Gian Lorenzo Bernini, l'ultimo genio di Roma

Scultore portentoso e visionario architetto, Bernini mise il suo immenso talento al servizio dei papi e del progetto di rendere Roma la capitale artistica della cristianità

«Huomo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo.» Così papa Urbano VIII si riferiva allo scultore e architetto Gian Lorenzo Bernini. Non c'è da stupirsi: i papi del XVII secolo avevano molto di cui ringraziare il geniale artista che, in sessant'anni di instancabile attività, forgiò molte delle opere emblematiche della Roma della Controriforma. La basilica di San Pietro come la vediamo oggi, con il famoso baldacchino in bronzo, la Scala regia e la maestosa vista sulla piazza, è solo una parte della sua straordinaria eredità.

La basilica di San Pietro vista al crepuscolo della facciata progettata da Maderno e costruita, come dice l’iscrizione sotto il frontone,  durante il pontificato di Paolo V Borghese, Pontefice Massimo Romano, nell’anno 1612

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«Si può dire che il suo temperamento è tra i migliori che la natura abbia mai formato perché, senza aver studiato, ha quasi tutte le doti che il sapere può donare a un uomo», disse di lui il collezionista e mecenate francese Fréart Chantelou, che lo conobbe durante il suo soggiorno in Francia. In effetti, Bernini non frequentò alcuna scuola regolare e, pur sapendo leggere e scrivere, non conosceva il latino: una pecca che, secondo alcuni autori, lungi dal danneggiarlo, lo aiutò a mettere da parte i pregiudizi accademici e a esprimere idee molto originali. La sua vera formazione la acquisì con il padre, scultore toscano trasferitosi a Roma, nella cui bottega imparò a disegnare e a scolpire utilizzando come modelli opere antiche.

Gian Lorenzo Bernini, 'Autoritratto' (1623 circa), Galleria Borghese, Roma

Gian Lorenzo Bernini, 'Autoritratto' (1623 circa), Galleria Borghese, Roma

Foto: Pubblico dominio

Un giovane prodigio

Ben presto fu preso sotto il patronato del cardinale Scipione Borghese, nipote e segretario di papa Paolo V che aveva accumulato un'enorme fortuna. Fu per decorare i giardini della villa Borghese che Bernini realizzò le sue prime sculture degne di nota, come Il ratto di Proserpina e Apollo e Dafne. Il virtuosismo tecnico e la straordinaria espressività di queste opere diedero a Bernini una fama immediata come scultore che sarebbe durata per tutta la sua carriera. Il già citato Chantelou, ad esempio, disse che le sue statue rivelavano «un talento tutto particolare nell'esprimere le cose con la parola, con l'atteggiamento del viso e con il gesto, e di farle apparire tanto piacevolmente quanto i più grandi pittori hanno saputo fare con i pennelli».

Nel 1623 l'ascesa al soglio pontificio del cardinale Maffeo Barberini, che assunse il nome di Urbano VIII, spinse Bernini alla ribalta della scena artistica. Il nuovo pontefice, desideroso di emulare i grandi papi mecenati del Rinascimento, vide in Bernini un nuovo Michelangelo, un "uomo universale" capace di portare l'arte cattolica ai più alti livelli di perfezione. Subito gli commissionò la decorazione della basilica di San Pietro, dove Bernini eseguì il baldacchino dell'altare maggiore di San Pietro e la tomba monumentale dello stesso Urbano VIII. Nel 1629 assunse anche la direzione dei lavori della basilica, responsabilità che mantenne fino alla morte.

Bernini occupò una posizione di rilievo alla corte di Urbano VIII: nominato cavaliere, ebbe accesso agli appartamenti privati del pontefice e organizzò intrattenimenti di corte tanto raffinati quanto spettacolari. Straordinariamente versatile, era in grado di creare scenografie teatrali e persino di scrivere lui stesso le opere. Un viaggiatore inglese scrisse una volta con ironia ma anche con ammirazione: «Bernini ha terminato uno spettacolo per il quale ha dipinto le scene, scolpito le statue, inventato le macchine, composto la musica, scritto la commedia e costruito il teatro».

