Età contemporanea

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Tracce incancellabili

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Tracce incancellabili

Anche dopo la caduta del muro, la città di Berlino continua a riportarne le cicatrici, sotto forma di resti di muro, placche commemorative e segnali che marcano il tracciato di quello che è anche noto come "muro della vergogna".

Foto: Gtres

I blocchi della vergogna

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I blocchi della vergogna

In questa fotografia del 9 novembre 2014, si possono osservare le unità di cemento da cui era formato il muro di Berlino. Sono esposte in vendita sul terreno di un commerciante di materiali da costruzione del paese di Teltow, vicino alla capitale tedesca.

Foto: AP / Markus Schreiber

Niederkirchnerstraße

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Niederkirchnerstraße

Il questa foto, scattata il 16 ottobre 2014, una coppia con un ombrello passeggia accanto a uno dei pochi tratti ancora in piedi del muro di Berlino, in Niederkirchnerstraße.

Foto: AP / Markus Schreiber

Il cimitero francese

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Il cimitero francese

In questa foto del 17 settembre 2014, a pochi metri di distanza dall'antico muro di Berlino si vede il cimitero della comunità francese di Berlino.

Foto: AP / Markus Schreiber

Sulle rive della Sprea

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Sulle rive della Sprea

Due bambini giocano di fronte a uno dei murales della East Side Gallery di Berlino.

Foto: AP / Markus Schreiber

East Side Gallery

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East Side Gallery

Una donna appoggia le mani su uno dei murales della East Side Gallery di Berlino.

Foto: AP / Markus Schreiber

Brežnev e Honecker

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Brežnev e Honecker

In questa foto del 30 ottobre 2014, una coppia si bacia davanti a un murales dell'ex presidente sovietico Leonid Brežnev, a sinistra, e di colui che fu a lungo il leader comunista della Germania est, Erich Honecker, nella East Side Gallery, sui resti originali del muro di Berlino.

Venticinque anni dopo solo alcuni resti della parete ricordano la frontiera lunga quasi 160 chilometri disegnata dal muro di Berlino, che circondava la parte ovest della città.

La East Side Gallery fa parte del muro che separava Berlino lungo il corso della Sprea. Con i suoi 1300 metri, è la porzione rimanente più ampia del muro di Berlino.

Foto: AP / Markus Schreiber

Una città che torna a incontrarsi

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Una città che torna a incontrarsi

Berlinesi della RFG aiutano i loro concittadini della RDT ad arrampicarsi sul muro il 9 novembre 1989.

Foto: AP / Gtres

Stringere nuovi legami

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Stringere nuovi legami

Un berlinese dell'ovest tende la mano alle guardie di frontiera della RDT il giorno della caduta del muro.

Foto: Gtres

Nuovi scenari

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Nuovi scenari

Un lavoratore della Germania dell'est sostiene il primo segmento del muro di Berlino sollevato da una gru a Bernauer Straße l'11 novembre 1989. Dopo la caduta del muro, la Germania orientale sta preparando un nuovo punto di passaggio tra est e ovest.

Foto: Gtres

Una grande festa

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Una grande festa

Berlinesi festeggiano davanti alla porta di Brandeburgo la caduta del muro all'alba del 10 novembre 1989.

Foto: Gtres

Un caloroso benvenuto

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Un caloroso benvenuto

Berlinesi dell'ovest accolgono le auto dirette verso la RFG qualche giorno dopo la caduta del muro di Berlino.

Foto: Gtres

Punti d'incontro

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Punti d'incontro

21 dicembre 1989. Una gru abbatte una delle sezioni del muro di Berlino nelle immediate vicinanze della porta di Brandeburgo.

Foto: Cordon Press

Abbasso i muri

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Abbasso i muri

Un uomo colpisce il muro di Berlino con una mazza il 12 novembre 1989.

Foto: AP / John Gaps III

Di nuovo un'unica città

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Di nuovo un'unica città

Questa foto fu scattata da Raymond Depardon l'11 novembre 1989: un giovane siede sul muro, la cui fine era ormai stata decretata due giorni prima. La sua caduta fu il risultato della crisi politica in cui erano sprofondati i regimi socialisti dell'Europa orientale, abbandonati alla loro sorte da un'Unione Sovietica ormai lacerata.

