630 anni

Putignano, il Carnevale più antico d'Europa

I festeggiamenti nel paese della Murgia barese iniziano il 26 dicembre, giorno in cui si commemora santo Stefano, con la celebrazione del mito fondativo del Carnevale che viene fatto risalire alla traslazione della reliquia del martire cristiano da Monopoli a Putignano nel 1394

Ogni anno a Putignano, cittadina della Murgia barese, a ventiquattro ore dal Natale ha ufficialmente inizio il Carnevale. Si tratta di uno dei più antichi e lunghi al mondo: un rito collettivo che affonda le proprie radici leggendarie nel Medioevo e che si dipana nell’arco di oltre quaranta giorni. Si va dal 26 dicembre, giorno in cui la Chiesa commemora santo Stefano, fino al martedì grasso che nel mese di febbraio precede l’inizio della quaresima. Tra riti propiziatori, danze rituali e baldoria nelle viuzze del “paese vecchio” dove le casette allattat di fresco (imbiancate di recente) rivelano una cura straordinaria e un forte senso dei luoghi, si arriva al momento apicale. Si tratta delle sfilate di carri allegorici, giganti fatti di cartapesta dalle rinomate maestranze locali, meccanizzati e semoventi, che transitano lungo il corso principale preceduti e seguiti da gruppi mascherati.

Farinella Illustrazione realizzata con IA

Farinella Illustrazione realizzata con IA

Foto: Boris Lee

Un piatto di orzo e ceci

Il simbolo del carnevale di Putignano è la maschera di Farinella (Farnëdd), uno dei tanti giullari della tradizione italiana, ideata nel 1953. Essa trae origine da un’antica pietanza contadina, la farinella: una mistura di orzo e ceci tostati e macinati con mulino a pietra che mescolata a olio, sughi o verdure ha costituito per generazioni l’unico pasto consumato durante i lavori nei campi. Se i carri allegorici, la tradizione della cartapesta e la stessa Farinella hanno visto la luce nel corso del Novecento, ben più datata è la vicenda che avrebbe dato origine ai riti carnascialeschi. L’episodio che è considerato il mito fondativo del Carnevale di Putignano avrebbe avuto luogo nel 1394 (1365 secondo altre fonti), periodo di forti contrasti sociali e religiosi.

Senza pane, senza pace

Nell’ultimo scorcio del XIV secolo, sotto angioini e durazzeschi, il Mezzogiorno era senza pane e senza pace. Da Roberto d’Angiò a Ladislao di Durazzo i regnanti di Napoli dovevano far fronte agli «orrori della peste, le ossessioni del contagio, le distruzioni dei terremoti, i guasti delle campagne bruciate dalle siccità e dalle ricorrenti carestie» scrive lo storico Salvatore Tramontana. Inoltre, i viaggi e i trasporti erano resi insicuri dalle numerose bande di briganti, mentre nobiltà e baronaggio riottosi e sempre pronti alla ribellione rendevano la situazione interna al regno di Napoli sempre pronta a deflagrare. Eppure, il paesaggio della provincia della Terra di Bari era florido di pascoli, vigneti e distese di spighe dorate che assicuravano commerci e sussistenza. Nelle cronache locali si percepisce però tutto il timore delle popolazioni delle località costiere adriatiche per le periodiche incursioni dei turchi. Questi ultimi portavano con loro l’etichetta di profanatori di reliquie dei santi e martiri cristiani.

 

La traslazione della reliquia di Santo Stefano. Illustrazione realizzata con IA

La traslazione della reliquia di Santo Stefano. Illustrazione realizzata con IA

Foto: Boris Lee

Nel 1317 papa Giovanni XXII aveva concesso il monastero di Monopoli con la sua giurisdizione agli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme e i gerosolimitani vi custodivano gelosamente alcune reliquie portate in Puglia dalla Terra Santa. Tra queste una piccola parte del cranio di santo Stefano protomartire, cioè il primo cristiano ad aver dato la propria vita a testimonianza della fede in Cristo, martirizzato a Gerusalemme intorno al 34 d.C. Ma un monastero affacciato sul mare non era affatto un luogo sicuro. Per questo motivo il frate Domenico d’Alemagna, balì del monastero di santo Stefano, s’incaricò di spostare la reliquia da Monopoli verso l’entroterra:prima a Fasano,poi a Putignano nella chiesa di Santa Maria La Greca.

