Giorgio Gaber, «libero come un uomo», leggero come l’ironia

Inventore del teatro-canzone con Sandro Luporini, il “Signor G” raccontò inquietudini e contraddizioni della società contemporanea, tra disillusione e desiderio di cambiare il mondo

Nessuno aveva mai pensato di mangiare un’idea. Poi arrivò Giorgio Gaber, che con una manciata di rime («Un'idea, un concetto, un'idea finché resta un'idea è soltanto un'astrazione... Si potesse mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione») tracciò la sua ribellione, animata dalla voglia di essere «libero come un uomo». La sua carriera iniziò nella seconda metà del XX secolo, quando nelle piazze italiane si faceva strada la coscienza collettiva, animata dal desiderio di cambiare il mondo. Per oltre trent’anni i suoi spettacoli incarnarono inquietudini e fragilità dell’essere umano moderno, in cerca di una nuova identità. Ai bagliori dello schermo televisivo, il “Signor G” preferì il palcoscenico, dove le idee divennero musica e diedero vita al teatro-canzone, genere rivoluzionario per forma e intensità.

Con chirurgica ironia, il cantautore del Giambellino scavò a fondo nell’animo dell’uomo contemporaneo, teso tra il bisogno d’identificarsi in qualcosa e la paura di essere un «non so». Gaber si definì «filosofo ignorante, studente a vita», acuto osservatore del cambiamento. I suoi brani eseguono un’impietosa autopsia di una realtà che per lui è prima speranza e poi rassegnazione, fino alla fiducia in un nuovo umanesimo, che alle soglie del terzo millennio ricorda all’essere umano il suo potere più grande: il pensiero.

Giorgio Gaber nel 1969

Giorgio Gaber nel 1969

Foto: Pubblico dominio

La nascita del "Signor G"

Giorgio Gaber (Gaberscik all’anagrafe) nacque a Milano il 25 gennaio 1939. Il cognome evoca le origini istriane del padre Guido, un impiegato triestino sposato con Carla Mazzoran, casalinga di origini venete. La famiglia viveva nel quartiere popolare del Giambellino: a pochi passi dal civico 28 di via Londonio c’era la sede della Rai, dove qualche anno più tardi il giovane si sarebbe esibito macinando successi e notorietà. L’infanzia di Giorgio però non brillò: era un bambino dalla salute fragile, costretto già in tenera età a fare i conti con la poliomielite, poi con un infortunio che gli causò una lieve paralisi alla mano sinistra. Sulle orme del fratello maggiore Marcello, la chitarra divenne la sua terapia, per poi rimanere una fedele compagna di vita

Dopo il diploma in ragioneria, Giorgio scelse Economia e Commercio all’università Bocconi, ma non terminò gli studi. La sera frequentava i locali meneghini, dove incontrò alcuni tra gli artisti che segneranno la sua vita. Tra questi Sandro Luporini, filosofo e pittore toscano, che per vent’anni sarebbe stato il suo braccio destro. La prima esperienza musicale risale al 1956 con i Rock Boys, band capeggiata da Adriano Celentano e accompagnata al pianoforte da Enzo Jannacci. Con quest’ultimo fondò poi un duo, da cui nacquero Ciao ti dirò - considerata il primo brano rock and roll italiano - Una fetta di limone e altre ballate ispirate alla musica popolare milanese, come quella dedicata al Cerutti Gino, archetipo del giovane scansafatiche e antieroe della musica impegnata.

Dal piccolo schermo al palcoscenico

Sull’onda del boom economico, Milano era una metropoli dalle infinite possibilità. Specchio della società, anche la musica era allegra e spensierata: cavalcando l’impulso del rock’n roll americano, le voci degli “urlatori” cantavano brani orecchiabili, semplici nei temi e nella metrica. Erano gli anni di Barbera e champagne, Porta Romana e Trani a gogò, dove uno scanzonato Gaber celebrava la sua città. Anche il mondo dello spettacolo si aprì ai giovani talenti, attingendo a piene mani dal sottobosco musicale della metropoli. Nel 1957 il ragazzo del Giambellino debuttò sul piccolo schermo nel programma Voci e volti della fortuna, poi firmò un contratto con la casa editrice Ricordi, che pubblicò le sue prime canzoni da solista. Tre anni più tardi approdò a Sanremo - dove tornerà altre tre volte - mentre in tv conduceva varietà e rubriche musicali. 

Giorgio Gaber e la compagna Ombretta Colli nel 1964

Giorgio Gaber e la compagna Ombretta Colli nel 1964

Foto: Pubblico dominio

In quegli anni conobbe Ombretta Colli, modella e attrice di teatro, che sposò nel 1975. Il loro amore durò oltre quarant’anni, e diede alla luce la figlia Dalia. Fama e successo non mancavano, ma qualcosa iniziò a farsi strada nell’animo del Signor G: un desiderio di dare forma al pensiero, d’infrangere le censure sociali, gli schemi del perbenismo e tutto ciò che appiattiva la coscienza. Non restava che fare una scelta di campo: rinunciare al luccichio dei teleschermi a favore del palcoscenico, per portare in scena le angosce e le speranze dell’uomo comune. Voleva abbattere la quarta parete e confrontarsi con il pubblico, guardarlo negli occhi in cerca di una connessione autentica. Nacque così il teatro-canzone, un’inedita forma espressiva a base di musica e monologhi. Sul palco c’erano solo lui, una sedia, una chitarra e la forza delle idee, condite con la sottile ironia che caratterizza la sua produzione artistica.

