Grigorij Rasputin, l'ombra degli zar

I suoi successi nell’alleviare all’erede al trono russo, Alexej, le sofferenze provocate dall’emofilia gli diedero un potere straordinario sulla madre del bambino, Alessandra, e su Nicola II, sovrano del più grande impero del mondo. L’ascendente sugli zar, però, fu anche la causa della sua morte

Grigorij Efimovič Rasputin nacque il 9 gennaio 1869 a Prokrovskoe, un villaggio della Siberia a più di duemila chilometri da San Pietroburgo, allora capitale della Russia. Era figlio di Efim Jakovlevič, un modesto contadino. La sua giovinezza non fu diversa da quella di molti altri in una terra in cui la vita era molto dura: beone e festaiolo, risultò essere anche un ladro. Un giorno, uno dei suoi vicini lo sorprese a rubare lo steccato di legno del suo pagliaio e gli rifilò una bastonata che cambiò Grigorij; secondo questo vicino, Rasputin «diventò strano e come istupidito». Quell’atteggiamento era il segno di una trasformazione interiore, che si manifestò quando, nel 1897, fece un pellegrinaggio al monastero di San Nicola di Verhoturje, dove si recò in cerca della guida spirituale di fratello Makarij, un giovane asceta che mortificava la propria carne con una catena.

Rasputin impartisce la benedizione in una fotografia scattata verso il 1912

Rasputin impartisce la benedizione in una fotografia scattata verso il 1912

Foto: Bridgeman / Aci

   

Questa visita cambiò la sua vita per sempre. Il semianalfabeta Rasputin che fece ritorno al villaggio partecipava ai momenti di culto, pregava con fervore e ben presto la sua fama gli radunò attorno un gruppo di fedeli che si riuniva in una cappella sotto la stalla di casa sua per cantare e leggere il Vangelo, che Grigorij commentava. Ma quei cantici e quei commenti erano ciò che ci si aspetterebbe da un onesto seguace della Chiesa ortodossa russa? I concittadini di Rasputin si convinsero presto che non era così: Grigorij si guadagnò la fama – che non l’avrebbe più lasciato – di appartenere alla setta dei chlysty.

Il mistico

I chlysty credevano che Cristo si potesse incarnare in qualsiasi uomo, letterato o meno. Questi, chiamato Cristo, si univa a una donna, la Madre di Dio, e guidava la vita spirituale della sua comunità o “arca”. Durante le celebrazioni notturne in luoghi sotterranei, i chlysty cantavano, danzavano, si flagellavano e raggiungevano uno stato di estasi rituale che culminava in un’orgia: credevano che il peccato portasse al pentimento e alla salvezza, una credenza alla luce della quale è stata interpretata la sessualità di Rasputin. Nessuna delle indagini condotte dalla Chiesa su Grigorij, però, concluse che fosse un settario.

Rasputin con i suoi figli Dimitri (a destra), Varvara (in braccio) e Matriona o Maria, gli unici sopravvissuti dei sette che ebbe

Rasputin con i suoi figli Dimitri (a destra), Varvara (in braccio) e Matriona o Maria, gli unici sopravvissuti dei sette che ebbe

Foto: Bridgeman / Aci

   

Su questo punto le opinioni di coloro che hanno studiato la vita di Rasputin divergono. Se per lo scrittore russo Edvard Radzinskij non fu un chlystyper via delle pressioni degli zar in suo favore, per lo storico statunitense John T. Fuhrmann non fu un settario, ma adottò elementi del pensiero e la pratica dei settari; per esempio, non fumava e i suoi seguaci si chiamavano tra loro “fratello” e “sorella”.

Le voci sulla sua appartenenza ai chlysty, gli scandali sessuali – che sua moglie Praskovia tollerava, forse perché sapeva che il sesso era per Grigorij più di una fonte di piacere – e gli scherzi sulla sua presunta santità fecero sì che nel 1902, dopo un pellegrinaggio al monte Athos, Rasputin si recasse nella città di Kazan, un importante centro religioso.

La Cattedrale di San Basilio, a Mosca. La presenza del tanto criticato Rasputin durante le cerimonie per il terzo centenario della dinastia Romanov contribuì a screditare la Corona

La Cattedrale di San Basilio, a Mosca. La presenza del tanto criticato Rasputin durante le cerimonie per il terzo centenario della dinastia Romanov contribuì a screditare la Corona

Foto: Harald Sund / Getty Images

   

Il cammino verso la corte

Rasputin impressionò i dignitari religiosi di Kazan, che si trovavano alla guida di una Chiesa ritualista, burocratizzata e sottomessa allo zar, e che cercavano l’autenticità e la semplicità che sembrava incarnare quel contadino dalla fede ardente, che trattava i gerarchi ortodossi con la stessa familiarità che riservava alla gente di Pokrovskoe. Di fatto, li entusiasmò al punto che lo raccomandarono ai capi della Chiesa a San Pietroburgo, dove giunse in treno nel periodo di Pasqua del 1903, a bordo di un vagone di prima classe. Non avrebbe più calpestato la polvere dei sentieri.

