Stalin, la fine dell’uomo "d’acciaio"

Nel pomeriggio del 2 marzo 1953 Iosif Stalin, il leader dell'Unione Sovietica, venne ritrovato riverso su un tappeto. La sua morte, annunciata il 5 marzo, diede avvio al processo di "destalinizzazione" che sarebbe terminato solo con la dissoluzione dell’URSS nel 1990

«L’agonia fu spaventosa […] in un certo momento, evidentemente già nell’ultimo minuto, a un tratto egli aprì gli occhi e li girò su tutti coloro che stavano intorno. Fu uno sguardo terribile, forse folle, forse furibondo e pieno di terrore davanti alla morte e davanti alle facce sconosciute dei medici che si chinavano su di lui».

Iosif Stalin, 1879-1953

Iosif Stalin, 1879-1953

Foto: ©2002 Credit:Topham Picturepoint / Cordon Press

Le parole di Svetlana Allilueva, meglio conosciuta come Svetlana Iosifovna Stalina, ricostruiscono quelli che furono gli ultimi minuti di vita di suo padre Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin. L’uomo che si autodefiniva “d’acciaio”, nella notte dell’1 marzo 1953 nella dacia di Kuncevo, rimase vittima di un’emorragia cerebrale e per diverse ore non gli venne prestata alcuna assistenza medica. Nel pomeriggio del giorno successivo il leader sovietico venne ritrovato nei suoi appartamenti riverso su un tappeto e incapace di proferire parola. La morte di Stalin venne dichiarata il 5 marzo 1953. Si congedava così dal mondo uno dei protagonisti del XX secolo. Un uomo taciturno, schivo, dal carattere complesso, a tratti ambivalente, ma che per via delle sue riconosciute capacità organizzative cominciò a imporsi come “uomo d’apparato” nel cupo e infuocato clima rivoluzionario del 1917.

Il corpo di Iosif Stalin (1879-1953) esposto nella sala delle Colonne del Cremlino

Il corpo di Iosif Stalin (1879-1953) esposto nella sala delle Colonne del Cremlino

Foto: Cordon Press

Persino Lenin, che nel 1912 aveva individuato in Stalin un modello di rivoluzionario, proletario, risoluto e a tratti brutale, in una lettera al Congresso del 1922, e che fu resa nota solo in seguito, mise in guardia che «diventando segretario generale, il compagno Stalin ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e non sono sicuro che saprà sempre impiegarlo con sufficiente prudenza». E aveva ragione. Uscito vittorioso dalla lotta per la successione a Lenin, il leader di origini georgiane per circa trent'anni avrebbe dominato per mezzo della sua politica di potenza lo scenario politico all’insegna del terrore, della repressione di oppositori e minoranze e del culto della propria personalità. La vittoria nel secondo conflitto mondiale contro la Germania nazista fece dell’Unione Sovietica una superpotenza economica e militare. E il sistema sovietico sarebbe sopravvissuto per molto tempo ancora alla scomparsa del suo artefice. Infatti il cosiddetto processo di “destalinizzazione” – termine con il quale nella pubblicistica occidentale venne indicato quell’insieme di provvedimenti messi in campo dai suoi successori per “alleggerire” soprattutto l’apparato repressivo – giunse a compimento soltanto con la dissoluzione dell’URSS nel 1990.

Vladimir Ilich Lenin e Iosif Stalin. Foreign Languages Publishing House, Moscow, 1939

Vladimir Ilich Lenin e Iosif Stalin. Foreign Languages Publishing House, Moscow, 1939

Foto: Cordon Press

Vladimir Ilich Lenin e Iosif Stalin. Foreign Languages Publishing House, Moscow, 1939


 

Il giovane militante

Iosif Vissarionovič Džugašvili, o più semplicemente “Soso” com’era chiamato in famiglia, nacque a Gori, nel governatorato di Tiflis in Georgia, il 21 dicembre del 1878 (ma avrebbe sempre dichiarato di essere nato nel 1879). Crebbe in un contesto famigliare difficile, all’insegna dell’indigenza. Il padre Vissarion era dedito all’alcol e facile alla violenza, mentre la madre Ekaterina cercò per come meglio poteva di garantirgli un’educazione. La scelta cadde sul seminario ortodosso di Tfilis. Il regime seminariale era umiliante, i metodi duri. Per di più, a causa del processo di russificazione forzata cui la Georgia era soggetta, in seminario l’uso della lingua georgiana era proibito. Soso prese parte alle rivolte studentesche contro l’imposizione della lingua russa e, influenzato dalla letteratura georgiana, assunse lo pseudonimo di “Koba”, un avventuroso eroe caucasico.

