Archeologia

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Sul piedistallo

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Sul piedistallo

Mediante l’ausilio di una leva e delle corde, il moai veniva collocato in posizione eretta e sistemato su un gigantesco piedistallo (ahu).

Illustrazione: Getty Images

Preparazione

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Preparazione

Il moai veniva adagiato dalla parte del ventre su una slitta in legno e veniva fatta passare una corda intorno al collo della statua.

 

Illustrazione: Getty Images

Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

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Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

La corda veniva poi fissata al vertice di due pali a forcella. Tirando quest’ultima in posizione verticale, la statua si spostava in avanti.

 

Illustrazione: Getty Images

Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

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Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

Sulla destra del faraone, la dea Hathor, mentre sulla sinistra,
la divinità del nomo, o provincia, di Cinopoli. Le mani delle dee sono visibili sulle braccia del re. Altezza: 96 centimetri. Museo egizio, Il Cairo. 

 

Foto: Dea / Album

Hator, Micerino e il nomo di Tebe

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Hator, Micerino e il nomo di Tebe

Micerino, al centro, ha in mano dei rotoli. Alla sua destra, Hathor, e a sinistra, con dimensioni estremamente ridotte, la personificazione del nomo di Tebe. Altezza: 92 centimetri. Museo egizio, Il Cairo.

 

Foto: José Lucas / Age Fotostock

La triade di Hator

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La triade di Hator

La dea Hathor, sul trono, sostiene per la vita Micerino, che regge nella mano destra una mazza. Accanto alla dea, la rappresentazione del nomo della Lepre, di dimensioni minori. Altezza: 84,5 centimetri. Museum of Fine Arts, Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

La grande sposa reale

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La grande sposa reale

Si ritiene che la donna rappresentata insieme al faraone Micerino in questo gruppo scultoreo sia la sua Grande sposa reale, la regina Khamerernebti II, anche se per alcuni ricercatori potrebbe trattarsi della madre. Questa diade presenta delle similitudini formali con le triadi ritrovate da Reisner nello stesso luogo. Qui il faraone indossa un nemes, copricapo regale, e il suo gonnellino è liscio e non pieghettato.
La donna, della sua stessa statura (un segno della sua importanza), sostiene il sovrano, imitando la postura della dea Hathor in quello che sembra un gesto di protezione o forse di legittimazione del monarca per linea materna. La statua, incompiuta, misura 139,5 cm di altezza ed è conservata al Museum of Fine Arts di Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

Un carico eccezionale

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Un carico eccezionale

 L’Uluburun è il relitto di una nave di 3.500 anni fa, una delle più antiche mai ritrovate. Il suo ricco carico è stato rinvenuto tra i 40 e i 60 metri di profondità. Per dieci anni la squadra di George e Ann Bass si è immersa nelle acque turche per studiare e recuperare i resti di un’imbarcazione che tra il suo carico annoverava dei lingotti di rame “a pelle di bue” (espressione che ne indica la forma rettangolare stirata agli angoli) e, in misura minore, di stagno. Erano i metalli necessari alla produzione di bronzo, una lega che avrebbe contraddistinto un’epoca dell’umanità. Oltre alle materie prime per la fabbricazione di oggetti di alta qualità, tra i resti della nave sono stati ritrovati manufatti di lusso: gioielli d’oro, armi, strumenti musicali, lingotti di vetro, avorio di ippopotamo e di elefante, e anche grandi contenitori di trementina e mirra. 

Questo carico fuori dal comune ha permesso agli archeologi di farsi un’idea migliore della complessità del commercio marittimo nell’Età del bronzo. Nelle merci e nei manufatti dell’Uluburun si mescolano tracce di diverse culture, dal Baltico all’Africa equatoriale. Il destinatario doveva senz’altro essere un ricco governatore, oppure un agiato mercante.

Nell'immagine, un ciondolo aureo in stile cananeo a forma di falco con le ali spiegate e intento ad afferrare due cobra con gli artigli. 