La fede di Grigorij commosse l’archimandrita Feofan, il confessore degli zar, che lo presentò ai suoi altri protettori all’interno della Chiesa: il vescovo Ermogene e il monaco Iliodor, che in seguito sarebbero diventati suoi acerrimi nemici. Alla morte di Rasputin, Ermogene ebbe a dire: «Credo che inizialmente vi fu in Rasputin un fulgore divino. Aveva la perspicacia necessaria per penetrare nell’interiorità della gente e sapeva mostrare commiserazione, cosa che, se devo essere sincero, sperimentai in prima persona, poiché in più di un’occasione egli fu in grado di alleviare le mie pene spirituali. Fu in questo modo che conquistò me e, almeno agli inizi della sua carriera, anche altre persone».

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Questi doni spirituali e l’avallo di Feofan aprirono a Rasputin i salotti dell’alta aristocrazia russa, dove proliferavano venditori di mercanzie mistiche d’ogni tipo. Alle scienze occulte erano interessate le granduchesse Milica e Anastasia del Montenegro, figlie del re di quel Paese e sposate con due membri della famiglia Romanov, che rimasero affascinate dal contadino. Furono loro, nel 1905, a introdurre Rasputin nella famiglia reale, che all’epoca viveva barricata in un isolamento incomprensibile per la corte. Nicola e Alessandra erano disposti a ricevere qualsiasi aiuto, umano e divino, in un mondo che era loro ostile e al quale nascondevano un terribile segreto.

Una coppia angosciata

Nel 1904, dopo quattro figlie (Olga, Tatiana, Maria e Anastasia), la zarina aveva dato alla luce un maschio, Aleksej, il tanto desiderato erede al trono. La gioia per la sua nascita, però, svanì presto: l’ombelico del piccolo sanguinò per giorni dopo il taglio del cordone ombelicale; era il primo sintomo dell’emofilia, una malattia ereditaria che si manifesta solo nei maschi, caratterizzata da abbondanti emorragie interne ed esterne. Alessandra, nata nel principato tedesco d’Assia, era nipote della regina Vittoria, portatrice di emofilia, una malattia per cui allora non esisteva cura; all’epoca, l’aspettativa di vita di un emofiliaco era di 14 anni. Gli zar abbandonarono il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo e si rinchiusero nel Palazzo di Alessandro, nella vicina Tsarskoe Selo, per mantenere segreta una notizia che avrebbe potuto invalidare lo zarevič Aleksej come successore del padre sul trono.

La zarina Alessandra e l’erede, Aleksej, costretto a letto dalla malattia. Fotografia scattata intorno al 1916

La zarina Alessandra e l’erede, Aleksej, costretto a letto dalla malattia. Fotografia scattata intorno al 1916

Foto: Tallandier / Bridgeman / Aci

   

Ma questa non era l’unica preoccupazione. Il 1905 portò infauste novità. In agosto la Russia perse la guerra contro il Giappone, e ciò scosse una società russa che a gennaio, durante la cosiddetta “Domenica di sangue”, aveva assistito alla brutale repressione della pacifica dimostrazione di migliaia di operai che portavano una supplica allo zar. La sconfitta militare dimostrò che c’era bisogno di una riforma dello Stato, e la repressione tolse allo zar la sua aura di batjushka, o padre dei suoi sudditi. Nicola concesse una Costituzione e una Duma – un Parlamento – con poteri minimi, ma non accettò mai di essere un monarca costituzionale, cosa che considerava una diminuzione della sua autorità, e Alessandra un furto dei diritti di suo figlio come governante assoluto per diritto divino.

A Tsarskoe Selo, l’imperatrice si sentiva libera sia dalla pressione politica sia dal rifiuto che verso di lei dimostrava una corte che la considerava fredda e distante (non parlava russo e comunicava in inglese con lo zar). Le montenegrine Milica e Anastasia alleviarono il suo isolamento. In precedenza le avevano presentato il francese Nizier Anthelme Philippe, praticante della “medicina astrale”, nel quale gli zar – che lo chiamavano “il Nostro Amico” – confidarono per concepire un figlio maschio e che, quando tornò in Francia nel 1902, disse ad Alessandra: «Un giorno avrete un altro amico come me che vi parlerà di Dio». Questo nuovo amico arrivò nel novembre del 1905, quando le principesse invitarono Rasputin a prendere un tè con i sovrani.

