Sacrifici umani per i faraoni dell’antico Egitto

I ritrovamenti di scheletri nella necropoli di Abido, nel sud dell'Egitto, confermano che nel corso della I dinastia dei faraoni il sacrificio umano di servitori destinati ad assistere il loro sovrano anche nell'aldilà era una pratica usuale

L’uccisione violenta è da sempre considerata un tabù, ma nel corso della storia in alcune circostanze non solo fu praticata, ma ritenuta necessaria. Famoso è lo scavo che sir Leonard Wolley effettuò in Mesopotamia tra il 1922 e il 1934, nella necropoli reale di Ur risalente alla fine del III millennio a.C. Da questo scavo vennero alla luce evidenti tracce di sacrifici umani: attorno alle tombe più ricche, che appartenevano ai leader della comunità, si trovavano numerose sepolture secondarie. Nel mondo antico sacrifici come questi erano molto più usuali di quello che potremmo immaginare e l’antico Egitto non fece eccezione.

Coltello cerimoniale in selce, con manico d'oro, appartenente a re Djer, terzo faraone della I dinastia. Royal Ontario Museum, Toronto

Coltello cerimoniale in selce, con manico d'oro, appartenente a re Djer, terzo faraone della I dinastia. Royal Ontario Museum, Toronto

Foto: Keith Schengili-Robert

La violenza alla base del potere

La violenza fu protagonista indiscussa della storia più antica dell’Egitto. Nel periodo precedente l’unificazione, infatti, il Paese era suddiviso in piccoli “stati regionali” spesso in guerra tra loro e ognuno retto da un proprio re. Solo verso il 2950 a.C. l’Egitto venne unificato sotto un’unica Corona, dando così iniziò alla I dinastia. L’enfasi che i primi faraoni diedero alla violenza e alla forza bruta era conseguenza delle guerre sanguinose che portarono all’unificazione del Paese e della presenza di numerose sacche di resistenza ancora da debellare. Per questi primi faraoni, insomma, non era ancora arrivato il momento di deporre l’ascia di guerra.

L’aspetto cruento della regalità si ritrova nell’iconografia del faraone: nella tavolozza di Narmer, primo re della I dinastia, da un lato il sovrano è rappresentato mentre uccide i nemici con una mazza, e dall’altro mentre passa in rassegna i cadaveri dei nemici decapitati che, come ulteriore oltraggio, hanno subito anche la mutilazione dei genitali. La propaganda visiva era alla base del potere, non solo nella rappresentazione del faraone, ma anche nelle costruzioni architettoniche grandiose come templi, palazzi, tombe regali e nello svolgimento di riti religiosi di forte impatto visivo ed emotivo. Il faraone era un dio e doveva dimostrarlo. Scrive l’egittologo Toby Wilkinson: «Narmer e i suoi predecessori avevano conquistato il potere con metodi violenti e non avrebbero esitato a far uso della violenza per conservarlo. La propaganda veniva usata per promuovere la monarchia - il faraone era spudoratamente brutale».

Sacrifici rituali

L'esempio più raggelante di questa tendenza alla brutalità e alla coercizione si può ritrovare nelle tombe dei faraoni della I dinastia, erette nella necropoli di Abido, nel sud dell’Egitto. Qui i successori di Narmer si fecero edificare delle tombe costituite da una camera sotterranea sovrastata da un imponente tumulo di sabbia e, a circa due chilometri di distanza, dei palazzi funerari per il culto del sovrano.

Il faraone Den abbatte un nemico asiatico. Den è uno dei faraoni alla cui sepoltura si sarebbero svolti sacrifici umani. British Museum, Londra

Il faraone Den abbatte un nemico asiatico. Den è uno dei faraoni alla cui sepoltura si sarebbero svolti sacrifici umani. British Museum, Londra

Foto: CaptMondo

Le tombe e i palazzi funerari erano attorniati da piccole sepolture chiamate “sepolture sussidiarie” in cui furono inumati uomini, donne, bambini, animali da compagnia: tutti sacrificati per accompagnare il sovrano nell’oltretomba. Diamo qualche numero: per il faraone Aha furono sacrificate quarantasette persone; per Djer, 587; per Djet, 328; per la regina madre Merneith, 120; per Den,135; per Anedjib, sessantatré; per Semerket, sessantanove. Per Qaa, ultimo faraone della I dinastia, le morti di accompagnamento calarono drasticamente: ne furono infatti ritrovate “solamente” ventisei.

Due rilievi, eseguiti durante i regni di Aha e di Djer, sono particolarmente raccapriccianti perché rappresentano, soggetto raro nell’arte dell’antico Egitto, un sacrificio umano. In entrambi si trova l’immagine di un uomo seduto davanti a un altro uomo, che è inginocchiato e con le braccia legate dietro alla schiena. L’uomo seduto punta contro il petto del prigioniero un lungo e affilato coltello. A terra, davanti al prigioniero, si trova un recipiente che sarebbe servito a raccogliere il suo sangue.