 

Foto: James L. Stanfield / NGS

Un modello di intervento

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Un modello di intervento

Agli albori dell’archeologia subacquea lo studio del Kyrenia mostrò alla comunità scientifica la quantità di informazioni che era possibile ricavare da un relitto se si utilizzava una corretta metodologia di recupero. A partire dai dati ottenuti su un carico che proveniva da località differenti, la squadra diretta dai Katzev è riuscita a ricostruire la rotta seguita dall’imbarcazione prima del naufragio. Dopo aver lasciato le coste dell’Anatolia, la nave fece scalo per caricare merci nei porti di Rodi, Samo, Kos e Cipro, dove affondò. L’analisi del legname, effettuata da Richard Steffy, rivelò la tecnica di costruzione navale caratteristica dell’epoca. Si trattava di una piccola imbarcazione di 14 metri di lunghezza, costruita a “fasciame portante”: la chiglia e il rivestimento esterno (il fasciame) erano cioè i primi elementi a essere realizzati, quindi si procedeva al rinforzo della struttura tramite l’inserimento dell’ossatura. L’osservazione diretta degli archeologi ha permesso inoltre di comprendere le cause dell’affondamento: alle numerose riparazioni cui fu sottoposto il Kyrenia nel corso del suo lungo servizio, durato quasi un secolo, si aggiunsero i danni provocati da un assalto di pirati, come testimoniano i segni trovati sullo scafo della nave. 

Nell'immagine, un archeologo esplora i resti del Kyrenia, situati a 30 metri di profondità.

 

Foto: Bates Littlehales / NGS

Lavorare sott'acqua

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Lavorare sott'acqua

 Il valore principale del sito non risiede tanto nel materiale in sé, quanto nel contesto archeologico. In una prima fase si rimuovono i sedimenti tramite dei tubi di aspirazione. Una volta ripuliti i resti, si suddivide l’area in una griglia numerata che permette di identificarli tramite coordinate. Quindi si eseguono i disegni in scala e si geolocalizza il sito. La torre mobile posta sopra la griglia permette di scattare foto e registrare video di ogni riquadro mantenendo sempre la stessa distanza e angolazione. In questo modo è possibile assemblare le diverse immagini per ottenere un mosaico fotografico del sito. La comunicazione durante le immersioni è limitata, ma esistono strumenti che consentono di parlare sott’acqua. La campana subacquea e le maschere facciali con microfono e video permettono l’interazione con la squadra sull’imbarcazione tramite un cavo ombelicale. Una volta inventariati, gli oggetti vengono portati in superficie con dei palloni di sollevamento.

In questo disegno è ricostruito l’intervento archeologico subacqueo nei pressi dell’isola di Yassı Ada, in Turchia. Si possono vedere le varie fasi di scavo e documentazione nonché i diversi strumenti di comunicazione e di immersione in profondità.

 

Foto: Davis Meltzer / NGS

Contenitori del passato

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Contenitori del passato

 Le ànfore sono dei recipienti specificamente progettati per essere stivati sulle navi. Per fenici, greci e romani costituirono il principale mezzo per il trasporto di liquidi e avevano una forma pensata per sfruttare al massimo lo spazio disponibile sulle imbarcazioni. I puntali allungati ne facilitavano la distribuzione in tutta la parte concava della stiva, permettevano di riempire gli spazi tra le file inferiori e di creare un blocco compatto. Le ànfore erano insomma pensate per ottimizzare la relazione tra peso del recipiente e contenuto, e per offrire un’elevata resistenza meccanica alla pressione del resto delle merci e agli urti prodotti durante la fase di carico o la navigazione. La loro forma variava a seconda del contenuto (vino, olio, salse…) e il loro ritrovamento permette di stabilire una cronologia approssimativa dell’uso di questi prodotti. Lo studio delle argille e dei minerali con effetti sgrassanti in esse contenuti consente di risalire al luogo di produzione. A volte sul collo, sui manici o sul puntale appaiono alcuni segni incisi prima della cottura dell’argilla che indicano il fabbricante. In altri casi sulla superficie delle ànfore era impresso un titulus pictus, ovvero delle parole che potevano riferirsi al contenuto, all’origine o al destinatario.

Nella foto, un gruppo di archeologi subacquei ispeziona un insieme di ànfore millenarie depositate sul fondale marino nei pressi dell’isola turca di Balıkesir, nel mar Egeo.

 

 

Foto: Anadolu Agency / Getty Images

Il Mediterraneo, cimitero di navi

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Il Mediterraneo, cimitero di navi

In fondo al Mediterraneo si trovano centinaia di navi che solcarono le sue acque migliaia di anni fa. La mappa mostra i siti di alcuni dei più importanti ritrovamenti di relitti, dalle coste della Spagna fino ai litorali della Siria e dell’Asia Minore.

