Pompeo Magno, storia di una disfatta

Membro di una ricca famiglia del Piceno, Pompeo raggiunse presto la fama grazie alle sue vittorie militari. Ma uscì sconfitto dallo scontro con Cesare, di cui in precedenza era stato alleato

Nel 61 a.C. si svolse a Roma una delle processioni trionfali più fastose della storia della città. Il protagonista era un generale di 47 anni, di bella presenza, portamento maestoso e, soprattutto, baciato dalla fortuna – o almeno così sembrava allora. Era già al suo terzo trionfo, a coronamento di una carriera memorabile che alcuni anni prima gli era valsa l’appellativo di Magnus, “il grande”. Avrebbe scritto in seguito Plutarco: «Anche altri in passato avevano ottenuto tre trionfi. Ma lui, avendo trionfato per la prima volta sull’Africa, la seconda sull’Europa e, infine, sull’Asia, sembrava in qualche modo aver sottomesso il mondo intero».

Quella di Pompeo è la storia dell’ascesa di un homo novus fino ai vertici del potere. La sua famiglia non apparteneva infatti ai lignaggi più antichi e nobili dell’Urbe. I Pompeo erano originari del Piceno ed erano entrati nell’ordine senatoriale grazie ai servigi militari prestati alla repubblica. I romani autentici non apprezzavano le loro origini galliche e guardavano con sospetto quelle capigliature bionde, non comuni nella Roma del tempo.

In quest'olio di Gabriel Jacques de Saint-Aubin del 1765 Pompeo si dirige verso le porte di Roma su un carro trainato da elefanti. Può così avere inizio la processione trionfale per le vittorie riportate in Africa

In quest'olio di Gabriel Jacques de Saint-Aubin del 1765 Pompeo si dirige verso le porte di Roma su un carro trainato da elefanti. Può così avere inizio la processione trionfale per le vittorie riportate in Africa

Foto: MMA / RMN-Grand Palais

La guerra in Spagna

Quando Pompeo fece il suo ingresso nell’arena politica romana, la città era da poco uscita da uno dei più gravi conflitti della sua storia: la guerra civile (88-81 a.C.) tra la fazione dei populares, sostenitori del console Gaio Mario e delle istanze del popolo, e gli optimates, i conservatori aristocratici guidati da Lucio Cornelio Silla. Erano stati questi ultimi a imporsi e ad assumere il governo di Roma alla morte del loro leader, nel 78 a.C. Quasi tutti i membri della famiglia di Pompeo erano fautori e collaboratori di Silla. In particolare il padre, Gneo Pompeo Strabone, un militare che si era fatto una reputazione di uomo brutale e senza scrupoli durante la Guerra sociale (una rivolta degli alleati italici di Roma che mirava a rivendicare l’estensione del diritto di cittadinanza). Il futuro Pompeo Magno seguì le orme paterne e iniziò la sua carriera nell’esercito combattendo contro i populares di Mario. Uno dei principali teatri del conflitto era la penisola iberica, dove resisteva il governatore ribelle Quinto Sertorio. La Guerra sertoriana iniziò nell’80 a.C. e costrinse Pompeo a restare in Spagna fino al 71 a.C., un anno dopo l’uccisione del suo avversario da parte dei suoi stessi generali. In ricordo di quella campagna Pompeo fondò una città che da lui avrebbe preso il nome – Pompaelo, poi diventata Pamplona – ed eresse un monumento commemorativo sul colle di Panissars, nei Pirenei orientali, in parte conservato. Nell’iscrizione, invece perduta, il giovane generale lasciava una testimonianza della sua attività bellica: 876 comunità sottomesse con la spada. Forte di quell’importante vittoria, nel 70 a.C Pompeo fu nominato console di Roma, sebbene non avesse occupato nessuna delle magistrature che tradizionalmente precedevano l’assegnazione della carica. Condivise il mandato con il facoltoso Marco Licinio Crasso, capo dei populares, con cui aveva da sempre una relazione tesa e poco collaborativa.

Alla fine del consolato la leggenda militare di Pompeo riprese a crescere grazie a due nuove campagne. La prima, nel 67 a.C., lo vide mettere fine alla pirateria nel Mediterraneo, un fenomeno che minacciava in particolare la Sicilia, le coste adriatiche, la Cilicia e Creta. Pompeo suddivise il Mediterraneo in tre settori, che assegnò ad altrettanti generali, e ciascuno di loro si occupò di sradicare definitivamente i pirati dalla propria zona di competenza. Entro la fine dell’anno furono requisite 846 imbarcazioni, conquistati 120 villaggi e catturati 20mila prigionieri, poi venduti come schiavi. Le vittime nemiche furono circa 10mila. La successiva campagna di Pompeo si svolse in Oriente tra il 66 e il 63 a.C.

