Khair ad-Din Barbarossa, il corsaro di Algeri

Scaltro e spregiudicato, seminò il terrore in tutto il Mediterraneo occidentale, guadagnandosi fama e ricchezze, fino a diventare Grande ammiraglio della flotta ottomana

Barbarossa. Così era chiamato in Italia il celebre corsaro di Algeri che durante la prima metà del XVI secolo seminò il terrore nel Mediterraneo occidentale. Khair ad-Din, questo era il suo vero nome, seguì le orme del fratello Aruj, spietato pirata che non solo aveva conquistato Algeri, ma con astuta manovra diplomatica si era dichiarato vassallo degli ottomani. Proprio da Aruj il Barbarossa ereditò i beni e il soprannome con cui è passato alla storia.

Khair al-Din Barbarossa. Ritratto di Cristofano dell'Altissimo. XVi secolo. Kunsthistorisches Museum, Vienna

Khair al-Din Barbarossa. Ritratto di Cristofano dell'Altissimo. XVi secolo. Kunsthistorisches Museum, Vienna

Foto: AKG / Album

Molto più di un semplice avventuriero in cerca di fortune, Khair ad-Din era un uomo colto e raffinato, in grado di parlare sei lingue. Abile guerriero dotato di eccezionale fiuto politico, egli offrì a sua volta i suoi servigi e le sue terre all’impero ottomano, ingraziandosi il potente sultano Solimano il Magnifico, ma impedendogli di interferire direttamente nei propri affari; giunse persino a sfidare l’imperatore del Sacro romano impero, Carlo V, e in Algeria fondò un regno cosmopolita e prospero.

Khair ad-Din era figlio di un vasaio greco cristiano che si era stabilito a Mitilene, sull’isola di Lesbo, dopo la conquista turca. Aruj, il fratello maggiore, fu il primo a lanciarsi nell’avventura del mare. Convertitosi all’islam da ragazzo, si arruolò a bordo di una nave pirata turca su cui fece fortuna arrivando a comandarla. A lui si unì poi Khair ad-Din.

In breve tempo i Barbarossa, posta la loro base sull’isola di Gerba e ottenuta la protezione del signore musulmano di Tunisi, divennero l’incubo di tutte le galee cristiane che solcavano le rotte occidentali, assicurandosì così fama e ricchi bottini. La loro prima celebre impresa avvenne nel 1504, quando s’impadronirono di una delle galee di papa Giulio II presso l’isola d’Elba; ma era la Spagna il paese più colpito dalle incursioni marittime dei due agguerriti fratelli. Il suo re, Ferdinando il Cattolico, rispose armando una potente flotta e avviò una serie di campagne nel Nord Africa, culminate tra il 1509 e il 1511 nella conquista di Orano, Béjaïa e Tripoli.

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La flotta di Barbarossa è accolta nel porto francese di Tolone nel 1543. Miniatura di Matrakçi Nasuh. Museo di Topkapi, Istanbul

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Foto: Art Archive

Il bastione di Algeri

A questo punto all’ambizioso Aruj non bastava più essere un semplice corsaro: egli aspirava a diventare lui stesso capo di uno stato sovrano della costa nordafricana. L’occasione sopraggiunse nel 1516, quando l’emiro di Algeri, alla disperata ricerca di rinforzi, gli chiese aiuto per cacciare i soldati spagnoli dalla vicina isola di Peñón. Lo spregiudicato pirata non perse tempo, ma invece di attaccare gli spagnoli fece strangolare l’emiro e con l’aiuto del fratello si proclamò signore della città, ponendosi sotto la protezione degli ottomani.

Trasformata Algeri in un porto corsaro, Aruj estese rapidamente la sua egemonia nel Nord Africa, riconquistando gran parte del territorio occupato dagli spagnoli. Era un vero affronto alla monarchia di Carlo V, succeduto nel frattempo a Ferdinando II, e la reazione non si fece attendere. Nel 1518 un’armata ispanica partì da Orano e assaltò Tlemcen, città nel nordovest dell’Algeria, mettendo alle strette Aruj, che morì combattendo valorosamente in battaglia.

Ma il suo lascito era in ottime mani: Khair ad-Din prese in mano la situazione e dando prova di fine accortezza politica si rivolse al sultano ottomano per far fronte alla minaccia iberica. In cambio della protezione militare offerta da Costantinopoli, che inviò una guarnigione di duemila giannizzeri, Algeri divenne una nuova provincia (sanjak) dell’impero ottomano.

Fortezza di Biserta, in Tunisia. La città si arrese al Barbarossa nel 1534, ma fu riconquistata dagli spagnoli l’anno successivo

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Foto: Reinhard Schmid / Fototeca 9x12

In questo modo Khair ad-Din poté continuare l’opera del fratello: organizzò il territorio algerino tramite alleanze, sottomise i capi locali più influenti e riconquistò ben presto i porti presi dagli spagnoli, dando vita al primo stato barbaresco. Tuttavia la principale minaccia al suo dominio permaneva proprio alle porte di Algeri: la roccaforte spagnola del Peñón. Nel 1529, mentre Solimano assediava Vienna, Khair ad-Din si lanciò all’assalto della fortezza cristiana. Dopo quindici giorni consecutivi di cannoneggiamenti, la guarnigione spagnola, decimata, fu costretta ad arrendersi e le navi di rinforzo, giunte ormai troppo tardi dalla Spagna, furono catturate. Barbarossa con estrema crudeltà diede ordine di massacrare tutti i superstiti.

