Curiosità

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Pesce d'aprile

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Pesce d'aprile

Il primo giorno di questo mese vengono raccontate barzellette conosciute in diverse lingue come "pesce d'aprile". L'origine di questa espressione può riferirsi agli avannotti di fiume che, per la loro inesperienza, sono più facili da catturare. In alcuni Paesi l'animale che da il nome alla giornata è diverso. Per esempio in Scozia il giorno del primo aprile è conosciuto come Gowkie Day, il giorno del cuculo, un uccello comunemente usato per rappresentare gli sciocchi.

Foto: iStock / PicturePartners

Le storie comiche di Edewaerd De Dene

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Le storie comiche di Edewaerd De Dene

Lo scrittore fiammingo Edewaerd De Dene pubblicò nel 1561 un poema comico intitolato "Proverbio di un giorno di commissioni il primo aprile". Nella storia, un nobile manda uno dei suoi servi a fare ogni sorta di assurde commissioni per preparare un matrimonio, che alla fine si rivela evidentemente uno scherzo. Questa è la prima volta che troviamo un chiaro riferimento all'usanza di scherzare su questa data, poiché quella di Eloy d'Amerval e le leggende inglesi sono inconcludenti. Per questo motivo, la più certa è che l'usanza del pesce d'aprile ebbe origine nel XVI secolo nell'Europa continentale.

Foto: Biblioteca di Houghton

Modifica del calendario

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Modifica del calendario

Nel 1508 apparve in Francia il primo riferimento scritto alle barzellette del primo aprile. Il poeta Eloy d'Amerval suggerisce che l'usanza abbia avuto origine da un cambiamento nel calendario. Fino all'inizio dell'Età Moderna, il calendario religioso iniziava il 25 marzo o il primo aprile, a seconda del Paese, in coincidenza con l'arrivo della primavera; in alcuni luoghi la data era addirittura variabile in quanto fatta coincidere con la Pasqua. Secondo Eloy d'Amerval, quando le vacanze di Capodanno furono spostate al 1 ° gennaio per adattarsi al calendario civile (una modifica che non fu ufficiale fino al 1567), i protestanti francesi non adottarono immediatamente la nuova data e continuarono a celebrare il nuovo anno alla vecchia maniera. Per questo motivo le comunità cattoliche li chiamavano "gli stolti d'aprile" e iniziarono a fare loro scherzi il primo di quel mese, invitandoli a presunte feste di Capodanno che non avevano realmente luogo .

Foto: iStock / Bill Vorasate

Gli stupidi (o saggi) uomini di Gotham

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Gli stupidi (o saggi) uomini di Gotham

Un'altra teoria che affonda le proprie radici nel Regno Unito si riferisce a una leggenda medievale il cui racconto si svolge il primo aprile. Secondo questa storia, durante il regno di Giovanni il Senza Terra qualsiasi sentiero su cui il re camminava divenne sua proprietà. Quando i cittadini della città di Gotham seppero che il re aveva intenzione di passare di lì, temettero di perdere le loro terre, così inventarono uno scherzo: quando gli emissari reali arrivarono nella città trovarono i suoi abitanti impegnati in attività impossibili come l'annegamento di un pesce o il catturare uccelli in gabbie invisibili. I soldati del re credettero che gli abitanti della zona fossero pazzi, così fecero marcia indietro e Giovanni non mise mai piede in quelle terre. Questa leggenda, nota «gli sciocchi di Gotham» o, per il loro ingegno, «i saggi di Gotham», fu pubblicata per la prima volta nel 1540. 

Foto: National Library of Scotland

I racconti di Canterbury

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I racconti di Canterbury

I racconti di Canterbury sono una raccolta di storie popolari pubblicate in Inghilterra alla fine del XIV secolo e che riscossero un grande successo. In uno di essi, Il racconto del cappellano delle monache, un gallo molto vanitoso di nome Chanticleer viene ingannato da una volpe che lo convince a cantare per lui e coglie l'occasione per dargli la caccia. Mentre la predatrice fugge dalla fattoria con il gallo tra le fauci, Chanticleer gli suggerisce di urlare ai suoi inseguitori che non saranno in grado di catturarla, e così la convince ad aprire la bocca e riesce a scappare. Il doppio inganno ha luogo «Syn March bigan thritty dayes and two», cioè «32 giorni dall'inizio di marzo», il 1 aprile: in realtà è un errore del copista, poiché originariamente diceva «Syn March be gon thritty dayes and two», ovvero «32 giorni dalla fine di marzo», il 2 maggio.

