Il grande incendio del 1666 che devastò Londra

Il grande rogo colpì il cuore della City e fu uno dei più devastanti della storia d’Inghilterra: in soli tre giorni le fiamme distrussero quattrocento strade e 13mila abitazioni, ma fecero pochissime vittime

All’alba del 2 settembre del 1666, una gran parte del centro della città antica di Londra andò distrutta a causa di un gigantesco incendio. Questa catastrofe cancellò interi quartieri, soprattutto molte abitazioni popolari, nelle quali aveva imperversato per lungo tempo la peste nera, che aveva causato fino a quel momento circa 70mila vittime. Tale avvenimento segnò perciò un passaggio significativo per la capitale britannica, obbligando le autorità a ricostruire parte della città in maniera più razionale e con delle condizioni igienico-sanitarie migliori.

L'incendio di Londra visto dall’altra sponda del Tamigi. Xilografi del XVII secolo

L'incendio di Londra visto dall’altra sponda del Tamigi. Xilografi del XVII secolo

Foto: Museum of London

Nel XVII secolo gli incendi accidentali non erano una rarità, specialmente nei sobborghi della città, in cui le case erano costruite in legno e paglia. Inoltre, l’enorme concentrazione di persone in certe zone di Londra aumentava l’eventualità di incidenti.

Lo scrittore (e funzionario del ministero della Marina) Samuel Pepys, autore di un diario pubblicato nel 1825, fonte preziosa dell’evento, e la moglie Elisabeth furono tra i primi ad assistere al grande incendio. Dormivano nella loro casa londinese in Seetghin Lane quando la cameriera li svegliò annunciando la notizia. Allarmato dalle sue parole, Pepys andò personalmente a verificare la gravità della situazione: «Più tardi Jane arriva e mi dice di aver udito che oltre trecento case sono andate in fiamme questa notte per l’incendio che abbiamo visto, e che sta divampando lungo tutta Fish Street, vicino al London Bridge. Così mi sono preparato alla svelta e ho camminato fino alla torre; e lì sono salito fino a uno dei piani alti, e lì ho visto le case alla fine del ponte tutte in fiamme, e un incendio infinito su questo e l’altro lato del ponte!».

Il fuoco divampò nelle prime ore del mattino nel panificio reale in Pudding Lane, sulla sponda nord del Tamigi, gestito da Thomas Farrinor (o Farynor), e si diffuse rapidamente nella City. Le prime vie invase dalle fiamme furono Fish Street e Thames Street, accanto al fiume, nelle cui banchine canapa, olio di sego, legname, carbone e liquori alimentarono ulteriormente le fiamme; successivamente il fuoco si propagò in direzione del ponte di Londra. In breve tempo l’incendio di casa Farrinor, nato da un focolare non completamente spento la sera precedente, si estese alle abitazioni adiacenti, addossate l’una all’altra. A questa situazione si aggiunse un forte vento, noto con il nome di Gale, che aveva iniziato a soffiare, alimentando il grande rogo.

Samuel Pepys (1633-1703), incisione di Robert White

Samuel Pepys (1633-1703), incisione di Robert White

Foto: A. Idini / Album

La devastazione avanza

Le autorità non riuscirono nelle ore successive allo scoppio della devastazione a contenere o domare un tale incendio. Il lord mayor di Londra, la più alta carica cittadina dell’epoca, Thomas Bloodworth, organizzò in colpevole ritardo le squadre di spegnimento, poiché prese molto alla leggera l’avvenimento. Infatti, inizialmente si rifiutò di prendere provvedimenti, minimizzandone l’entità.

Non esistendo una forza ufficiale, i cittadini si organizzavano in caso di incendi in una sorta di milizia volontaria, chiamata Train-band. La procedura consisteva nell’individuare alcuni edifici strategici da demolire per fermare il propagarsi delle fiamme. Ma le anguste vie attraversate dal fuoco e la velocità con cui questo si diffondeva resero i lavori di spegnimento e di demolizione molto ardui, tanto che le macerie delle case abbattute non potevano essere sgomberate subito e spesso prendevano fuoco assieme alle strutture ancora in piedi.

Fu allora che il sovrano Carlo II prese in mano la situazione organizzando un piano per contenere i danni. Durante l’epidemia di peste dell’anno precedente, Carlo si era trasferito con la sua corte nelle campagne di Oxford. Così, quando il fuoco iniziò a distruggere la capitale, si trovava lontano dal pericolo. Venuto a conoscenza della gravità della situazione, il sovrano designò il fratello James, duca di York, quale responsabile dei lavori di spegnimento dell’incendio.

Carlo II d'Inghilterra, il re che organizzò la ricostruzione di Londra

Carlo II d'Inghilterra, il re che organizzò la ricostruzione di Londra

Foto: Dea / Dagli Orti / Album

Nel suo diario, Pepys racconta il proprio coinvolgimento personale nelle operazioni: «Così fui chiamato e riportai al duca e al re di York quello che avevo visto e che, sebbene Sua Maestà comandasse di abbattere le case, non si riusciva a fermare il fuoco. Essi sembravano molto angosciati e il re mi comandò di andare dal Lord Mayor e di riferirgli di non risparmiare alcuna abitazione». Molti cittadini tentarono di salvare sé stessi e i propri averi attraverso il fiume, trasportando oggetti e persone su piccole imbarcazioni, mentre altri scelsero di rimanere nelle proprie case nella vana speranza che le fiamme le risparmiassero.

