo a Giorgione, oggi la critica propende per identificarla come un’opera di Tiziano. Rappresenta due giovani uomini, di cui uno, con un elegante abito borghese, sta suonando il liuto insieme a due donne nude. Una regge un flauto, mentre l’altra è in piedi vicino una vasca in cui sta versando acqua da una brocca. Il concerto è interrotto dall’arrivo di un rozzo pastore. Ci sono varie teorie sul significato di quest’opera. Per esempio, secondo alcuni si tratterebbe di un’allegoria dell’armonia musicale come riflesso dell’armonia cosmica. Quando Monet la vide esposte al Louvre, ebbe l’ispirazione per la sua famosa Colazione sull’erba.

 

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Tartaruga. Parco dei mostri di Bomarzo

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Tartaruga. Parco dei Mostri di Bomarzo

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Nettuno. Parco dei mostri di Bomarzo

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Nettuno, o forse Plutone. Parco dei Mostri di Bomarzo

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Una furia. Parco dei mostri di Bomarzo

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Una furia. Parco dei Mostri di Bomarzo

Foto: Pubblico dominio

L'orco del Parco dei mostri di Bomarzo

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L'orco del Parco dei Mostri di Bomarzo

Foto: Ullstein / Archiv Gerstenberg / Cordon Press

L'ultima cena

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L'ultima cena

L'ultima cena (1592-1594) fu uno degli ultimi dipinti di Tintoretto, terminata poco prima della sua morte. Vi si può apprezzare uno stile profondamente barocco, con un'ambientazione molto tetra che fa risaltare i volti dei discepoli di Gesù, illuminati dalle proprie aureole.

Foto: Chiesa di san Giorgio Maggiore, Venezia

Paradiso

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Paradiso

Il Paradiso (1588 o posteriore), nella sala del consiglio maggiore del Palazzo Ducale, è una delle opere di maggior formato di Tintoretto (22,6 metri di larghezza per 9,1 di altezza). Questo tipo di opera si dipingeva su varie tele cucite poi insieme: bisognava dunque fare attenzione alla composizione in modo che le cuciture coincidessero con le zone dipinte a colori scuri.

Foto: Palazzo Ducale, Venezia

San Marco salva un saraceno durante un naufragio

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San Marco salva un saraceno durante un naufragio

San Marco salva un saraceno durante un naufragio (1562-1566) riflette alla perfezione la drammaticità che Tintoretto dava ai suoi quadri e che gli valse il nomignolo di "furioso". Grazie al mestiere di tintore di suo padre, sapeva utilizzare tele scure per ottenere le tonalità ricercate, una tecnica complessa che non molti usavano.

Foto: Gallerie dell'Accademia, Venezia

Trafugamento del corpo di san Marco

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Trafugamento del corpo di san Marco

Il Trafugamento del corpo di san Marco (1562-1566) ritrae uno degli episodi più importanti della storia di Venezia, l'arrivo delle reliquie del suo santo patrono. La Serenissima era l'ambiente ideale per un pittore religioso come Tintoretto, perché la sua storia era profondamente legata al sacro.

Foto: Gallerie dell'Accademia, Venezia

Susanna e i vecchioni

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Susanna e i vecchioni

Susanna e i vecchioni (1555-1556) fa parte di un ciclo di dipinti che si caratterizzano per la centralità dei paesaggi, la naturalezza dei personaggi e l'ambiente sereno che li circonda, in contrasto con la drammaticità predominante nella sua opera.

Foto: Kunsthistorisches Museum, Vienna

San Rocco cura gli appestati

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San Rocco cura gli appestati

San Rocco cura gli appestati (1549) fu la prima commissione per la Scuola Grande di san Rocco. Come devoto del santo, lavorare per questa istituzione fu l'obiettivo di Tintoretto fin dagli inizi della sua carriera.