Mappa: Eosgis.com

1954: la barca di Cheope

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1954: la barca di Cheope

Mentre rimuoveva i detriti che ricoprivano ancora la parte inferiore del lato sud della Grande Piramide, nel 1954, l’archeologo Kamal el-Malakh si rese conto che il muro di cinta della tomba passava sopra due serie di grandi lastre monolitiche. Si trattava di due fosse separate da alcuni metri di distanza; aprì la più orientale, che conteneva al suo interno una barca di legno scomposta in 1.224 pezzi e in perfetto stato di conservazione. Ricostruita da Hag Ahmed Youssef, restauratore del Museo egizio del Cairo, questa barca è attualmente esposta in un edificio appositamente costruito sopra la fossa dove fu ritrovata. C’era una barca smontata anche nella seconda fossa, che però restò chiusa fino al 2016, quando iniziarono i lavori per estrarre l’imbarcazione.  

 

 

2007 - 2010: Genealogia faraonica

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2007 - 2010: Genealogia faraonica

Tra il 2008 e il 2009 si è deciso di realizzare uno studio del DNA su alcune delle mummie reali conservate nel Museo egizio del Cairo, per cercare di chiarire le relazioni familiari tra alcuni faraoni della XVIII dinastia. A quest’ultima appartiene Tutankhamon, l’unico faraone che si sia riusciti a identificare con certezza. Anche le mummie o i sarcofagi degli altri faraoni erano marcati con dei nomi. Ciononostante, gli studi osteologici hanno dimostrato che i sacerdoti incaricati di deporre i corpi nei nascondigli reali sbagliavano spesso al momento di contrassegnarli. Le analisi del DNA effettuate negli ultimi anni hanno però regalato molte sorprese. Per esempio, adesso sappiamo che la mummia ritrovata nella tomba KV55 è quella di Akhenaton, il faraone eretico, e che quest’ultimo è sicuramente il padre di Tutankhamon.  

Nel 2007 l’allora segretario del Consiglio supremo dei reperti archeologici d’Egitto, Zahi Hawass, ha annunciato al mondo che la mummia della donna corpulenta rinvenuta nel 1903 in una piccola tomba della Valle dei Re era quella della regina Hatshepsut. Inizialmente, uno scanner ha permesso di scoprire che alla donna mancava un dente. In seguito, un odontoiatra forense ha confermato che il dente è quello conservato nello scrigno contenente le viscere di Hatshepsut, ritrovato nel 1881 a Deir el-Bahari. Si è così potuto identificare la famosa sovrana.

Nel 1898 l’egittologo francese Victor Loret scoprì nella Valle dei Re la tomba di Amenofi II, figlio di Thutmose III e nonno di Amenofi III. All’interno, oltre alla mummia del sovrano, furono ritrovate e identificate altre mummie reali. In una camera più piccola c’erano anche tre mummie non contrassegnate, depositate semplicemente al suolo: erano i resti di una giovane donna, di un bambino e di un’anziana. Quest’ultima (nell’immagine sopra) venne soprannominata “l’anziana signora”. Nel 2010 le analisi del DNA hanno rivelato l’identità delle due donne: l’anziana era la regina Tiy, l’influente sposa di Amenofi III e madre del faraone eretico Akhenaton. Tiy esercitò un ruolo importante negli affari esteri sia sotto il regno del marito che sotto quello del figlio. La giovane invece era una figlia non identificata di Tiy e di Amenofi III. Questa sorella di Akhenaton (forse la principessa Sitamon) è anche la madre di Tutankhamon. È uno dei pochi casi documentati di incesto faraonico.

 

Foto: Khaled Desouki / Getty Images

1939: Tombe di Tani

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1939: Tombe di Tani

Visto che le condizioni di umidità del delta del Nilo favoriscono il deterioramento dei resti archeologici – rispetto alla valle del Nilo – l’egittologo francese Pierre Montet fu molto sorpreso di rinvenire in quella zona una necropoli reale del Terzo periodo intermedio con varie tombe perfettamente conservate. Il ritrovamento avvenne nel 1939, a Tani, sotto il piccolo tempio di Mut: si tratta di sette tombe, tre delle quali contengono a loro volta varie camere. Sono qui sepolti diversi faraoni della XXI e della XXII dinastia, tra cui Psusennes I. Vi si trovano inoltre alcuni importanti generali circondati da lussuosi corredi d’oro e d’argento, tra cui il sarcofago riutilizzato di Merneptah, figlio ed erede del faraone Ramses II. 

