Podcast – La Londra di Charles Dickens

Nelle sue opere Charles Dickens lasciò la testimonianza di una città in cui convivevano un’estrema ricchezza e una miseria che, come lui stesso confessò a un giornalista, «si spinge ben oltre l’umana comprensione»

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Nessuno meglio di Charles Dickens riuscì a cogliere i due volti della Londra della sua epoca. Un volto raggiante, che avanzava a grandi passi verso il futuro, e un altro oscuro, fatto di povertà e sfruttamento minorile. Dickens non era nato a Londra, bensì a Portsmouth. Quando aveva dieci anni i genitori, John ed Elizabeth, si erano trasferiti in una casetta di mattoni gialli in Bayham Street, a Camden, allora nella periferia di Londra. L’edificio, come gli altri del quartiere, era piccolo ma nuovo. Oltre ai genitori e ai quattro fratelli, vi vivevano anche un parente della madre e un servitore.

John Forster, buon amico e biografo di Dickens, descrisse Camden come «la parte più povera della periferia», ma ciò non corrispondeva al vero. Nel 1822 Camden era un quartiere abitato dalla classe media, in questo caso da bottegai e da liberi professionisti con le rispettive famiglie. Forster si lasciò probabilmente suggestionare dal mondo dickensiano, come del resto succede anche a noi: vengono subito in mente bambini poveri, sporchi e affamati, fabbriche terribili e strade sudicie. Quel lato fosco sarebbe entrato ben presto nella vita di Dickens, ma non era ancora giunto il momento.

Fotografia di Charles Dickens alla scrivania

Fotografia di Charles Dickens alla scrivania

Foto: British Library / Album

Il volto oscuro di Londra

Alla fine del 1823 la famiglia Dickens si trasferì al numero 4 di North Gower Street, vicino Euston, in una casa più grande e più centrale. Nel nuovo quartiere le strade erano pavimentate e la vita più cara. I Dickens avevano ormai sei figli ed erano sempre a corto di denaro. In David Copperfield, forse il romanzo più autobiografico dello scrittore, compare il personaggio di Wilkins Micawber, modello di uomo povero ma ottimista, il quale crede sempre che in qualche modo riuscirà a sbarcare il lunario. Ebbene, per creare tale personaggio Dickens s’ispirò proprio a suo padre, John. È famosa la battuta di Micawber: «Entrate annue 20 sterline, uscite annue 19 sterline, 19 scellini e 6 pence, uguale felicità! Entrate annue 20 sterline, uscite annue 20 sterline, 0 scellini e 6 pence, uguale miseria!».

In poco tempo la realtà della famiglia Dickens cominciò a orientarsi verso la seconda parte dell’equazione. In qualsiasi epoca, ma soprattutto ai tempi dello scrittore, Londra era una città accogliente per i ricchi e dura per i poveri. Ai primi offriva infiniti divertimenti e le ultime meraviglie della tecnologia come il treno, la metropolitana, il telegrafo e l’elettricità, innovazioni che sarebbero entrate tutte nella vita di Dickens. Invece i poveri erano costretti a giornate lavorative di dodici ore per salari che a volte non bastavano neppure per pagare un letto e un pasto frugale.

E fu così che Dickens conobbe il lato oscuro di Londra: per far fronte ai crescenti debiti della famiglia, appena compiuti i dodici anni fu tolto dalla scuola e dalla sua serena vita da ragazzino della classe media per essere mandato a lavorare in una fabbrica, dove guadagnava sei scellini a settimana. Poco dopo il padre fu arrestato per un debito di quaranta sterline e dieci scellini, e la famiglia dovette abbandonare la casa in North Gower Street. Il piccolo rimase da solo in una stanzetta vicino alla fabbrica, mentre il resto della famiglia andò a vivere nel carcere di Marshalsea, un edificio lugubre a quattro chilometri di distanza, sulle sponde del Tamigi e vicino al London Bridge. Marshalsea era l’incubo di tutti i debitori della città.

