Operazione Picket: attacco alla grande diga sul fiume Tirso

Durante la Seconda guerra mondiale la diga Santa Chiara sul fiume Tirso, nella Sardegna centrale, originava il più grande bacino d’Europa. Per questo divenne un obiettivo industriale strategico che fu attaccato due volte, nell’inverno 1941 dalle forze aeronavali britanniche e nella primavera del 1943 dagli americani.

 

 

Nel gennaio del 1941, in piena Seconda guerra mondiale, gli inglesi decidono di aumentare la pressione sull’Italia, che ha già subito un pesante attacco britannico nel porto di Taranto nel novembre precedente. L’intelligence britannica, infatti, non solo sospetta che i tedeschi stiano per inviare un corpo di spedizione navale sul Mediterraneo, ma intercetta pure delle comunicazioni circa un incontro fra Benito Mussolini e il dittatore spagnolo Francisco Franco che dovrebbe tenersi il 12 febbraio a Bordighera (Imperia). L’ipotetica discesa in guerra della Spagna a fianco di Italia e Germania cambierebbe drasticamente gli equilibri sul Mediterraneo, e Gibilterra, importantissima base navale inglese, cadrebbe quasi certamente sotto il controllo spagnolo.

Così la marina britannica elabora una strategia offensiva da mettere in atto prima dell’incontro del 12 febbraio, che prevede il bombardamento di Genova per mostrare la debolezza italiana nel difendere le proprie coste. È l’operazione ‘Grog’, a cui gli inglesi affiancano pure un’altra azione parallela: distruggere la diga Santa Chiara sul fiume Tirso, nella Sardegna centrale. Il nome in codice scelto per questa operazione è ‘Operazione Picket’, letteralmente staccionata.

Fotografia aerea dell'intelligence britannica che ritrae l'invaso e la diga di Santa Chiara.

Fotografia aerea dell'intelligence britannica che ritrae l'invaso e la diga di Santa Chiara.

Foto: The National Archives, Londra

La diga, alta settanta metri e lunga duecentosessanta, era stata progettata nel primo decennio del XX secolo dagli ingegneri Luigi Kambo e Angelo Omodeo per conto della Società Elettrica Sarda per sbarrare il fiume Tirso nei pressi del paese di Ula Tirso. Mentre è ancora in corso la Prima guerra mondiale 16mila operai, fra cui quattrocento prigionieri di guerra austriaci inviati nell’isola, cominciano i lavori per costruire l’enorme diga. Nella corrispondenza tra Omodeo e Filippo Turati, il leader socialista, si leggerà: «Si costruisce una diga alta settanta metri, si crea un lago lungo la metà del Lago Maggiore, si producono 50 milioni di chilowattora». Quando nel 1924 si concludono i lavori la diga, battezzata ‘Diga Santa Chiara’, origina un invaso con un volume di 403 milioni di metri cubi e il suo lago è talmente grande che risulta all’epoca il più grande bacino artificiale d’Europa. Mussolini la definisce «un capolavoro che può inorgoglire l’intera nazione».

1941 Operazione ‘Picket’

Gibilterra, 22 gennaio 1941. L’ammiraglio inglese sir James Fownes Somerville – a capo di una squadra navale che dispone di una corazzata, due incrociatori, ben dieci cacciatorpediniere e la portaerei Ark Royal, dotata di uno squadrone di biplani aerosiluranti Fairey Swordfish – riceve da Londra l’ordine di valutare la fattibilità di un piano per distruggere la diga sul Tirso. Un eventuale successo causerebbe gravi danni all’economia sarda, all’orgoglio nazionale e alla produzione estrattiva del grande bacino minerario del Sulcis, nella Sardegna sud-occidentale, dove si estraggono soprattutto piombo e zinco, minerali vitali alla produzione bellica nazionale. Il 31 gennaio Somerville salpa da Gibilterra verso le coste occidentali della Sardegna, per colpire lo sbarramento sul Tirso all’alba del 2 febbraio e far ripiegare le sue forze su Genova e bombardare la città il giorno seguente.

