Egitto

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1817: la tomba di Seti I

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1817: la tomba di Seti I

 Quando lavorava per Henry Salt (il console britannico in Egitto) Giovanni Belzoni fece alcune delle scoperte più importanti del periodo precedente alla decifrazione dei geroglifici. Non solo riuscì a entrare nel tempio di Abu Simbel, ma recuperò un obelisco a File, trovò l’entrata della piramide di Chefren e scoprì la tomba più lunga della Valle dei Re, la KV17, appartenente a Seti I, secondo faraone della XIX dinastia e padre di Ramses II. Quando, il 16 ottobre del 1817, Belzoni fece il suo ingresso nella tomba, questa conservava ancora dei colori splendidi, che ne facevano una delle più belle della necropoli. Consapevole dell’importanza della scoperta, Belzoni fece dei calchi dei bassorilievi con della carta assorbente. In questo modo ottenne uno stampo della tomba, che usò per organizzare una mostra, di enorme successo, nel museo Egyptian Hall di Londra. 

La tomba di Seti I è la più lunga e profonda d’Egitto. Si pensa che possa misurare perfino più dei 174,5 metri documentati dagli ultimi scavi. È composta da sette corridoi e dieci camere, tutti riccamente decorati. Nella foto, le pareti riccamente decorate di una delle camere. 

Foto: Werner Forman Archive / Heritage Images

British Museum, Londra

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British Museum, Londra

La stele di Rosetta è esposta al British Museum di Londra: entrò in possesso degli inglesi nel 1801, quando il loro esercito sconfisse quello napoleonico in Egitto.

Foto: Daniel Kalker/ PA /dpa/ AP

Anni di studio

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Anni di studio

Una litografia mostra vari esperti che esaminano la stele di Rosetta durante il secondo Congresso internazionale degli orientalisti nel 1874.

Foto: Illustrated London News

Prendersi cura di un tesoro

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Prendersi cura di un tesoro

La stele di Rosetta sottoposta a lavori di restauro dal curatore Nic Lee, nella galleria di scultura egizia del British Museum di Londra.

Foto: Edmond Terakopian / AP / PA

Jean- François Champollion

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Jean- François Champollion

Ritratto a olio di Jean- François Champollion datato al 1831. Il quadro è esposto al Museo del Louvre a Parigi. Fu Champollion a decifrare i geroglifici egizi nel 1822, attraverso la stele di Rosetta.

Foto: Museo del Louvre

Stele di Rosetta

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Stele di Rosetta

La stele di Rosetta, che riporta iscrizioni in geroglifici egizi, in demotico e in greco antico, fu trovata da un reparto dell'esercito francese il 15 luglio 1799.

Foto: CM DIXON / HERITAGE / GTRES

Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

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Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

Sulla destra del faraone, la dea Hathor, mentre sulla sinistra,
la divinità del nomo, o provincia, di Cinopoli. Le mani delle dee sono visibili sulle braccia del re. Altezza: 96 centimetri. Museo egizio, Il Cairo. 

 

Foto: Dea / Album

Hator, Micerino e il nomo di Tebe

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Hator, Micerino e il nomo di Tebe

Micerino, al centro, ha in mano dei rotoli. Alla sua destra, Hathor, e a sinistra, con dimensioni estremamente ridotte, la personificazione del nomo di Tebe. Altezza: 92 centimetri. Museo egizio, Il Cairo.

 

Foto: José Lucas / Age Fotostock

La triade di Hator

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La triade di Hator

La dea Hathor, sul trono, sostiene per la vita Micerino, che regge nella mano destra una mazza. Accanto alla dea, la rappresentazione del nomo della Lepre, di dimensioni minori. Altezza: 84,5 centimetri. Museum of Fine Arts, Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

La grande sposa reale

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La grande sposa reale

Si ritiene che la donna rappresentata insieme al faraone Micerino in questo gruppo scultoreo sia la sua Grande sposa reale, la regina Khamerernebti II, anche se per alcuni ricercatori potrebbe trattarsi della madre. Questa diade presenta delle similitudini formali con le triadi ritrovate da Reisner nello stesso luogo. Qui il faraone indossa un nemes, copricapo regale, e il suo gonnellino è liscio e non pieghettato.
La donna, della sua stessa statura (un segno della sua importanza), sostiene il sovrano, imitando la postura della dea Hathor in quello che sembra un gesto di protezione o forse di legittimazione del monarca per linea materna. La statua, incompiuta, misura 139,5 cm di altezza ed è conservata al Museum of Fine Arts di Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

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30 ottobre 1207 a.C.

