Silvio Pellico, la fede e la libertà

Il 31 gennaio 1854 moriva Silvio Pellico, scrittore piemontese e uomo di lettere che, affiliato alla Carboneria, venne arrestato dalla polizia e condannato in detenzione per alto tradimento. Il suo libro di memorie, 'Le mie prigioni', divenne un atto di accusa contro l’impero austriaco

«Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro». È questo l’incipit di uno dei volumi più noti dell’Ottocento italiano: Le mie prigioni.

Il libro venne pubblicato nel 1832 da Silvio Pellico dopo quasi dieci anni di detenzione, scontati per lo più nella malfamata fortezza di Spielberg, nella città di Brno, nell’allora Moravia (oggi in Repubblica Ceca). Il testo, stampato a Torino e diffuso in tutta Europa, diede conto della drammatica vicenda vissuta dall’autore, condannato per essersi affiliato alla Carboneria, l’associazione a carattere cospirativo che, in Italia, lottava contro il dominio austriaco per innescare il processo di unificazione. Fin dall’inizio, in realtà, Pellico espresse un certo distacco dalla radicalità della gioventù – scrivendo di non voler trattare di politica – eppure, anche oltre la sua volontà, Le mie prigioni ottenne un successo straordinario, infiammando i rivoluzionari italiani sparpagliati sull’intero continente, soprattutto a Londra, e rafforzando la causa nazionale. La storia di Pellico, così, s'intrecciò a quella della sua opera.

Ritratto dello scrittore Silvio Pellico del XIX secolo.  Museo nazionale del Risorgimento italiano, Torino

Ritratto dello scrittore Silvio Pellico del XIX secolo. Museo nazionale del Risorgimento italiano, Torino

Foto: Cordon Press

L’educazione di un cattolico

Nato nel 1789 in Piemonte, nella cittadina di Saluzzo, in provincia di Cuneo, Silvio Pellico – secondogenito di cinque figli – crebbe in un ambiente borghese. Su impulso della madre, Maria Margherita Tournier, proveniente dalla Savoia, tutta la famiglia ricevette una solida educazione cattolica. Pellico frequentò Torino, studiò a Pinerolo e, per avviare una carriera nel commercio sulle orme del padre, fu mandato in Francia, a Lione, dove entrò in contatto con idee di matrice illuminista e le suggestioni del romanticismo. Più che ai calcoli e ai conti, ben presto s'interessò alle arti e alla letteratura, specialmente ad autori come Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo, e decise di non entrare nel mondo degli affari.

Nel 1809 si trasferì a Milano e divenne insegnante di francese. Appassionato di poesia, iniziò a comporre opere in versi, fino a raggiungere un traguardo importante con la rappresentazione a teatro di una sua tragedia, Francesca da Rimini. L’inserimento nel panorama culturale milanese, però, avvenne in anni di forti cambiamenti nella penisola italiana, ancora disunita e disarticolata. La caduta di Napoleone Bonaparte e la fase della Restaurazione, avviata dal congresso di Vienna nel 1815, permisero infatti all’impero austriaco di costituire il regno Lombardo-Veneto e di prendere il controllo di Milano. Fu così che nella vita di Pellico entrò una variabile decisiva: la politica.

L’irrompere della politica

Pellico intensificò i contatti con altri giovani intellettuali, accentuò il suo anticlericalismo – in parte allontanandosi dal suo passato – e decise di partecipare a quel magmatico moto patriottico che allora iniziava a scuotere l’ordine costituito.  Dopo aver trovato adeguato supporto finanziario, insieme ad amici desiderosi di mettersi alla prova, come Giovanni Berchet, Pellico fondò un periodico di orientamento liberale: Il Conciliatore. Denominato Foglio scentifico-letterario, il bisettimanale milanese cominciò le pubblicazioni nel settembre 1818. Verboso e vivace, si rivelò anche più accessibile di altre riviste per via della ridotta foliazione. Nel primo articolo, in cui si dava conto della necessità di far circolare più ampiamente l’alta cultura e il sapere specialistico, si leggeva: «Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, hanno svegliato gli uomini colle punte del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare».

Arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli. Dipinto di Carlo Felice Biscarra, Museo civico di Saluzzo

Arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli. Dipinto di Carlo Felice Biscarra, Museo civico di Saluzzo

Foto: Pubblico dominio

Proprio per la sua disinvoltura, però, quell’originale esperimento ricevette un colpo mortale. Nell’ottobre del 1819, dopo 118 numeri, Il Conciliatore finì nelle maglie della censura e venne chiuso. L’autorità austriaca, infatti, cercava allora d'impedire lo sviluppo del dibattito pubblico, temendo un rafforzamento delle rivendicazioni d'indipendenza portate avanti anche da piccoli gruppi radicali presenti nelle aree urbane, come appunto Milano. Fu un’amara delusione, ma anche un incentivo. Di fronte alla repressione, alcuni decisero infatti di alzare il livello dello scontro. E Pellico fu tra questi.

Dietro le sbarre

Convinto di doversi impegnare, Pellico aderì – come molti ragazzi della sua generazione – alla Carboneria. Si unì dunque ai “Federati”, un gruppo di carbonari mossi dal desiderio di rendere libera e unita l’Italia, all’alba di un secolo segnato dalla lotta contro la tirannia. La forza degli ideali e la preparazione teorica, però, non si conciliarono con una realtà ben più complessa, anche per via di una certa vaghezza programmatica e della scarsa organizzazione. Pellico, così, non riuscì a sottrarsi alla reazione austriaca, sempre più dura e capillare. L’arresto di uno degli associati, Piero Maroncelli, catturato mentre recava con sé con documenti compromettenti, provocò confessioni e arresti a catena e la fine di un sogno che non riuscì mai a diventare un progetto politico. Pellico, con le manette ai polsi, venne prima trattenuto a Milano e poi nei pressi di Venezia.

La sentenza definitiva, alla fine di un processo molto seguito, dichiarò lui e altri colpevoli di alto tradimento e li condannò a morte, anche se la pena venne poi comminata a quindici anni di carcere. Dal 1822, così, Pellico fu portato nella struttura carceraria di Spielberg. Su di lui si accesero i riflettori, ma visse comunque anni duri in condizioni igieniche precarie, nutrendosi poco e male e scoprendo la brutalità del carcere austriaco. La sua esistenza, un tempo illuminata dalla cultura e accesa dalla passione, cambiò per sempre.

Silvio Pellico nella prigione di Spielberg. Litografia

Silvio Pellico nella prigione di Spielberg. Litografia

Foto: Pubblico dominio

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Un libro per il suo tempo  

La lunga detenzione incise profondamente su Pellico, gli lasciò addosso cicatrici indelebili e lo riavvicinò al cattolicesimo. Graziato nell’agosto del 1830 dall’imperatore austriaco Francesco I, che gli evitò ulteriori anni di carcere, Pellico tornò in Italia, a Torino, non particolarmente persuaso di voler dare alle stampe un libro di memorie. Furono i fratelli e le sorelle, e alcuni religiosi a cui si era avvicinato, a convincerlo. Un sostegno arrivò anche da Luigi Giuseppe Barbaroux, ministro Guardasigilli del regno di Sardegna e uomo di fiducia del re Carlo Alberto di Savoia. Pellico, attraverso la narrazione coinvolgente e descrittiva, accantonò la polemica politica e si propose di assicurare conforto e consolazione a chi, come lui, aveva conosciuto l'infelicità.

Il volume era attraversato da una forte carica religiosa, anche perché la Bibbia era uno dei pochi libri disponibili a Spielberg. Nella conclusione, Pellico scrisse: «Ah! Delle passate sciagure e della contentezza presente, come di tutto il bene ed il male che mi sarà serbato, sia benedetta la Provvidenza, della quale gli uomini e le cose, si voglia o non si voglia, sono mirabili stromenti ch’ella sa adoprare a fini degni di sé». Le mie prigioni non fu dunque pensato con l’intento principale di denunciare l’impero austriaco e spronare i patrioti all’azione, anche se ottenne esattamente questo risultato. Un’esperienza individuale vissuta attraverso il filtro della fede si trasformò così in una bruciante testimonianza in grado di mettere a nudo un potere dispotico. Il libro, diffuso in più edizioni e tradotto in diverse lingue, fece scalpore in tutta Europa e la sua spinta verso l’indipendenza non fu affatto marginale.

La vita di Silvio Pellico, che continuò con le attività di precettore e scrittore, si concluse nel 1854. Ancora oggi la sua opera offre uno sguardo approfondito sulla complessità del suo tempo e sul lungo processo che, più avanti, sarebbe sfociato nel Risorgimento.

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