Una vita da rivoluzionario

Vladimir Lenin, lo «strano capo popolare»

Il 21 gennaio 1924 moriva Vladimir Lenin, una delle figure più influenti del XX secolo, senza il quale la storia del comunismo mondiale sarebbe stata senz’altro diversa. Fine teorico e acuto osservatore, Lenin fu un intellettuale pragmatico e un politico risoluto dai tratti anche autoritari, «una delle figure centrali del suo tempo»

In I dieci giorni che sconvolsero il mondo, il racconto in presa diretta della rivoluzione d’ottobre del 1917, il giornalista inglese John Reed descrisse Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio noto con lo pseudonimo di Lenin, come uno «strano capo popolare»: basso di statura, con pantaloni troppo lunghi e la voce rauca «indurita da anni e anni di discorsi». Secondo Reed: «Egli non era brillante, non aveva spirito, era intransigente e appartato, senza alcuna particolarità pittoresca, ma aveva il potere di spiegare le idee profonde in termini semplici, di analizzare concretamente le situazioni e possedeva la più grande audacia intellettuale». Proprio quest’uomo semplice e insieme magnetico ridefinì il concetto di politica, diventando uno dei più importanti leader rivoluzionari del Novecento.

 

Vladimir Ulyanov (Lenin) con la sia famiglia. Il fratello Aleksandr è in piedi tra la madre e il padre; Vladimir è il bambino in basso a destra

Vladimir Ulyanov (Lenin) con la sia famiglia. Il fratello Aleksandr è in piedi tra la madre e il padre; Vladimir è il bambino in basso a destra

Fine Art Images/Heritage

La radice della ribellione

Nella Russia di fine Ottocento, dilaniata da povertà e analfabetismo, la vita di Lenin, nato nel 1870, fu innanzitutto segnata dalla morte del fratello Aleksandr, militante del gruppo rivoluzionario Narodnaja volja (Volontà del popolo), giustiziato nel 1887 per aver organizzato un attentato contro lo zar Alessandro III. Per Vladimir fu un dramma, ma anche uno spartiacque. Senza farsi trascinare dall’istinto, avviò una riflessione critica sull’autocrazia zarista, viaggiò in Europa e più tardi aderì al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR). Finì nel mirino della polizia col marchio di sovversivo e la sua attività gli costò alcuni periodi di detenzione e l’esilio nella foresta di Shushenskoye, in Siberia.

Allo stesso tempo, però, la morte del fratello si rivelò fondamentale per la maturazione di un’idea radicale che introdusse elementi di novità nelle tradizionali teorie di matrice marxista. Secondo Lenin, anche se in Russia esistevano strutture produttive arcaiche e l’economia capitalistica non era pienamente sviluppata, si potevano creare le condizioni per innescare la rivoluzione comunista e rovesciare il sistema politico dominante. Il giornale illegale che più tardi contribuì a fondare, Iskra (La scintilla), recava già nel nome l’annuncio di un programma politico.

 

Lenin si rivolge ai deputati nel corso del secondo Congresso Sovietico. Smolny Palace, San Pietroburgo, 26 ottobre 1917

Lenin si rivolge ai deputati nel corso del secondo Congresso Sovietico. Smolny Palace, San Pietroburgo, 26 ottobre 1917

Foto: Ann Ronan Picture Library/Heritage/Cordon Press

Rivoluzione

Liberato dalla Siberia con il divieto di risiedere nelle grandi città, Lenin decise di abbandonare la Russia e spostarsi in Europa, iniziando una frenetica attività pubblicistica. Con il libro Che fare? (1902) propose la formazione di un partito diretto da un’avanguardia di rivoluzionari di professione in grado di raccogliere adesioni tra lavoratori e lavoratrici e portare avanti un vero e proprio “assedio regolare della fortezza nemica”. Gli anni successivi si contraddistinsero per le lotte sociali, la nascita dei primi soviet (strutture assembleari di base) e la divisione del POSDR in due fazioni, con Lenin alla guida dei bolscevichi (la maggioranza).

La Prima guerra mondiale causò poi la rovinosa caduta dello zar Nicola II, nel febbraio del 1917, e Lenin, nel frattempo riparato in Svizzera, riuscì finalmente a tornare in Russia passando dalla Germania. Una volta arrivato, cambiò le carte in tavola. Si oppose al governo provvisorio formato da un insieme di forze eterogenee – ad eccezione dei bolscevichi –, denunciò la “guerra imperialista” e intercettò il radicalismo delle masse, soprattutto di operai e soldati. I bolscevichi, pur colpiti da una serie di arresti, si rafforzarono, passarono all’azione e presero il potere nell’ottobre 1917. Il colpo di mano, rapido ed efficace, non incontrò serie resistenze.

 

'Lenin sul treno per Pietrogrado'. Olio di P.V. Vasiliev.

'Lenin sul treno per Pietrogrado'. Olio di P.V. Vasiliev.

The Granger Collection, New York / Cordon Press
Nicola II di Russia nel 1912

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Dentro la guerra civile

I bolscevichi presero provvedimenti energici e uscirono dalla guerra mondiale nel 1918 con il trattato di Brest-Litovsk, firmato con la Germania e l’Austria-Ungheria. Tuttavia dovettero affrontare subito una sfida lacerante: la guerra civile. Le Armate Bianche, composte da generali reazionari e politici anticomunisti, tentarono infatti di restaurare il vecchio ordine col supporto esterno delle potenze occidentali. Nelle campagne, invece, le Armate Verdi furono espressione di un disagio trasversale, rivendicarono forme di governo decentrato e si batterono a difesa degli interessi delle tradizionali comunità territoriali. Nominato presidente del Consiglio dei commissari del popolo, Lenin si convinse che l’inevitabile prezzo da pagare per aver osato “l’assalto al cielo” fosse quello di combattere con il massimo della fermezza, senza tregua.