Rasputin, convalescente dopo l’operazione all’ospedale di Tiumen a seguito dell’attentato che subì nel giugno del 1914

Rasputin, convalescente dopo l’operazione all’ospedale di Tiumen a seguito dell’attentato che subì nel giugno del 1914

Foto: Bridgeman / Aci

     

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Una relazione indistruttibile

Rasputin colpì profondamente Alessandra e Nicola, e il suo legame con i sovrani divenne definitivo quando nel 1907 lo zarevič ebbe una grave emorragia che si arrestò quando Rasputin gli impose le mani e pregò. Un miracolo! Via via che il rapporto di Grigorij con i sovrani diventava più stretto, le montenegrine persero i favori reali, il che le riempì di rancore al punto di chiamare «demonio» Rasputin. Questo le allontanò da Alessandra, che aveva trovato una nuova amica sulla quale riporre il suo affetto: Anna Vyrubova. Costei si trasferì vicino al Palazzo di Alessandro e divenne una fervente devota di Rasputin. Il guaritore siberiano, l’imperatrice e la sua amica formarono un triangolo che le circostanze avrebbero reso sempre più stretto, per la disgrazia di Grigorij e della dinastia dei Romanov.

Nel 1912 lo zarevič ebbe una crisi gravissima, al punto che fu preparato l’annuncio della sua morte. Rasputin era in Siberia e inviò un telegramma (o due) dicendo che il piccolo si sarebbe salvato. In effetti, Aleksej superò la crisi, e la vita di sua madre fu legata per sempre alla persona dello starets o “anziano” , appellativo che si dava ai mistici come Rasputin. Come ha osservato la biografa britannica Helen Rappaport, la schiavitù emotiva di Alessandra fu il prezzo che la zarina pagò per la salute del figlio: ella non solo vedeva in Rasputin il salvatore di Aleksej, ma anche un uomo santo e un veggente, qualcuno (di fatto, l’unica persona) di cui lei e il marito si potevano fidare ciecamente. Gli zar rifiutavano come calunnia qualsiasi prova della sua condotta libidinosa, che nel 1911 già creava scandalo nella capitale.

Rasputin nel 1910, assieme  a Ermogene (al centro), vescovo di Saratov e Tsaritsyn, e al monaco Iliodor (a destra)

Rasputin nel 1910, assieme a Ermogene (al centro), vescovo di Saratov e Tsaritsyn, e al monaco Iliodor (a destra)

Foto: Mary Evans / Scala, Firenze

   

Erano risapute la sua dedizione all’alcol, le sue avventure sessuali e le sue relazioni equivoche con donne dell’alta società (sposate e nubili) che facevano parte del cerchio delle sue adepte. Alla fine di quell’anno, Alessandra affrontò la suocera, l’imperatrice madre Maria Fedorovna, a proposito dell’influenza di Rasputin, che si era manifestata sulle nomine di alte cariche ecclesiastiche, e fu allora che scoppiò lo scandalo.

Ermogene e Iliodor, un tempo suoi protettori, erano diventati suoi oppositori, ma caddero in disgrazia agli occhi degli zar. Risentito, Iliodor fece circolare lettere che la zarina aveva inviato a Grigorij e che costui gli aveva dato (o che Iliodor aveva rubato), nelle quali si poteva leggere, per esempio: «Desidero solo una cosa: dormire per sempre sulla tua spalla mentre mi abbracci». Queste parole, scritte da una donna in cerca di consolazione, consumata dalla colpa di aver trasmesso l’emofilia a suo figlio e devastata da una sciatica che faceva di lei un’invalida, furono interpretate secondo una connotazione sessuale. La Corona si screditava davanti al popolo e i monarchici vedevano Rasputin come un pericolo per la monarchia.

