Il ghetto ebraico della Serenissima Repubblica di Venezia

Fondato nel 1516 per ospitare i mercanti ebrei provenienti dall'Europa centro-orientale, ben presto s'ingrandì sviluppandosi in verticale per sopperire alla mancanza di spazio

L'arrivo dei primi nuclei di ebrei nella laguna di Venezia è attestato già nel X secolo, ma le informazioni a riguardo sono frammentarie e si confondono fra realtà e leggenda. Sebbene qualcuno presuma un primo insediamento successivo all'anno Mille nell'isola di Spinalonga, poi Zudecca (o Giudecca, isola dei giudei), non vi sono documenti inconfutabili che lo confermino. Quel che invece è certo, è che nel XII secolo questi risiedevano nella vicina città suddita di Mestre, sulla terraferma. La loro principale attività era legata al prestito di denaro: Venezia era un grande emporio commerciale in cui gli ebrei erano ben accetti in qualità di mercanti, come le altre comunità, ma non potevano risiedere stabilmente in città per più di quindici giorni e dovevano indossare una O gialla cucita al petto e più tardi indossare un berretto giallo o rosso come segno identificativo. La maggior parte di essi era di origine ashkenazita, provenienti cioè dall'Europa centro-orientale, pertanto vennero indirizzati per lo svolgimento dei propri traffici al Fondaco dei Tedeschi, l'area che ospitava i mercanti venuti dalla Germania e da altri Paesi del nord. Qui, v'erano dei magazzini: al piano terra si stipavano le merci e si contraevano i traffici, al piano superiore vi erano gli alloggi dei mercanti. Oltre agli ashkenaziti, nel tardo Medioevo gravitavano attorno alla città lagunare anche molti ebrei provenienti dall'Oriente. Questi non erano vincolati al Fondaco, ma potevano circolare liberamente.

Scena tratta da 'Il mercante di Venezia' di Shakespeare. Atto III, scena I. Illustrazione del 1865

Scena tratta da 'Il mercante di Venezia' di Shakespeare. Atto III, scena I. Illustrazione del 1865

Foto: Heritage Art / Heritage Images / Cordon Press

Dalla condotta all’espulsione

Fra il 1348 3 il 1349 una terribile epidemia di peste funestò il continente. Come solitamente accade in circostanze simili, si cercò un capro espiatorio, e lo si individuò negli ebrei, che vennero accusati di aver avvelenato i pozzi. Per sfuggire alle rappresaglie, molti di questi provenienti dall'Europa centro-orientale cercarono rifugio a Venezia, che in nome degli affari aveva mantenuto un atteggiamento accomodante accettando di accoglierli. Risale al 1385 la prima “condotta”, un documento che autorizzava i mercanti ebrei ashkenaziti a lavorare in città. Documenti analoghi esistevano anche in altre città della penisola italiana, e costituivano una sorta di contratto che determinava il tempo e le condizioni di permanenza degli ebrei. Per esempio il tasso d'interesse per i banchi di prestito che gestivano era fissato tra il dieci e il dodici per cento e il versamento di una (generosa) cifra pattuita esentava gli ebrei dal versare altre tasse. Inoltre la pratica di stabilire in anticipo il tempo di permanenza permetteva alla Serenissima di esigere ulteriori pagamenti successivi per non sfrattare la comunità.

Dal canto loro, i mercanti ebrei stavano al gioco sentendosi più al sicuro nella città lagunare che altrove. Quando la comunità ebraica si sentì sufficientemente stabile, chiese al governo un’area residenziale fissa e lo spazio per istituire un cimitero. Inizialmente queste richieste vennero rifiutate, e nel 1395 venne declinato anche il rinnovo della condotta; venne concessa solo una proroga di due anni prima dell'espulsione. Gli unici a non venir toccati dal decreto furono i medici, considerati più affidabili di quelli cristiani. Gli ebrei poterono rientrare a Venezia solo nel 1509, nonostante gli attacchi di una parte del clero che aveva cercato senza successo d’istigare la popolazione contro di loro.