Un recente studio dell'Università di Cambridge sostiene che un'eclissi di Sole avvenuta il 30 ottobre 1207 a.C., durante il regno del figlio di Ramsete II, Merneptah, rimetterebbe in discussione tutta la cronologia egizia. I ricercatori si sono serviti di riferimenti biblici ed iscrizioni per risalire alla data esatta. L'evento infatti è citato nella Bibbia: «Allora Giosuè parlò a Jahvè, il giorno che Jahvè diede gli Amorei in mano ai figli d’Israele, e disse in presenza d’Israele: "Sole, fermati su Ghibaon, e tu, Luna, sulla valle d’Ayalon!" Perciò il Sole si fermò e la Luna rimase al suo posto, finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici. [...] E il Sole si fermò in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero».

Nell'immagine, la piramide di Chefren, a Giza. 

Foto: Fototeca 9x12

1954: la barca di Cheope

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1954: la barca di Cheope

Mentre rimuoveva i detriti che ricoprivano ancora la parte inferiore del lato sud della Grande Piramide, nel 1954, l’archeologo Kamal el-Malakh si rese conto che il muro di cinta della tomba passava sopra due serie di grandi lastre monolitiche. Si trattava di due fosse separate da alcuni metri di distanza; aprì la più orientale, che conteneva al suo interno una barca di legno scomposta in 1.224 pezzi e in perfetto stato di conservazione. Ricostruita da Hag Ahmed Youssef, restauratore del Museo egizio del Cairo, questa barca è attualmente esposta in un edificio appositamente costruito sopra la fossa dove fu ritrovata. C’era una barca smontata anche nella seconda fossa, che però restò chiusa fino al 2016, quando iniziarono i lavori per estrarre l’imbarcazione.  

 

 

2007 - 2010: Genealogia faraonica

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2007 - 2010: Genealogia faraonica

Tra il 2008 e il 2009 si è deciso di realizzare uno studio del DNA su alcune delle mummie reali conservate nel Museo egizio del Cairo, per cercare di chiarire le relazioni familiari tra alcuni faraoni della XVIII dinastia. A quest’ultima appartiene Tutankhamon, l’unico faraone che si sia riusciti a identificare con certezza. Anche le mummie o i sarcofagi degli altri faraoni erano marcati con dei nomi. Ciononostante, gli studi osteologici hanno dimostrato che i sacerdoti incaricati di deporre i corpi nei nascondigli reali sbagliavano spesso al momento di contrassegnarli. Le analisi del DNA effettuate negli ultimi anni hanno però regalato molte sorprese. Per esempio, adesso sappiamo che la mummia ritrovata nella tomba KV55 è quella di Akhenaton, il faraone eretico, e che quest’ultimo è sicuramente il padre di Tutankhamon.  

Nel 2007 l’allora segretario del Consiglio supremo dei reperti archeologici d’Egitto, Zahi Hawass, ha annunciato al mondo che la mummia della donna corpulenta rinvenuta nel 1903 in una piccola tomba della Valle dei Re era quella della regina Hatshepsut. Inizialmente, uno scanner ha permesso di scoprire che alla donna mancava un dente. In seguito, un odontoiatra forense ha confermato che il dente è quello conservato nello scrigno contenente le viscere di Hatshepsut, ritrovato nel 1881 a Deir el-Bahari. Si è così potuto identificare la famosa sovrana.