L'apertura in aprile della frontiera tra Austria e Ungheria, dove si diressero migliaia di tedeschi orientali in fuga dal loro Paese ‒ un'emorragia umana che la  costruzione del muro aveva voluto evitare ventott'anni prima ‒ provocò cambiamenti nella gestione della politica migratoria della RDT. Tali novità, annunciate ufficialmente la sera del 9 novembre, vennero interpretate come la fine del divieto di recarsi a Berlino ovest.

Nella notte una folla di cittadini provenienti da Berlino est si ammassò nel passaggio di confine di Bornholmer Straße, e le guardie cedettero permettendogli di superare il muro. Fu impossibile trattenere la marea umana, ed ebbe inizio la distruzione del muro stesso, che i berlinesi cominciarono ad abbattere con i martelli ben prima che intervenissero i bulldozer.

Foto: Raymond Depardon / Magnum Photos / Contact Photo

Vista sull'est

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Vista sull'est

Una delle tribune da cui i cittadini di Berlino ovest potevano contemplare l'altro lato del muro.

Foto: Gtres

Una nuova normalità

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Una nuova normalità

Mentre Brandt si sforzava di avviare un processo di distensione con la RDT e l'Unione Sovietica ‒ che sostenne fortemente con la sua pragmatica Ostpolitik, "Politica dell'est", a partire dal 1966, come ministro degli esteri della RFG ‒, il muro entrò a far parte della vita quotidiana degli abitanti di Berlino ovest.

La fotografia mostra diversi cittadini che prendono il sole in un parco del distretto di Kreuzberg l'11 novembre 1963, sotto una torre di vigilanza del settore orientale.

Le manifestazioni susseguitesi dopo l'assassinio di Peter Fechter avevano convinto Brandt che berlinesi e RFG dovevano imparare a convivere con il muro e con la realtà politica di un'Europa orientale caratterizzata dall'egemonia sovietica.

Oltre a cambiare il panorama politico tedesco, il muro ne mutò anche il paesaggio umano. La RDT recuperò la sua vitalità grazie alle frontiere blindate che ne arrestarono l'emorragia demografica, e il blocco degli arrivi di lavoratori dalla Germania est privò la RFG della manodopera necessaria per la sua crescente industria. Ciò comportò una scelta radicale ed epocale: la firma di un accordo con la Turchia che permetteva ai "lavoratori ospiti" di occupare i posti di lavoro vacanti. Oggi risiedono in Germania circa tre milioni di turchi, il 30% dei quali ha un passaporto tedesco; 120mila di loro vivono a Berlino, e la comunità più numerosa abita nel quartiere di Kreuzberg.

Foto: Cordon Press

'Ich bin ein Berliner'

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'Ich bin ein Berliner'

Ich bin ein Berliner, "Io sono un berlinese", è la frase più celebre del discorso pronunciato dal presidente Kennedy il 26 giugno 1963 durante la sua visita di quasi otto ore a Berlino ovest. Parlò davanti a circa 500mila persone da una tribuna eretta davanti al municipio di Schöneberg, che allora ospitava il governo del settore occidentale della città.

Kennedy aveva attraversato la città su un'auto scoperta insieme al cancelliere tedesco Konrad Adenauer e al sindaco Willy Brandt, e aveva visitato il muro. Colpito da quanto aveva visto e dall'accoglienza entusiasta dei berlinesi, improvvisò un discorso dagli accenti molto più anticomunisti di quello preparato dagli esperti della Casa Bianca e dal dipartimento di stato, con frasi come: «Ci sono alcuni che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino». Il suo tono soprese Willy Brandt, che stava lavorando per ridurre la tensione tra le due Germanie e che parlò dopo di lui, costantemente interrotto dalle acclamazioni della folla per Kennedy e Adenauer.

Più tardi Kennedy ripeté il discorso, attenendosi al copione originale, nell'aula Henry Ford della Freie Universität di Berlino, dove descrisse la questione della riunificazione tedesca come un progetto a lungo termine e parlò a lungo di pace e intesa.

