Guelfi e ghibellini, le «maledette parti»

Nate in Germania tra i filopapali e filoimperiali, le due fazioni "sconfinarono" in Italia dove i contrasti si spostarono dal piano politico a quello degli interessi locali, opponendo città e famiglie rivali e facendo anche vittime illustri

In origine fu Welf e Weiblingen. Il conflitto fra guelfi e ghibellini è una parte importante della storia del Medioevo italiano. È anche diventato il simbolo di quella che sarebbe una tendenza naturale degli italiani alla faziosità politica e al gusto della contrapposizione manichea che rimane irriducibile e feroce anche quando, col passare del tempo, le ragioni ideali originarie sono state dimenticate.

'Farinata degli Uberti alla battaglia del Serchio'. Giuseppe Sabatelli, 1842, olio su tela, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

'Farinata degli Uberti alla battaglia del Serchio'. Giuseppe Sabatelli, 1842, olio su tela, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

Foto: Dea / Scala, Firenze

Anche durante il Risorgimento, quando si trattava di riunificare una nazione divisa, gli italiani hanno trovato il modo di dividersi in neoguelfi e neoghibellini. Eppure è al di là delle Alpi, in Germania, che hanno avuto origine, se non le ragioni dei conflitti fra fazioni italiane, le due parole – Welf e Waiblingen – che, italianizzate, hanno dato il nome ai due schieramenti. Welf era infatti il capostipite dei duchi di Baviera,Waiblingen il castello dove aveva avuto origine la dinastia degli Hohenstaufen, duchi di Svevia. Dopo la morte senza eredi di Enrico V nel 1125 e l’estinzione della dinastia salica, queste due famiglie si erano contese la corona del Sacro Romano Impero. Sembra che sia stato nel 1140, durante una battaglia, che per la prima volta i due nomi sono stati adottati come grida di guerra e di riconoscimento dei due fronti opposti: Hei Welf!, Hei Waiblingen!

Federico Barbarossa e la lotta con i comuni

Per capire perché questi nomi siano trasmigrati in Italia dobbiamo seguire le vicende di due grandi imperatori, entrambi della casata di Svevia: Federico I e suo nipote Federico II. Federico I, detto Barbarossa – nato appunto a Waiblingen nel 1122 e imperatore dal 1152 – è una figura ben nota della storia italiana. Soprattutto dal Risorgimento in poi, quello che è stato senza dubbio un grande imperatore in Italia non ha goduto di buona stampa. La lunga lotta condotta da Federico contro i liberi comuni e contro il pontefice è diventata la premessa di tutte le oppressive dominazioni straniere che si sono succedute nei secoli sul suolo italiano. Non va però dimenticato che se nelle sue discese nella penisola il Barbarossa si era fatto molti nemici, aveva trovato anche non pochi alleati, sia tra le città, sia fra le grandi famiglie feudali.

Il trionfo del ghibellino Ugolino Rossi dopo la battaglia di Campaldino. 1570 circa. San Secondo Parmense

Il trionfo del ghibellino Ugolino Rossi dopo la battaglia di Campaldino. 1570 circa. San Secondo Parmense

Foto: Dea / Scala, Firenze

Si erano infatti costituiti in Italia un partito filoimperiale – una Pars Imperii – e una pars Ecclesiae che vedeva nel papato (ostile all’ingombrante presenza dell’imperatore al di qua delle Alpi) il suo punto di riferimento. I termini “guelfi” e “ghibellini” non erano ancora entrati in uso per designare i fronti opposti, tuttavia il lungo regno di Federico I, durato fino al 1190, creò un’associazione quasi naturale fra l’idea di Impero e gli Hohenstaufen, i signori di Waiblingen.

Le fazioni cittadine

Gli italiani non avevano però aspettato l’arrivo degli imperatori germanici per dividersi in fazioni contrapposte. E in genere l’adesione di una città o di una famiglia o gruppo di famiglie al “partito dell’Impero” o al “partito della Chiesa” non era dettata da alte motivazioni ideali, ma da interessi molto concreti o da rancori e rivalità regionali o locali. I comuni come Como o Pistoia o le grandi famiglie feudali come i conti Guidi in Toscana o i conti di Biandrate in Lombardia scelsero di schierarsi con l’imperatore in primo luogo perché temevano l’egemonia di città vicine più grandi e potenti, come Milano o Firenze, schierate sul fronte opposto.

