Johann Wolfgang von Goethe, l'artista scienziato

Genio poliedrico, Johann Wolfgang von Goethe coltivò le lettere come le scienze. Al pari di Werther e di Faust, le sue due creature letterarie, fu acceso da brama d’amore e di conoscenza per stagliarsi ancora oggi titanico nel panorama occidentale

Il 22 marzo 1832 si spegne nella propria casa di Weimar il più grande scrittore di tutti i tempi in lingua tedesca, nonché uno dei maggiori artisti universali: Johann Wolfgang von Goethe. Romanziere, drammaturgo, pittore, viaggiatore, critico d’arte, Goethe coltiva anche innumerevoli interessi scientifici, contribuendo allo sviluppo di discipline quali l’ottica, la mineralogia, la botanica e l’anatomia comparata. La complessità del suo pensiero si spinge pure nel terreno della teologia, dell’occultismo e dell’astrologia: sembra quasi che nessun ambito sia sfuggito al suo sguardo curioso e indagatore, e che ogni parola da lui scritta sia stata la fibra di un unico tessuto complesso e suggestivo. Maestro di stile, Goethe è un genio enciclopedico, uno spirito brillante, un costante innovatore, e alcune sue opere, come I dolori del giovane Werther (Die Leiden des Jungen Werthers, 1774) e Faust (1790-1832), ancora oggi sorprendono per l’attualità e per quell’originale acutezza nel cogliere le sfumature dell’animo umano.

Ritratto di Johann Wolfgang von Goethe firmato dallo scrittore. 1770 circa

Ritratto di Johann Wolfgang von Goethe firmato dallo scrittore. 1770 circa

Foto: Mary Evans P.L. / Cordon Press

È una curiosità fuori dal comune a muovere Goethe verso traguardi straordinari, la stessa curiosità che ne stimola l’esistenza vivace, vissuta all’insegna di un’espressione da lui coniata: «Si deve essere qualcosa per fare qualcosa».

Le prime passioni

Goethe nasce a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749. Figlio del consigliere imperiale Johann Caspar e di Katharina Elisabeth Textor, segue le orme paterne iscrivendosi alla facoltà di Legge di Lipsia e poi a quella di Strasburgo. Ben prima degli studi universitari mette alla prova il proprio desiderio di conoscere lasciandosi trasportare dalla lettura di Shakespeare, dalla letteratura italiana e dal teatro classico francese. Già in questo espandersi d’interessi e di sollecitazioni si può ravvisare il genio dell’adolescenza e della maturità, il ventenne che a Strasburgo impiega il tempo libero per assistere alle lezioni di anatomia, chirurgia e chimica. E nel frattempo inizia a comporre i primi versi, ora legati ad amori giovanili ora segnati dal trasporto per la poesia popolare tedesca o per i miti dell’antichità. Nei testi si delinea una figura fondamentale per la produzione goethiana e ancora oggi più che evocata, quella dell’artista, del creatore, di colui che sfugge alle costrizioni sociali per affermare la propria unicità.

Già a vent'anni, l'innata curiosità di Goethe lo portò – mentre studiava legge – a frequentare lezioni di anatomia, chirurgia e chimica

Così è il protagonista di I dolori del giovane Werther, Werther appunto, alle prese con un amore adulterino per la casta Lotte, moglie di Albert. La tragica infatuazione lo porta a confrontarsi con i propri aneliti e a scontrarsi con il mondo circostante, e in particolare con Albert, rappresentante della nascente e pragmatica borghesia che avrebbe dominato i secoli a venire. Werther è invece lo spirito infiammato, libero, che preferisce il suicidio a una vita priva di passione.

'Lettura di Werther di Goethe'. Olio di Wilhelm Amberg, 1870

'Lettura di Werther di Goethe'. Olio di Wilhelm Amberg, 1870

Foto: Pubblico dominio

Sulla scia del movimento preromantico dello Sturm und Drang (Sconvolgimento e impeto), Goethe costruisce un romanzo epistolare moderno e dà voce ai più intimi turbamenti di un suo coetaneo. Sono tali la forza e l’innovatività del testo che, benché sia giudicato pericoloso per la morale, raggiunge in poco tempo un incredibile successo ed è tradotto in moltissime lingue – più avanti, durante il lungo viaggio in Italia, Goethe stesso si lamenterà di essere perseguitato dai lettori nostrani del Werther. In Germania si diffonde addirittura una consuetudine, quella di porre fine alla propria vita in seguito a una delusione d’amore, proprio come Werther e come Karl Wilhelm Jerusalem, giovane conoscente dell’autore che con il suo gesto disperato gli aveva fornito l’ispirazione.

La morte di Werther ricostruita dal pittore francese François-Charles Baude in questa lastra autocroma nel 1911

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Tra sperimentazione e teoria

Nonostante l’inattesa fama, Goethe mantiene un carattere schivo e riservato, continuando a dedicarsi ai molteplici interessi che l’accompagneranno per il resto dell’esistenza. Nel 1776 si stabilisce a Weimar, dove entra al servizio dell’omonimo stato in qualità di membro del consiglio segreto, acquisendo man mano ruoli sempre più importanti.

