La ribellione dei Gracchi

Era il 133 a.C. quando il tribuno della plebe Tiberio Gracco fu assassinato al Campidoglio di Roma insieme a molti suoi sostenitori. La sua colpa: aver messo in discussione i privilegi economici e politici dell’aristocrazia senatoriale romana

A metà del II secolo a.C. Roma era già diventata la potenza dominante del Mediterraneo, dopo che le sue legioni avevano conquistato la penisola italica, parte della Spagna, Grecia e Cartagine. Però i soldati che avevano fatto la gloria della città ricavavano scarsi benefici dalle loro vittorie; al contrario, la loro situazione era ormai drammatica. «Gli animali selvaggi che vivono in Italia hanno le loro tane; ognuno di essi conosce un giaciglio, un nascondiglio. Soltanto gli uomini che combattono e muoiono per l’Italia non possono contare su altro che sull’aria e la luce; con la moglie e i figli vivono per le strade; […] la maggior parte dei romani non ha un focolare, e nessuno ha una tomba dei suoi antenati. Soltanto per il lusso e la gloria degli altri, devono spargere il loro sangue e morire. Si chiamano i padroni del mondo, e non possono dire di essere padroni di una sola zolla di terra».

A parlare così, in un discorso davanti al popolo, fu Tiberio Sempronio Gracco, poco dopo la sua elezione a tribuno della plebe per l’anno 133 a.C. Era uno dei dodici figli di un famoso console, di nome, come lui, Tiberio, e di Cornelia, figlia di Scipione Africano. Aveva ricevuto un’ottima istruzione, che comprendeva princìpi democratici e insegnamenti impartiti da maestri greci come il filosofo Blossio di Cuma e il retorico Diofane di Mitilene, che sembrano aver avuto una notevole influenza sul suo pensiero. Il tempo trascorso nell’esercito agli ordini del cognato Scipione Emiliano gli fece prendere coscienza delle difficoltà dei soldati e dell’ingiusta suddivisione delle terre conquistate.

Topino-Lebrun (1792-1797), 'Gli ultimi momenti di Gaio Gracco', inseguito dalla folla dei suoi nemici

Topino-Lebrun (1792-1797), 'Gli ultimi momenti di Gaio Gracco', inseguito dalla folla dei suoi nemici

Foto: Bridgeman / Aci

Terra per tutti

Per questo, una volta eletto tribuno della plebe – una carica la cui funzione era difendere il popolo dalle decisioni arbitrarie delle autorità –, la prima iniziativa di Tiberio Gracco fu la proposta di una legge agraria al fine di suddividere fra i contadini senza terra una parte delle vaste proprietà dell’aristocrazia romana. Il progetto, tuttavia, era moderato. La riforma mirava a confiscare il terreno pubblico (ager publicus) che superasse la superficie massima destinata a ogni proprietario terriero, fissata dalla precedente legge Licinia-Sestia – spesso disattesa – in cinquecento iugeri, ossia 125 ettari, per assegnarlo in piccoli lotti di circa trenta iugeri (7,5 ettari) ai contadini in rovina. Sia la plebe urbana sia quella rurale appoggiarono la proposta e si schierarono in suo favore.

Gracco godeva anche di appoggi al senato, nel quale sedevano i grandi proprietari terrieri romani. Nella stesura del testo per il suo progetto fu assistito e consigliato da influenti politici dell’epoca, membri stimati dell’aristocrazia. Lungi dall’avere propositi rivoluzionari, i potenti senatori intendevano risolvere, o almeno alleggerire, alcuni dei problemi sociali che avevano provocato difficoltà negli ultimi tempi, con l’obiettivo finale di raggiungere una stabilità interna duratura.

I nobili sostenitori della legge cercavano di non danneggiare troppo gli interessi dei grandi proprietari, dei quali essi stessi facevano parte. In effetti, la proposta era generosa con chi infrangeva la legge sull’uso della terra pubblica, giacché una clausola garantiva ai vecchi proprietari non solo di conservare i cinquecento iugeri legali, ma ne assegnava altri 250 per ciascun figlio, mantenendo comunque un limite massimo di mille iugeri. In pratica, questo permetteva da una parte di legalizzare una situazione irregolare e dall’altra di avere una quantità di terra pubblica da destinare ai più poveri.

Cornelia con i figli Tiberio e Gaio Gracco. Scultura di Pierre-Jules Cavalier. XIX secolo. Musée d'Orsay, Parigi

Cornelia con i figli Tiberio e Gaio Gracco. Scultura di Pierre-Jules Cavalier. XIX secolo. Musée d'Orsay, Parigi

Foto: Scala, Firenze

Nonostante la prudenza indicata da tali clausole, l’opposizione al progetto si manifestò sin dal principio con grande forza. Per molti grandi proprietari, la natura confiscatoria della legge era inaccettabile e non erano disposti a cedere una parte della terra che sfruttavano. Inoltre, ritenevano pericoloso che il popolo credesse di avere il diritto di decidere senza il previo consenso del senato. I possidenti fecero pressione su un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, affinché esercitasse il proprio diritto di porre il veto alla legge. Legalmente, il veto di Ottavio obbligava Gracco a ritirare il progetto di legge, ma quest’ultimo, invece di piegarsi, prese una decisione che modificò la natura del conflitto e che sarebbe stata decisiva nel determinare gli eventi successivi: diede il via al processo per destituire Ottavio dalla sua carica di tribuno sostenendo che un magistrato che agiva contro gli interessi del popolo non doveva rimanere al suo posto. Il concilio della plebe votò a favore della destituzione di Ottavio; rimosso l’ostacolo, la legge, Lex Sempronia Agraria, venne approvata.