Nel 1898 l’egittologo francese Victor Loret scoprì nella Valle dei Re la tomba di Amenofi II, figlio di Thutmose III e nonno di Amenofi III. All’interno, oltre alla mummia del sovrano, furono ritrovate e identificate altre mummie reali. In una camera più piccola c’erano anche tre mummie non contrassegnate, depositate semplicemente al suolo: erano i resti di una giovane donna, di un bambino e di un’anziana. Quest’ultima (nell’immagine sopra) venne soprannominata “l’anziana signora”. Nel 2010 le analisi del DNA hanno rivelato l’identità delle due donne: l’anziana era la regina Tiy, l’influente sposa di Amenofi III e madre del faraone eretico Akhenaton. Tiy esercitò un ruolo importante negli affari esteri sia sotto il regno del marito che sotto quello del figlio. La giovane invece era una figlia non identificata di Tiy e di Amenofi III. Questa sorella di Akhenaton (forse la principessa Sitamon) è anche la madre di Tutankhamon. È uno dei pochi casi documentati di incesto faraonico.

 

Foto: Khaled Desouki / Getty Images

1922: la tomba di Tutankhamon

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1922: la tomba di Tutankhamon

Il conte di Carnarvon, George Herbert, era un nobile inglese che d’inverno si recava in Egitto per i problemi di salute dovuti a un grave incidente d’auto. Howard Carter era un competente archeologo che era rimasto senza lavoro a causa di uno scontro con dei francesi ubriachi. Annoiato il primo, in cerca di lavoro e di successo il secondo, i due unirono le forze ed effettuarono uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di tutti i tempi: la tomba del faraone Tutankhamon. La scoperta avvenne nel 1922 grazie alla caparbietà di Howard Carter il quale, sicuro di conoscere la posizione esatta del monumento, riuscì a ottenere che il conte di Carnarvon, ormai riluttante, gli finanziasse un’ultima campagna. 

All'interno della tomba di Tutankhamon erano rimasti celati per secoli moltissimi tesori. Nell'immagine, lo scrigno in legno laminato d'oro che custodiva i vasi canopi con le viscere mummificate del faraone.

 

Foto: Vannini / Getty Images

1912: il busto di Nefertiti

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1912: il busto di Nefertiti

Il famoso busto di Nefertiti venne ritrovato dal tedesco Ludwig Borchardt nella dimora dello scultore Thutmose, ad Amarna, nel 1912. Per strano che possa sembrare, questa magnifica scultura fu tra gli oggetti che toccarono in sorte al tedesco quando il Servizio reperti archeologici effettuò la suddivisione dei ritrovamenti di quell’anno. Questo fatto diede origine a varie speculazioni sui presunti “imbrogli” fatti dagli archeologi tedeschi per ottenere il busto. Quel che è certo è che Borchardt lo regalò a James Simon, patrocinatore degli scavi. Questi a sua volta lo donò al Museo dello Stato libero di Prussia nel 1920. Non fu svelato al pubblico fino al 1923. La sua bellezza suggestiva e la modernità delle sue forme ne fecero da subito un’icona dell’arte mondiale. 

Foto: BPK / Scala, Firenze

1904: la tomba di Nefertari

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1904: la tomba di Nefertari

Il direttore del museo egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli, effettuò scavi in Egitto alla ricerca di oggetti per la collezione dell’ente da lui guidato (all’epoca le autorità egiziane e gli scavatori si suddividevano gli oggetti trovati in parti uguali). Tra il 1903 e il 1905 Ernesto Schiaparelli scavò in un wadi (letto asciutto di un fiume) a sud della Valle dei Re, in un luogo oggi conosciuto come Valle delle Regine. La sua permanenza in quella zona fu breve, ma di grande successo: nel 1904, per esempio, portò alla luce una delle tombe più belle d’Egitto, ovvero quella di Nefertari Meritmut. La “grande sposa reale” del faraone Ramses II, nota anche per la sua elevata cultura, era stata sepolta in un ipogeo monumentale che conservava praticamente intatta un’esuberante decorazione composta da grandi figure su uno sfondo bianco e da un soffitto dipinto di blu e tempestato di stelle dorate. 