Conquistato da Giulia Gonzaga

La fama di Khair ad-Din e della sua temibile flotta, che perseguitava i cristiani per mare e per terra, giunse in ogni angolo del Vicino Oriente. Da levante accorsero ad Algeri abili corsari in cerca di fortuna, come Sinan il Giudeo, di Smirne, Dragut, musulmano originario di Rodi, e Aydin, cristiano rinnegato, nonché pirata tanto feroce da meritarsi l’epiteto di “Terrore del diavolo”.

Ogni anno in primavera i corsari si dirigevano al largo delle coste spagnole e delle Baleari, spingendosi oltre Gibilterra per impossessarsi delle navi cariche di bottino di ritorno dalle Americhe. Ma l’armata del Barbarossa non mancò di terrorizzare anche le coste italiane: nel 1534, colta di sorpresa Reggio Calabria con una flotta di sessantuno galee, Khair ad-Din s’impadronì di tutte le navi del porto. Proseguì poi la sua vittoriosa avanzata verso nord, catturando centinaia di prigionieri, finché venne a sapere che a Fondi, cittadina a metà strada tra Roma e Napoli, si trovava la bellissima Giulia Gonzaga.

Giulia Gonzaga. Copia del ritratto originale di Sebastiano del Piombo. XVI secolo

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Foto: Art Archive

L’affascinante gentildonna mantovana, «scesa dal ciel dea» come la immortalò Ariosto, era considerata una delle donne più incantevoli del tempo e il pericoloso corsaro sognava di rapirla per farne gradito dono al suo sultano, Solimano. Tuttavia il suo proposito fallì e la giovane duchessa, prontamente avvisata da un servitore, riuscì a fuggire via a cavallo nel cuore della notte, seminuda, così come si trovava, con indosso solo una «camisa». Barbarossa arrivò tardi e in preda all’ira lasciò Fondi in balia dei suoi, che la saccheggiarono brutalmente. Pare che, ancora contrariato per lo smacco subito, si diresse a Tunisi, città dalla posizione strategica, alleata degli spagnoli, e ne bombardò il porto fino alla resa: la minaccia corsara era ormai insostenibile.

Il duello con Doria

Il trionfo di Khair ad-Din però si rivelò fugace. Carlo V, una volta stabilizzata la situazione in Italia, poté concentrare le sue energie contro i pirati barbareschi. Nel 1535 un’imponente flotta formata da guerrieri tedeschi, spagnoli e provenienti da diversi stati italiani, sotto la guida esperta dell’ammiraglio genovese Andrea Doria, fece rotta su Tunisi e riconquistò la città, dopo una settimana di cruenti scontri.

Tuttavia Barbarossa, divenuto nel frattempo Grande ammiraglio della flotta ottomana, si salvò e negli anni successivi non cessò di seminare il panico in ogni angolo del Mediterraneo, depredando le flotte e razziando gli insediamenti costieri dei cristiani, dalle isole greche ai porti italiani, fino alla penisola iberica. In particolare destò forte scalpore l’audace sortita compiuta contro la repubblica di Venezia; senza farsi troppi scrupoli, infatti, il pirata non si limitò a portar via ricchezze e schiavi, ma inflisse un grave colpo alle famiglie più in vista della Serenissima, catturando alcune giovani e sventurate esponenti, destinate naturalmente a rimpinguare l’harem di Solimano.

Busto di Carlo V in alabastro. Kunsthistorisches Museum, Vienna

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Foto: Erich Lessing / Album

Clamorosa fu poi la sconfitta subita da Andrea Doria nel 1538, durante la battaglia navale di Prevesa, il principale porto dell’Epiro, scontro che avrebbe assicurato ai turchi il predominio sul Mediterraneo orientale, almeno fino alla battaglia di Lepanto (1571). Ma l’ammiraglio genovese non fu l’unico a patire l’onta della disfatta. Nel 1541 l’ingente spedizione guidata personalmente da Carlo V, alla testa di 24mila uomini, partì alla volta del Nord Africa con la certezza di piegare la guarnigione di Algeri. Complice una tempesta che provocò il naufragio di buona parte della flotta, l’esito fu del tutto diverso e l’impresa si risolse in un completo insuccesso.

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Una fama controversa

Non sorprende troppo che Francesco I di Francia, in lotta contro la Spagna, si fosse alleato con i turchi, in virtù della comune rivalità con Carlo V. La presa di Nizza (1543), insieme alle truppe francesi, fu l’ultima impresa del Barbarossa, che trascorse gli ultimi anni a Costantinopoli, dove morì più che ottantenne, stimato e onorato, il 5 luglio del 1546.

Il mausoleo che ne preserva le spoglie, eretto dal celebre architetto Mimar Sinan, definito il “Michelangelo ottomano”, si erge tuttora a Istanbul, sulla riva europea del Bosforo, a memoria di questo personaggio leggendario. Pirata sanguinario per gli europei; intrepido eroe della fede per i turchi, forse proprio la sua fama controversa lo rende ai nostri occhi così affascinante.

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Per saperne di più

Lepanto 1571. La Lega santa contro l’Impero ottomano. Niccolò Capponi. Il Saggiatore, Milano, 2010
Tra l’inferno e il mare. Breve storia economica e sociale della pirateria. Anna Spinelli. Fernandel Editore, Ravenna, 2006
L’ammiraglio del sultano. Vita e imprese del corsaro Barbarossa. Ernle Bradford. Ugo Mursia Editore, Milano, 1972

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