Marco Polo, tra realtà e fantasia

Al di là di molte narrazioni fantasiose ed esagerate, Il Milione rappresenta una descrizione affascinante del viaggio di Marco Polo attraverso l’Asia. E, curiosamente, si sofferma molto meno sui diciassette anni di permanenza alla corte di Kublai Khan in Cina

Secondo sant'Agostino, «il mondo è un libro, e coloro che non viaggiano ne leggono soltanto una pagina». Se è così, Marco Polo fu un eccellente lettore del mondo. La cronaca dei suoi viaggi avventurosi attraverso l’Oriente, il Libro delle meraviglie del mondo, intitolato originariamente Le divisament dou monde, ossia La descrizione del mondo, e noto anche come Il Milione, racconta gli anni di avventure e scoperte trascorsi da Polo tra il 1271 e il 1295 in territori molto lontani dalla sua città natale, Venezia. Di questi ventiquattro anni, insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, Marco Polo ne visse diciassette al servizio dell’imperatore mongolo Kublai Khan.

Sul lungo e complicato percorso verso territori completamente sconosciuti per la stragrande maggioranza dei suoi contemporanei, Marco Polo ci fornisce una quantità sconfinata di dati: descrive i Paesi e i paesaggi che attraversa, la gente con cui parla e che conosce, le loro storie, i costumi, i culti, le coltivazioni, i gioielli, i tessuti, le vie, i cibi e gli animali. A volte si esprime con un linguaggio da inventario e con noiose formule fisse, in altri casi però racconta ciò che vede con uno stile vivido, agile e piacevole.

Mosaico del 1867 raffigurante Marco Polo. L’opera si trova a Palazzo Tursi, a Genova

Mosaico del 1867 raffigurante Marco Polo. L’opera si trova a Palazzo Tursi, a Genova

Foto: Luisa Ricciarini / Prisma

Per mantenere vigile l’attenzione del suo pubblico, Marco Polo e colui che ne trascrisse il racconto sotto dettatura, Rustichello da Pisa, spesso si servono di un curioso miscuglio di tempi verbali che colloca un’azione passata nel presente. Di frequente si rivolgono ai loro destinatari con domande dirette o esclamazioni con cui cercano di trasmettere emozione e stupore. Tali espedienti retorici rivelano che il Libro delle meraviglie del mondo giunto fino a noi era, essenzialmente, un testo destinato all’ascolto più che alla lettura.

Sulle vie dell’Asia centrale

Il lungo percorso di andata da Venezia a Xanadu dura quattro anni e, benché Marco Polo scopra le più grandi meraviglie in Cina e durante gli anni di servizio alla corte del Gran Khan, il viaggio non è privo di curiosità ed eventi incredibili che sorprendono, enormemente, sia Marco Polo sia i suoi ascoltatori. Lasciandosi alle spalle il Vicino Oriente e addentrandosi in territori già sottoposti al dominio mongolo, Marco Polo si trova in Armenia di fronte al profilo del monte Ararat dove  l’arca di Noè sarebbe approdata dopo il Diluvio universale. E nei territori tra il mar Nero e il mar Caspio vede una “fontana” da cui fuoriusciva un olio «non buono da mangiare, ma da ardere»: e cioè il petrolio.

Prima di raccontare il suo passaggio attraverso la Persia, Marco Polo allieta il proprio pubblico ricordando un miracolo operato da un calzolaio cieco e molto devoto nell’antica città di Baghdad. Questi, grazie alle sue suppliche, aveva ottenuto da Dio che spostasse una montagna per terrorizzare i nemici: salvò così la comunità cristiana dal terribile califfo. Si tratta di un racconto fantastico, alla maniera de Le mille e una notte, nel quale Marco Polo sembra voler motivare la salvezza dei cristiani di Baghdad nel 1258, allorché i mongoli misero a ferro e fuoco la città. Ciò avvenne in realtà grazie all’intercessione di Dokuz Khatun, la moglie del principe mongolo Hulagu, devota del nestorianesimo, una dottrina cristologica che si era molto diffusa in Asia da diversi secoli.