Foto: Cordon Press

La morte di Peter Fechter

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La morte di Peter Fechter

La sera del 17 agosto 1962 due amici di diciott'anni, Peter Fechter e Helmut Kulbeik, si nascosero in un edificio abbandonato di Berlino est vicino al muro, nei pressi di Checkpoint Charlie. Attendevano il momento propizio per attraversarlo. Quando si decisero spiccarono una corsa disperata. Scavalcarono un primo filo spinato ma, a una cinquantina di metri dal muro esterno, le guardie della Germania est li videro e aprirono il fuoco. Kulbeik, che era un po' più avanti, riuscì a scalare la parete e cadde dal lato americano mentre i proiettili rimbalzavano sul cemento, ma Fechter non fu altrettanto fortunato: una pallottola lo ferì alla gamba recidendogli l'arteria. Cadde accanto alla parete di cemento sul lato orientale e lì rimase, agonizzante. Dal lato occidentale non intervennero né la polizia della RFG, che aveva ricevuto l'ordine preciso di non addentrarsi nel territorio della RDT, né i soldati statunitensi (si dice che uno di loro avesse affermato: «Non sono affari nostri»). Per parte loro, neanche le guardie della RDT si avvicinarono: ricordavano bene la morte del soldato Peter Göring (caduto il 24 marzo in uno scontro armato con la polizia di Berlino ovest durante la travagliata fuga a nuoto di un ragazzo nel canale di Spandau) e del soldato Reinhold Huhn (colpito a bruciapelo da un uomo in fuga lungo un tunnel il cui scavo era stato finanziato dall'azienda radiotelevisiva statunitense NBC in cambio di un'esclusiva sui diritti di registrazione). Fu così che Fechter rimase ad agonizzare per quasi un'ora prima che le guardie della RDT si decidessero a recuperare il suo corpo, protette da una cortina di fumo, nell'istante catturato dal fotografo Wolfgang Bera in questa immagine scattata da Berlino ovest.

La morte di Fechter, la più famosa tra tutte le vittime del muro, sollevò un'ondata d'intense proteste a Berlino ovest.

Foto: Cordon Press

Sull'orlo dell'abisso

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Sull'orlo dell'abisso

Questa fotografia, scattata il 28 ottobre 1961, riflette il momento di massima tensione relativo al muro, con i carri armati sovietici (in fondo) e quelli statunitensi (in primo piano) schierati davanti a Checkpoint Charlie, il posto di blocco più famoso tra Berlino est e ovest, situato sulla Friedrichstraße nel settore americano.

Quel mese la polizia della RDT aveva cominciato a richiedere i documenti ai diplomatici statunitensi che attraversavano Berlino est, violando il trattato di Potsdam, firmato nel 1945, secondo cui i rappresentanti delle potenze occupanti (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) potevano circolare liberamente per tutta la città. Perciò il generale Clay, rappresentante personale a Berlino del presidente statunitense John F. Kennedy, rifiutò di riconoscere l'autorità della polizia della RDT; in ogni caso, i documenti sarebbero stati mostrati agli ufficiali sovietici solo in quanto rappresentanti della potenza occupante.

L'iniziativa di richiedere i documenti era partita da Walter Ulbricht, il presidente del consiglio di stato della RDT, che intendeva così affermare la piena sovranità della Germania est. Il risultato fu un progressivo aumento di tensione che culminò tra il 27 e il 28 ottobre, quando i carri armati statunitensi M48 e i sovietici T55 si fronteggiarono per sedici ore a motori accesi, in un confronto simbolico che si temette potesse sfociare in un nuovo conflitto mondiale. Le negoziazioni tra Kennedy e Nikita Chruščëv, capo dell'Unione Sovietica, portarono al ritiro uno alla volta dei carri armati. Da quel momento fu ristabilita la libera circolazione dei rappresentanti civili e militari delle potenze occupanti in tutti i settori della città, protocollo che restò in vigore fino alla caduta del muro nel 1989.

Foto: Cordon Press

Le proteste

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Le proteste

Il 16 agosto 1961, tre giorni dopo la divisione di Berlino, una grande manifestazione per denunciare la costruzione del muro portò 300mila berlinesi nella piazza che si apriva davanti al municipio di Schöneberg, oggi distretto di Berlino ma allora sede di governo del settore occidentale della città. Il cartello retto da un manifestante equipara Adolf Hitler all'artefice del muro, Walter Ulbricht, allora presidente del consiglio di stato della RDT e segretario generale del SED.