Con la sua eccezionale curiosità inizia studi di mineralogia e di geologia, quindi approfondisce la botanica, giungendo negli anni a costruire una propria teoria, che vuole contrapposta al meccanicismo della scienza allora in voga. Per Goethe la sperimentazione procede di pari passo con la formulazione, la ricerca empirica con quella ideale, purché alla base vi sia l’intuizione, ossia quel momento di perspicacia in cui l’osservatore del fenomeno naturale riesce a cogliere il tutto nella parte, la metamorfosi nella staticità, la potenza totale nella singola manifestazione. Sebbene si appassioni adesso di scienze, si potrebbe affermare che Goethe sia sollecitato dalla stessa scintilla che l’infiamma in letteratura e che anima i personaggi delle sue opere, Werther in primis. Intuizione, illuminazione, acume: l’uomo è un legame alchemico in cui ogni elemento convive in armonia con gli altri, purché vi sia appunto il fuoco. Proprio sospinto da un fuoco inestinguibile, Goethe transita per l’anatomia, scoprendo l’osso intermascellare nel 1784; scrive tragedie di successo; viaggia con entusiasmo.

‘Goethe nella campagna romana’, di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. 1786. Städel Museum

‘Goethe nella campagna romana’, di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. 1786. Städel Museum

Foto: The Print Collector / Heritage Image

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Il viaggio in Italia

Nel 1786 si dirige verso l’Italia, che rimane immortalata nei suoi scritti, ancora oggi punto di riferimento per chiunque voglia approfondire o avvicinarsi alle bellezze dello Stivale. Da Venezia a Roma, da Firenze a Napoli, da Palermo a Pompei, Goethe è instancabile: disegna schizzi, annota impressioni, osserva le piante. Così confessa all’amico filosofo Herder il 29 dicembre 1786: «Voglio vedere Roma, la Roma che resta [...] Ormai, caro mio vecchio amico, l’architettura, la scultura e la pittura mi sono familiari quanto la mineralogia, la botanica e la zoologia».

Il lungo periplo in Italia, in cui può concedersi un riposo dalle questioni amministrative di Weimar e girare nell’anonimato, gli consente di redigere le prime teorie scientifiche. Di lì a poco il passaggio dalla botanica all’ottica è rapido, e nel 1810 Goethe è pronto per elaborare un’innovativa teoria dei colori che mette in discussione i principi di Newton: i colori, afferma per esempio Goethe, non sono puri, come invece sostiene Newton, ma si originano dal contrasto tra luce e buio. Queste e altre riflessioni esatte si riveleranno stimoli per le indagini future. Ma Goethe non si ferma qui: oltre a lavorare presso la corte di Weimar scrive le sue opere più importanti dopo Werther, i due capisaldi della letteratura Le affinità elettive (Die Wahlverwandtschaften, 1809) e Faust.

‘Faust nel suo studio’, di Georg Friedrich Kersting. 1829, collezione privata

‘Faust nel suo studio’, di Georg Friedrich Kersting. 1829, collezione privata

Foto: Pubblico dominio

Tra affinità e patti con il diavolo

Il primo romanzo riprende non a caso il titolo dal concetto chimico di affinità elettive, la tendenza che alcuni elementi dimostrano nel legarsi con altri, e nell’abbandonare un primo legame per stabilirne uno diverso con un elemento più affine, o stabile. Goethe traspone sul piano umano e interpersonale tale fenomeno, descrivendo in pagine magistrali gli equilibri cangianti dei quattro protagonisti, Edoardo, Carlotta, il Capitano e Ottilia.

La complessa arte goethiana tocca però il punto più alto con Faust, opera teatrale a cui lo scrittore dedica molti anni della propria vita. Stavolta il protagonista è Faust, scienziato e alchimista che, pur di superare i limiti imposti all’uomo, vende la propria anima a Mefistofele in cambio di conoscenza, potere, amore e ricchezza. Ormai imbrigliato in una titanica lotta per la libertà, sprofonda nell’abisso delle passioni, dei dubbi e delle aspirazioni, non solo suoi bensì dell’intera umanità. Come infinite sono le combinazioni del sentire, così molteplici sono le sollecitazioni dell’opera, in cui convergono in modo equilibrato la scienza e la cultura, il mondo classico e quello romantico, il sapere biblico e l’illuministico. Ed è forse proprio questo il culmine della vita di Goethe, giacché dietro ogni verso, come un continuo torrente carsico, scorre impetuoso il fuoco della conoscenza e della curiosità.

‘Faust e Mefistofele’ di Anton Kaulbach. XIX-XX secolo

‘Faust e Mefistofele’ di Anton Kaulbach. XIX-XX secolo

Foto: Pubblico dominio

Un tempo Werther, ora Faust, Goethe non si piega alla finitezza. A ottant’anni studia la poesia cinese, Dante, nonché I promessi sposi di Manzoni il quale, come prima Ugo Foscolo, è profondo ammiratore dell’artista di Weimar e gl'invia le proprie opere per ricevere da lui una parola di approvazione. Venerato in tutta Europa, Goethe sembra però essere afflitto da una struggente malinconia, non priva di un divertito distacco per le umili banalità del mondo. E, come in tutta la sua vita così ricca, poliedrica e affascinante, fino alla metà del marzo 1832 lascia che a tenergli compagnia siano brillanti ricordi, fremiti audaci e guizzi divini, prima di sprofondare nella fine.

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