Nel 63 a.C. Pompeo procedette all’annessione di Petra, considerata la rosa del deserto giordano, che conservò la sua autonomia in cambio del versamento di un ingente tributo

Nel 63 a.C. Pompeo procedette all’annessione di Petra, considerata la rosa del deserto giordano, che conservò la sua autonomia in cambio del versamento di un ingente tributo

Foto: Ethan Welty / Getty Images

Nel 63 a.C. Pompeo procedette all’annessione di Petra, considerata la rosa del deserto giordano, che conservò la sua autonomia in cambio del versamento di un ingente tributo

 

 

L’obiettivo dell’operazione militare era interrompere le attività espansionistiche di due re ostili a Roma: Mitridate VI del Ponto e Tigrane II d’Armenia. Le vittorie schiaccianti dell’esercito romano spinsero Mitridate al suicidio e il sovrano armeno alla resa. Ma soprattutto portarono all’annessione di alcuni territori chiave – la Siria, la Cilicia, il Ponto e la Bitinia – e alla creazione di un nuovo sistema di protettorati.

Pompeo suddivise il Mediterraneo in tre settori per combattere la pirateria

Il primo triumvirato

Le ultime due campagne, oltre ad accrescere il prestigio militare di Pompeo, permisero a Roma di ripristinare il traffico marittimo e riprendere le relazioni commerciali sul fronte orientale. Nel frattempo nella vita politica romana stava emergendo la figura di Giulio Cesare, che nel 63 a.C. ottenne la più alta magistratura religiosa – la carica vitalizia di pontefice massimo. Al ritorno nella capitale Pompeo celebrò il suo trionfo con un grande sfoggio di ricchezze e l’elargizione di 75 milioni in dracme d’argento.

Tuttavia, al momento di procedere all’assegnazione delle terre che aveva promesso ai suoi veterani, si scontrò con l’opposizione del senato. Non gli restò altra scelta che avvicinarsi ai leader dei populares, Crasso e Cesare, con i quali strinse un’alleanza segreta: il primo triumvirato (60 a.C.). Grazie a questo accordo Cesare fu eletto console nel 59 a.C. ed effettuò la distribuzione di terre promessa da Pompeo.

Il trionfo di Cesare in una tempera di Paolo Uccello

Il trionfo di Cesare in una tempera di Paolo Uccello

Foto: Bridgeman / Aci

Al termine del consolato Cesare andò in Gallia alla ricerca degli allori militari che gli avrebbero permesso di consolidare la sua carriera politica. Prima di partire suggellò l’amicizia con Pompeo dandogli in sposa la figlia Giulia. I due condottieri si rividero solo dieci anni più tardi, ma erano ormai nemici giurati. L’improvvisa scomparsa di Giulia, morta di parto nel 54 a.C., e di Crasso, ucciso l’anno dopo nella battaglia di Carre (Mesopotamia), furono abilmente usate dagli optimates per riportare Pompeo dalla loro parte. Così il generale piceno rifiutò una nuova alleanza matrimoniale con Cesare e nell’aprile del 52 a.C. accettò la nomina a “console senza collega”. Si trattava di una designazione inusuale, perché a Roma il consolato era una magistratura collegiata. Fu probabilmente un espediente per assegnargli i poteri di un dittatore senza dichiararlo espressamente. Alla fine del mandato Pompeo ottenne l’incarico di proconsole, che conservò fino alla morte nel 48 a.C.

Pompeo contro Cesare

La situazione divenne ancora più tesa quando gli optimates annunciarono che, al termine del suo periodo in Gallia, Cesare sarebbe stato processato per le malversazioni commesse durante il consolato. Di fronte a questa intricata congiuntura politica, Cesare non ebbe altra scelta che opporsi all’autorità del senato. Nel 49 a.C. violò gli ordini ricevuti e varcò il Rubicone, il fiume che segnava il confine con la Gallia cisalpina. Con quel gesto diede inizio a una guerra civile che si sarebbe protratta fino al 45 a.C.

Nella prima fase del conflitto Pompeo fu al comando dell’esercito della repubblica. Nonostante disponesse di molte più truppe rispetto al suo rivale, non osò affrontarlo e iniziò a ritirarsi di fronte alla sua avanzata. Arrivato a Brindisi imbarcò tutte le sue truppe alla volta di Durazzo, sulla sponda opposta dell’Adriatico. Nel frattempo Cesare otteneva pieni poteri a Roma con il titolo di dictator. Quindi inseguì il suo avversario fino in Tessaglia, dove la fortuna militare di Pompeo giunse al termine: il 9 agosto del 48 a.C. fu sconfitto a Farsalo dal miglior genio strategico di Cesare. Il generale piceno fuggì via mare con una trentina di fedelissimi, senza sapere bene dove andare. I suoi amici più cari gli sconsigliarono di chiedere la grazia a Cesare, argomentando che era poco onorevole affidare la propria salvezza a un gesto di clemenza del nemico. Gli suggerirono invece di rifugiarsi in Egitto: un consiglio che si sarebbe rivelato fatale alla luce degli eventi successivi.