Il ghetto di Venezia nei primi anni del XVI secolo. Illustrazione tratta dall'opera 'Storia delle nazioni' pubblicata nel 1915

Il ghetto di Venezia nei primi anni del XVI secolo. Illustrazione tratta dall'opera 'Storia delle nazioni' pubblicata nel 1915

Foto: Zumapress / Cordon Press

Ghetto Novo, Vecchio e Nuovissimo

«L'anderà parte, che per obviar a tantj desordenj et inconvenientj: sia provisto et deliberado [...] che tutj li zudei che de presentj se attrovano habitar in diverse contrade de questa cità nostra [...] siano tenutj ed debino andar immediate ad habitar unidj in la corte de case che sono in geto apresso san hieronymno [...] et per obviar che i non vadino tuta la notte a torno [...] sia preso che da la banda verso geto vechio, dove è un pontesello picolo: et similiter da l'altra banda del ponte, siano facte do porte videlicit una per cadauno de dictj do luochj: qual porte la matina se debino aprir a la marangona: et la sera siano serade ad hore XXiiij per quatro custodj christianj: da esser a questo deputadj et pagadj da lor zudei [...] et insuper dicto collegio li debj deputar do barche: qual zorno et notte vadino a torno el prefato loco: da esser pagade de i danarj de essi zudei». Senato della Serenissima Repubblica di Venezia, 29 marzo 1516.

Con tale decreto, nel 1516 la comunità ottenne un quartiere dedicato. La città era divisa in sei zone dette “sestrieri”, e a loro toccò quello di Cannaregio, il cui nome derivava probabilmente dal canneto che originariamente ricopriva la zona lagunare. Qui vi erano le fonderie dove si “gettava” cioè fondeva il piombo per i cannoni: è da quest'attività che deriva il termine geto, cioè getto, poi divenuto “ghetto”. Il primo nucleo venne fatto insediare in corrispondenza del geto novo, da cui il toponimo Ghetto Nuovo. Inizialmente, il permesso di residenza riguardava gli ebrei italiani e quelli ashkenaziti, mentre venne rifiutato agli ebrei orientali e ai “marrani”, ebrei costretti alla conversione in Spagna e Portogallo e successivamente cacciati. Il ghetto venne provvisto di porte che al tramonto venivano chiuse per ragioni di sicurezza. Le guardie armate cristiane (assunte dalla comunità ebraica) controllavano la zona circostante e una catena veniva alzata sul canale per impedire la navigazione. Se da un lato queste misure proibivano ad estranei di entrare, dall’altro vietavano ai residenti di uscire.

Pagina tratta dal volume 'Gli abiti de' Veneziani'. Seconda metà del XVIII secolo. Museo Correr, Venezia

Pagina tratta dal volume 'Gli abiti de' Veneziani'. Seconda metà del XVIII secolo. Museo Correr, Venezia

Foto: Fine Art Images / Heritage / Cordon Press

Nel Ghetto Novo sorsero sinagoghe, delle “scuole” corrispondenti alle diverse nazioni della comunità: fra queste sono sopravvissute la Scuola grande tedesca (1529), la prima ad essere costruita. Poi la Scuola Canton (1531), l'unica sinagoga europea a conservare scene di episodi tratti dall'Esodo (gli ebrei non possono rappresentare figure umane) e la Scuola italiana (1575), con le sue ampie finestre. V'erano inoltre botteghe, abitazioni, banchi dei pegni come il Rosso, il Verde e il Nero, e anche dei pozzi. La popolazione cresceva in maniera inarrestabile: se all'inizio del XVI secolo il ghetto ospitava circa seicento persone, a fine secolo era la casa di oltre duemila anime. Per supplire alla mancanza di spazio si cominciò a sviluppare le costruzioni in altezza, tanto da raggiungere dimensioni mai viste prima, anche di sette o otto piani. Si può dire che per l'epoca si trattasse di veri e propri grattacieli. Purtroppo però queste opere non erano sicure: si ricavavano infatti dall'inserimento di un piano abbassando il soffitto dell'appartamento inferiore, tanto da faticare a stare eretti. La continua ristrutturazione e la realizzazione di palazzi con il soffitto più basso del solito sovraccaricava in eccesso le fondamenta che spesso non reggevano il peso e crollavano.