Foto: Cordon Press

Separati

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Separati

Da Berlino ovest una donna tende un oggetto ai suoi parenti di Berlino est il 16 agosto 1961. L'immagine rivela la ridotta separazione in atto tra la zona occidentale e quella sovietica in quei primi giorni.

Foto: Cordon Press

Le fondamenta

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Le fondamenta

La Ebertstraße collega due luoghi emblematici di Berlino: la porta di Brandeburgo a nord e Potsdamer Platz a sud. La fotografia mostra i preparativi per la costruzione del primo muro in questa strada nell'agosto 1961: un tratto di selciato ampio una quindicina di metri è stato rimosso per costruire fondamenta poco profonde, adatte a quella prima barriera ‒ una semplice parete di blocchi di cemento e filo spinato. Solo i binari del tram restano al loro posto.

Foto: Cordon Press

Zecche e sanguisughe

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Zecche e sanguisughe

I governanti della RDT sostenevano che le fughe verso la RFG erano organizzate da "agenti" stranieri o da "criminali". Secondo questa teoria, il muro e le pattuglie armate non erano altro che elementi difensivi, come scrisse Walter Ulbricht, presidente del consiglio di stato della RDT e segretario generale del Partito socialista unificato di Germania (SED), sul giornale di partito Neues Deutschland il 28 agosto 1961: «Parassiti controrivoluzionari, spie e sabotatori, speculatori e trafficanti di esseri umani, teppisti e teste calde e nemici dell'ordine della democrazia popolare hanno risucchiato i nostri lavoratori e contadini della repubblica come sanguisughe e zecche da un corpo sano. Com'è naturale, gli sarebbe piaciuto continuare a succhiare sangue e forza vitale dal nostro popolo […], ma se non si combattono le erbacce, queste soffocheranno i giovani virgulti […]: per questo abbiamo sigillato le crepe nel tessuto del nostro Paese e bloccato le fessure da cui potrebbero insinuarsi i peggiori nemici del popolo tedesco».

La fotografia mostra Ulbricht (a sinistra) che abbraccia il rappresentante sovietico Nikita Chruščëv al suo arrivo a Berlino, il 28 giugno 1963.

Foto: Cordon Press

Checkpoint Charlie

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Checkpoint Charlie

Cartello segnaletico del famoso posto di blocco Checkpoint Charlie, sulla strada che collegava i settori sovietico e statunitense.

Foto: Gtres

Una reliquia della Guerra Fredda

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Una reliquia della Guerra Fredda

In Bernauer Straße, dove gli edifici che affacciavano su Berlino est furono demoliti per ampliare il muro, si è conservata integralmente una sezione di questo circuito fortificato, con i muri interni ed esterni, la cosiddetta "striscia della morte", il cammino di ronda e una torre di vigilanza dotata di riflettori. In origine questo terreno era appartenuto al cimitero della chiesa di Santa Sofia, ma la costruzione del muro nel 1961 comportò lo spostamento delle tombe vicine alla frontiera.

Foto: AP

La triste alba del 13 agosto

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L'alba amara del 13 agosto

Incastrata tra i territori della RDT e della RFG, Berlino era divisa in quattro settori: quello orientale, occupato dall'Unione Sovietica, e quelli occidentali, controllati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. In città non esisteva una frontiera con vere e proprie barriere fisiche come quelle che separavano le due Germanie, e ciò facilitava la fuga di tedeschi orientali verso la RFG.

A mezzanotte del 12 agosto 1961 le autorità della RDT fermarono il traffico diretto verso i settori occidentali. Ebbe così inizio la costruzione del muro, che all'inizio era solo una serie di recinzioni di filo spinato e barriere di mattoni di cemento come quella che innalza quest'operaio davanti al settore americano. Quando i berlinesi si svegliarono si trovarono davanti al fatto compiuto. L'operazione, preparata in gran segreto, fu condotta tra un sabato e una domenica, durante le vacanze estive: ciò contribuì a minimizzare le proteste.