Rasputin sapeva che la guerra avrebbe portato solo sofferenza al popolo russo. Manifesto di propaganda realizzato da Leonid O. Pasternak che esorta ad aiutare le vittime del conflitto

Rasputin sapeva che la guerra avrebbe portato solo sofferenza al popolo russo. Manifesto di propaganda realizzato da Leonid O. Pasternak che esorta ad aiutare le vittime del conflitto

Foto: Akg / Album

   

Fu la Prima Guerra Mondiale, iniziata nel 1914, a portare Rasputin al culmine del suo potere e alla caduta finale, che trascinò anche la dinastia. Nel 1915, a seguito delle sconfitte al fronte, Nicola assunse il comando dell’esercito e partì per la Stavka, il quartier generale, lasciando nelle mani di Alessandra, a Tsarskoe Selo, le questioni di Stato. La zarina, Anna Vyrubova e Rasputin governavano di fatto il Paese, anche se i consigli di Rasputin, che Alessandra interpretava come inviati dalla Provvidenza, non facevano che avallare le opinioni dell’imperatrice, che cercava ministri favorevoli alla Corona: «Non è la mia saggezza, bensì un certo istinto inviatomi da Dio al di là di me stessa affinché possa esserti d’aiuto», scriveva allo zar.

Mentre venivano nominati ministri fedeli, ma inetti, l’opposizione della Duma fu alimentata dalle voci che circolavano sulla connivenza della zarina e di Rasputin con i tedeschi, sull’idea che fossero loro spie e che lavorassero in segreto per una pace separata. A queste si aggiungevano le voci su relazioni sessuali tra lo zar, sua moglie, Rasputin e la Vyrubova. Questo discredito della Corona andava di pari passo con una crisi personale di Rasputin.

Bere senza misura

Lo starets, che nel 1914 sopravvisse a un grave attentato e vide suo figlio chiamato alle armi, si diede all’alcol come se nulla gli importasse più, forse consapevole che la sua fine si avvicinava; sapeva che contro di lui si erano levate forze molto potenti. All’epoca, i suoi legami con i vertici dello Stato l’avevano fatto diventare la persona cui rivolgersi per ottenere impieghi o affari, evitare di essere chiamati al fronte o di essere deportati. I postulanti gli lasciavano grosse somme, che Rasputin sperperava in gozzoviglie, fatto che aumentò il discredito suo e della Corona.

Per salvare la monarchia, il contadino doveva morire. La congiura partì dall’ambiente più vicino allo zar: la figura centrale fu il principe Felix Jusupov, erede della più grande fortuna di Russia (e forse del mondo), da poco sposato con la granduchessa Irina, nipote del monarca. Jusupov reclutò il granduca Dmitrij Pavlovič, cugino di Nicola, che lo zar amava come un figlio. Il terzo congiurato era Vladimir Purishkevič, politico di destra e deputato. Il 29 dicembre del 1916, Jusupov attirò Rasputin nel suo palazzo con la promessa di un incontro con Irina, dalla quale era affascinato. In una stanza del seminterrato, gli offrirono dolci alla crema con cianuro, che egli mangiò; poiché il veleno non fece effetto, Jusupov gli sparò con il revolver Browning di Dmitrij. Credevano che fosse morto, ma Rasputin si alzò e fuggì attraversando il cortile sul retro del palazzo. Purishkevič sparò due colpi con la sua pistola Savage e lo uccise. Misero il corpo in automobile e lo gettarono nel fiume, facendo un buco nel ghiaccio.

La prima pagina del quotidiano inglese The Daily Mirror del 4 gennaio 1917, con un titolo sulla morte di Rasputin corredato da foto del mistico e di Felix Jusupov assieme alla moglie Irina

La prima pagina del quotidiano inglese The Daily Mirror del 4 gennaio 1917, con un titolo sulla morte di Rasputin corredato da foto del mistico e di Felix Jusupov assieme alla moglie Irina

Foto: Mary Evans / Scala, Firenze

   

È stato detto che questo racconto, che Jusupov fece nel suo libro su quei fatti, non è vero. Secondo Radzinskij, per esempio, Rasputin non mangiava dolci, e questa versione intenderebbe nascondere che fu Dmitrij a uccidere Rasputin, perché altrimenti non avrebbe potuto sostituire lo zar nel caso di un possibile colpo di Stato. Dati più recenti indicano un coinvolgimento della Gran Bretagna nel delitto per impedire che la Russia firmasse una pace separata con la Germania, cui Rasputin era forse favorevole. Ma anche se è certo che lo starets vedeva la guerra come una disgrazia per il popolo e che il suo intervento impedì alla Russia di entrare nel 1912 nelle guerre dei Balcani, in realtà aveva detto allo zar che per salvare il trono doveva lottare fino alla vittoria.

Rasputin fu sepolto in una cappella che la Vyrubova stava facendo costruire a Tsarskoe Selo. Tre mesi più tardi, dopo la caduta della monarchia, il suo cadavere fu spostato nella capitale. La fine della sua avventura è misteriosa come la sua vita: si disse che il corpo fu bruciato in un bosco, ma oggi si ritiene sia stato cremato nei forni dell’Istituto Politecnico nella parte nord della città.

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