Nel 1872 G. Doré pubblicò assieme a W. B. Jerrold 'Londra. Un pellegrinaggio', dove mostrava la vita degli emarginati, come questi galeotti di Newgate

Nel 1872 G. Doré pubblicò assieme a W. B. Jerrold 'Londra. Un pellegrinaggio', dove mostrava la vita degli emarginati, come questi galeotti di Newgate

Foto: Bridgeman / Aci

Improvvisamente il piccolo Charles Dickens si vide privato della sua infanzia tranquilla e conobbe in prima persona l’esperienza del lavoro minorile

L’ombra del carcere

Nell’Inghilterra del XIX secolo un debitore rimaneva in prigione fino all’estinzione del debito. Le prigioni non erano pubbliche, bensì private, ragion per cui i galeotti dovevano pagarsi il soggiorno; in tal modo il costo del proprio mantenimento si sommava al debito che aveva causato l’arresto. Se si era poveri, come nel caso dei Dickens, anche la famiglia del debitore si trasferiva spesso nel carcere pur di risparmiare. I prigionieri convivevano stipati in piccole celle, nelle quali entravano fino a dodici persone. Non c’è da stupirsi che morissero d’inanizione o di malattie, e che il freddo d’inverno (ovviamente non c’era il riscaldamento) o il caldo d’estate avessero la meglio su di loro.

Poiché Marshalsea era una prigione privata, i carcerati più danarosi avevano accesso a un bar, a un ristorante, a un emporio e potevano pure allontanarsi durante il giorno. Ma per la stragrande maggioranza la prigione per debiti era un pozzo dal quale risultava difficile uscire. In un altro dei romanzi di Dickens, Little Dorrit (La piccola Dorrit), per esempio, il personaggio di William rimane tanto a lungo a Marshalsea che i figli crescono dentro il carcere.

Un segno indelebile

Molto spesso i prigionieri si affidavano ai famigliari perché raccogliessero il denaro utile a recuperare la libertà. Charles contribuì come meglio poté lavorando nella fabbrica Warren’s Blacking, che si trovava a Hungerford Stairs, tra lo Strand e il fiume (si sarebbe poi spostata a Covent Garden), e che produceva lucido per scarpe. L’esperienza risultò traumatica. Lui stesso confessò che, finché non venne demolita la fabbrica, non ebbe il coraggio di tornare nel luogo in cui era iniziata la sua schiavitù. «Per molti anni, se dovevo passarci vicino, attraversavo la strada». Le lunghe giornate di dieci ore gli lasciarono un segno indelebile: «Non ci sono parole per esprimere l’agonia della mia anima […] Mi sentivo umiliato e trafitto dal dolore».

Lustrascarpe in una fotografia scattata negli anni settanta del XIX secolo

Lustrascarpe in una fotografia scattata negli anni settanta del XIX secolo

Foto: Bridgeman / Aci

Ebbe comunque fortuna perché il suo lavoro, che consisteva nel chiudere ed etichettare i vasetti di lucido per scarpe, era uno dei più leggeri della fabbrica. David Copperfield racconta il senso di abbandono che provò lo stesso Dickens: «Io conosco adesso abbastanza del mondo da aver quasi perduto la capacità di rimaner molto sorpreso di qualcosa, eppure mi sorprende ancora oggi come io possa essere stato buttato via così facilmente in una così tenera età, un bambino con eccellenti abilità e con forti capacità d’osservazione, svelto, impetuoso, delicato e presto danneggiato fisicamente e mentalmente; mi sembra incredibile che qualcuno abbia fatto mai qualcosa a mio favore. Ma nessuno l’ha fatto e io diventai a dieci anni un piccolo garzone». A Londra lo sfruttamento minorile, nelle fabbriche e in ogni sorta di lavoro, era all’ordine del giorno. E fino al 1833 il governo non avrebbe proibito l’assunzione di bambini con meno di nove anni.

Negli anni seguenti il padre entrò e uscì più volte da Marshalsea ma per fortuna, quando Charles lavorava già da un anno nella fabbrica, insistette perché lasciasse il lavoro e tornasse a scuola. Tuttavia, tre anni più tardi il ragazzo abbandonò la scuola definitivamente perché John non poteva più pagargliela. Grazie a un conoscente della madre entrò a lavorare come copista in uno studio di avvocati, Ellis & Blackmore. Aveva quindici anni e lo stipendio, all’inizio di dodici scellini a settimana, sarebbe presto salito a trenta. Il denaro gli permise di esplorare i divertimenti che Londra offriva ai giovani. Per la prima volta si concesse di andare a teatro, di mangiare fuori ogni tanto e di conoscere a fondo la città.