Il miracolo di Baghdad. Miniatura del Libro delle meraviglie. 1412, Parigi, Biliothèque nationale

Il miracolo di Baghdad. Miniatura del Libro delle meraviglie. 1412, Parigi, Biliothèque nationale

Foto: Akg / Album

Ma fu il racconto del suo viaggio attraverso l’Iran a suscitare più meraviglia e perfino scandalo: in un passo in cui il veneziano sembra voler continuare a estasiare il pubblico cristiano che ascolta le sue avventure, descrive la patria dei tre Re magi e parla delle tombe e dei loro corpi ancora incorrotti. Questa notizia invaliderebbe la tradizione della conservazione delle loro reliquie nel famoso e venerato Dreikönigsschrein, il reliquiario dei tre Re magi della cattedrale di Colonia, in Germania, e quindi fece scoppiare una polemica. Marco Polo passa poi a giustificare l’origine del culto verso il fuoco praticato dagli abitanti di queste zone, presentando i tre Re magi come seguaci del mazdeismo (o zoroastrismo), in quanto tale religione venerava il fuoco.

L'adorazione dei Magi. Andrea Mantegna. 1495-1505. Tempera su tela.

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Sempre più lontano da casa, avanzando verso Oriente, in un mondo avvolto in un’aura di leggenda e meraviglia, il tono del suo racconto acquista tinte sempre più fantastiche: la leggenda dell’albero secco e solitario che nel Khorasan persiano indicava la fine del mondo, ma che lui riesce a superare; le spaventose tracce della distruzione seminata dalle orde mongole in Asia centrale; l’attraversamento degli enormi deserti, inospitali e pericolosi, del Taklamakan e del Gobi, arricchiscono il libro di suspense e avventura.

Alla corte di Kublai Khan

La meta del suo viaggio, Pechino, è sempre più vicina, ma si trova già così lontana da Venezia che Marco Polo ha la sensazione di essere sul punto di raggiungere i confini del mondo: le sconfinate pianure della Mongolia aperte e battute dai venti lo fanno sentire davvero in un’altra dimensione; i paesaggi acquisiscono un aspetto irreale ed egli li presenta come le pianure degli esiliati giganti biblici Gog e Magog di cui si parla nella Genesi, nel Libro di Ezechiele e nell’Apocalisse.

I Re magi adorano il fuoco. Libro delle meraviglie, 1412. Parigi, Bibliothèque nationale

I Re magi adorano il fuoco. Libro delle meraviglie, 1412. Parigi, Bibliothèque nationale

Foto: Akg / Album

Ma il mondo sembra non finire e non avere alcun limite, né temporale né spaziale. I luoghi di Gog e Magog divengono quindi l’impero molto bene organizzato verso il quale si dirigono i Polo: la corte di Kublai Khan, stabilita in estate nella città di Xanadu (o Shangdu, nell’attuale regione autonoma cinese della Mongolia interna), modello della magnificenza e dello splendore del potere del grande imperatore mongolo e signore dell’Asia.

La descrizione del palazzo mobile di Kublai, costruito in bambù e interamente decorato, con il suo esteso giardino recintato ricco di alberi, fiori, fontane e animali esotici per il piacere del sovrano, e con la splendida corte che lo circonda e lo accompagna composta da nobili, soldati, saggi, monaci e maghi, informa il pubblico europeo dell’altissimo livello di magnificenza e lusso della città di Xanadu. Un nome che a partire da questo momento divenne, per la cultura occidentale, sinonimo di splendore, fasto e opulenza.

Narrando le meraviglie e le rarità del palazzo d’estate di Kublai Khan, Marco Polo si sofferma sulla presenza di astrologi, fattucchieri, negromanti, sciamani e incantatori che circondano l’imperatore mongolo: si tratta dei bacsi, ossia dei potenti monaci buddhisti che dominano la corte del Gran Khan e che nei ricchi e spettacolari banchetti offerti dall’imperatore utilizzano tecniche telecinetiche per avvicinare il bicchiere di vino o il cibo alla bocca del loro signore.