Al tramonto il fuoco si era propagato senza controllo verso le zone nord e ovest della città, seguendo il corso del Tamigi. La mattina del 3 settembre l’incendio era diviso in diversi focolai. Arsero chiese, case e palazzi. Nel pomeriggio le fiamme divorarono il castello di Baynard, che si ergeva sul lato occidentale di Londra dai tempi di Guglielmo il Conquistatore, e la cattedrale di Saint Paul, che all’epoca era in ristrutturazione. La sera, i diversi fuochi si unirono nuovamente in un unico incendio. Come annotò sul suo diario lo scrittore John Evelyn, «un mostro di fuoco e fiamme iniziò a inghiottire la città con una luce talmente abbagliante, un fuoco così bruciante e con il suono gracchiante della caduta di tante case, che sembrava incredibile che tutto ciò accadesse realmente».

Martedì 4 settembre l’incendio attraversò il fiume Fleet, che all’epoca attraversava la City per sfociare nel Tamigi, propagandosi fuori dalle mura verso i quartieri occidentali, e continuò ad avanzare ininterrottamente per quattro giorni, rendendo l’aria irrespirabile. Distrusse circa cinque sesti dell’area cittadina e giunse anche oltre le mura, devastando un’ampia area agricola. Si propagò fino al limite del palazzo di Whitehall, residenza reale, e alla torre di Londra. Sull’altro fronte, proseguì verso Westminster.

Il panico dei londinesi e l’inesorabile procedere del devastante incendio, arginato solo dalle acque del Tamigi, si riflettono in questo quadro del secolo XVII di scuola olandese

Il panico dei londinesi e l’inesorabile procedere del devastante incendio, arginato solo dalle acque del Tamigi, si riflettono in questo quadro del secolo XVII di scuola olandese

Foto: Museum of London

La distruzione di una città

Il duca di York ordinò allora che venisse demolita la Paper House, la biblioteca cittadina, per contenere le fiamme, e riuscì finalmente a fermare il fuoco. Il fumo denso dell’incendio era visibile da sessanta chilometri di distanza dalla capitale. Quello che inizialmente era parso uno dei tanti incendi che colpivano periodicamente Londra era stata in realtà una catastrofe immane che minacciò di distruggere completamente la capitale inglese.

La mattina di mercoledì 5 settembre Londra era quasi irriconoscibile. Il piombo che ricopriva il tetto della cattedrale di Saint Paul giaceva fuso sulle strade e nuvole di fumo e vapore salivano al cielo dalle fontane della città e dal sottosuolo. Quattro delle sette porte delle mura erano state divorate dalle fiamme; il fuoco aveva distrutto quindici dei suoi ventisei quartieri, e con essi scomparvero più di ottanta chiese, quattrocento strade e 13mila case.

Ufficialmente, il conto delle vittime nei giorni successivi all’incendio ammontò a poche decine, alcune fonti sostengono che furono addirittura soltanto sei. Ricerche successive, però, hanno sostenuto che l’altissima temperatura raggiunta delle fiamme potrebbe aver carbonizzato molti corpi disperdendo le loro ceneri nell’aria. Durante la devastazione molti londinesi incolparono gli abitanti stranieri di aver appiccato il fuoco, in particolare francesi e olandesi, in quanto nemici dell’Inghilterra in seguito alla seconda guerra anglo-olandese iniziata nel 1665, al tal punto che alcuni tra questi cittadini stranieri furono linciati o percossi a morte.

La cattedrale di Sain Paul fu ricostruita dopo l’incendio, tra il 1675 e il 1710

La cattedrale di Sain Paul fu ricostruita dopo l’incendio, tra il 1675 e il 1710

Foto: Johanna Huber / Fototeca 9X12

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La ricostruzione e la rinascita

Subito dopo la distruzione furono presentati i progetti di ricostruzione. Il re nominò tre commissari e la persona incaricata di portare a termine l’impresa della rinascita di Londra: l’architetto e scienziato Christopher Wren, che puntò sul recupero del vecchio tracciato della città, migliorando innanzitutto le condizioni igienico-sanitarie e intervenendo sulla prevenzione degli incendi. Una seconda commissione, designata dalle autorità cittadine, fu affidata allo studioso Robert Hooke. Si stabilì che le abitazioni dovevano essere costruite esclusivamente con mattoni e pietra e fu vietato l’uso di legno e paglia. Alcune strade furono ampliate e furono introdotti nuovi piani regolatori. Furono ricostruite molte chiese, tra cui la cattedrale di Saint Paul, una delle più grandi d’Europa.

Si eressero anche due monumenti: il Golden Boy, una statua dorata nel luogo in cui il fuoco si arrestò; e una colonna, chiamata The Monument, nel luogo dove era scoppiato l’incendio, nei pressi della panetteria reale di Thomas Farrinor in Pudding Lane.

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Per saperne di più

Il Great Fire: pubblico e privato nel Journal di Samuel Pepys. Giovanni Luciani, Nuova Cultura, Roma, 2012.

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