A 15 anni Dickens lasciò la scuola perché il padre non poteva più pagargli la retta e cominciò a lavorare in uno studio di avvocati

Alla scoperta dell’altra Londra

Dickens poté quindi prendere dimestichezza con tutta la zona dei tribunali e della City. Attorno a Holborn, Fleet Street, lo Strand e Chancery Lane si trovavano le molte associazioni professionali degli Inns of Court, dove dal Medioevo vivevano, studiavano e lavoravano gli avvocati della città e dove lo stesso Dickens risiedette per qualche tempo. Erano il centro dell’attività legale di Londra e offrivano anche l’alloggio ai propri membri. Lo scrittore li descrisse in The Posthumous Papers of the Pickwick Club (Il circolo Pickwick) come «strani fabbricati, vasti, intricati, barocchi, con gallerie e corridoi». Gli Inns, così come la giurisprudenza e le figure degli avvocati, sarebbero comparsi in modo ricorrente nei suoi romanzi.

Londra a vista d'uccello da Saint Paul, con la zona borghese della City in primo piano e l'area povera e industriale dell'East End in fondo

Londra a vista d'uccello da Saint Paul, con la zona borghese della City in primo piano e l'area povera e industriale dell'East End in fondo

Foto: Mary Evans / Age Fotostock

Lo scrittore definì spesso Lincoln’s Inn Fields Square un luogo cupo, anche se oggi è un angoletto tranquillo dove ancora si vedono circolare gli avvocati con le ventiquattrore, diretti ai tribunali. Nella discreta Portsmouth Street Dickens era solito passare davanti a un piccolo negozio, già allora considerato il più antico di Londra e oggi ubicato nello stesso, identico posto. Si tratta di Old Curiosity Shop, dal quale avrebbe preso ispirazione per The Old Curiosity Shop (La bottega dell’antiquario). Gray’s Inn, un altro degli Inns, compare sia in David Copperfield sia in Il circolo Pickwick. Nell’ultimo e incompiuto romanzo The Mystery of Edwin Drood (Il mistero di Edwin Drood), si fa riferimento alla silenziosa piazza dello storico Staple Inn, a Holborn, «che trasmette al calmo pedone la sensazione di avere cotone nelle orecchie e suole di velluto ai piedi».

Poiché Dickens aveva avuto modo di apprendere la stenografia, iniziò a collaborare come reporter per i giornali. Contemporaneamente pubblicò dei piccoli affreschi su Londra con lo pseudonimo di Boz, gli Sketches by Boz (Schizzi di Boz). Poco dopo, nel 1836, uscirono a puntate alcuni capitoli del suo primo romanzo, Il circolo Pickwick, che narrava le avventure di un gruppo di amici in campagna. Qui comparve il personaggio di Sam Weller, un servitore cockney originario dei bassifondi dell’East End, con una conoscenza enciclopedica di Londra – ovviamente al momento della presentazione sta pulendo gli stivali del padrone con un lucido che «avrebbe fatto rodere dall’invidia l’amabile signor Warren».

Con la comparsa di Weller le vendite del testo salirono alle stelle. Dickens aveva scoperto che ai suoi lettori interessava Londra, e che Londra garantiva un più che discreto guadagno. E quasi subito divenne straordinariamente famoso.

Verso il 1885 Regent Street, una delle strade principali della Londra borghese, aveva quest’aspetto, con molti esercizi commerciali aperti al pubblico

Verso il 1885 Regent Street, una delle strade principali della Londra borghese, aveva quest’aspetto, con molti esercizi commerciali aperti al pubblico

Foto: Bridgeman / Aci

Passeggiate notturne

Lo scrittore girovagò indefesso per le strade della capitale britannica, assorbendo come una spugna le realtà di Londra. Era solito percorrere tra gli otto e i quaranta chilometri al giorno a un ritmo, come racconta lui stesso, di più di sette chilometri all’ora. Oggi queste distanze sembrano sbalorditive, eppure i londinesi dell’epoca camminavano molto più dei nostri contemporanei. Parecchie delle escursioni di Dickens, inoltre, erano notturne, perché lo scrittore soffriva d’insonnia. In una lettera del 1863 raccontava che, mentre stava lavorando al suo libro, di notte copriva addirittura tra i sedici e i ventiquattro chilometri.