Nel 1589 il governo della città autorizzò infine lo stanziamento degli ebrei orientali e spagnoli (o sefarditi) a risiedere stabilmente in una zona dove in precedenza sorgeva una fonderia più antica, da cui il nome del quartiere, Ghetto Vecchio, seguito nel 1633 dalla costruzione dell’adiacente Ghetto Novissimo, con l'edificazione di nuovi palazzi più comodi. Anche qui sorsero sinagoghe di cui ci rimangono nel Ghetto Vecchio la Spagnola, progettata nel Seicento dall'architetto Baldassare Longhena, e la Levantina (1638). Anche qui si riconosce lo stile del Longhena. Le case più moderne erano quelle costruite nel Ghetto Nuovissimo.

Vista di campo di Ghetto Nuovo, nell'antico ghetto ebraico di Venezia. Foto scattata l'11 febbraio 2019

Vista di campo di Ghetto Nuovo, nell'antico ghetto ebraico di Venezia. Foto scattata l'11 febbraio 2019

Foto: Richard Gray / EMPICS / Cordon Press

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Rapporti fra cristiani ed ebrei

L'interesse della Serenissima Repubblica di Venezia nei confronti degli ebrei era dovuto prevalentemente al denaro: essi erano appetibili in qualità di mercanti, cambiavalute e soprattutto gestori del banco dei pegni. Per ragioni di tipo religioso, infatti, i cristiani non potevano prestare il denaro ad usura, mentre gli ebrei non erano soggetti ad alcun vincolo morale in tal senso. Ciononostante, per legge non dovevano accettare in pegno oggetti sacri o armi.

Molto apprezzati erano come già accennato anche i medici ebrei, che godevano una tale stima che gli era permesso continuare gli studi presso la prestigiosa università di Padova. Inoltre, erano gli unici a poter uscire all'occorrenza dal ghetto durante le ore notturne. Anche le doti artistiche degli ebrei erano riconosciute: molti cristiani frequentavano senza pregiudizio le scuole ebraiche di musica e danza e i musicisti ebrei venivano invitati ad esibirsi a casa dei nobili veneziani, creando così rapporti di collaborazione stabili. Grande importanza avevano anche gli editori ebrei, molto fiorenti a Venezia per tutto il XVI secolo. Nell'ambito dell'editoria nacquero anche collaborazioni fra studiosi cristiani ed ebrei per la traduzione di testi arabi o dell'antichità classica o ebraica.

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Oltre a questi mestieri, l'unico concesso era quello degli strazarioi, cioè i venditori di stracci o oggetti vecchi. Il resto era interdetto ai membri della comunità. Se da un lato dunque a Venezia gli ebrei erano meglio tollerati rispetto ad altre città, d'altro canto per garantirsi protezione erano obbligati a pagare somme ingenti e ad allestire a proprie spese ricevimenti in onore d'importanti personalità in visita nella città lagunare. L'usanza più umiliante era la “corsa degli ebrei” a Carnevale, in occasione della quale uomini seminudi e preferibilmente grassi dovevano correre attraverso un percorso fra le calli mentre la cittadinanza li denigrava lanciando oggetti ingiuriosi.

La fine del ghetto

Nel XVIII secolo la Serenissima cominciò il suo declino economico. Parallelamente, la maggior parte degli ebrei benestanti lasciò la città e il suo ghetto, mentre rimasero quelli poveri. Anche la vita culturale andò via via esaurendosi, limitandosi a qualche attività nell'ambito delle sinagoghe. Nel 1797 Napoleone Bonaparte conquistò Venezia e incendiò il ghetto decretando la fine della segregazione. Gli ebrei vennero equiparati agli altri cittadini, anche se si dovette aspettare il 1866 e l'annessione della città al Regno d'Italia perché tali misure diventassero esecutive.

Banchiere. Illustrazione tratta dal volume 'Gli abiti de' Veneziani', della seconda metà del XVIII secolo. Museo Correr, Venezia

Banchiere. Illustrazione tratta dal volume 'Gli abiti de' Veneziani', della seconda metà del XVIII secolo. Museo Correr, Venezia

Foto: Fine Art Images / Heritage / Cordon Press

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