Fondatore della dinastia Yuag, che governava in Cina negli anni in cui Marco Polo vi soggiornò. XIII secolo. Bibliothèque Nationale, Parigi

Fondatore della dinastia Yuag, che governava in Cina negli anni in cui Marco Polo vi soggiornò. XIII secolo. Bibliothèque Nationale, Parigi

Foto: Dea / Art Archive

Secondo Marco Polo, nei banchetti a corte si utilizzava la telecinesi per avvicinare il cibo e le bevande alla bocca di Kublai Khan

A Pechino, Marco Polo entra a far parte dell’élite di stranieri che lavorano al servizio del Gran Khan. Così il veneziano ci svela i segreti dell’apparato burocratico e amministrativo necessario per gestire un impero che unisce le coste dell’oceano Pacifico e del mar Arabico, l’Himalaya e i confini mediterranei del Vicino Oriente. Marco Polo mostra agli europei la ferrea organizzazione di un esercito di dimensioni immense, un sistema di poste che funziona alla perfezione, la fabbricazione della carta a partire da tecniche sconosciute in Europa, l’uso esteso della carta moneta.

Quasi vent’anni in Cina

Agli ordini dell’imperatore, per il quale lavorò diciassette anni, Marco Polo viaggiò attraverso le province interne della Cina. I suoi racconti svelano agli europei il colore giallastro del celebre Huang He (il Fiume Giallo), i serpenti velenosi, le giungle soffocanti, i medici stregoni, le alte montagne occidentali del Tibet, l’altro grande fiume cinese, lo Yangtze o Fiume Azzurro, la particolare orografia del nord del Vietnam con le sue popolazioni “belle e alte”. Marco Polo descrive poi vividamente le battaglie eroiche dei mongoli per conquistare i territori dell’attuale Myanmar.

Ma forse, ciò che più di qualsiasi altra cosa sorprese gli europei fu la descrizione del Gran Canale, un’opera d'ingegneria iniziata nel VII secolo alla cui realizzazione lavorarono più di cinque milioni di uomini e donne. Il risultato fu un’estesa rete di canali artificiali in comunicazione con laghi e fiumi: la via d’acqua navigabile più lunga costruita dall’uomo. Lungo il Gran Canale si snodava la via imperiale ombreggiata da alberi e punteggiata da piccole ma numerose stazioni di posta.

Grande città cinese del XII secolo durante il Qingming, festa in onore dei defunti. Copia del XVIII secolo. Musée Guimet, Parigi

Grande città cinese del XII secolo durante il Qingming, festa in onore dei defunti. Copia del XVIII secolo. Musée Guimet, Parigi

Foto: Ghislain Vanneste / Musée Guimet / RMN

Le città a ridosso del Gran Canale fornirono a Marco Polo la possibilità di esprimersi in termini superlativi. Il traffico commerciale e umano, così come il movimento nelle già variegate e sovrappopolate città cinesi, sorprendono il veneziano, e le sue descrizioni sembrano più che altro esagerazioni; le quantità di barche, persone, merci e ricchezze sono incommensurabili. Tutto è talmente debordante che «senza vederlo è impossibile crederci»: Marco Polo arriva ad ammettere che raccontare nella sua interezza quello che vede rappresenterebbe per lui un «compito troppo arduo».

Il racconto sull’incomparabile Cina è coronato dalla descrizione dettagliata di varie città che meravigliarono Marco Polo, tanto che le qualificò come magnifiche, opulente e portentose. Quinsai, la moderna Hangzhou, l’antica capitale del Mangi (nome che i mongoli diedero alla Cina meridionale) in cui fu sconfitta la dinastia Song, si rivelò al veneziano come un luogo di assoluta meraviglia che egli non esitò a definire «un paradiso».

A quell’epoca la città aveva più di un milione di abitanti e le sue dimensioni erano enormi. Tutte le quantità si contano a migliaia: 12mila ponti, 100mila guardie, 4000 bagni pubblici, 30mila soldati, banchetti con 10mila commensali, palazzi di mille abitazioni, 1600 migliaia di edifici, 50mila persone nella piazza del mercato. Tanta è l’ammirazione per questo centro urbano e per il suo territorio che gli è difficile esprimerlo a parole: «È davvero molto difficile descrivere la grande nobiltà di questa provincia e perciò tacerò».