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L’adesione al socialismo determinò l’espulsione di Koba dal seminario e, pochi anni dopo, a seguito di alcuni moti operai, venne arrestato per la prima volta e spedito al confino in Siberia. Evase nel 1904 e da quel momento si attestò su posizioni radicali all’interno del partito socialdemocratico russo e in particolare della corrente bolscevica creata da Lenin. Quest’ultima, a differenza di quella menscevica, rifiutò di far parte della Duma, una sorta di parlamento istituito dallo zar Nicola II ma privo del potere di controllo sull’esecutivo, nelle mani di un governo nominato dallo zar. In quegli anni Koba si spogliò dei panni di agitatore politico per indossare quelli di stimato dirigente. Come tale partecipò a congressi e conferenze a Tampere, Stoccolma, Londra e Vienna e poi a Baku sul mar Caspio, importante centro petrolifero, dove si trasferì nel 1907 per organizzare il partito. Qui conobbe e sposò Ekaterina detta “Kato” che morirà dando alla luce Jakov, il primogenito. Quelli che vanno dal 1908 al 1917 furono anni difficili per Koba che venne arrestato e confinato più volte. Vereščak, un compagno di prigionia, scrisse che «Stalin era il simbolo stesso della diffidenza, in lui si confondono la ragionevolezza, il sotterfugio, l’autencità e la falsità».

Lunga vita alla generazione di Stakhanov Heroes di Stalin! Manifesto del 1936. Russian State Library, Mosca

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Foto: Fine Art Images/Heritage / Cordon Press

La conquista del potere

Dopo aver incontrato Lenin a Vienna alla fine del 1912, dove si trovava lo stato maggiore bolscevico in esilio, e dato alle stampe Il marxismo e la questione nazionale in cui sostiene il diritto dei popoli all’autodeterminazione e critica il federalismo, Stalin venne arrestato a Pietrogrado nel marzo del 1913 e spedito a Kurejka in Siberia, nel circolo polare artico. Qui rimase per quattro anni conducendo una vita appartata e apparentemente disinteressata alla politica. Le sommosse del febbraio 1917 a Pietrogrado e l’abdicazione dello zar Nicola II determinarono il rientro di Stalin dall’esilio. Pace ai popoli, terra ai contadini e potere ai soviet: furono questi i tre punti cardine della “Grande rivoluzione socialista d’ottobre” o del peverot, cioè il “colpo” avvenuto nel mese di ottobre del 1917 del calendario giuliano (novembre in quello gregoriano). Giunti al potere i bolscevichi ottennero dal Congresso dei soviet la legittimità: il presidente del Consiglio dei commissari del popolo (Sovnarkom) spettò a Lenin, mentre a Trockij toccò il comitato militare rivoluzionario.

Come membro del Politbjuro, che è il centro del potere politico, Stalin divenne commissario del popolo per le nazionalità e all’ispezione operaia e contadina. Nel corso della guerra civile tra un esercito rosso la cui direzione venne affidata a Trockij e le armate controrivoluzionarie dei bianchi, Stalin nel 1918 risolse la “grana Caricyn”, una zona cruciale tra mar Nero e mar Caspio dove l’esercito rivoluzionario era in difficoltà. Dopo aver ristrutturato la locale Čeka (polizia politica) ristabilì l’ordine con repressioni sanguinose, dimostrando pugno fermo, volontà ferrea ma anche insofferenza verso quel Trockij che lo voleva lontano dalle operazioni militari. Quattro anni dopo, nel corso dell’XI Congresso del partito il 4 aprile 1922, Stalin raccolse direttamente da Lenin la nomina di segretario generale del Comitato centrale. Provato nel fisico dalla lunga malattia, Lenin si spense all’inizio del 1924 dando avvio alla lotta di successione al vožd’ (la guida). Già dalla XIV conferenza del partito Stalin cominciò a esporre la teoria del “socialismo in un solo Paese”. Se la concezione bolscevica considerava la rivoluzione mondiale una condizione necessaria per edificare il socialismo in un paese arretrato come la Russia, Stalin riteneva che tramite le strutture statali e le enormi risorse del Paese si sarebbe potuta creare una società industriale socialista in cui, attraverso lo stato, la proprietà dei mezzi di produzione sarebbe rimasta nelle mani degli operai. Nel volgere di pochi anni (1923-1928) Stalin riuscì a mettere all’angolo oltre all’acerrimo rivale Trockij anche Zinov’ev, Kamenev e Bucharin.

Conferenza di Jalta, 1945. Da sinistra, il Primo ministro britannico Winston Churchill, il Presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il leader sovietico Iosif Stalin. State Museum of History, Mosca

Conferenza di Jalta, 1945. Da sinistra, il Primo ministro britannico Winston Churchill, il Presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il leader sovietico Iosif Stalin. State Museum of History, Mosca

Foto: Fine Art Images/Heritage / Cordon Press

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Modernizzazione e dittatura

A partire dal 1928 Stalin decise di condurre la Russia sulla strada della modernizzazione in senso socialista, preludio all’instaurazione di un potere assoluto. Ciò significò l’adozione di un’economia regolata, la collettivizzazione delle campagne e un’industrializzazione a tappe forzate mediante il piano quinquennale. In L’anno della grande svolta pubblicato sulla Pravda – l'organo di stampa ufficiale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica – il 3 novembre 1929, Stalin fu lieto di annunciare: «Marciamo a tutto vapore sulla strada della industrializzazione, verso il socialismo, lasciandoci dietro il nostro secolare ritardo». Millecinquecento industrie nate dal nulla cambiarono il volto delle città, intere regioni industriali nacquero dove prima c’era solo la steppa. L’Urss sarebbe diventata in pochi anni il secondo paese industriale del mondo e ciò consentì a Stalin di dedicarsi alla stabilizzazione del proprio potere per diventare il dittatore solitario dell’Unione Sovietica.

