Le saline di Venezia, le origini della Serenissima

Non si sa con certezza quale sia stata l'origine di Venezia, ma quel che è certo è che le saline nacquero in contemporanea con i primi stanziamenti umani. È intorno al V secolo d.C. che inizia una storia che sarebbe durata oltre un millennio: quella di Venezia e del sale

Venezia nasce dalle acque salmastre della laguna. Senza, non sarebbe Venezia. La questione delle sue origini, è controversa: alcune testimonianze risalgono all'epoca romana, almeno al V secolo d.C., ma qualcuno ipotizza addirittura un'origine celtica. Nel X secolo l'imperatore e scrittore bizantino Costantino VII Porfirogenito racconta che i veneti dell'entroterra in fuga da Attila cercarono riparo nelle isole della laguna, fino ad allora disabitate. Quel che è certo è che le prime saline nacquero quasi contemporaneamente agli stanziamenti umani. Fra il 537 e il 538 Cassiodoro di Squillace, ministro di Teodorico, in una lettera ai tribuni marittimi riferendosi ai veneziani scrive: «Ogni emulazione fra gli abitanti delle isole, sta nel lavorare le saline; invece di aratri e falci fanno girare i cilindri, e da ciò nasce ogni loro frutto, poiché per essi possiedono ciò che non hanno prodotto. All'arte loro è soggetta ogni loro produzione, poiché ben può l'oro esser meno ricercato, ma non v'è alcuno che non desideri il sale». E fu proprio su questo prodotto così indispensabile che la città fondò la sua grandezza. Non avendo terre da coltivare, i veneziani dovevano ricorrere a quel che l'ambiente anfibio della laguna offriva: pesce e sale. Quest'ultimo veniva scambiato in terraferma con grano e carne come fosse una moneta. Anche i viaggiatori lo portavano con sé in una tasca della bisaccia per barattarlo in caso di necessità con altri beni.

Le saline di Venezia in una foto del 2018

Le saline di Venezia in una foto del 2018

Foto: Everett Collection / Everett Collection / Cordon Press

La creazione delle saline

Le acque chete della laguna sono in realtà acque infide, soggette ai capricci delle maree. La loro estrema instabilità richiede un'attenta cura nella ricerca del luogo prescelto. Per questo motivo l'individuazione delle velme, cioè delle aree lagunari soggette all'estendersi e al ritirarsi delle maree, era un primo e fondamentale passo. Bisognava poi svuotarle dall'acqua, spianarle e selciarle. Le vasche d'evaporazione (chiamate morari) erano sostenute dai fondamenti circondati da una diga robusta chiamata virga madrigale che proteggeva i bacini. Il mare vi entrava attraverso un callio, una sorta di saracinesca rudimentale che al momento opportuno veniva sollevata per far passare la quantità d'acqua necessaria. Una volta evaporata, l'acqua passava alla vasca successiva, più piccola, dove evaporava un'altra volta fino a diventare mora, cioè salamoia. A quel punto, giungeva ai corbioli, i bacini più piccoli dove continuava a concentrarsi. L'ultima serie di vasche, separate dalla cosiddetta “diga seconda”, era quella delle cavedinae, dove avveniva la cristallizzazione del cloruro di sodio. L'unità di misura della produttività della salina era appunto il cavedino, che però non sempre era precisa in quanto le dimensioni delle vasche potevano variare. Nei paraggi delle saline v'era poi il salàro, la casa del salinaio con i depositi del prezioso prodotto.

«Non v'è alcuno che non desideri il sale», scriveva Cassiodoro di Squillace, ministro di Teodorico

Le maestranze impiegate nel lavoro della salina e le figure che vi ruotavano attorno erano diverse: i consortes, proprietari consorziati delle diverse saline che si occupavano della costruzione e della manutenzione dei fondamenti diretti dal capitaneo; gli avvocati (due per ogni complesso) che valutavano lo stato e le necessità della struttura; questi venivano eletti dai consortes convocati ogni anno dai provveditori; i bastàzi o facchini che trasportavano il sale, i laboratores o mezzadri, gli operai della salina che si occupavano della raccolta del prodotto dopo un breve apprendistato. In alcune saline lavoravano anche donne, spesso vedove e aiutate dai figli; i sensali gestivano la parte commerciale, i sazadori, preposti alla pesatura e alla riscossione della relativa tassa. Il proprietario del fondamento era generalmente un ente monastico o un ricco patrizio, il quale non investiva nulla nella produzione del sale che era invece interamente a carico dei livellarii, che costruivano l'impianto, ne facevano la manutenzione e ne ricavavano il guadagno.

