I segreti della capitale perduta di Ani

In un angolo remoto della Turchia, a due passi dal confine armeno, mille anni fa sorgeva Ani, una delle più ricche metropoli d’Oriente

Nelle cronache medievali del Vicino Oriente era chiamata “la città delle mille e una chiesa” o “delle quaranta porte” per la sua magnificenza e la sua fama raggiungeva le più lontane contrade del tempo. Chi ebbe modo di visitarla all’apice del suo splendore, a cavallo tra il X e il XIII secolo, racconta che per la sua bellezza rivaleggiava con le contemporanee capitali d’Oriente: Baghdad, Il Cairo e Costantinopoli. Ani, la gemma più preziosa del potente regno armeno dei bagratidi che in quel tempo controllava gran parte dell’Anatolia orientale, era stata scelta come residenza dal grande Ashot III (953-977). Desiderosi di esaudire le sue richieste, gli architetti avevano sviluppato stili che ancora oggi stupiscono per la loro capacità di precorrere i tempi.

Vista della chiesa di Tigran Honents (San Gregorio l’Illuminatore). A fianco scorre il fiume Akhurian

Vista della chiesa di Tigran Honents (San Gregorio l’Illuminatore). A fianco scorre il fiume Akhurian

Foto: Florian Neukirchen / Age Fotostock

   

Non pochi studiosi d’arte infatti hanno faticato a capire perché nell’imponente cattedrale di Surp Asdvadzadzin (Santa Madre di Dio) la navata centrale sia sorretta da colonne identiche a quelle che faranno bella mostra nelle più tarde cattedrali gotiche d’Europa. Ma non è il solo enigma a circondare Ani. A partire dalla stessa posizione sulle mappe, un altopiano desolato e battuto dai venti, al centro di un sistema viario che funzionò solo finché il regno ebbe modo di esistere e prosperare. Qui, come ricordano alcuni viaggiatori tra cui Marco Polo, che ne ha lasciato una confusa descrizione, passava uno dei tanti rami della Via della Seta. Ciò rese la città ricca e prospera, ma fu anche la sua condanna.

Una preda ambita

Quando, dopo vari tentativi infruttuosi, le armate bizantine la conquistarono nel 1045 mettendo fine all’indipendenza armena, Ani incominciò, lentamente ma inesorabilmente, a decadere. Incapace di opporsi alle mire dei potenti vicini, passò di mano più volte. Furono eventi che comportarono terribili assedi e sanguinosi saccheggi. Come quello selgiuchide, che nel 1064 mise la città in ginocchio.

Tuttavia, fu l’apparizione dei mongoli nel XIII secolo a darle il colpo di grazia. Assediata e conquistata, Ani finì con lo spopolarsi. Oramai fuori da ogni via di comunicazione, non aveva più ragione di rifiorire ed esistere. Il suo ricordo venne meno e la sua bellezza sfiorì, finché non ne rimase che la leggenda. Terremoti, saccheggi e un clima implacabile contribuirono poi a sfigurarla inesorabilmente. Quando tra il seicento e l’ottocento i primi esploratori occidentali vi fecero capolino, anche il suo nome era perduto da tempo. Si trovava in una terra di nessuno, al confine tra due imperi – quello ottomano e quello persiano – in eterna lotta tra loro, e chi vi si avventurava lo faceva a rischio della propria vita.

Particolare dell’interno della chiesa di Tigran Honents

Particolare dell’interno della chiesa di Tigran Honents

Foto: Izzet Keribar / Getty Images

   

Non vi era stato fatto nessuno scavo ma solo ispezioni frettolose, durate poche ore, che contribuirono però a generare grande interesse tra gli studiosi del tempo. Come narra l’esploratore Robert Porter nel 1817: «Entrando nella città ho trovato l’intera superficie del terreno ricoperta di pietre scavate, capitelli spezzati, colonne, fregi frantumati, ma ben decorati, e altri resti di un’antica magnificenza». Era chiaro che quella landa desolata custodiva un vero tesoro artistico. L’alone di mistero che la circondava rimase tale fino alla fine del XIX secolo.