Foto: Chiesa di san Rocco, Venezia

Presentazione della Vergine al tempio

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Presentazione della Vergine al tempio

La Presentazione della Vergine al tempio (1551-1556) gli fu commissionata dalla chiesa della Madonna dell'Orto. Anni prima Tiziano aveva dipinto la stessa scena, dunque Tintoretto si sforzò di superare la visione del suo predecessore attraverso l'uso del chiaroscuro, per darle maggiore profondità.

Foto: Chiesa della Madonna dell'Orto, Venezia

Il miracolo di San Marco

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Il miracolo di San Marco

Il Miracolo di san Marco o Miracolo dello schiavo (1548) fu la prima opera di Tintoretto per la Scuola Grande di san Marco ed è dunque una pietra miliare della sua carriera. Spicca tra i suoi dipinti per i toni chiari e luminosi.

Foto: Gallerie dell'Accademia, Venezia

Mattia Preti, San Giorgio a cavallo, concattedrale di San Giovanni, La Valletta, Malta, 1659 circa

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Mattia Preti, San Giorgio a cavallo, concattedrale di San Giovanni, La Valletta, Malta, 1659 circa

L’opera fu commissionata da Martin de Redin, gran maestro dell'ordine dei cavalieri di Malta, per essere collocata sull’altare maggiore della cappella della Lingua d’Aragona, Catalogna e Navarra della concattedrale di San Giovanni a La Valletta. Si racconta che, quando l’opera giunse a destinazione, il committente ne rimase così impressionato  da volere che tutti i cittadini andassero ad ammirarla. Del resto, è possibile che Mattia Preti si fosse particolarmente impegnato nell’esecuzione dell’opera, ritenuta un capolavoro del suo tardo stile napoletano, per cercare di far colpo sui vertici dell’ordine, desideroso di farne parte. Il santo è rappresentato a cavallo in trionfo, con il drago sconfitto ai suoi piedi e la principessa in secondo piano, mentre gli angeli che lo circondano sorreggono lo stendardo dei cavalieri.

 

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Mattia Preti, Le nozze di Cana, National Gallery, Londra, 1655 circa

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Mattia Preti, Le nozze di Cana, National Gallery, Londra, 1655 circa

La scena, particolarmente affollata, illustra l’episodio evangelico in cui Gesù, Maria e i discepoli furono invitati a un banchetto nuziale a Cana, in Galilea, e in quest’occasione Cristo trasformò l’acqua in vino. Il gruppo è seduto in una tavola imbandita e fortemente scorciata. In primo piano i servitori fanno decantare il vino miracoloso e uno di essi ne versa un bicchiere al padrone di casa, vestito di rosso. Un commensale, seduto accanto alla Madonna, invece, assiste attonito all’evento. Secondo alcuni studi, il committente dell’opera potrebbe essere stato il mercante e banchiere fiammingo Gaspar Roomer.

 

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Mattia Preti, Omero, Galleria dell’Accademia di Venezia, 1635 circa

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Mattia Preti, Omero, Galleria dell’Accademia di Venezia, 1635 circa

L’aedo è rappresentato a mezzo busto, con taglio quasi “fotografico”: scorciato leggermente dal basso verso l’alto, di traverso e con il corpo volto a destra. Ha la testa leggermente sollevata e ruotata a sinistra. Regge in mano un violino barocco ed è colto nell’atto di suonarlo per accompagnare i suoi versi con la musica di questo strumento. Il poeta cieco ha la testa cinta da una corona di alloro, chiaro simbolo della gloria poetica. Il dipinto è entrato nella collezione veneziana come opera di Caravaggio ma Roberto Longhi, nei primi anni quaranta del novecento, lo ha invece assegnato al periodo giovanile di Preti. Della tela esiste una copia antica conservata presso il Musée Fesch di Ajaccio.