Nell'immagine un pendente a forma di falco rinvenuto da Pierre Montet a Tani. 

 

Foto: Araldo De Luca

1922: la tomba di Tutankhamon

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1922: la tomba di Tutankhamon

Il conte di Carnarvon, George Herbert, era un nobile inglese che d’inverno si recava in Egitto per i problemi di salute dovuti a un grave incidente d’auto. Howard Carter era un competente archeologo che era rimasto senza lavoro a causa di uno scontro con dei francesi ubriachi. Annoiato il primo, in cerca di lavoro e di successo il secondo, i due unirono le forze ed effettuarono uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di tutti i tempi: la tomba del faraone Tutankhamon. La scoperta avvenne nel 1922 grazie alla caparbietà di Howard Carter il quale, sicuro di conoscere la posizione esatta del monumento, riuscì a ottenere che il conte di Carnarvon, ormai riluttante, gli finanziasse un’ultima campagna. 

All'interno della tomba di Tutankhamon erano rimasti celati per secoli moltissimi tesori. Nell'immagine, lo scrigno in legno laminato d'oro che custodiva i vasi canopi con le viscere mummificate del faraone.

 

Foto: Vannini / Getty Images

1912: il busto di Nefertiti

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1912: il busto di Nefertiti

Il famoso busto di Nefertiti venne ritrovato dal tedesco Ludwig Borchardt nella dimora dello scultore Thutmose, ad Amarna, nel 1912. Per strano che possa sembrare, questa magnifica scultura fu tra gli oggetti che toccarono in sorte al tedesco quando il Servizio reperti archeologici effettuò la suddivisione dei ritrovamenti di quell’anno. Questo fatto diede origine a varie speculazioni sui presunti “imbrogli” fatti dagli archeologi tedeschi per ottenere il busto. Quel che è certo è che Borchardt lo regalò a James Simon, patrocinatore degli scavi. Questi a sua volta lo donò al Museo dello Stato libero di Prussia nel 1920. Non fu svelato al pubblico fino al 1923. La sua bellezza suggestiva e la modernità delle sue forme ne fecero da subito un’icona dell’arte mondiale. 

Foto: BPK / Scala, Firenze

1904: la tomba di Nefertari

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1904: la tomba di Nefertari

Il direttore del museo egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli, effettuò scavi in Egitto alla ricerca di oggetti per la collezione dell’ente da lui guidato (all’epoca le autorità egiziane e gli scavatori si suddividevano gli oggetti trovati in parti uguali). Tra il 1903 e il 1905 Ernesto Schiaparelli scavò in un wadi (letto asciutto di un fiume) a sud della Valle dei Re, in un luogo oggi conosciuto come Valle delle Regine. La sua permanenza in quella zona fu breve, ma di grande successo: nel 1904, per esempio, portò alla luce una delle tombe più belle d’Egitto, ovvero quella di Nefertari Meritmut. La “grande sposa reale” del faraone Ramses II, nota anche per la sua elevata cultura, era stata sepolta in un ipogeo monumentale che conservava praticamente intatta un’esuberante decorazione composta da grandi figure su uno sfondo bianco e da un soffitto dipinto di blu e tempestato di stelle dorate. 

 

 

Foto: Corbis / Getty Images

1903: Cachette di Karnak

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1903: Cachette di Karnak

Georges Legrain era un architetto che aveva studiato egittologia e lavorava in Egitto dal 1892. Nel 1903, mentre rafforzava e restaurava il tempio di Karnak (nel 1899 erano crollate undici colonne della sala ipostila), sollevando le lastre del cortile del settimo pilone trovò un meraviglioso tesoro di statue nascoste. Le acque del Nilo in piena, che inondavano costantemente la cavità, resero quasi impossibili gli scavi. Ciononostante, vennero estratte 751 statue in pietra e 17mila statuine in bronzo. Inoltre, vennero ritrovate anche varie statue in legno che, però, non fu possibile recuperare. Erano state tutte seppellite nello stesso periodo, probabilmente in epoca romana, in un tentativo di liberare il tempio dalle migliaia di statue presenti senza distruggerle. Si riteneva infatti che il contatto diretto con la divinità avesse reso le statuine in qualche modo sacre.  