Foto: Pubblico dominio

Veneralia e Hilaria

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Veneralia e Hilaria

Le Veneralia erano delle festività romane che si celebravano proprio il primo di aprile, mentre le Hilaria avevano luogo il 25 marzo. Le prime erano dedicate a Venere Verticordia, un epiteto della dea dell'amore che significa "trasformatrice di cuori" e che aveva il ruolo di tramutare i pensieri lussuriosi delle donne in condotte più pudiche. Le seconde festeggiavano l'arrivo della primavera ed erano dedicate alla dea della terra Cibele: hilaris significa "giocoso, allegro", e durante queste feste erano permessi gli scherzi e le prese in giro. Le due ricorrenze potrebbero essersi fuse in una sola con il passare dei secoli e aver dato origine al giorno degli scherzi come lo conosciamo oggi. 

Foto: Museo archeologico di Milano

La pedofilia era socialmente accettata (fino a un certo punto)

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La pedofilia era socialmente accettata (fino a un certo punto)

Avere relazioni sessuali con minori, anche con bambini molto piccoli, non era ragione di scandalo. Al contrario: poteva essere addirittura un gesto ben visto perché la differenza d'età era un segno di dominazione. Di fatto i romani di solito avevano le prime esperienze sessuali con ragazzi o ragazze molto giovani, appena entrati nella pubertà, e non era raro che un romano ricco disponesse di schiavi giovani il cui proposito fosse proprio quello di compiacerlo sessualmente. Il sesso con la propria moglie di solito aveva lo scopo di procreare, e visto che molti matrimoni erano in realtà alleanze politiche spesso all'interno della coppia non c'era amore né affiatamento sessuale. 

Foto: iStock / skymoon13

La “pornografia” era considerata di buon gusto

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La “pornografia” era considerata di buon gusto

Non è rato che gli scavi rivelino mosaici o oggetti con tematiche sessuali: ciò che oggi chiameremmo pornografia era qualcosa di molto comune per i romani, che ne usavano gli elementi per mosaici, statue ed oggetti personali come specchi. A Roma si credeva che il sesso fosse un regalo di Venere, la dea dell'amore, e se era un regalo non bisognava nasconderlo né disprezzarlo. Questo può sembrare contraddittorio se pensiamo all'importanza che a Roma si dava al pudore, ma in realtà non lo è: si era liberi di godere dei piaceri di Venere, sempre che si facesse seguendo le regole della società. 

Foto: Pubblico Dominio

La prostituzione era molto economica

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La prostituzione era molto economica

E non si tratta di un'esagerazione: un servizio sessuale economico aveva lo stesso prezzo di un bicchiere di pessimo vino, circa uno o due assi. Questo prezzo non si applicava solo nei bordelli, ma anche ai servizi delle cameriere, e per questo motivo la clientela di solito era di origini umili. Le donne – e meno frequentemente gli uomini – che vi si prostituivano erano schiave o liberte povere, che non avevano nessuna speranza di migliorare il proprio status. Le tariffe delle meretrici erano totalmente diverse: si trattava di donne colte e ricche che non solo concedevano favori sessuali, ma erano anche una compagnia gradevole. Eppure, anche se si trattava di donne ricche, per la morale romana continuavano ad essere indegne e in nessun caso paragonabili a una casta e "autentica" donna. 

Foto: Dominio pubblico

Le prostitute potevano essere identificate dai vestiti e dal colore dei capelli

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Le prostitute potevano essere identificate dai vestiti e dal colore dei capelli

Le prostitute dei bassifondi avevano una pessima reputazione, per cui i membri "rispettabili" della società cercavano di evitare di essere visti insieme a loro. Di conseguenza le donne che si dedicavano a questo mestiere dovevano essere facilmente identificabili. Il modo più facile era quello di tingersi i capelli con colori chiaramente artificiali, come blu o arancione. Erano riconoscibili anche dai vestiti: mentre la donna romana usava un abbigliamento abbastanza ricercato, le prostitute usavano degli abiti semplici e leggeri (che permettevano di vestirsi e svestirsi rapidamente), e che mettesse in risalto le forme del corpo.