Gian Lorenzo Bernini, 'Papa Urbano VIII' (1632), Galleria nazionale d'arte antica, Roma

Gian Lorenzo Bernini, 'Papa Urbano VIII' (1632), Galleria nazionale d'arte antica, Roma

Foto: Pubblico dominio

Gelosie e rivalità

Naturalmente, il successo di Bernini suscitò l'invidia degli altri artisti, che si sentivano esclusi dalle lucrose commissioni del Vaticano. In particolare, Bernini entrò in conflitto con un altro artista di talento, l'architetto Francesco Borromini, malinconico e introverso quanto il suo rivale era brillante e socievole. Tutti i suoi avversari ritenevano che con la morte di Urbano VIII fosse giunto il momento della vendetta. Il nuovo pontefice, Innocenzo X, della famiglia Pamphili, era nemico dei Barberini e Bernini perse la posizione privilegiata di cui aveva goduto negli anni precedenti.

Inoltre, si verificò un incidente umiliante che mise in discussione le sue capacità, quando in uno dei campanili della basilica di San Pietro da lui progettati apparvero delle crepe, dovute a un assestamento delle mura, e si decise di demolirli. Ignorato dal nuovo papa, l'artista si dedicò ad altre commissioni, tra cui capolavori come la cappella Cornaro, con la straordinaria scultura dell'Estasi di Santa Teresa.

Fu aperto una sorta di concorso a cui furono invitati a partecipare tutti i migliori architetti di Roma e d'Italia, tranne Bernini

Il relativo ostracismo fu di breve durata, poiché Bernini riuscì a conquistare il favore del pontefice grazie a un ingegnoso stratagemma. Innocenzo X aveva deciso di ristrutturare piazza Navona, dove si trovava il palazzo Pamphili, davanti al quale voleva erigere una grande fontana. Fu indetto una sorta di concorso a cui furono invitati a partecipare tutti i migliori architetti di Roma e d'Italia, tranne Bernini. Ma un nobile amico dell'artista lo convinse a redigere un progetto e a realizzare un modello, che fu collocato in una sala di palazzo Pamphili da cui il papa passava sempre di ritorno dalla cena. Una sera, mentre era accompagnato dal fratello cardinale e dalla cognata, Innocenzo notò il modello in questione. Vedendo una creazione così maestosa e immensa, si fermò, quasi estasiato, e pare che dopo averlo ammirato e lodato per più di mezz'ora, esclamasse: «Bisogna assumere Bernini a dispetto di tutti i suoi nemici, perché chi non vuole servirsi dei suoi progetti è meglio che non li veda». Il progetto di Bernini era la fontana dei Quattro Fiumi, che dopo tre anni di lavoro sarebbe stata inaugurata nel 1651.

Apollo e Dafne di Bernini, Galleria Borghese

Apollo e Dafne di Bernini, Galleria Borghese

Foto: Pubblico dominio

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Spese inutili?

Sotto il pontificato di Alessandro VII, iniziato nel 1655, Bernini trovò un nuovo mecenate. Appassionato di architettura, il papa s'incontrava regolarmente con l'architetto per progettare nuove opere. Le costruzioni erano tanto numerose quanto costose, e ciò suscitò delle critiche: nel 1670 il comune protestò espressamente «contro il gentiluomo Bernini, istigatore dei pontefici a fare spese inutili in tempi così calamitosi». Questi sprechi, tuttavia, portarono al grande rifacimento di piazza San Pietro, che cambiò radicalmente l'immagine del Vaticano fino ai giorni nostri.

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È di questi anni anche la visita di Bernini alla corte di Luigi XIV. Jean-Baptiste Colbert, ministro del Re Sole, lo invitò a disegnare un progetto per la ristrutturazione del palazzo del Louvre, anche se forse ciò che il monarca gallico voleva era privare il papa del suo architetto più famoso. A Parigi Bernini fu accolto con grande sfarzo e alloggiato a palazzo Mazzarino, in un lussuoso appartamento decorato con arazzi e damaschi, ma ben presto si rese conto che gli architetti francesi lo consideravano un intruso ed erano impegnati a squalificare le sue idee. Dopo qualche alterco a corte, Bernini tornò a Roma, da dove presentò tre progetti per il Louvre, tutti respinti; il lavoro fu portato avanti da un francese, Claude Perrault.

Negli ultimi anni Bernini fu colpito da uno scandalo che coinvolse il fratello, accusato di aver violentato un ragazzo del coro, ma non smise mai di lavorare. Aveva ottant'anni quando terminò la tomba di papa Alessandro VII. Quando morì, un anno dopo, in suo onore fu celebrato in Santa Maria Maggiore un funerale degno di un principe, perché così era considerato l'uomo nato «per gloria di Roma a portar luce al secolo».

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