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Propagginanti e riti pagani

Il corteo sacro che aveva in custodia la reliquia prese l’antica strada del canale di Pirro o delle Pile. Il toponimo è legato al re dell’Epiro che nel 280 a.C., insieme al suo esercito rinforzato da numerosi pachidermi, attraversò la Puglia per salvare la città di Taranto dalla conquista romana. Nella dolina (cavità di origine carsica) del canale di Pirro dai fianchi delle colline l’acqua piovana confluiva in apposite cisterne dette “pile” rendendo fertile la zona e particolarmente adatta alla proliferazione della vite. In questo luogo caratterizzato da una vegetazione lussureggiante, nel mese di dicembre del 1394 si sarebbe trovato a passare il corteo che trasportava la reliquia di santo Stefano. A un tratto dai margini della strada alcuni vignaioli intenti a svolgere l’antica pratica d’innesto per propaggine o talea della vite, quest’ultima detta in dialetto putignanese c’ppon (grosso ceppo), si accodarono alla processione accompagnandola con canti, danze, componimenti poetici e agitando per aria i tralci di vite (propaggini) in onore del martire.

 

Propagginanti putignanesi. Illustrazione realizzata con IA

Propagginanti putignanesi. Illustrazione realizzata con IA

Foto: Boris Lee

Nel corso dei decenni diversi studiosi hanno stabilito un qualche nesso tra il corteo di propagginanti che nel 1394 avrebbe “scortato” al sicuro la reliquia di santo Stefano e certi antichi riti pagani rielaborati in senso cristiano. C’è chi ha sottolineato qualche attinenza simbolica con la festa in onore di Anna Perenna, l’antica dea romana che presiedeva al ciclico perpetrarsi dell’anno. Si trattava di una festa nuziale che si celebrava il 15 marzo di ogni anno lungo le rive del Tevere, ed è descritta nei Fasti del poeta latino Ovidio. Protagonista era la plebe romana che si ritirava in campagna abbandonandosi al vino e a danze selvagge, versi e canti licenziosi e persino rapporti sessuali praticati all’aperto o in casette costruite con rami e fronde conficcati nel terreno. Più realisticamente, altri hanno sostenuto che il corteo dei propagginanti del 1394 potrebbe inserirsi nel solco di alcuni antichi riti agrari di fertilità e fecondità e in particolar modo di alcune feste in onore di Dioniso, dio greco della vite, del vino e del delirio mistico. Chiantà u c’ppone (in dialetto putignanese: piantare la vite) si riferirebbe infatti non solo all’innesto tramite propaggine ma anche al rapporto sessuale, principio della vita.

Mascherata agricola

Il frammento del cranio di santo Stefano è custodito ancora oggi in un prezioso reliquiario posto su un altare marmoreo nella chiesa di Santa Maria La Greca a Putignano. Tuttavia, c’è chi nutre dei dubbi circa la data in cui la reliquia venne traslata (1365, 1394 o addirittura nel XVI secolo) da Monopoli e Putignano e dunque sulle origini del Carnevale di Putignano. Di certo si tratta di una festa propiziatoria, legata ai cicli della natura, alla fecondità e alla vita quotidiana di gente semplice, radicata alla terra, quest’ultima intesa come unica risorsa e vero spartiacque fra l’abbondanza e la misera più nera, la vita e la morte. La gratitudine dei villici è l’elemento centrale di quella «mascherata agricola assai singolare» cui fa menzione Vitangelo Morea nella Statistica della città di Putignano (1832).

 

Euforia nelle strade di Putignano. Illustrazione realizzata con IA

Euforia nelle strade di Putignano. Illustrazione realizzata con IA

Foto: Boris Lee

Essa si svolge «il primo giorno dopo il S. Natale» e consiste in «bande di maschere vestite da agricoltori, co’ rispettivi utensili che girano le strade del paese, fingendo eseguire i loro campestri lavori ora zappando, ora piantando alberi, viti, rapeste, acci, finocchi, carote, ecc. ora inaffiando, ora mietendo, ora facendo merenda, ora cantando ecc. e così menano allegria e divertita la giornata». In questo caso il rovesciamento del quotidiano proprio della festa del Carnevale sta nell’atto di zappare non i campi e la terra ma le vie del centro abitato, con buona pace degli amministratori.