In Bernauer Straße gli edifici del settore orientale del Mitte, il centro, vennero inglobati nel muro: ne vennero tappate le finestre, come si può notare a sinistra; due giorni dopo che Burt Glinn scattò questa foto, la finestra da cui una donna sta parlando a un'altra (che si trovava nella RFG) venne murata.

Foto: Burt Glinn / Magnum Photos / Contact Photo (a sinistra) / Picture Alliance / Getty Images (a destra)

Un luogo della memoria

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Un luogo della memoria

Diverse donne pregano durante una messa speciale celebrata nella chiesa Urakami a Nagasaki il 9 agosto 1983, per il trentottesimo anniversario della distruzione atomica della città.

Foto: AP/KKe

Il padre della bomba atomica

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Il padre della bomba atomica

Da destra a sinistra, il generale Leslie R. Groves e il fisico J. Robert Oppenheimer, noto come "il padre della bomba atomica" e direttore scientifico del progetto Manhattan, portato avanti in segreto ad Alamogordo, in New Mexico.

Foto: AP

Criminale di guerra

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Criminale di guerra

Foto scattata nel dicembre 1947 al generale Hideki Tojo, primo ministro giapponese per gran parte della Seconda guerra mondiale. Tojo fu considerato un criminale di guerra di classe A e giustiziato per impiccagione il 23 dicembre 1948. Fu accusato di essere la mente e il braccio dell'attacco a Pearl Harbor e del prolungamento della guerra nel Pacifico, per porre termine alla quale gli Stati Uniti avrebbero bombardato Hiroshima e Nagasaki.

Foto: AP

Chi premette il pulsante?

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Chi premette il pulsante?

Il maggiore Thomas Ferebee a sinistra e il capitano Kermit Beahan a destra. Ferebee lanciò la bomba atomica su Hiroshima, Beahan su Nagasaki.

Foto: AP

La resa incondizionata del Giappone

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La resa incondizionata del Giappone

Il ministro della guerra, Henry Stimson, a sinistra, osserva il presidente Harry Truman che regge i documenti firmati della resa incondizionata giapponese nella Casa Bianca il 7 settembre 1945. Prima dell'attacco su Hiroshima Stimson aveva presieduto una commissione per riflettere sulla necessità del lancio, in cui si era mostrato costernato dai metodi della guerra moderna, nella quale il bombardamento di civili era diventato qualcosa di accettabile.

Foto: AP

Resoconti di guerra

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Resoconti di guerra

Di ritorno dalla conferenza di Potsdam, a bordo dell'incrociatore di guerra Augusta, il presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman, radio in mano, legge alla popolazione i primi resoconti della missione in cui fu lanciata la bomba su Hiroshima.

Foto: AP

La fine della guerra

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La fine della guerra

Nell'immagine si vede l'ammiraglio Chester Nimitz, comandante in capo della flotta del Pacifico, a bordo della corazzata Missouri durante la firma della resa giapponese, che pose fine alla Seconda guerra mondiale il 2 settembre 1945. In piedi dietro di lui, da sinistra a destra, il generale Douglas MacArthur, l'ammiraglio William F. Halsey Jr., e il contrammiraglio Forrest Sherman.

Foto: AP

Territorio americano nel Pacifico

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Territorio americano nel Pacifico

La guerra nel Pacifico terminò il 2 settembre 1945, quando la resa giapponese fu infine firmata a bordo della corazzata Missouri degli Stati Uniti. Qui si vede l'imbarcazione mentre spara in un luogo sconosciuto del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale.

Foto: AP

L'aereo che pose fine alla Seconda guerra mondiale

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L'aereo che pose fine alla Seconda guerra mondiale

Fat Man fu lanciata da un bombardiere B-29 soprannominato Bockscar. Charles Donald Albury, che nella foto mostra una foto dell'aereo, fu copilota dell'aereo che avrebbe gettato la seconda bomba su Nagasaki il 9 agosto 1945 e testimone del lancio della prima bomba atomica su Hiroshima tre giorni prima in qualità di pilota di riserva.

Foto: AP

Ferite inguaribili

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Ferite inguaribili

In questa foto del 24 marzo 1980, Sunji Yamagushi, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, mostra le sue profonde cicatrici durante una conferenza stampa a Los Angeles.