«E se venissero a mancare le dette due parti, se ne formerebbero delle peggiori», scriveva il cronista lombardo Pietro Azario

Ma la frontiera fra i partiti poteva attraversare una stessa città. Nel 1177, per esempio, gli Uberti, «i più possenti e maggiori cittadini di Firenze», come li descrive il cronista Giovanni Villani, presero le armi per rovesciare il governo comunale nelle mani della famiglia dei Giandonati, sperando proprio nell’aiuto di Federico Barbarossa. Lo scontro si risolse al momento con un compromesso, ma l’odio riesplose qualche decennio dopo, nel 1215, in una lotta sanguinosa che vide ancora protagonisti gli Uberti, ma che ben poco aveva a che vedere con il conflitto fra il Papato e l’Impero. La scintilla fu infatti una promessa di matrimonio non mantenuta. Questi due episodi vengono in genere ritenuti il punto d’avvio dei conflitti fra le fazioni che di lì a qualche decennio prenderanno il nome di guelfi e ghibellini.

Rappresentazione di Federico I nel 'Canzoniere manoscritto di Weingarten' (1320), tra i figli Enrico VI, futuro imperatore, e Federico V, duca di Svevia

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Lo Stupor Mundi

I termini “guelfo” e “ghibellino” fanno infatti la loro comparsa ufficiale solo nel 1246. Sono gli anni in cui l’imperatore Federico II, nipote del Barbarossa e quindi anch’egli un Waiblingen, riapre il conflitto con i comuni e con il papato. I suoi sostenitori sono quindi i ghibellini, mentre i suoi avversari italiani adottano il nome della casata tedesca rivale dei Welfen, quindi si dicono guelfi, anche se nel loro caso il legame è meno ovvio. Se Federico I può essere considerato il tipo ideale di sovrano medievale, profondamente compreso nei suoi doveri di capo universale della cristianità, Federico II, lo Stupor mundi – la “meraviglia del mondo” – interpreta il suo ruolo di imperatore in modo più originale.

Busto di Federico II di Svevia. Museo provinciale campano, Capua

Busto di Federico II di Svevia. Museo provinciale campano, Capua

Foto: Dea / Scala, Firenze

Per la sua apertura intellettuale, lo sentiamo molto più moderno e vicino a noi. Ma questa in parte è un’illusione. Nonostante tutto Federico era un sovrano medievale e un uomo del suo tempo. Solo che il suo tempo era diverso da quello del Barbarossa. Il Duecento è stato per l’Europa, e per l’Italia in particolare, un secolo di grande sviluppo: demografico, economico, artistico e intellettuale. Negli anni che separano i due imperatori Hohenstaufen le città italiane erano cresciute in ricchezza e potenza. Le più grandi avevano consolidato il loro predominio sui territori e le città minori vicine. Il progetto di Federico II, che era quello di affermare il potere universale dell’imperatore, dovette fare i conti con avversari più agguerriti.

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La scacchiera italiana

Anche Federico II poteva però contare su potenti alleati. Tra questi ritroviamo a Firenze gli Uberti. Per ogni famiglia e per ogni città, la scelta di schierarsi da una parte o dall’altra dipendeva in parte dalla tradizione storica e in parte dagli interessi contingenti. Se la città vicina e rivale aveva optato per il guelfismo, questa poteva essere una buona ragione per diventare ghibellini. Il grande conflitto fra Papato e Impero a livello locale si frammentava in guerre fra città e, all’interno di ogni città, in sanguinosi scontri di famiglie e fazioni asserragliate nelle loro torri. La fazione, guelfa o ghibellina che fosse, che risultava sconfitta in una città, sapeva di poter contare sul sostegno degli appartenenti alla propria parte al potere in una città vicina. E con il loro aiuto poteva sperare in una rivincita che la riportasse al potere nella propria città. Fu quanto riuscì ai ghibellini fiorentini, scacciati una prima volta nel 1248 e tornati trionfalmente dopo la grande vittoria ottenuta insieme ai senesi il 4 settembre 1260 nella battaglia di Montaperti.