 

Foto: Alinari / Cordon Press

Mattia Preti, Fuga da Troia, 1635-1640, Galleria nazionale di arte antica in palazzo Barberini (Roma)

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Mattia Preti, Fuga da Troia, 1635-1640, Galleria nazionale di arte antica in palazzo Barberini (Roma)

L’opera rappresenta il famoso episodio dell’Eneide in cui Enea, dopo aver caricato l’anziano padre Anchise sulle spalle, fugge dalla città in fiamme dopo la conquista da parte degli achei. Sullo sfondo si intravede la moglie Creusa e in primo piano il giovane figlio Ascanio. Il gruppo esce da un edificio classicheggiante con veemenza, ma l’equilibrio formale della composizione rende tutta l’immagine molto solenne. Il forte contrasto tra le carni illuminate e il fondo scuro è un palese riferimento allo stile caravaggesco. Nell’opera, inoltre, si ravvisano rimandi allo stile neoveneziano-romano, di cui il pittore era estimatore. In passato, l’opera è stata attribuita ad altri artisti e solo agli inizi del novecento lo storico dell’arte Roberto Longhi l'assegnò definitivamente al periodo giovanile di Mattia Preti.

 

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Mattia Preti, Il concerto, 1630-1635, Hermitage, San Pietroburgo

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Mattia Preti, Il concerto, 1630-1635, Hermitage, San Pietroburgo

La tipologia delle “mezze figure” (cioè a mezzo busto) era particolarmente apprezzata dai collezionisti del XVII secolo. Lo stesso Preti la utilizzò in più di un’occasione. In quest'opera, al centro della composizione vi è una donna con un ventaglio in mano, in compagnia di due giovani: uno suona una chitarra barocca mentre l’altro, di spalle e di tre quarti, suona la bombarda. Sul tavolo sono poggiati degli spartiti. La luce proviene da una fonte esterna in alto a sinistra e colpisce il suonatore di chitarra che volge lo sguardo verso lo spettatore. Anche il volto della donna rivolta verso di lui, dallo sguardo indagatore, è colpito da un raggio. Il dipinto apparteneva al collezionista francese Pierre Crozat e nella prima metà del XVIII secolo è passato alle collezioni dell’Hermitage. 

 

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Un vaso di fiori sulla finestra di un harem, 1881, Pinacoteca di Brera, Milano

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Un vaso di fiori sulla finestra di un harem, 1881, Pinacoteca di Brera, Milano

Si tratta dell’ultima opera realizzata dall’artista, ormai novantenne. In un’ambientazione esotica, il vaso – ripreso con un taglio fortemente scorciato – traboccante di rigogliosi fiori, è il protagonista assoluto del dipinto. Lo regge Giuseppina Bina Hayez, nipote della figlia adottiva Angiolina, di cui Hayez amava particolarmente la bellezza delle mani.  Per volontà del pittore, alla sua morte l’opera entrò nelle collezioni di Brera.

 

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Il bacio, 1859, Pinacoteca di Brera, Milano

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Il bacio, 1859, Pinacoteca di Brera, Milano

Il dipinto, forse l’opera più nota del pittore, rappresenta due giovani che si stanno scambiando un dolce e furtivo bacio. La scena, ambientata in un contesto medievale, suggerisce l’idea che si tratti dell’addio di un rivoluzionario alla donna amata. L’uomo, infatti, indossa un pugnale, seminascosto dal mantello e sullo sfondo si intravede la sagoma di un terzo personaggio, forse un altro cospiratore che lo attende per andare a unirsi a una rivolta. L’opera suscitò un immediato successo e fu indicato come il manifesto della pittura romantica italiana. Hayez ne realizzò altre versioni che presentano piccole differenze tra loro. In una di esse, per esempio, i significati patriotici sono ancora più evidenti, in quanto i colori degli abiti dei personaggi richiamano il tricolore italiano.