L’identità dei sacrificati

Qual era l’identità delle persone sacrificate i cui corpi attorniano le tombe dei re della I dinastia? Semplici servi o personaggi di un certo rilievo nella società? Le indagini condotte sui resti degli scheletri suggeriscono che la maggior parte di loro al momento della morte fosse nel fiore dell’età, in salute e ben nutrito: tutti indizi che portano a pensare che appartenessero all’élite di corte. L’ipotesi è suffragata anche dai ricchi corredi e dai segni del potere, tra cui piccole stele con il nome del defunto o della defunta, che accompagnano molti di questi corpi.

Abido antica. Gli edifici in rosso appartengono alle prime due dinastie

Abido antica. Gli edifici in rosso appartengono alle prime due dinastie

Foto: Richard Schlecht / NGS

Questi prescelti avrebbero accompagnato il faraone nell’aldilà e lo avrebbero servito e riverito come avevano fatto in vita. Dato l’altissimo numero di sacrificati giovani e di sesso maschile, l’egittologa Kara Cooney ipotizza che questa ecatombe potesse servire anche per evitare problemi di successione al trono: uccidendo tutti i possibili rivali del nuovo sovrano, come i figli di mogli secondarie o i fratelli del re che potevano essere pericolosi per la successione, si sarebbe eliminata definitivamente qualsiasi forma di dissenso. Come scrive l’egittologa, nella I dinastia «il nascente potere del re doveva essere nutrito con il sangue».

Uccidere tutti i potenziali rivali era un bene per i vivi e per i morti: per i vivi ci sarebbe stato ordine e armonia nella successione e per i sacrificati la vita eterna nell’aldilà. Insomma, coloro che venivano ritualmente uccisi per accompagnare il sovrano avevano come contropartita la vita dopo la morte.  Nei primi tempi della storia egizia infatti l’aldilà era solo per il faraone e per la sua famiglia: tutti gli altri erano destinati a morire senza una speranza di rinascita. L’aldilà per tutti sarà una conquista che avverrà molto più avanti nel tempo.

Non perderti nessun articolo! Iscriviti alla newsletter settimanale di Storica!

Come furono uccisi?

I primi studiosi che analizzarono i resti scheletrici non trovarono indizi di morte violenta e ipotizzarono che queste persone fossero state uccise con un potente veleno. Gli ultimi esami, eseguiti con le più moderne tecnologie, hanno invece riscontrato sui resti la presenza di numerose fratture craniche causate da un corpo contundente. Queste fratture portarono alla morte o causarono la perdita di conoscenza della vittima. L’antropologa Nancy Lovell, inoltre, notò su alcuni dei campioni dentari analizzati delle strane macchie rosate. Queste macchie possono formarsi in seguito a strangolamento, poiché l’aumento della pressione sanguigna può causare la rottura di cellule ematiche all'interno dei denti. Ciò starebbe a significare che molte di queste persone morirono strangolate

Su questa targhetta di Djer (fila in alto a destra) sembra essere riprodotto un omicidio in contesto rituale

Su questa targhetta di Djer (fila in alto a destra) sembra essere riprodotto un omicidio in contesto rituale

Foto: Benutzer Nephiliskos

Per concludere questa macabra esposizione, va detto che alcuni scheletri furono rinvenuti con la bocca spalancata e le mani poste davanti a essa, come a proteggerla in un ultimo disperato tentativo di respirare. Ciò apre lo scenario agghiacciante della sepoltura da vivi, anche se alcuni studiosi ipotizzano che queste posizioni potrebbero essere state causate da uno spasmo cadaverico che può avere luogo dopo morti violente e traumatiche. Comunque siano andati i fatti, «la conclusione è tra le più tetre e sconvolgenti: gli antichi faraoni avevano potere di vite di morte sui sudditi e non esitavano esercitarlo per dimostrare la loro autorità», scrive Toby Wilkinson.

Con la II dinastia la necropoli reale si spostò a Saqqara e finalmente la carneficina cessò, non certo per ragioni etiche, ma concrete: ora l’autorità del faraone era stabilita e queste dimostrazioni di potere estreme non erano più necessarie. Inoltre uccidere gran parte della corte alla morte di ciascun sovrano era un enorme spreco di talento e di preziose risorse umane.  Come afferma Toby Wilkinson, «la creazione e la realizzazione dell’ideologia autocratica contribuì senza dubbio a forgiare la civiltà dei faraoni, ma a quale prezzo! Con la nascita dell’antico Egitto era davvero iniziata la marcia inarrestabile verso il totale controllo dello stato».

Se vuoi ricevere la nostra newsletter settimanale, iscriviti subito!

Condividi

¿Deseas dejar de recibir las noticias más destacadas de Storica National Geographic?