I giovedì nde jos’r

Pur aprendo i battenti il 26 dicembre con le propaggini, il Carnevale di Putignano entra nel vivo a partire dal 17 gennaio, giorno di sant’Antonio Abate, il cui culto è legato agli antichi riti di rinascita della natura dopo il solstizio d’inverno. A partire da questa data tutti i giovedì i sottani o bassi (jos’r) del centro abitato si riempivano (e si riempiono ancora oggi) di maschere, suoni, coriandoli di tessuto che calavano dal soffitto e pignatte colme di brasciole (braciole) al sugo. Inoltre, ogni giovedì ciascun ceto sociale del paese conosceva la propria ribalta guadagnandosi il diritto di sovvertire i propri codici comportamentali.

Cominciavano i monsignori, seguiti dai preti, dalle monache e dai cosiddetti cattèv (cattivi/e). Erano coloro i quali per via della loro condizione di vedovanza si trovavano in stato di “cattività”, prigionieri dell’uso antico di mantenersi casti e vestiti di nero per alcuni anni dopo la morte del coniuge. Chiudevano questa sorta di “danza dei giovedì” coloro i quali si trovano in una posizione differente rispetto al vincolo matrimoniale: i “pazzi”, cioè gli scapoli, le donne sposate e infine i cornuti, cui a un certo punto venivano recise le corna.

 

Un corteo mascherato alla fine degli anni quaranta

Un corteo mascherato alla fine degli anni quaranta

Fondazione Carnevale di Putignano

L’orso meteorologo

Nel giorno della Candelora, il 2 febbraio, la natura tornava protagonista con la festa dell’Orso, una vera e propria esaltazione della meteorologia popolare. Se in quel giorno l’orso bruno marsicano, che in passato popolava i boschi della Murgia barese, fosse uscito dal letargo e approfittando della giornata di sole avesse ripristinato il proprio giaciglio mantenendolo caldo, sarebbero seguiti altri 40 giorni di freddo. Al contrario, in caso di clima inclemente, l’orso sarebbe rimasto nella propria tana, ponendo simbolicamente fine alla stagione fredda. La tradizione prevede una caccia e un processo simbolici all’animale che culminano in un vero e proprio responso meteorologico molto atteso per una comunità a vocazione contadina.

Anche a Putignano i bagordi e le danze carnascialesche hanno una fine che, al pari dell’inizio, osserva codici e riti scolpiti nel tempo. L’ultimo fremito del pomeriggio del martedì grasso è lo ndondaro, il corteo che attraversava le vie del paese raccogliendo suonatori di qualsiasi utensile in grado di produrre rumore. Gli ultimi sonetti, canti buffi e licenziosi lasciavano spazio alla morigeratezza di un’ultima sfilata in cui «tutte le maschere vestono a bruno, e piangendo (cioè urlando) con una rozza mappina, con un pezzo di fune in mano, per asciugare colla prima le lagrime di quelli che incontrano, o per astringerli a piangere col secondo, inculcando a tutti di prepararsi a’ giorni di penitenza» scrive Vitangelo Morea. Resta solo una cosa da fare: un’ora prima della mezzanotte «la grossa campana della Chiesa con 366 rintocchi avverte che Carnevale è finito, che i festini debbano cessare, e che non vi è che un’altra ora per mangiare i maccheroni col filetto».

 

Sfilata d'apertura della 630 edizione del Carnevale di Putignano

Sfilata d'apertura della 630 edizione del Carnevale di Putignano

Foto: Fondazione Carnevale di Putignano

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Per saperne di più:

Statistica della città di Putignano di Vitangelo Morea. Pietro Sisto (a cura di). Schena, Fasano 2002.

Dalle propaggini alla campana dei maccheroni. Pietro Sisto. Edizioni Radio, Putignano 1993.

Il sarmento e l’edera. Metamorfosi di un carnevale contadino fra arcaismo e televisione. Vincenzo M. Spera, Gramma, Perugia 2004.

Manuale del dialetto putignanese. Giovanni Marzullo. Vito Radio Editore 2007.

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