Si muoveva a nord del fiume (a sud del Tamigi ancora c’erano poco più che magazzini), da Charing Cross e Covent Garden – allora limitrofi a Saint Giles, un quartiere di vizio e delinquenza – fino a Whitechapel passando per la City: era quello il cuore della Londra dickensiana. Non dobbiamo immaginarlo a spasso per Londra con indosso una seria finanziera nera. Al contrario, era solito portare vestiti dai vividi colori e dal taglio audace, perché il suo senso della moda e il suo carattere rispondevano più a quelli dell’Età della reggenza – in cui vigevano i colori brillanti e i dandy – che a quelli del periodo vittoriano. Per Dickens le passeggiate erano fonte d’ispirazione, e Londra era la sua “lanterna magica” personale. Se non riusciva a camminare, veniva colto da un profondo senso d’inquietudine.

Il miglior conoscitore di Londra

Lo scrittore padroneggiava tutti i quartieri della città «con la precisione di un conduttore di taxi». Covent Garden era la zona del mercato nonché il centro del florido traffico del vizio; Drury Lane, poco distante, era invece sinonimo di povertà e sporcizia, mentre Lowther Arcade, ad appena qualche centinaio di metri, era il luogo preferito dai più abbienti per le compere. Era questa la natura di Londra: due realtà opposte potevano trovarsi l’una di fianco all’altra, ma non si sarebbero mai mescolate. L’agile passo non impediva a Dickens di notare ogni dettaglio e d’inciderlo nella propria prodigiosa memoria. Un contemporaneo scrisse che, se gli si fosse dato il nome di una qualsiasi strada di Londra, sarebbe stato capace di dire «tutto ciò che c’era, quale fosse ognuno dei suoi negozi, come si chiamasse il proprietario dell’emporio e quante bucce di arance si trovassero sul marciapiede».

Questuanti in un asilo per poveri in pieno inverno. Olio di Samuel Luke Fildes, 1874

Questuanti in un asilo per poveri in pieno inverno. Olio di Samuel Luke Fildes, 1874

Foto: Bridgeman / Aci

La sua era una Londra in fermento, con strade stracolme di gente e continui lavori pubblici, perché la città si trasformava costantemente, si modernizzava e s’ingrandiva. Se nel 1800 poteva contare su un milione di abitanti e circa 136mila case, alla fine del secolo contava su 6,5 milioni di abitanti e più di sei milioni di case. Un simile ritmo faceva sì che a fine ottocento buona parte della Londra dickensiana già non esistesse più, mentre ancora oggi si può visitare, al numero 48 di Doughty Street, la casa in cui lo scrittore visse negli anni trenta del XIX secolo e dove redasse alcuni dei suoi capolavori, come Oliver Twist (Le avventure di Oliver Twist) e The Life and Adventures of Nicholas Nickleby (Nicholas Nickleby). È oggi la sede del Charles Dickens Museum.

Altri luoghi sono rimasti uguali, come le campane che svegliano Scrooge in A Christmas Carol (Canto di Natale) dopo la visita dei tre spiriti del Natale passato, presente e futuro. Sono le campane dell’orologio di Saint Dunstan-in-the-West, in Fleet Street. Hanno avuto una sorte migliore i pub, i ristoranti e le osterie che tanto frequentò lo scrittore. Molti locali citati nei romanzi o nella sua corrispondenza esistono ancora oggi. Proprio davanti al luogo in cui si ergeva l’antica fabbrica Warren si trova ancora il suo ristorante favorito, Rules. Il bar di The George Inn, che nomina in La piccola Dorrit,oggi è un pub. Quanto a questi ultimi, uno dei suoi preferiti era Ye Olde Cheshire Cheese, vicino a Fleet Street. Il pub compare in A Tale of Two Cities (Racconto di due città) e ha un pedigree letterario invidiabile, perché lo bazzicavano anche Samuel Johnson e William Butler Yeats. In Our Mutual Friend (Il nostro comune amico) compare un altro pub aperto ancora oggi: The Grapes, a Limehouse, nella zona est di Londra.

La città omaggiò il suo grande scrittore seppellendolo nel Poets’ Corner dell’abbazia di Westminster, sotto una semplice lapide in marmo nero. Lì riposa un uomo che conobbe in prima persona la Londra più crudele, quella del lavoro infantile, della povertà e del carcere per debiti, ma che visse pure, grazie alla ricchezza derivata dalla fama, la Londra più opulenta, edonista e moderna. A volte bastava attraversare una strada per passare dal lusso più estremo alla più sofferta emarginazione, e parte del successo di Dickens si deve al fatto che permise ai suoi contemporanei, ai benestanti, di visitare quell’altra città in cui non si azzardavano, o non potevano, entrare. Ed è questo l’invito allettante che, in tutti i suoi romanzi, ancora oggi Dickens offre ai suoi lettori.

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