Stralcio del rapporto inglese in seguito al fallito attacco alla diga sul Tirso il 2 febbraio 1941

Stralcio del rapporto inglese in seguito al fallito attacco alla diga sul Tirso il 2 febbraio 1941

Foto: The National Archives, Londra

Capo Mannu (Oristano), costa centro-occidentale della Sardegna, domenica 2 febbraio 1941. Poco prima dell’alba la squadra navale di Somerville si ferma a circa sessanta miglia nautiche dalla costa. Alle ore 5.55 dal ponte della portaerei Ark Royal decollano otto Fairey Swordfish aerosiluranti che, giunti sopra la terra ferma, sono investiti da una fitta pioggia e grandine. La visibilità è ridottissima e il sole non è ancora sorto, ma i piloti riescono a giungere in prossimità della diga, dove si dividono in due squadre guidate rispettivamente dai tenenti Mervyn Johnstone e David Godfrey-Faussett. Ma il tanto sperato effetto sorpresa di Somerville s’infrange contro gli uomini della Dicat, la DIfesa ContrAerea Territoriale, che proprio nelle zone adiacenti la diga ha un suo centro comando composto da batterie antiaeree e una torre d’avvistamento.

Gli aerosiluranti sono stati avvistati. Sul cielo sopra il lago Omodeo si scatena la battaglia e comincia un violentissimo fuoco contraereo. Tre velivoli non riescono neppure ad individuare l’obiettivo a causa del buio e del maltempo. Il capo centrale, Proto Tilocca, assiste all’attacco inglese. Uno dei biplani sgancia un siluro che però s’infrange esplodendo contro un costone del lago senza sortire alcun effetto. Tilocca alza lo sguardo e vede un’altro biplano lanciarsi in picchiata. Gli sembra che stia precipitando, colpito dalla contraerea, e invece, a trecentocinquanta metri dalla diga e a circa dieci metri dalla superficie del lago, il biplano sgancia il suo siluro. «Rimango per un istante con le mani in testa – scriverà poi Tilocca nel suo rapporto ufficiale – e spontenamente esclamo ‘Dio, un siluro!’». Tilocca riesce a seguire la scia del siluro che viaggia verso lo sbarramento per poi scomparire sott’acqua e riemergere pochi secondi dopo, fermandosi. È un incredibile colpo di fortuna: probabilmente un guasto meccanico ha reso il siluro inerme.

Il capo-centrale Proto Tilocca ispeziona la diga assieme ad alcune autorità militari dopo il fallito attacco inglese.

Il capo-centrale Proto Tilocca ispeziona la diga assieme ad alcune autorità militari dopo il fallito attacco inglese.

Foto: Archivio Proto Tilocca

Il capo-centrale Proto Tilocca ispeziona la diga assieme ad alcune autorità militari dopo il fallito attacco inglese.


 

Quale successo?

L’attacco alla più grande diga d’Europa è fallito, mentre la contraerea italiana abbatte uno degli aerosiluranti che precipita nel lago. Ai restanti aerosiluranti non resta altro da fare che invertire la rotta e tornare verso il ponte della Ark Royal, dove atterrano alle 9.05. Nel rapporto ufficiale i piloti inglesi riferiscono di essere stati oggetto di un pesante fuoco da parte della contraerea italiana totalmente inaspettato. Secondo il guardiamarina osservatore John Robert Lang i siluri sarebbero sprofondati sul fondale del lago o si sarebbero arenati su un banco di sabbia proprio di fronte al muro della diga. Così, nel resoconto della missione scriveranno che il fallimento è da imputarsi alla reazione della Dicat a difesa della struttura e al maltempo, un fattore che avrebbe poi costretto Somerville a rimandare il bombardamento su Genova al 9 febbraio.