Miniatura tratta dalla 'Nuova Cronica' di Giovanni Villani (XIV secolo), in cui sono raffigurati i guelfi nell’atto di negare ai ghibellini il rientro in città

Miniatura tratta dalla 'Nuova Cronica' di Giovanni Villani (XIV secolo), in cui sono raffigurati i guelfi nell’atto di negare ai ghibellini il rientro in città

Foto: Dea / Scala, Firenze

Miniatura tratta dalla 'Nuova Cronica' di Giovanni Villani (XIV secolo), in cui sono raffigurati i guelfi nell’atto di negare ai ghibellini il rientro in città

 

 

Questo fu il punto più alto delle fortune del partito ghibellino. Ma già a partire dall’anno seguente il nuovo papa, Urbano IV, riprese con energia la lotta contro Manfredi e i suoi alleati italiani. Il pontefice trovò un nuovo potente alleato in Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, Luigi IX, San Luigi. Per finanziare lo sforzo bellico di Carlo, il papa poteva contare sull’appoggio finanziario delle grandi famiglie guelfe fiorentine, la cui ricchezza proveniva soprattutto dalle attività commerciali e bancarie.Anche se duramente colpite dalle confische dei loro beni immobili nel 1260, queste famiglie erano riuscite a conservare i loro patrimoni finanziari e ora potevano mettere queste risorse a disposizione di Carlo d’Angiò. Nel 1266 a Benevento Carlo sconfisse Manfredi, che morì sul campo di battaglia. Due anni dopo, la sconfitta e la morte di Corradino, nipote di Federico II, segnò la fine degli Hohenstaufen. Come conseguenza a Firenze si ebbe un immediato cambio di regime e furono le famiglie ghibelline a dovere lasciare la città per non farvi più ritorno. Firenze divenne il punto di riferimento dei guelfi toscani, che vinsero di nuovo contro i ghibellini ad Arezzo, nella battaglia di Campaldino. Anche Dante Alighieri prese parte a quello scontro, che segnò il punto d'avvio dell'egemonia di Firenze sulla Toscana.

A Orvieto la famiglia dei Monaldeschi (guelfi) si scontrò con i Filippeschi (Ghibellini). Nel duomo cittadino, Luca Signorelli dipinse un magnifico Anticristo che è anche uno spaccato sui personaggi del tempo

A Orvieto la famiglia dei Monaldeschi (guelfi) si scontrò con i Filippeschi (Ghibellini). Nel duomo cittadino, Luca Signorelli dipinse un magnifico Anticristo che è anche uno spaccato sui personaggi del tempo

Foto: Scala, Firenze

Ancora guelfi e ghibellini

Il trionfo di Carlo d’Angiò e dei guelfi fiorentini non rappresentò però la fine del ghibellinismo italiano e delle lotte di fazione. Gli Aragonesi di Sicilia e i Visconti di Milano presero il posto degli Svevi alla guida dello schieramento ghibellino, mentre gli Angioini di Napoli e Firenze erano i principali protagonisti sul fronte opposto. Era ormai chiaro che il richiamo alle ragioni della Chiesa e dell’Impero era un semplice pretesto, ma le divisioni erano troppo profonde, e nonostante i ripetuti tentativi di sradicare le «maledette parti» il sangue continuava a scorrere. La storia confermava l’affermazione del cronista lombardo Pietro Azario: «E se venissero a mancare le dette due parti, se ne formerebbero delle peggiori». È quello che accadde a Firenze, dove il trionfo dei guelfi nel 1266 fu seguito da una scissione interna del partito vincente, fra guelfi bianchi che temevano un’eccessiva ingerenza del Papato, e guelfi neri, più legati, anche per motivi economici, alla Curia romana. Ancora all’epoca delle guerre d’Italia, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, i due schieramenti contrapposti, i sostenitori della Francia da una parte e quelli della Spagna e poi degli Asburgo dall’altra, si sarebbero richiamati ai nomi delle antiche fazioni: ancora una volta guelfi contro ghibellini.

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