Foto: AP

Nel cuore della catastrofe

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Nel cuore della catastrofe

Una freccia segna il punto sopra il quale scoppiò la bomba gettata su Nagasaki. Gran parte dell'area bombardata è devastata, gli alberi delle colline limitrofe sono carbonizzati e rinsecchiti dall'esplosione. La ricostruzione del luogo ha puramente valore di testimonianza.

Foto: AP

Nagasaki, la seconda bomba

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Nagasaki, la seconda bomba

Una colonna di fumo ondeggiante a forma di fungo s'innalza a chilometri di altezza sulla città giapponese di Nagasaki. Fat Man fu lanciata tre giorni dopo l'attacco su Hiroshima, ponendo istantaneamente fine alla vita di 70mila persone. Altre migliaia sarebbero morte in seguito a causa delle radiazioni.

Foto: AP

Fat Man

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Fat Man

Fat Man fu il soprannome dato alla seconda bomba ‒ in questo caso di plutonio ‒ lanciata dall'esercito statunitense su Nagasaki il 9 agosto 1945. Detonato a un'altezza di 550 metri sopra la città, il dispositivo, di 3,25 metri di lunghezza per 1,52 di diametro, pesava 4.630 chili e aveva una potenza di venticinque chilotoni. Gli attacchi causarono la resa incondizionata del Giappone.

Foto: AP/RIA Novosti/Sputnik

Il peggio deve ancora arrivare

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Il peggio deve ancora arrivare

Hiroshima, 1° settembre 1945. Scienziati giapponesi verificano i livelli di radioattività a ground zero.

Foto: AP

Messaggero di morte

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Messaggero di morte

L'atterraggio di Enola Gay a Tinian, al nord delle isole Marianne, dopo il bombardamento di Hiroshima.

Foto: AP

Vivi per miracolo

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Vivi per miracolo

Un uomo e una donna giapponesi, vittime della bomba atomica di Hiroshima, seduti nell'edificio danneggiato di una banca, trasformato in un ospedale da campo. Il viso della donna è gravemente segnato dal tremendo calore generato dall'esplosione.

Foto: AP

Protetti dalle colline

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Protetti dalle colline

La foto, scattata il 2 febbraio 1951, mostra una zona residenziale di Nagasaki protetta dall'orografia, cioè dalla conformazione del terreno, che la salvò dalla distruzione che spazzò via vaste aree della città. L'area spoglia in primo piano è una barriera tagliafuoco.

Foto: AP

Le prime reazioni giapponesi

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Le prime reazioni giapponesi

Disastrati giapponesi in attesa di ricevere i primi aiuti nella zona sud di Hiroshima alcune ore dopo l'esplosione. La detonazione uccise all'istante 66mila persone, ferendone altre 69mila.

Foto: AP/ Zu unserem Korr, Japón / Weltkrieg / Jahrestag

Sopravvissuta a una bomba nucleare

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Sopravvissuta a una bomba nucleare

In questa foto, gentilmente offerta dall'esercito degli Stati Uniti, si possono vedere le ferite di una delle vittime della prima bomba atomica. La fotografia fu scattata nel reparto di Ujina, nel primo ospedale da campo dell'esercito giapponese a Hiroshima. Le radiazioni termiche emesse dall'esplosione bruciarono il motivo stampato sul kimono di questa donna, che le rimase impresso sulla schiena.

Foto: AP/ U.S. Army Corps

I resti della tragedia

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I resti della tragedia

Lo scheletro di questo condominio è tutto quel che è rimasto a ground zero dopo l'esplosione nucleare nella città giapponese di Hiroshima.

Foto: AP

Una città in macerie

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Una città in macerie

Rottami metallici e detriti: i resti di quella che un tempo era stata la città più industrializzata del Giappone. La fotografia sarebbe stata scattata pochi giorni dopo il bombardamento.

Foto: AP

Desolazione aerea

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Desolazione aerea

Vista aerea della città di Hiroshima alcune ore dopo il lancio della bomba nucleare.

Foto: AP

Le conseguenze di Little Boy

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Le conseguenze di Little Boy

Immagine della città di Hiroshima a circa un chilometro e mezzo dal punto di detonazione di Little Boy, la prima bomba atomica della storia lanciata su civili.

Foto: AP

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