 

 

Foto: Corbis / Getty Images

1903: Cachette di Karnak

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1903: Cachette di Karnak

Georges Legrain era un architetto che aveva studiato egittologia e lavorava in Egitto dal 1892. Nel 1903, mentre rafforzava e restaurava il tempio di Karnak (nel 1899 erano crollate undici colonne della sala ipostila), sollevando le lastre del cortile del settimo pilone trovò un meraviglioso tesoro di statue nascoste. Le acque del Nilo in piena, che inondavano costantemente la cavità, resero quasi impossibili gli scavi. Ciononostante, vennero estratte 751 statue in pietra e 17mila statuine in bronzo. Inoltre, vennero ritrovate anche varie statue in legno che, però, non fu possibile recuperare. Erano state tutte seppellite nello stesso periodo, probabilmente in epoca romana, in un tentativo di liberare il tempio dalle migliaia di statue presenti senza distruggerle. Si riteneva infatti che il contatto diretto con la divinità avesse reso le statuine in qualche modo sacre.  

In questa foto del 1912 Georges Legrain, accompagnato dal compositore Camille Saint-Saëns, si trova davanti allo scarabeo sacro in granito del tempio di Karnak. 

 

 

Foto: Alamy / Aci

1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

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1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

Secondo quanto confessarono alle autorità egiziane i fratelli Ab el-Rassul, la scoperta della tomba TT320 a Deir el-Bahari fu dovuta a una semplice coincidenza: si imbatterono per caso nel monumento mentre cercavano una capra che si era persa. Certo è che nei dieci anni successivi la saccheggiarono, invadendo il mercato delle antichità con pezzi che finirono per attirare l’attenzione di Gaston Maspero, direttore del Servizio reperti archeologici. Nel 1881, dopo un intenso interrogatorio, i ladri confessarono l’origine delle opere. Provenivano tutte dalla tomba del sacerdote tebano Pinedjem II, che durante il Terzo Periodo Intermedio venne usata dai sacerdoti di Amon per nascondere le mummie di undici grandi faraoni. L’obiettivo era metterle in salvo dai saccheggiatori di tombe che in quel periodo si aggiravano nella necropoli reale di Tebe.

In quest'incisione del 1881 apparsa sul Monthly Magazine appaiono Gaston Maspero e il suo collaboratore Émile Brugsch davanti all'ingresso del sito di Deir el-Bahari.

 

 

 

Foto: Ieemage /Prisma Archivio

1799: la stele di Rosetta

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1799: la stele di Rosetta

Questo frammento di stele deve il suo nome alla città sul delta del Nilo dove fu ritrovato nel 1799. Si tratta di un blocco irregolare di granodiorite, di 114 cm di altezza per 72 cm di larghezza e circa 27 cm di spessore, su cui è inciso un decreto bilingue del re Tolomeo V (210-181 a.C.): contiene 54 righe in greco, 14 in geroglifico e 32 in demotico, una versione semplificata dalla scrittura geroglifica. In epoca medievale il blocco fu riutilizzato come materiale di riempimento nella costruzione di un forte dove secoli più tardi fu scoperto dal soldato francese Pierre-François Bouchard. Prima di consegnarlo agli inglesi come bottino di guerra, i francesi ne copiarono il testo. Lo studio della stele, così come quello dell’obelisco di File (acquistato dall’esploratore William Bankes), anch’esso bilingue, è stato fondamentale per decifrare i geroglifici.  

Durante il lungo processo di decodificazione della scrittura geroglifica, Jean-François Champollion decise di isolare il più semplice dei sei cartigli con il nome di Tolomeo che appare nella stele di Rosetta e di confrontarlo con segni greci che componevano il nome del re. Trovò i corrispettivi di P-T-O-L-M-Y-S, ma per essere sicuro di non sbagliare incrociò i dati con altri documenti, come l’iscrizione bilingue dell’obelisco di File.

 

 

Foto: British Museum / Scala, Firenze

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