Scena di antropofagia e idolatria a Sumatra. Miniatura del Libro delle meraviglie. 1410 circa, Parigi

Scena di antropofagia e idolatria a Sumatra. Miniatura del Libro delle meraviglie. 1410 circa, Parigi

Foto: Akg / Album

Anche la città di Zayton (odierna Quanzhou), variopinta, cosmopolita e tollerante, situata nella Cina sudorientale, popolata da commercianti persiani, arabi, indiani, da marinai, messaggeri, ufficiali, soldati, monaci e missionari buddhisti, taoisti, indù, musulmani, ebrei, cristiani, nestoriani e manichei, fa sì che Marco Polo la definisca il «porto delle delizie».

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I dubbi di storici fantasiosi

Nonostante tutte le informazioni che il viaggiatore fornisce a proposito della Cina dei mongoli, alcuni ricercatori mettono in dubbio la sua visita proprio per tutto ciò che omette: la storica inglese Frances Wood, per esempio, si chiede perché Marco Polo non faccia alcun cenno né alla Grande Muraglia, né alla scrittura ideografica cinese, né al tè, né alle bacchette per mangiare o ai piedi fasciati delle donne. Bisogna però tenere presente che né la Grande Muraglia – che sarebbe stata ricostruita in pietra nel XVII secolo dalla dinastia Ming – né il tè, che sarebbe giunto in Cina nel XVI secolo per mano dei portoghesi, avevano allora l’importanza che hanno ora, e le abitudini o caratteristiche della civiltà cinese erano in quel momento, agli occhi del veneziano, poco significative o di scarso valore documentale, perché erano i mongoli che governavano e i cinesi, il popolo sottomesso. Non va poi dimenticato che egli lavorava per il Khan.

Il viaggio di ritorno attraverso l’oceano Indiano toccò il porto cinese di Zayton e poi lo stretto di Hormuz nel golfo Persico, dove i Polo ripresero l’itinerario via terra. Dopo tanti anni trascorsi in Cina, il percorso fu di nuovo un grande susseguirsi di meraviglie.

Un marinaio naviga nell’oceano Indiano orientandosi con un astrolabio. Miniatura del Libro delle meraviglie. XV secolo. Bibliothèque nationale, Parigi

Un marinaio naviga nell’oceano Indiano orientandosi con un astrolabio. Miniatura del Libro delle meraviglie. XV secolo. Bibliothèque nationale, Parigi

Foto: Scala, Firenze

Però, curiosamente, i dettagli del rientro sono meno noti e meno citati, nonostante i molti elementi leggendari che Polo offre ai suoi uditori e lettori: il viaggio attraverso le isole indonesiane, dove incontra cannibali e adoratori di animali; le isole Andamane e Nicobare, nelle quali conosce uomini primitivi con la testa di cane; le meraviglie che osserva sulle coste dell’India, tanto «che non si possono non descrivere»; due affascinanti isole vicine, una per gli uomini e una per le donne, forse le isole Kuria Muria presso le coste dell’Oman. È chiaro quindi perché secondo alcuni la gente si accalcava, a Genova, sotto la finestra della cella in cui Marco Polo passava la sua prigionia con Rustichello da Pisa, quando raccontava a voce alta le sue avventure.

Le carceri di Polo (secondo alcune fonti palazzo San Giorgio) in cui era stato rinchiuso dopo la sconfitta veneziana a Curzola, divennero dunque una sorta di “fabbrica di meraviglie” che accese l’immaginazione degli europei fin da quando fu messo per iscritto il racconto del viaggio di un mercante veneziano che aveva attraversato un mondo fantastico, anche se reale. La verità, quando non la si conosce, sembra una favola; però, fortunatamente, la fantasia di una favola, se ben raccontata, può apparire completamente vera.

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Per saperne di più

Marco Polo. Storia del mercante che capì la Cina. Vito Bianchi. Laterza, Roma-Bari, 2009
Il Milione. Marco Polo, Rizzoli, Milano, 2003

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