Francesco I e la battaglia di Pavia

Il 24 febbraio 1525 le truppe del re di Francia Francesco I si scontravano contro gli eserciti dell'imperatore Carlo V. La vittoria sembrava saldamente in mano del sovrano francese, quando un errore di strategia cambiò le sorti dei due eserciti e dell'Europa intera

«Noi francesi siamo abituati a fare la guerra apertamente e non con sotterfugi e astuzie! Mai il re di Francia assediò personalmente una città senza prenderla». L’ammiraglio Guillaume Gouffier de Bonnivet, di fatto il comandante in capo dell’esercito di Francesco I sotto le mura di Pavia, non ha dubbi né tentennamenti. Le sue parole risuonano come un ruggito davanti al re e agli altri generali. E chi mai può dubitare della vittoria? Francesco I annuisce al suo ammiraglio, compiaciuto. E sia, si va alla presa di Pavia, e ci si coprirà di gloria. È il febbraio del 1525, la guerra tra la Francia e il Sacro romano impero germanico di Carlo V è al suo culmine. L’Italia è terreno di scontro tra le potenze europee dal 1494, quando l'esercito francese di Carlo VIII aveva valicato le Alpi.

Francesco I di Francia

Francesco I di Francia

Foto: Pubblico dominio

Trent'anni dopo gli eserciti imperiali di Carlo V si scontrano in Provenza con le truppe di Francesco I, e sono poi costretti al ritiro. Il re di Francia è sceso in Italia nell’ottobre del 1524 e si è già ripreso Milano. Ora deve decidere cosa fare. Le truppe imperiali, scoraggiate, si sono rinserrate a Lodi, ma Francesco I pensa di poter ottenere un facile successo con la presa di Pavia, la seconda città del ducato, difesa da un'unica guarnigione di appena seimila uomini al comando di Antonio de Leyva. Comprese le truppe di Pavia, in tutta la Lombardia l'armata imperiale contava su 30mila unità: 20mila fanti (di cui 12mila lanzichenecchi tedeschi, 5mila spagnoli e 3mila italiani), 800 lance di cavalleria pesante e 1500 cavalleggeri, oltre a 17 cannoni. Francesco I è al comando di 23mila fanti (8mila svizzeri, 5mila mercenari tedeschi, 6mila francesi, 4mila italiani), 1200 cavalieri pesanti, 2000 cavalieri leggeri e ben 53 cannoni.

Cannoni contro cavalieri

La battaglia di Pavia segnerà la fine di un’epoca e il prevalere dei cannoni e delle armi da fuoco sui travolgenti, ma ormai fuori dal tempo, assalti della cavalleria pesante. Da qui in poi cambiano definitivamente le tattiche di combattimento. Gli archibugieri diventano un’arma letale, professionisti inquadrati in reparti autonomi. Si affermano i celebri tercios spagnoli, anche se non ancora codificati ufficialmente, che combinano picchieri e archibugieri nella stessa formazione e che domineranno i campi di battaglia per oltre un secolo. Pavia è tutto questo: l'ingresso della guerra nell'Età moderna.

Veduta aerea del castello Visconteo di Pavia

Veduta aerea del castello Visconteo di Pavia

Foto: Musei Civici Pavia

L’assedio inizia il 27 ottobre 1524. Il grosso dei francesi si dispone a ovest della città, a San Lanfranco. La fanteria svizzera e gruppi di cavalleggeri si piazzano a est, mentre la cavalleria pesante occupa il castello di Mirabello e il parco Visconteo a nord. La situazione rimane in stallo fino ai primi di febbraio del 1525 quando, in soccorso del de Leyva, si muovono le truppe imperiali rimaste a Lodi, al comando del viceré di Napoli Carlo di Lannoy, del marchese Ferdinando Francesco D’Avalos e di Carlo III di Borbone. A Pavia arrivano 22mila uomini, che fronteggiano i francesi lungo le mura orientali del parco Visconteo. Eppure non è ancora il momento dello scontro: gli eserciti si studiano a vicenda per tre settimane.

La notte tra il 23 e il 24 febbraio l’equilibrio si spezza. Gli spagnoli di Carlo V attaccano aprendo tre brecce nelle mura del parco Visconteo a est, a Due Porte di San Genesio, e da lì penetrano all’interno, con le avanguardie che indossano una camicia bianca per riconoscersi e orientarsi nella nebbia. Le truppe francesi vengono sorprese. Tremila archibugieri tedeschi e spagnoli conquistano il castello di Mirabello e gli imperiali possono dispiegarsi all’interno del parco: a destra gli spagnoli, sulla sinistra due quadrati di lanzichenecchi guidati da von Frundsberg insieme all’artiglieria. E davanti all’esercito ecco la cavalleria. Francesco I subisce l’iniziativa avversaria ma non perde tempo. Con la sua cavalleria pesante si dirige verso l’ala sinistra per affrontare la cavalleria imperiale. L’offensiva nemica però sta già rallentando perché viene brutalmente stroncata dall’artiglieria francese di Galiot de Genouillac, che inizia a bombardare i quadrati dei picchieri e dei lanzichenecchi, facendone strage.

