La Spagnola: la grande pandemia del 1918

Nell’anno conclusivo della Prima guerra mondiale, una virulenta forma di influenza si diffuse rapidamente in tutto il pianeta, diventando uno degli eventi più letali della storia

Actualizado a 7 di aprile di 2020

Nell’estate del 1997 lo scienziato Johan Hultin si recò a Brevig Mission, una cittadina dell’Alaska con poche centinaia di abitanti. Hultin stava cercando dei corpi sepolti, e il terreno ghiacciato di quella regione era il luogo perfetto dove trovarli. Scavando nel permafrost, portò alla luce una donna inuit morta quasi 80 anni prima, in eccellente stato di conservazione.

Con il permesso delle autorità locali, prima di rinterrare la donna, lo scienziato prese un campione da uno dei suoi polmoni. Intendeva usarlo per decodificare la sequenza genetica del virus che l’aveva uccisa, e con lei il 90 per cento della popolazione della cittadina. Brevig Mission fu solo una delle tante località colpite da una tragedia di proporzioni globali, una delle peggiori che siano mai capitate all’umanità: la pandemia influenzale del 1918-19.

Conosciuta – impropriamente – con il nome di influenza spagnola, o semplicemente Spagnola, questa epidemia si diffuse con velocità sorprendente in tutto il mondo, mettendo in ginocchio pure l’India e arrivando fino all’Australia e alle remote isole del Pacifico. In soli 18 mesi l’influenza contagiò almeno un terzo della popolazione mondiale. Le stime sul numero dei morti variano enormemente, da 20 a 50 o addirittura 100 milioni di vittime.

Se la cifra più alta fosse attendibile, la pandemia del 1918 avrebbe ucciso più persone di quante ne abbiano uccise, insieme, le due guerre mondiali.

Le influenze sono causate da diversi tipi di virus strettamente imparentati, ma una forma in particolare (il tipo A) è legata a epidemie letali. La pandemia del 1918-19 fu causata da un virus influenzale di questo tipo, chiamato H1N1. Nonostante sia diventato famosa con il nome di influenza spagnola, i primi casi furono registrati negli Stati Uniti, durante l’ultimo anno della Prima guerra mondiale. Nel marzo del 1918 gli Stati Uniti erano in guerra con la Germania e gli imperi centrali da undici mesi. Mentre l’intera nazione si mobilitava per il conflitto, le postazioni fortificate sul suolo statunitense conobbero una massiccia espansione.

Una di queste era Fort Riley, nel Kansas, dove, per accogliere parte dei 50mila uomini che sarebbero stati arruolati nell’esercito, fu costruito un nuovo campo di addestramento: Camp Funston. Fu lì che, il 4 marzo, un soldato si presentò febbricitante in infermeria. Nel giro di poche ore più di un centinaio di suoi commilitoni mostrarono i sintomi della stessa patologia, e altri ancora si sarebbero ammalati nelle settimane seguenti. Nel mese di aprile le truppe statunitensi arrivarono in Europa, portando con sé il virus. Era la prima ondata della pandemia.

Una velocità letale

L’influenza uccideva le sue vittime con una rapidità incredibile. Negli Stati Uniti abbondavano le storie su persone che si svegliavano malate e morivano lungo il tragitto per andare al lavoro. I sintomi erano raccapriccianti: i pazienti presentavano febbre e difficoltà a respirare. A causa della carenza di ossigeno, i loro volti assumevano un colorito bluastro. L’emorragia riempiva i polmoni di sangue, provocando vomito e sanguinamento dal naso e facendo alla fine soffocare le persone nei propri fluidi. Come già tantissime altre forme influenzali prima di lei, la Spagnola colpiva non solo le persone molto giovani e molto vecchie, ma anche adulti sani tra i 20 e i 40 anni. Il fattore principale nella diffusione del virus fu, naturalmente, il conflitto internazionale, giunto all’epoca alle sue fasi finali. Gli epidemiologi discutono ancora oggi delle sue origini esatte, ma in molti concordano nel dire che sia stato il risultato di una mutazione genetica, forse avvenuta in Cina. È chiaro, in ogni caso, che questa nuova forma influenzale si diffuse a livello globale grazie al massiccio e rapido movimento di truppe nel mondo. La drammaticità del conflitto finì inoltre per mascherare i tassi di mortalità insolitamente elevati del nuovo virus.