 

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I profughi di Parga, 1831, Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia

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I profughi di Parga, 1831, Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia

In quest’opera Hayez descrive un fatto “di attualità”. Nel 1817, infatti, la città greca di Parga era stata ceduta dal governo britannico ai turchi. Gli abitanti, pur di non vivere assoggettati a loro, decisero di abbandonare la loro patria. Hayez rappresenta in primo piano un gruppo di uomini, donne e bambini che stanno per imbarcarsi verso Corfù, mentre in alto a sinistra si intravedono i turchi che stanno entrando nella città, arroccata su uno sperone roccioso. Molti cittadini sono disperati e alcuni volgono un ultimo sguardo alla propria terra. Il tema fu letto anche come un riferimento all’oppressione austriaca sul Lombardo-Veneto.

 

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Ritratto di Alessandro Manzoni, 1841, Pinacoteca di Brera, Milano

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Ritratto di Alessandro Manzoni, 1841, Pinacoteca di Brera, Milano

Il dipinto fu commissionato dalla moglie dello scrittore, Teresa Borri Stampa, desiderosa di un’opera che descrivesse il marito in un contesto più familiare e quotidiano. Manzoni siede su una poltroncina in posa disinvolta, con il corpo rivolto a sinistra e lo sguardo teso verso lo spettatore ma assorto nei propri pensieri. Proprio per rendere l’atmosfera domestica non regge in mano un libro – come sarebbe stato facile immaginare – ma una tabacchiera. Per realizzare il quadro furono necessarie ben quindici sedute di posa.

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L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta, 1823, Villa Carlotta, Tremezzo (Como)

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L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta, 1823, Villa Carlotta, Tremezzo (Como)

L’olio illustra una scena del terzo atto del dramma di Shakespeare. Giunta ormai l'alba, Romeo sta per fuggire dal balcone ma si volta per dare un ultimo bacio all’amata. Giulietta lo abbraccia e lo bacia teneramente. Sullo sfondo s’intravede la nutrice che si sta precipitando per avvisare la coppia dell’arrivo della madre di lei. L’opera fu commissionata a Hayez dal conte Giovan Battista Sommariva e fu presentata a Milano all'esposizione annuale di Belle Arti di Brera del 1823. Carolina Zucchi, la donna amata dal pittore in quel periodo, posò come modella per Giulietta.

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Ritratto di Carolina Zucchi, 1825-1835, Musei civici, Monza

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Ritratto di Carolina Zucchi, 1825-1835, Musei civici, Monza

Nel corso della sua vita, Francesco Hayez ebbe numerose relazioni sentimentali, ma probabilmente la donna che maggiormente amò fu Carolina Zucchi, un’intellettuale e artista appartenente alla ricca borghesia milanese. I due furono amanti per molto tempo e lei posò per diverse sue opere, tanto che spesso nell’ambiente era chiamata “la Fornarina di Hayez” (dal nome della modella e amante di Raffaello Sanzio). Tra i due vi fu una passione travolgente, tanto che il pittore s’immortalò con lei in una serie d’immagini erotiche molto spinte. Si tratta di venti disegni realizzati a matita su carta velina (il che fa supporre che il pittore ne avesse realizzato delle copie, forse da donare a Carolina stessa).

 

Foto: Giorgio Pallavicini - Own work, CC BY-SA 4.0, shorturl.at/knwI1

La congiura dei Lampugnani, 1826-1829, Pinacoteca di Brera, Milano

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La congiura dei Lampugnani, 1826-1829, Pinacoteca di Brera, Milano

Rappresenta un evento storico accaduto il 26 dicembre 1476, quando il giovane milanese Giovanni Lampugnani insieme con altri due compagni tentò di assassinare il duca Galeazzo Maria Sforza nella chiesa di Santo Stefano per porre fine ai suoi atteggiamenti tirannici. La tela fu commissionata da Teresa Borri Stampa, futura moglie di Alessandro Manzoni. I protagonisti del dipinto furono associati ai cospiratori carbonari che erano animati dal medesimo desiderio di libertà.