In un altro dei suoi libri, Stato e rivoluzione, scrisse che, anche se i comunisti puntavano al superamento dello strutture borghesi, era essenziale “utilizzare temporaneamente, contro gli sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale, così com'è indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura temporanea della classe oppressa”. Alla fine i bolscevichi ebbero la meglio, anche se, fino al 1922, in Russia si contarono milioni di morti. Lenin fu costretto a diversi compromessi, mentre il consolidamento del potere bolscevico passò da misure coercitive sempre più dure, come l’esercizio della giustizia sommaria. La dittatura del proletariato, così, divenne dittatura del partito e dalle ceneri di quel tremendo conflitto nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

 

Vladimir Lenin in un comizio del 1917. Collezione del museo di Storia contemporanea, Mosca. 

Vladimir Lenin in un comizio del 1917. Collezione del museo di Storia contemporanea, Mosca. 

Foto: Fine Art Images/Heritage/Cordon Press

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Una morte inattesa

Dotato di un’incrollabile determinazione, Lenin fu infine battuto da un nemico contro cui non poté nulla: la malattia. Dopo aver subito un attentato nel 1918 con colpi d'arma da fuoco, la sua salute peggiorò progressivamente e una serie di ictus lo lasciarono parzialmente paralizzato già nel 1922.  Proprio nell’ultima parte della sua vita, però, esternò una crescente preoccupazione per l’URSS . Anche per via dell’isolamento internazionale, iniziò infatti a temere che l’esperimento sovietico potesse deragliare, finendo schiacciato dal suo stesso peso. Inoltre cominciò a guardare con sospetto l’ascesa di una figura a lui vicinissima, quella di Joseph Stalin.

Nel documento noto come il Testamento o Lettera al Congresso del Partito bolscevico,redatto alla fine del 1922, Lenin spiegò: «Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza». Lenin nutrì crescenti perplessità su Stalin, pur avendolo sostenuto in precedenza, e guardò con timore l’aspro confronto politico tra lui e Trotsky. Non visse abbastanza per assistere all’esilio di Trotsky e all’edificazione, da parte di Stalin, di un regime fondato sull’uso sistematico del terrore. Ormai debilitato, morì il 21 gennaio 1924, a 54 anni, in una dacia di Gorki, una cittadina vicino Mosca.

 

Vladimir Lenin con la moglie Nadezhda Krupskaya a nel 1922. Collezione del museo di Storia. Mosca.

Vladimir Lenin con la moglie Nadezhda Krupskaya a nel 1922. Collezione del museo di Storia. Mosca.

Fine Art Images/Heritage/Cordon Press

Il destino di un corpo

La scomparsa di Lenin, oltre a cambiare il corso della rivoluzione bolscevica, accelerò il processo di sacralizzazione della politica in Unione Sovietica. Il suo corpo – il corpo del rivoluzionario per eccellenza, simbolo del riscatto del proletariato – venne trasferito e Mosca ed esposto in pubblico, prima all'interno della sala delle colonne, sede dei sindacati, e poi in una cerimonia commemorativa al teatro della città. Contro il parere della moglie, la militante e pedagogista Nadežda Krupskaja, e di alcuni dirigenti come Lev Trotsky e Nikolaj Bucharin, fu poi avviata la costruzione di un monumento funerario per rendergli omaggio.

Nonostante Lenin desiderasse una sepoltura senza clamori, la maggioranza del Partito, su spinta di Stalin, decise di fare altrimenti. Fu dunque autorizzato un trattamento con l’iniezione di un liquido speciale, l’imbalsamazione e regolari interventi di conservazione. Il sarcofago, progettato dall'architetto Konstantin Mel'nikov, venne trasferito all’interno di una appariscente costruzione in legno e poi, nel 1928, in un mausoleo realizzato nella piazza Rossa dall’architetto Aleksej Ščusev. Il corpo di Lenin si trasformò allora in una reliquia laica, un oggetto di culto permanente funzionale all’autorappresentazione del comunismo sovietico.


 

Stalin e Lenin a Mosca nel 1919 all'VIII Congresso del Partito comunista russo. Collezione del museo di Storia contemporanea, Mosca.

Stalin e Lenin a Mosca nel 1919 all'VIII Congresso del Partito comunista russo. Collezione del museo di Storia contemporanea, Mosca.

Foto: Fine Art Images/Heritage/Cordon Press

Stalin e Lenin a Mosca nel 1919 all'VIII Congresso del Partito comunista russo. Collezione del museo di Storia contemporanea, Mosca.

 

Nell’interpretazione di Lenin il moto della storia non dipendeva dall’azione diretta di grandi uomini, ma da sommovimenti profondi capaci di coinvolgere interessi diversi e progetti politici collettivi. Eppure, senza di lui la storia del comunismo mondiale sarebbe stata senz’altro diversa. Fine teorico e acuto osservatore, Lenin fu un intellettuale pragmatico e un politico risoluto dai tratti anche autoritari. Fu «una delle figure centrali del suo tempo», come ha scritto lo storico Roger Bartlett, e lasciò un’eredità profonda per tutto il XX secolo.

 

Cambio della guardia al Mausoleo di Leini. Piazza Rossa, Mosca, 1980

Cambio della guardia al Mausoleo di Leini. Piazza Rossa, Mosca, 1980

Foto: Art Media/Heritage Images/Cordon Press

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