Foto: iStock / dreamhelg

Le taverne offrivano i servizi sessuali delle proprie cameriere

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Le taverne offrivano i servizi sessuali delle proprie cameriere

Le taverne romane non offrivano solo cibo e bevande, ma anche servizi sessuali delle proprie cameriere. Per questo motivo, quello era uno dei mestieri considerati indegni, e generalmente veniva realizzato da donne di estrazione sociale molto bassa, come schiave, liberte povere o straniere. Ma se era veramente necessario non era impossibile che il proprietario di una taverna arrivasse a far prostituire le proprie figlie, nonostante sapesse che così facendo le condannava a non abbandonare mai lo status più basso della società.

Foto: iStock

Uomini e donne usavano gli schiavi come se fossero "strumenti sessuali"

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Uomini e donne usavano gli schiavi come se fossero "strumenti sessuali"

Per la mentalità romana, uno schiavo era una proprietà della quale disporre come meglio si credeva, anche a livello sessuale. L'importante, come sempre, era rispettare la gerarchia sociale: uomini e donne liberi non potevano lasciarsi penetrare dai propri schiavi né praticare a loro del sesso orale; non dovevano insomma dargli piacere in alcun modo mentre gli schiavi erano obbligati a soddisfare i loro padroni. Le donne, sempre a causa dell'onore, dovevano rispettare più limiti ma potevano comunque utilizzare le proprie schiave con fini sessuali; e in effetti era preferibile che "usassero" altre donne perché, nel peggiore dei casi, nessuno avrebbe potuto accusarle di essersi fatte penetrare. 

Foto: Hermitage (CC)

La verginità maschile era qualcosa di inaccettabile

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La verginità maschile era qualcosa di inaccettabile

Era comune che gli uomini, già nel corso della loro adolescenza, frequentassero bordelli o avessero relazioni con serve e schiave. La verginità maschile era qualcosa di molto mal visto nella società romana perché l'uomo doveva essere un dominatore. D'altra parte la donna, soprattutto se era di classe alta, aveva l'obbligo di arrivare vergine al matrimonio, principalmente per una questione morale: bisognava evitare che la donna venisse a conoscenza dei piaceri del sesso perché si credeva che questo potesse spingerla a compiere adulterio. 

Foto: iStock / Crisfotolux

I concetti di omosessualità, eterosessualità, bisessualità non esistevano

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I concetti di omosessualità, eterosessualità, bisessualità non esistevano

Tutte le definizioni che oggi usiamo per i diversi aspetti della sessualità non avrebbero alcun senso per un romano: per la società romana il sesso era sesso. Gli uomini potevano avere relazioni sessuali con individui del loro stesso genere o del sesso opposto, e nessuno li criticava per questo, sempre che l'altra persona avesse uno status sociale inferiore (servi, schiavi, o anche uomini liberi stranieri). Anche le donne sposate potevano mantenere questo tipo di relazioni ma dovevano farlo con discrezione perché era in gioco il loro onore. Le liberte o le donne straniere potevano permettersi una maggiore libertà visto che i romani non le consideravano membri della loro società a tutti gli effetti.

Foto: iStock / irisphoto2

Non era importante cosa si faceva, ma chi lo sapeva

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Non era importante cosa si faceva, ma chi lo sapeva

Anche se la società romana aveva (come tutte) una serie di regole riguardo al sesso, nell'intimità molti cittadini non le rispettavano affatto. D'altra parte il problema non era tanto fare qualcosa che poteva essere considerato "indegno", ma piuttosto chi lo veniva a sapere e soprattutto chi poteva dimostrarlo. Essere accusato da parte di un altro uomo libero poteva rovinare la carriera di un senatore; se invece la denuncia proveniva da una donna plebea l'accusato aveva più possibilità di uscirne pulito. Se a puntare il dito fosse stata una donna d'origine nobile di sicuro si sarebbero svolte delle indagini, mentre se era uno schiavo a fornire informazioni sulle perversioni di qualcuno, la persona in questione non aveva di che preoccuparsi. Lo status sociale era tutto a Roma e il valore della parola era direttamente proporzionale all'importanza di colui che la pronunciava; per questo un uomo o una donna di alto rango potevano permettersi i propri piaceri, assicurandosi sempre che non venisse a saperlo nessun personaggio rilevante.

Foto: Maccari Hall

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