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Atleta trionfante, 1813, Accademia di San Luca, Roma

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Atleta trionfante, 1813, Accademia di San Luca, Roma

Il dipinto fu realizzato in occasione di un concorso istituito da Canova presso l’Accademia romana di San Luca e valse a Hayez la vittoria. Appartiene a una prima fase dello stile del pittore, incentrato sui modelli neoclassici e certamente ispirato dallo studio dell’opera del maestro. L’atleta, che tiene in mano la palma della vittoria, è collocato vicino a un carro trionfale e a un edificio classicheggiante. Appoggiato al muro vi è un disco di pietra, per cui il giovane è molto probabilmente un discobolo che ha appena vinto una competizione. 

 

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Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Henri Lehmann

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CRSTINA TRIVULZIO BELGIOIOSO

Tra le donne che dedicarono l’intera vita all’unità d’Italia, Cristina Trivulzio Belgioioso svetta per passione e intelligenza politica, cultura e mondanità, generosità e filantropia. “La dama del Risorgimento” sfidò tutte le convenzioni, battendosi per l’Unità d’Italia e nonostante ne fu protagonista indiscussa, non ebbe mai il ruolo che le spettava nel patrimonio storico e culturale italiano. Fu carbonara e patriota, sfidò l’Austria e la sua polizia, tenne rapporti con tutti gli uomini del Risorgimento da Mazzini a Cavour a Carlo Alberto, organizzò un battaglione a Napoli per contribuire alle Cinque giornate di Milano, partecipò alla difesa della Repubblica romana. E ancora fu editrice di giornali rivoluzionari, inventò l'assistenza infermieristica femminile nella Repubblica Romana del 1849, promosse l'istruzione delle bambine e dei bambini nelle campagne milanesi dedicando tutta la sua vita alla difesa della libertà.

Foto: Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Henri Lehmann

Vittorio Emanuele II fotografato da André-Adolphe-Eugène Disdéri nel 1861

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VITTORIO EMANUELE II

Uno dei padri della patria insieme a Garibaldi, Mazzini e Cavour, Vittorio Emanuele II ebbe un ruolo di primo piano nel processo di Unità d’Italia. Ricordato ancora oggi con l'appellativo di Re galantuomo per aver mantenuto in vigore lo Statuto Albertino, non fece mancare il suo contributo alla causa della libertà e dell'indipendenza della nazione, distinguendosi sul campo di battaglia per valore e determinazione ogni qualvolta le circostanze lo richiedessero. Il 17 marzo del 1861, quando il Parlamento di Torino lo proclamò re d’Italia, il sovrano sabaudo arrivò a personificare, simbolicamente, il coronamento di tutti gli sforzi risorgimentali, delle ribellioni e delle guerre patriottiche.

Foto:Vittorio Emanuele II fotografato da André-Adolphe-Eugène Disdéri nel 1861

Ritratto di Anita Garibaldi, l'unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo 1845

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Anita Garibaldi

La più celebre eroina del Risorgimento italiano, Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio nota come Anita Garibaldi, conobbe suo marito all’età di 18 anni in Brasile e decise a tutti i costi imbarcarsi con lui condividendone ideali e combattendogli affianco fino alla morte. Difficile districarsi tra storia e leggenda nel raccontare la sua biografia, di cui si conosce ben poco a causa della sua triplice condizione sfavorevole di donna, popolana e analfabeta nonché compagna di uno degli uomini più famosi della storia moderna. Abile e appassionata nel maneggio delle armi, contraria ai codici dell’educazione sentimentale e sociale femminili, coinvolta in esperienze politicamente radicali e morta in circostanze a lungo dibattute, Anita incarnò l’ideale di amazzone a difesa dei diritti dei popoli e dell’eguaglianza dei cittadini.