Il 3 novembre 1929 Stalin affermava: «Marciamo a tutto vapore sulla strada della industrializzazione, verso il socialismo, lasciandoci dietro il nostro secolare ritardo»

Refrattario a qualsiasi forma di opposizione e dibattito interno, Stalin considerava ogni opinione diversa dalla propria un intollerabile oltraggio. Dal 1934 al 1937 (periodo del “grande terrore” staliniano) l’intera società venne sottoposta a uno stringente controllo poliziesco. La repressione del dissenso politico era affidata alla GPU-NKVD, polizia che aveva il compito di indicare i cosiddetti “nemici del popolo” (militari, vertici di partito, intellettuali e gente comune) che furono deportati e costretti a prestare manodopera servile nei campi dell’amministrazione statale dei lager (gulag). A ciò si aggiunse un efficace apparato di indottrinamento fondato sulla paura. Erano in molti a odiare Stalin, perciò egli stesso ritenne necessaria alla legittimazione del potere la costruzione di un’immagine sovrumana. Per la Pravda (1 gennaio 1937) Stalin è il grande timoniere che guida la nave sovietica che ben attrezzata ed armata «non teme certo le tempeste. Segue la sua rotta. Il suo scafo è stato realizzato dal suo geniale costruttore per la lotta contro gli elementi ostili nell’epoca delle guerre e delle rivoluzioni proletarie».

Prime pagine dei giornali con la notizia della morte di Stalin. 6 marzo 1953

Prime pagine dei giornali con la notizia della morte di Stalin. 6 marzo 1953

Foto: ©2005 TopFoto / Cordon Press

L’apogeo e la fine

Dal punto di vista internazionale, dopo l’isolamento lungo tutto gli anni ’30 e una provvisoria intesa con Francia e Gran Bretagna, nell’agosto 1939 l’Unione Sovietica firmò un patto di non aggressione con la Germania (patto Molotov-Ribbentrop) che non servì tuttavia a scongiurare a lungo l’aggressione nazista. Dinanzi all’attacco tedesco del giugno 1941, tutto il Paese si strinse attorno al proprio capo nella “Grande guerra patriottica”. La battaglia di Stalingrado (1942-1943)rovesciò le sorti del conflitto e consegnò alla storia il mito di Stalin, colui che salvò il proprio popolo dalla barbarie nazista nonostante 27 milioni di morti, 1710 città e oltre 70mila villaggi distrutti. Nel dopoguerra Stalin – che aveva condiviso il “tavolo dei vincitori” a Teheran, Jalta e Potsdam con Churchill e Roosevelt – cercò di consolidare il dominio sovietico in Europa orientale mediante il Cominform – Ufficio d’informazione dei partiti comunisti. Sul fronte interno un “nuovo grande terrore” fatto di epurazioni e deportazioni nei gulag (nel 1947 vengono aperti più di 80 lager lungo 1300 km di tundra) consegnavano definitivamente alla storia uno dei suoi dittatori più brutali. La verità sui crimini di Stalin sarebbe stata svelata tra il 24 e il 25 febbraio del 1956 al XX Congresso del PCUS da un “rapporto segreto” del suo successore Nikita Chruščëv e poi pubblicato alcuni mesi dopo negli Stati Uniti. L’Unione Sovietica iniziò proprio allora quel lungo e tortuoso cammino per scrollarsi di dosso l’ingombrante e imbarazzante eredità del proprio capo. «Lo stalinismo – si legge in un editoriale di Le Monde del 7 marzo del 1953 – si riduce a questo; è una rivoluzione senza romanticismo, condotta con una volontà implacabile, nessuna concessione al sentimentalismo e alla pietà, col fine d’imporre la felicità all’umanità».

I funerali di stato di Stalin. Piazza Rossa, Mosca, 9 marzo 1953​

I funerali di stato di Stalin. Piazza Rossa, Mosca, 9 marzo 1953​

Foto: Cordon Press

Per saperne di più

A. Mongili, Stalin e l’impero sovietico, Giunti, Firenze 1995.

Storia della Rivoluzione Russa, volume IV, Feltrinelli, Milano 1971.

S. I. Allilueva, Venti lettere a un amico, Milano 1967.

I Romanov in una fotografia del 1913. Alle spalle di Nicola II e Alessandra si trovano le figlie Marija, Ol’ga e Tat’jana. La minore, Anastasija, è seduta sullo sgabello, mentre Aleksej è seduto a terra

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