In questa foto del 1912 Georges Legrain, accompagnato dal compositore Camille Saint-Saëns, si trova davanti allo scarabeo sacro in granito del tempio di Karnak. 

 

 

Foto: Alamy / Aci

1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

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1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

Secondo quanto confessarono alle autorità egiziane i fratelli Ab el-Rassul, la scoperta della tomba TT320 a Deir el-Bahari fu dovuta a una semplice coincidenza: si imbatterono per caso nel monumento mentre cercavano una capra che si era persa. Certo è che nei dieci anni successivi la saccheggiarono, invadendo il mercato delle antichità con pezzi che finirono per attirare l’attenzione di Gaston Maspero, direttore del Servizio reperti archeologici. Nel 1881, dopo un intenso interrogatorio, i ladri confessarono l’origine delle opere. Provenivano tutte dalla tomba del sacerdote tebano Pinedjem II, che durante il Terzo Periodo Intermedio venne usata dai sacerdoti di Amon per nascondere le mummie di undici grandi faraoni. L’obiettivo era metterle in salvo dai saccheggiatori di tombe che in quel periodo si aggiravano nella necropoli reale di Tebe.

In quest'incisione del 1881 apparsa sul Monthly Magazine appaiono Gaston Maspero e il suo collaboratore Émile Brugsch davanti all'ingresso del sito di Deir el-Bahari.

 

 

 

Foto: Ieemage /Prisma Archivio

1817: la tomba di Seti I

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1817: la tomba di Seti I

Quando lavorava per Henry Salt (il console britannico in Egitto) Giovanni Belzoni fece alcune delle scoperte più importanti del periodo precedente alla decifrazione dei geroglifici. Non solo riuscì a entrare nel tempio di Abu Simbel, ma recuperò un obelisco a File, trovò l’entrata della piramide di Chefren e scoprì la tomba più lunga della Valle dei Re, la KV17, appartenente a Seti I, secondo faraone della XIX dinastia e padre di Ramses II. Quando, il 16 ottobre del 1817, Belzoni fece il suo ingresso nella tomba, questa conservava ancora dei colori splendidi, che ne facevano una delle più belle della necropoli. Consapevole dell’importanza della scoperta, Belzoni fece dei calchi dei bassorilievi con della carta assorbente. In questo modo ottenne uno stampo della tomba, che usò per organizzare una mostra, di enorme successo, nel museo Egyptian Hall di Londra. 

La tomba di Seti I è la più lunga e profonda d’Egitto. Si pensa che possa misurare perfino più dei 174,5 metri documentati dagli ultimi scavi. È composta da sette corridoi e dieci camere, tutti riccamente decorati. Nella foto, le pareti riccamente decorate di una delle camere. 

Foto: Araldo De Luca

1799: la stele di Rosetta

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1799: la stele di Rosetta

Questo frammento di stele deve il suo nome alla città sul delta del Nilo dove fu ritrovato nel 1799. Si tratta di un blocco irregolare di granodiorite, di 114 cm di altezza per 72 cm di larghezza e circa 27 cm di spessore, su cui è inciso un decreto bilingue del re Tolomeo V (210-181 a.C.): contiene 54 righe in greco, 14 in geroglifico e 32 in demotico, una versione semplificata dalla scrittura geroglifica. In epoca medievale il blocco fu riutilizzato come materiale di riempimento nella costruzione di un forte dove secoli più tardi fu scoperto dal soldato francese Pierre-François Bouchard. Prima di consegnarlo agli inglesi come bottino di guerra, i francesi ne copiarono il testo. Lo studio della stele, così come quello dell’obelisco di File (acquistato dall’esploratore William Bankes), anch’esso bilingue, è stato fondamentale per decifrare i geroglifici.  

Durante il lungo processo di decodificazione della scrittura geroglifica, Jean-François Champollion decise di isolare il più semplice dei sei cartigli con il nome di Tolomeo che appare nella stele di Rosetta e di confrontarlo con segni greci che componevano il nome del re. Trovò i corrispettivi di P-T-O-L-M-Y-S, ma per essere sicuro di non sbagliare incrociò i dati con altri documenti, come l’iscrizione bilingue dell’obelisco di File.

 

 

Foto: British Museum / Scala, Firenze

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