All’inizio la malattia non veniva ben compresa e i decessi erano spesso attribuiti alla polmonite. La rigida censura del tempo di guerra impediva alla stampa europea e nordamericana di dare notizia delle epidemie. Solo nella neutrale Spagna i giornali poterono parlare liberamente di ciò che stava accadendo, e fu dalla copertura che ne diedero i media in quel Paese che la malattia prese il suo soprannome.

La seconda ondata

Le trincee e gli accampamenti sovraffollati della Prima guerra mondiale diventarono terreno fertile per la malattia. Quando le truppe si spostavano, il contagio viaggiava insieme a loro. Apparsa per la prima volta in Kansas, l’influenza calò di intensità nel giro di qualche settimana, ma si trattava di una tregua temporanea. Nel settembre 1918 l’epidemia era pronta a entrare nella sua fase più letale. È stato calcolato che le 13 settimane tra settembre e dicembre 1918 costituirono il periodo più intenso, con il maggior tributo di vite. In Italia la fase più aggressiva si verificò tra luglio e ottobre di quell’anno, quando si ammalarono anche tremila persone al giorno. Pure stavolta, fu negli affollati accampamenti militari che la seconda ondata attechì inizialmente. Quando la crisi raggiunse il culmine, i servizi sanitari cominciarono a non farcela più. Impresari funebri e becchini erano in difficoltà e fare funerali individuali divenne impossibile. Molti dei morti finirono in fosse comuni.

La fine del 1918 portò un intervallo nella diffusione del virus, e il gennaio 1919 vide l’inizio della terza e ultima fase. Ormai la malattia era decisamente meno violenta: la ferocia dell’autunno e dell’inverno dell’anno prima non si ripeté e calò il tasso di mortalità. Ma l’ondata finale riuscì comunque a causare danni considerevoli. L’Australia, che aveva immediatamente imposto l’obbligo della quarantena, riuscì a sfuggire agli effetti più virulenti fino all’inizio del 1919, quando la malattia arrivò anche lì, causando la morte di diverse migliaia di persone. Si ebbero casi di decessi per influenza (forse una forma diversa) fino al 1920, ma nell’estate del 1919 le politiche sanitarie e la naturale mutazione genetica del virus misero fine all’epidemia. Tuttavia, per chi aveva perso persone care o riportato complicanze a lungo termine, i suoi effetti si sarebbero fatti sentire per decenni.

Un impatto durevole

La pandemia non risparmiò praticamente alcuna parte del mondo. In Italia, secondo l’Istituto centrale di statistica, solo nel 1918 morirono circa 300mila persone. In Gran Bretagna morirono 228mila persone; negli Stati Uniti circa mezzo milione; in Giappone 400mila. Le Samoa Occidentali (oggi Samoa), nel Pacifico Meridionale, persero il 23,6 per cento della popolazione. I ricercatori stimano che, nella sola India, le morti abbiano raggiunto una cifra tra i 12 e i 17 milioni. I dati sul numero dei decessi sono vaghi, ma in generale si calcola che la mortalità sia stata tra il dieci e il venti per cento dei contagiati.

I campioni prelevati nel 1997 da Johan Hultin alla donna di Brevig Mission servirono a far meglio comprendere agli scienziati come i virus influenzali mutano e si diffondono. Grazie ai medicinali e a una migliorata igiene pubblica – oltre alla presenza di istituzioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità –, la comunità internazionale si trova oggi molto avvantaggiata di fronte alla minaccia di una nuova epidemia. Gli scienziati, comunque, sanno che una mutazione letale potrebbe avvenire in quasiasi momento: a un secolo di distanza dalla madre di tutte le pandemie, i suoi effetti su un mondo affollato e interconnesso sarebbero devastanti.

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