La notizia inizia a circolare. La mattina del 3 febbraio il quartier generale delle forze armate italiane riporta nel bollettino di guerra: «Aerei nemici, provenienti da ovest, hanno sorvolato la Sardegna, lanciando bombe e due siluri, senza alcun effetto, contro la diga del Tirso». Cessato l’allarme aereo, occorre immediatamente portare il siluro a riva e neutralizzarlo. Provvederà poche ore dopo una squadra di artificeri della Regia Marina proveniente da Cagliari. In seguito a questo attacco, la diga verrà ulteriormente protetta. A due mesi di distanza dal raid, infatti, verranno collocate parallelamente allo sbarramento due reti parasiluro tese fra le due sponde del lago.

Quel che rimane della caserma della Dicat. È ancora possibile intravedere la scritta 'Comando Dicat Tirso'

Quel che rimane della caserma della Dicat. È ancora possibile intravedere la scritta 'Comando Dicat Tirso'

Foto: Archivio Alberto Cauli

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La propaganda e il disappunto di Churchill

Il giorno dopo la notizia giunge anche oltreoceano. Il The New York Times, infatti, il 4 febbraio pubblica un articolo che dice: «Diga idroelettrica in Sardegna bombardata dagli inglesi. Siluri utilizzati per la prima volta contro obiettivi sulla terraferma». Il resoconto non lascia dubbi: «L’attacco a una delle principali fonti di energia idroelettrica compiuto da forze aeronavali ha avuto successo». La realtà però è ben diversa. Il 5 febbraio lo stesso giornale spiega: «Soltanto coloro che ignorano l’importanza vitale dell’energia elettrica nella guerra moderna si chiederanno perché gli aerei inglesi volando sopra la Sardegna abbiano lanciato i loro siluri contro la grande diga del Tirso, nel profondo entroterra dell’isola, invece che sulle infrastrutture portuali di Cagliari e sulle navi che lì potevano essere ancorate». Il quotidiano americano si dice pure sicuro che questa operazione sia stata quasi «un’attacco sperimentale per colpire in futuro altre linee idroelettriche in Italia».

Ai resoconti del The New York Times si affianca la propaganda di guerra britannica che trasforma il fallito attacco in un clamoroso successo. Il 14 febbraio, il celebre settimanale inglese The Wardedica addirittura la sua copertina all’evento, ritraendo la diga che esplode sotto l’attacco degli implacabili aerosiluranti inglesi sotto un roboante titolo: “Come bombardammo la grande diga in Sardegna”. La testata racconta all’opinione pubblica britannica il «riuscito attacco, la scorsa settimana in pieno giorno degli aerosiluranti Swordfish che hanno lanciato siluri e bombe contro la diga». Quello che invece non si dice è il disappunto del dipartimento per gli affari della Royal Air Force, suscitato proprio dal fallimento dell’attacco che, sostanzialmente, mette in luce l’inefficacia dei siluri contro le dighe.

Intanto l’insuccesso dell’attacco alla diga Santa Chiara viene incluso in una lista di operazione militari in cui la componente aerea della marina britannica ha fallito. Un aspetto su cui il Primo Ministro Wiston Churchill chiederà conto il 18 aprile 1943, quando alla richiesta della Fleet Air Army di aumentare il proprio numero di aerei in dotazione, risponderà perentorio: «Non ricordo alcuna importante azione offensiva compiuta dalla Fleet Air Army dai tempi di Taranto nel 1940».

Il settimanale inglese The War racconta di come gli autosiluranti britannici 'hanno distrutto la grande diga sul Tirso'.

Il settimanale inglese The War racconta di come gli autosiluranti britannici 'hanno distrutto la grande diga sul Tirso'.