La città torna alla luce

Nel frattempo la regione, al centro di infinite dispute territoriali tra l’impero russo e il sempre più decadente impero ottomano, era finita sotto il controllo zarista.

La missione russa guidata dall’archeologo Nikolaj Marr ebbe modo di portare avanti una serie di campagne di studio protrattesi fino al 1917, che ne rivelarono parzialmente il maestoso passato. Per la prima volta il sito venne ispezionato e scavato, e gli edifici ancora in piedi restaurati. I suoi segreti vennero in parte svelati: maestose chiese armene con i loro preziosi affreschi coesistevano a fianco di moschee più tarde, conseguenza delle successive dominazioni islamiche. Furono riportati alla luce anche i resti di un antichissimo tempio zoroastriano, a riprova dell’originario culto armeno prima della conversione al cristianesimo.

Ma è la cattedrale di Santa Madre di Dio, completata nel 1001 dal noto architetto armeno Trdat, con la sua pianta cruciforme e l’imponente cupola, collassata nel terremoto del 1319, a lasciare senza fiato.

Il primo archeologo a ispezionare il sito fu il russo Nikolaj Marr ai primi del ’900

Il primo archeologo a ispezionare il sito fu il russo Nikolaj Marr ai primi del ’900

Foto: Alamy / ACI

   

La città avrebbe potuto svelare molti altri misteri, ma nel 1918 l’esercito turco avanzò nuovamente, riconquistando la regione, e su Ani si abbatté una furia iconoclasta e distruttrice. Era l’inizio di una nuova stagione di oblio. Per i successivi ottant’anni l’area divenne uno dei confini più impenetrabili del mondo su cui l’Unione Sovietica, erede dell’impero russo, fronteggiava la NATO e il fidato alleato turco. E l’antica capitale armena era proprio nel mezzo, in una terra di nessuno, avvolta da chilometri di filo spinato e circondata da letali campi minati. Fu sacrificata alla logica della Guerra fredda e così rimase fino alla metà degli anni novanta, quando le cose lentamente cominciarono a mutare con la dissoluzione dell’URSS.

Oggi Ani non è più impenetrabile ma resta pur sempre un luogo su un confine sensibile, tra due nazioni (Turchia e Armenia) divise da un tragico passato. Per arrivarci bisogna spingersi fino alla sonnolenta Kars, nella Turchia nord-orientale, e percorrere una monotona strada che taglia un altopiano brullo e ventoso in cui, per decine e decine di chilometri, non s’incontra anima viva.

Gli accessi al sottosuolo di Ani sono disseminati lungo le ripide pareti dei profondi canyon che circondano la città. La compagnia di scavo di Marr fu la sola a esplorarlo e a individuare centinaia di camere

Gli accessi al sottosuolo di Ani sono disseminati lungo le ripide pareti dei profondi canyon che circondano la città. La compagnia di scavo di Marr fu la sola a esplorarlo e a individuare centinaia di camere

Foto: Funkystock / Age Fotostock

   

Oltrepassate le maestose mura in pietra rossa, ancora in buone condizioni, si accede a un vasto pianoro costellato di rovine ricoperte da erbacce e bassi arbusti. Solo le strutture più monumentali, in condizioni di conservazione precaria, spuntano qua e là, solitarie. Poi all’improvviso il paesaggio cambia bruscamente: il terreno sprofonda per centinaia di metri verso un canyon in cui scorre l’Akhurian, un affluente del fiume Arasse, che delimita i contorni della città, fino a raggiungere la cittadella dove nel V secolo sorgeva una fortezza solitaria.

Segreti del sottosuolo

Ani è uscita dal suo secolare oblio ed è diventata Patrimonio dell’Umanità. Se non ci saranno altri colpi di scena, sarà forse in grado di svelare una volta per tutte i suoi segreti. Al giorno d’oggi è il suo sottosuolo a reclamare attenzione; nelle viscere dell’altopiano nel quale sorge si intersecano centinaia di tunnel, con abitazioni e templi, a riprova di culti molto antichi. Ani sembra insomma celare tra le sue viscere ancora molti misteri.

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