Assassinio in Egitto

Arrivato di fronte alle coste egiziane, Pompeo inviò un messaggio al giovane sovrano Tolomeo XIII, che era impegnato a Pelusio in una guerra contro la sorella e moglie Cleopatra VII. In quel momento il governo era in realtà nelle mani dell’eunuco Potino, che fece riunire i consiglieri reali. Questi decretarono che Pompeo andava eliminato per evitare che la sua presenza in Egitto giustificasse eventuali ingerenze di Roma negli affari interni del Paese. Come avrebbe fatto notare più tardi Plutarco, il destino di Pompeo fu deciso da un eunuco, un generale egizio (quindi non romano) e un maestro di retorica che convinse i suoi uditori con l’argomentazione che «un morto non morde». Pompeo fu attirato in trappola dai messi di Tolomeo, che gli offrirono di trasportarlo a terra su una piccola imbarcazione. Il generale riconobbe sulla barca un vecchio compagno d’arme, il tribuno Lucio Settimio, e accettò fiducioso. Ma quando ormai la costa era vicina, Achilla, prefetto di Tolomeo, e Settimio lo pugnalarono. Secondo Plutarco, Pompeo morì «senza dire né fare nulla di indegno di lui, ma sospirando soltanto». Dopo aver assistito a quell’evento tra l’incredulità e la paura, i suoi familiari e amici levarono le àncore e fuggirono senza vendicarlo. Fu Giulio Cesare ad assumersi questa incombenza: sconvolto dalla morte e dalla decapitazione del rivale, fece giustiziare i responsabili del tradimento.

Dopo l’assassinio di Pompeo in Egitto il suo cadavere fu decapitato e la testa offerta in dono a Cesare. Olio di Gaetano Gandolfi del XVIII secolo

Dopo l’assassinio di Pompeo in Egitto il suo cadavere fu decapitato e la testa offerta in dono a Cesare. Olio di Gaetano Gandolfi del XVIII secolo

Foto: Thierry Le Mage / RMN-Grand Palais

Il grande sconfitto della guerra

Il grande sconfitto della guerra civile fu dunque Pompeo, che per molti aveva rappresentato l’ultima speranza di riportare al potere gli optimates, l’ala più conservatrice del senato. La sua sconfitta a Farsalo significò la fine della repubblica e mise in evidenza il maggior talento militare e politico di Cesare. Ma pur ammettendo la superiorità di quest’ultimo, i suoi contemporanei riconobbero a Pompeo una dignità morale di cui il rivale era privo, e ne idealizzarono la figura di uomo virtuoso e senza macchia. Plutarco ne esaltò per esempio lo stile di vita moderato, i trionfi militari, l’eloquenza persuasiva, i modi affabili, l’estrema generosità nel dare e la modestia nel ricevere ciò che gli veniva restituito.

I contemporanei di Pompeo ne idealizzarono la figura di uomo virtuoso e senza macchia

Sicuramente i suoi principali contributi alla causa degli optimates furono le sue doti strategiche e le sue vittorie militari. La fama di generale imbattuto gli valse il favore di grandi personalità politiche della sua epoca, come Cicerone, che riponeva in lui grandi speranze. Ciononostante, in campo politico Pompeo non seppe dimostrarsi all’altezza delle aspettative del senato. La sua fedeltà alla causa degli optimates si dimostrò strettamente legata al suo tornaconto personale e non esitò a schierarsi con i populares quando gli fece comodo.

Pompeo non aveva l’istinto politico di Cesare e non seppe approfittare come lui del sistema istituzionale romano. Alla fine il suo tallone d’Achille fu proprio il rispetto per l’ordine stabilito, come fece giustamente notare il contemporaneo Velleio Patercolo: «Di eccellente onestà, egregia integrità, moderate capacità retoriche, reso ambizioso dall’autorità conferitagli dalle magistrature […] Mai, o quasi mai, usò il suo potere per imporsi». Pompeo scelse di difendere il sistema repubblicano, ma non seppe fare nulla per risollevarlo dalla crisi in cui versava. Giulio Cesare invece cercò di scardinarlo definitivamente. Il generale piceno era una persona insicura e dubbiosa quando non si trattava di guerre, e gli optimates seppero approfittare di questi aspetti del suo carattere per legarlo a loro e farne il braccio armato del partito.

Le effigi del generale romano, di chiara influenza ellenistica, ritraggono Pompeo Magno con un aspetto affabile e dignitoso

Le effigi del generale romano, di chiara influenza ellenistica, ritraggono Pompeo Magno con un aspetto affabile e dignitoso

Foto: BPK / Scala, Firenze

Così, quando Cesare partì per la Gallia, Pompeo si lasciò trascinare dagli eventi e dai consigli altrui, mentre il futuro dittatore fu sempre artefice del proprio destino. Infine, la fuga di Pompeo dopo la battaglia di Farsalo fu probabilmente troppo affrettata: se avesse analizzato la situazione con più calma, si sarebbe reso conto che non tutto era perduto. E forse il futuro di Roma avrebbe preso una direzione diversa.

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