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Nemico del senato

In questo dibattito, Ottavio si mantenne irremovibile, un atteggiamento che, seppur legale, portava in pratica a un blocco dell’assemblea popolare. In nessun momento parve sostenuto da altri tribuni, ma la destituzione di un tribuno non aveva precedenti nella storia di Roma. Per questo non soltanto gli oppositori della legge agraria, ma anche molti di quelli che fino ad allora avevano appoggiato Gracco disapprovarono la sua azione e la considerarono un sovvertimento dell’ordine costituzionale romano, giacché significava il riconoscimento implicito della sovranità popolare al di sopra della volontà delle classi dirigenti rappresentate al senato, qualcosa di troppo pericoloso per un regime aristocratico come quello romano, nel quale al popolo era concesso un ruolo secondario negli organi decisionali.

Una volta approvata la legge agraria, per l’attuazione della quale furono nominati triumviri lo stesso Tiberio, il fratello Gaio e il suocero Appio Claudio, si presentò un altro problema, ossia ottenere i finanziamenti necessari per la sua applicazione, cosa che, si presumeva, il senato avrebbe ostacolato con ogni mezzo. Proprio in quel periodo giunse a Roma un ambasciatore proveniente da Pergamo, la prospera città ellenistica sulla costa dell’Asia Minore, portando la notizia della morte del re Attalo III, che nel suo testamento aveva lasciato il regno al popolo romano. Immediatamente, Gracco propose di usare una parte dell’eredità di Attalo per concedere a coloro che avrebbero ricevuto terre una certa quantità di denaro con la quale avrebbero potuto pagare l'attrezzatura necessaria per i loro nuovi possedimenti. In questo modo, la plebe avrebbe ottenuto un beneficio economico diretto e immediato dell’espansione imperialista romana.

Ottavio, dopo che il concilio della plebe ha votato per la sua destituzione, viene portato via dalla tribuna da un liberto di Tiberio Gracco

Ottavio, dopo che il concilio della plebe ha votato per la sua destituzione, viene portato via dalla tribuna da un liberto di Tiberio Gracco

Foto: Mary Evans / Scala, Firenze

A partire da quel momento al centro del dibattito non vi fu più la legge agraria, bensì la condotta dello stesso Gracco, che si accusava di voler instaurare la tirannia a Roma, la peggior infamia che si potesse indirizzare a un politico romano. Gracco, dal canto suo, dichiarò la propria intenzione di presentarsi per la rielezione a tribuno della plebe. La sua era un’iniziativa illegale, poiché la legge proibiva espressamente di essere magistrato per due anni consecutivi, così come di essere rieletto per una carica quando il primo mandato non si era ancora concluso. Questo non fece altro che fornire argomenti a coloro che accusavano Gracco di volere la tirannia e sospettavano che dietro la sua volontà di essere rieletto vi fosse quella di sfuggire al controllo del senato e dare sempre più spazio alla sovranità popolare. Non si trattava più di un politico che voleva introdurre una riforma sociale: era la stessa Repubblica romana a essere in pericolo.

Battaglia decisiva al Campidoglio

Il giorno delle elezioni la tensione a Roma era ormai altissima. Mentre l’assemblea del popolo era riunita in Campidoglio, fu assalita da un gruppo di sostenitori del senato guidati da Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione. Nella battaglia che seguì, Tiberio fu assassinato insieme a molti suoi sostenitori, secondo il biografo Plutarco oltre trecento. Per evitare tumulti durante i funerali, il suo corpo fu gettato nel Tevere. Al fine di stroncare l’appoggio popolare alla sua causa, il senato incaricò i consoli del 132 a.C. di creare un tribunale straordinario per perseguire i seguaci di Gracco sopravvissuti alla battaglia. Molti di essi furono esiliati o giustiziati.

Il senato e le fonti storiche ufficiali giustificarono l’assassinio di Tiberio Gracco con il suo intento d'instaurare una tirannia che avrebbe distrutto la Repubblica romana. Lo stesso venne detto dodici anni dopo, quando anche il fratello minore di Tiberio, Gaio Gracco, pagò con la vita il tentativo di rispolverare la legge agraria e introdurre riforme. La plebe, al contrario, vide entrambi come eroi e martiri del popolo, tanto che ancora molto tempo dopo la loro morte, ogni primavera portavano offerte nei luoghi in cui erano stati uccisi.

I Gracchi in una scultura di Eugène Guillaume, 1853. Musée d’Orsay, Parigi

I Gracchi in una scultura di Eugène Guillaume, 1853. Musée d’Orsay, Parigi

Foto: Bridgeman / Aci

Sia come sia, non v’è dubbio che i Gracchi inaugurarono una nuova epoca nella storia di Roma, un’epoca che avrebbe condotto alla dissoluzione finale della Repubblica in un’atmosfera di violenza crescente.

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Per saperne di più

Roma nell’età della repubblica. Martin Jehne. Il Mulino, Bologna, 2008
Le vite - Tiberio e Caio Gracco. Plutarco. Rizzoli, Milano, 1991

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