Natura morta. Pompei, I secolo a.C. Museo archeologico nazionale. Napoli

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I contratti d'affitto, chiamati carta di livello, venivano redatti in forma scritta, duravano generalmente ventinove anni e assegnavano la salina a uno o più consociati in cambio di un moggio di sale, del pagamento in denaro della decima parte del raccolto o tramite una rendita-lavoro chiamata domnicum. Allo scadere del periodo venivano spesso rinnovati per tacito assenso alla stessa famiglia. In quest'arco di tempo, il livellario s'impegnava a versare il censo con puntualità e a curare e migliorare la proprietà in cambio del completo godimento del fondo. Dal canto suo, il proprietario non avrebbe alzato il censo limitandosi a riscuoterlo nel giorno pattuito. Al termine dell'accordo, avrebbe deciso se rinnovare la concessione al livellario (o ai suoi eredi) o se riprendersi il bene migliorato e disporne altrimenti.

V'era un unico caso in cui si poteva interrompere il contratto: con la sparizione del bene, eventualità che talvolta si verificava dal momento che le saline erano costantemente esposte all'aggressione del mare. Quando ciò si verificava, il terreno tornava nelle mani del proprietario e il livellario condannato a pagare un'ammenda di risarcimento per non aver espletato i propri obblighi di cura. Va ricordato che i salinari erano uomini liberi che dovevano al padrone del fondo delle prestazioni in denaro o in natura in cambio dell'usufrutto, ma il loro era un rapporto di subordinazione esclusivamente economico.

Produzione di sale nel monastero della Trasfigurazione di Solovetsky sulle isole Solovetsky. XVII secolo.

Produzione di sale nel monastero della Trasfigurazione di Solovetsky sulle isole Solovetsky. XVII secolo.

Foto: Fine Art Images/Heritage

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La guerra con Comacchio

Man mano che Venezia s'ingrandiva, giungevano in laguna nuove genti dall'entroterra: famiglie di proprietari terrieri attirati dalla possibilità di arricchirsi col sale, ecclesiastici col compito d'evangelizzare, artigiani e liberi contadini che si univano al nucleo originario di salinari e marinai. Intorno all'ottavo secolo le isole più popolate vedevano estendersi i campi coltivati che si affiancavano alle attività tradizionali, la pesca e la raccolta del sale. Quest'ultima attività rimase però per lungo tempo la principale fonte di reddito, e le esportazioni divennero vitali per la sopravvivenza di Venezia, tanto che ad un certo punto la concorrenza di Comacchio sull'arteria padana cominciò a diventare un problema.

I veneziani le mossero guerra per ben due volte: nell'882-883 e successivamente nel 932, anno in cui devastarono la rivale deportandone la popolazione in laguna. La scomparsa della città del delta diede campo libero a Venezia sul mercato padano offrendo l'opportunità d'installare le proprie saline lungo le vie d'accesso di Adige e Po collegati a Chioggia dall'antica fossa Clodia, che in seguito diventò canale della Lombardia. Col crescere della potenza della Serenissima, Venezia cominciò sempre più a vendere e acquistare sale da altre località come Istria, Dalmazia, Cervia e poi ancora più lontano, fino alla Sicilia, alle Baleari o alla Tripolitania, riuscendo così a realizzare una sorta di monopolio dal momento che nessun altro stato europeo riusciva a mantenere i suoi prezzi. Molte delle saline di Venezia cedettero sotto il peso dell'incalzante urbanizzazione, ma ormai la potenza della Repubblica era tale da sopravvivere mercanteggiando altri generi. Si apriva un'altra era.

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