Foto: Pubblico dominio

1943. Il massiccio (e impreciso) attacco americano

Diga sul Tirso, 26 maggio 1943. Due anni dopo l’operazione Picket. È da poco passato mezzogiorno quando una formazione di caccia americani bimotore Lockheed P-38 ‘Lightning’ lancia un nuovo attacco alla diga. La missione fa parte di un raid più ampio in cui i bombardieri a stelle e strisce colpiscono prima Golfo Aranci, poi lo sbarramento sul Tirso e, infine, si dirigono verso obiettivi nel sud Sardegna. L’attacco è massiccio, come riporta la testimonianza finora rimasta inedita di Alfredo Fabbri, comandante di alcune batterie contraeree della Dicat, che annota sul suo diario: «Verso le 12.15, a varie ondate, il nemico, con circa quarantaquattro apparecchi, bombarda la diga del Tirso». I Lockheed americani scendono a bassa quota sul lago e mitragliano le postazioni antiaeree e alcune imbarcazioni. La comunicazione fra le batterie è difficoltosa e scarsi i mezzi a disposizione. Malgrado ciò gli uomini di Fabbri fanno quello che possono. «Poiché l’incursione è stata quasi improvvisa - scrive il comandante nel suo diario - l’incursione è stata quasi improvvisa e gli aerei attaccavano da varie direzioni, il personale si è trovato smarrito dalle evoluzioni degli apparecchi». Nonostante la scarsa resistenza della difesa anti aerea colta di sorpresa, la diga non subisce danni gravi. Il fumo sprigionato dagli apparati nebbiogeni posti a difesa dell’infrastruttura rende difficile individuare l’obiettivo e infatti gli americani colpiscono solo un trasformatore elettrico e la strada posta sopra la diga.

Le comunicazioni fra il comando difesa diga e i comandi superiori circa l’attacco subito sono difficili, ma il comandante di una guarnigione Dicat incarica il capo puntatore Luigi Firinu di sintonizzare la radio e captare qualsiasi informazione sul raid. L’unica emittente che in quel momento potrebbe dare una simile notizia è la proibitissima Radio Londra. E infatti, Firinu intercetta la lapidaria notizia proprio sulle frequenze della radio ‘clandestina’: «Un’incursione aerea questa mattina ha distrutto la diga sul Tirso», si ascolta. Sebbene l’infrastruttura sia ancora intatta, la notizia della sua distruzione fa il giro del mondo: la settimana successiva il giornale australiano Canberra Times racconta come il bombardamento fosse mirato e abbia distrutto i delicati macchinari degli impianti elettrici che «sarà quasi impossibile ripristinare».

Militi della Dicat a difesa della diga. In piedi, Luigi Firinu, che intercettò su Radio Londra la falsa notizia della distruzione della diga.

Militi della Dicat a difesa della diga. In piedi, Luigi Firinu, che intercettò su Radio Londra la falsa notizia della distruzione della diga.

Foto: Archivio Giuseppe Firinu

Invece la grande diga Santa Chiara continuerà a resistere fino agli anni novanta, quando si deciderà per la sua dismissione a causa di lesioni infrastrutturali dovute al tempo e sarà costruita una nuova e più grande diga poco più a valle. Così, ad oltre settant’anni dalla sua costruzione, la vecchia diga Santa Chiara viene parzialmente sfondata e semi sommersa dal suo stesso lago. Prima di compiere questa operazione, l’ENEL, gestore della vecchia diga, provvede a svuotarla dai macchinari e da una testimonianza di quella lontana alba del 2 febbraio 1941: la coda del siluro sganciato da uno degli aerosiluranti di Somerville, miracolosamente inceppatosi, e che gli artificieri della marina disinnescarono. Il reperto fu conservato all’interno della diga stessa per poi essere donato al comune di Ula Tirso.

La coda del siluro inesploso, sganciato nel corso dell'attacco inglese del 1941, è oggi conservata presso il comune di Ula Tirso

La coda del siluro inesploso, sganciato nel corso dell'attacco inglese del 1941, è oggi conservata presso il comune di Ula Tirso

Foto: Franco Uselli

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