Mangiare un'idea

In quest’impresa non fu solo: al suo fianco c’era l’amico Sandro Luporini, autore di molti testi che Gaber mise in musica. Le idee nascevano da lunghe chiacchierate nella quiete della Versilia, a Montemagno di Camaiore, dove il cantautore si rifugiava per lasciare spazio al pensiero. L’ispirazione arrivava dalla filosofia -Theodor Adorno tra i pensatori preferiti -, dalla sociologia e dalla letteratura, per imbastire riflessioni lucide e cariche di humor, ora bonario ora tagliente. «Gaber era convinto che non più del 15 per cento del pubblico capiva quello che stava dicendo in scena. Gli altri vengono perché gli piace lo spettacolo», affermò in un’intervista al Corriere della Sera Gian Piero Alloisio – cantante e autore genovese, che per diversi anni collaborò con lui.

Nel 1970 esordì con il primo spettacolo, intitolato Il signor G. Con questo epiteto, Gaber indossava i panni dell’uomo comune alle prese con una società in forte mutamento, che metteva in crisi ideali e certezze, in cerca di una nuova identità. Tra i brani più acclamati, Un’idea racconta sogni e limiti della rivoluzione, La libertà ricorda che l’essere umano può essere tale solo se si ritaglia un margine d’azione, uno spazio per incidere sul mondo.

Giorgio Gaber insieme all'amico e concittadino Enzo Jannacci

Giorgio Gaber insieme all'amico e concittadino Enzo Jannacci

Foto: Pubblico dominio

«Come gabbiani ipotetici»

Gli spettacoli successivi presero una piega prettamente politica, animati dai fatti di cronaca che alimentavano il dibattito pubblico, dal femminismo alla guerra in Vietnam. La militanza però durò poco: erano passati pochi anni dalle contestazioni del Sessantotto, ma Gaber non si riconosceva più nella militanza popolare, che ai suo occhi sembrava aver perso sostanza e mordente.

Dialogo tra un impegnato e un non so (1972) riassume bene questo pensiero, che divenne ancora più amaro in Far finta di essere sani (1973), Anche per oggi non si vola (1974) e Libertà obbligatoria (1976). Il sipario si apriva su un “Signor G” ormai disilluso, osservatore distaccato di un tempo in cui l’essere umano si ripiegava su sé stesso, incapace di volare. «Come gabbiani ipotetici – denunciava dieci anni più tardi - senza più nemmeno l’intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito». 

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La razza in estinzione

Nel 1978 lo spettacolo Polli d’allevamento riscosse fischi e critiche dal pubblico, sensibile alle invettive al vetriolo del cantautore milanese. La sua era una crociata al conformismo perbenista, che culminava nel brano Io se fossi dio (1980): quattordici minuti d’indignazione incisa su un 33 giri, che scosse la coscienza collettiva. Gaber attaccava senza riserve giornalisti «necrofili», politici – «che siano untuosi democristiani o grigi compagni del piccì» –, fino a «quella faccia che era» Aldo Moro, assassinato due anni prima dalle Brigate rosse.

Un giovane Giorgio Gaber in una via del centro di Milano

Un giovane Giorgio Gaber in una via del centro di Milano

Foto: Pubblico dominio

Con questa invettiva, Gaber chiuse il sipario sull’impegno politico e rivolse lo sguardo al mondo interiore, lasciando spazio a sentimenti e riflessioni. Raccontò la difficoltà di amare e rimanere «interi» in una relazione a due, la fatica di trovare un equilibrio quotidiano, la «illogica allegria» di chi scopre di star bene, e quasi ne prova vergogna. Alle soglie del nuovo millennio Gaber incise il proprio testamento morale con l’album La mia generazione ha perso, in cui cantò la sconfitta delle ideologie per chi, come lui, faceva parte di «una razza in estinzione».

Verso il terzo millennio

«Mi sembra che tu ti sia un po’ incattivito». Con una pausa sorniona, un molleggiato Adriano Celentano stuzzicava il signor G, ospite dello show 125 milioni di caz..te. Nel 2001, dopo trent'anni di latitanza televisiva, era tornato sul piccolo schermo di fronte a 13 milioni di persone. Sul viso aveva già i segni della malattia che due anni più tardi lo portò via con sé.

Giorgio Gaber morì nella sua casa toscana il primo giorno del 2003. Sepolto nel Famedio del Cimitero monumentale di Milano, lasciò un repertorio di oltre cento canzoni, dieci delle quali vennero pubblicate nell’album Io non mi sento italiano a tre mesi dalla sua scomparsa. Il Signor G se ne andò in punta di piedi, con la speranza che «in un futuro non lontano al centro della vita ci sia di nuovo l'uomo».

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