Foto: Ritratto di Anita Garibaldi, l'unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo 1845

Camillo Benso conte di Cavour ritratto da Antonio Ciseri

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CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR

Protagonista fondamentale del processo di unificazione italiana Camillo Benso, conte di Cavour, è stato uno dei più grandi statisti italiani dell'Ottocento. Lo animavano i principi di progresso civile ed economico, l’anticlericalismo e una profonda fede nei valori liberali. Grazie alla sua opera di mediatore, Cavour, in qualità di ministro, portò il piccolo Regno di Sardegna a dialogare con le maggiori potenze europee e seppe più di ogni altro scandire le tappe del Risorgimento. Benché non avesse un disegno preordinato di unità nazionale, grazie al suo intuito e alla sua stupefacente abilità politica riuscì a gestire tutti gli eventi che assieme all’impresa dei Mille portarono alla formazione del Regno d’Italia.

Foto: Camillo Benso conte di Cavour ritratto da Antonio Ciseri

Ritratto di Giuseppe Garibaldi (1808-1882)

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GIUSEPPE GARIBALDI

Tra i maggiori protagonisti dell'Unità d’Italia, Giuseppe Garibaldi, considerato dalla storiografia il principale eroe nazionale, servì fedelmente la patria anteponendo gli ideali risorgimentali a qualsiasi interesse personale. Paladino della libertà e dell'uguaglianza tra gli uomini e i popoli e nemico dei giochi politici, l’“eroe dei due mondi” ha assunto nel tempo la valenza di un mito, incarnando l’orgoglio di appartenere a una patria e la convinzione di essere al tempo stesso “cittadino del mondo”. Le imprese militari compiute sia in Europa, sia in America Meridionale e la vittoriosa spedizione dei Mille, che portò all'annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia, lo resero l'emblema del sovversivismo patriottico e del radicalismo nazionale ma al tempo stesso un capo carismatico che si mise al servizio della causa nazionale.

Foto: Ritratto di Giuseppe Garibaldi (1808-1882)

Mazzini in una fotografia con autografo scattata da Domenico Lama

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GIUSEPPE MAZZINI

Fu senza dubbio uno dei simboli del Risorgimento italiano e dedicò tutta la sua vita a lottare per un’Italia unita e repubblicana. Con le sue idee e la sua azione politica personificò il bisogno di libertà e giustizia del suo tempo. Militante della Carboneria, la sua attività cospirativa lo costrinse a rifugiarsi a Marsiglia, dove organizzò nel 1831 la Giovine Italia, allo scopo di unire gli stati italiani in un'unica repubblica.  Dopo il fallimento dei moti del 1848-49 trascorse la maggior parte della sua vita in esilio fra la Francia e la Svizzera allontanandosi dai nazionalisti italiani che ormai vedevano nel re di Sardegna e in Cavour le guide del movimento di unificazione. Considerato spesso come il grande sconfitto del Risorgimento, ne fu in realtà il teorico più influente e il suo lascito e la sua attività di propaganda, realizzata anche attraverso un instancabile impegno giornalistico, seppero infiammare e tenere vivi più di qualsiasi altro l'entusiasmo per l'Italia unita.

 

 

 

Foto: Mazzini in una fotografia con autografo scattata da Domenico Lama

Festival o matsuri

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Festival o matsuri

Questo kosode femminile di seta blu è stampato con la tecnica di pittura yuzen, inventata nel XVII secolo, in cui si possono tracciare delle linee molto sottili e precise, quasi indistinguibili dai ricami. 

 

Foto: Bridgeman / Index

Fenice

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Fenice

Al centro della composizione ricamata e stampata di questo kosode femminile a maniche corte, su sfondo bordeaux, è visibile una fenice, ho-ho o karura, simbolo di sincerità, verità e onestà.

 

Foto: Bridgeman / Index

Pini

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Pini

I pini, matsu, ricamati su questo kosode femminile di seta erano associati alla stagione invernale e simboleggiano longevità, buona fortuna e lealtà. 

 

Foto: Bridgeman / Index

Gru

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Gru

Questo kosode maschile è decorato con delle gru, tsuru,  simbolo di buona fortuna
e longevità, poiché, secondo la tradizione, questi animali possono vivere fino a mille anni. 

 

Foto: Bridgeman / Index

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