Bassorilievo che rappresenta la battaglia di Pavia. Juan de Orea

Bassorilievo che rappresenta la battaglia di Pavia. Juan de Orea

Foto: Cordon Press

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Un errore fatale

La battaglia, in poco tempo, sembra già decisa e Francesco I è pronto a sferrare il colpo di grazia. All'alba si lancia alla carica con la sua inarrestabile cavalleria ma, così facendo, passa davanti all’artiglieria di de Genouillac e impedisce ai cannoni di continuare a fare fuoco. I francesi travolgono la cavalleria imperiale ma si spingono troppo avanti. D’Avalos coglie l’attimo: invia 1500 archibugieri tra gli alberi lungo la riva sinistra della roggia della Vernavola, sul fianco destro della cavalleria del re, e da lì inizia un micidiale tiro al bersaglio. I cavalieri francesi subiscono perdite pesantissime: chi non viene ucciso dalle palle degli archibugi viene finito dai fanti all’arma bianca. Così trovano la morte sul campo i generali di Francesco I: da Bonnivet a Louis de Tremoil al signore de La Palice. Il sovrano si ritrova appiedato nel cuore di quella carneficina, ma continua a combattere anche se ferito. Catturato, è preso in consegna dal comandante imperiale Carlo di Lannoy e portato alla cascina Repentita, dove una contadina offre al sovrano una zuppa che s'inventa lì per lì. Brodo, fette di pane abbrustolito, formaggio e uova sono gli ingredienti che ancora oggi costituiscono la famosa zuppa alla pavese, un piatto che Francesco I gradirà tanto da volerlo poi inserire nel menù alla sua corte.

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Intanto le truppe imperiali contrattaccano. I lanzichenecchi si avventano contro quelli che considerano traditori, i cinquemila mercenari tedeschi di Francesco I, e li mettono in rotta. Poi avanzano contro gli svizzeri guidati da Fleuranges. Questi si predispongono a reggere l’urto ma proprio in quel momento lo schieramento viene investito dai cavalieri pesanti superstiti in fuga e inseguiti, che scompaginano i quadrati costringendo gli svizzeri a una precipitosa ritirata. La sconfitta è totale. Sul campo restano diecimila soldati dell’esercito di Francesco I e per l’imperatore Carlo V è il trionfo. Il re di Francia, prigioniero a Pizzighettone, invia una lettera a sua madre Luisa di Savoia in cui scrive: «Signora, per dirvi tutta la mia disgrazia, di tutto ciò che avevo non mi sono rimasti se non l’onore e la vita che è salva». Poi prende la via di Madrid, dove resterà imprigionato per un anno nel Real Alcázar di Madrid, l'antico palazzo reale ormai scomparso.

Carlo V obbliga Francesco I, prigioniero a Pavia, a firmare il trattato di Madrid. 14 gennaio 1526. Incisione

Carlo V obbliga Francesco I, prigioniero a Pavia, a firmare il trattato di Madrid. 14 gennaio 1526. Incisione

Foto: Mary Evans P.L. / Cordon Press

Perdere e ritrattare

Le conseguenze della sconfitta, sulla carta, sono pesantissime. Per riavere la libertà Francesco I sarà obbligato a firmare il Trattato di Madrid, che prevede la restituzione della Borgogna all’impero e la rinuncia ai possedimenti italiani. Inoltre dovrà lasciare come ostaggi in Spagna i due figli: il delfino Francesco ed Enrico, duca d'Orleans. Infine verserà una cospicua somma di denaro e s'impegnerà a sposare Eleonora d'Asburgo, la sorella dell'imperatore. Francesco I e Carlo V si lasciano il 19 febbraio 1526. Pochi mesi dopo il suo ritorno in Francia il re rinnega il trattato, firmato sotto costrizione, e rifiuta di cedere la Borgogna. Carlo V lo accusa di fellonìa ma intanto il suo trionfo a Pavia si rivela un boomerang: tutte le altre potenze d’Europa, timorose di un impero così forte e trionfante, si coalizzano. Si forma la lega di Cognac promossa dal papa Clemente VII, a cui viene invitato a partecipare lo stesso Francesco I.

Dopo la ripresa delle ostilità nel 1527, nell'agosto del 1529 verrà firmata la pace di Cambrai. Con questo trattato il re di Francia rinuncia a ogni pretesa su Milano e Napoli ma non dovrà più cedere la Borgogna, mentre alla Spagna viene riconosciuto il dominio sull’Italia. Francesco I regnerà per un altro ventennio: morirà il 31 marzo 1547. In lui, come conclude Jack Lang, si univano «la volontà di fare l'impossibile e, talora, la capacità di riuscirci».

Cattura di Francesco I sul campo di battaglia di Pavia. Arazzo di Bernard von Orley conservato al Museo nazionale di Capodimonte di Napoli

Cattura di Francesco I sul campo di battaglia di Pavia. Arazzo di Bernard von Orley conservato al Museo nazionale di Capodimonte di Napoli

Foto: Bernard Van Orley, CC BY 3.0, https://rb.gy/pgtxie

Per saperne di più

  • Guerre ed eserciti nell’età moderna. Paolo Bianchi e Piero Del Negro, Il Mulino, Bologna, 2018.
  • Le guerre d’Italia 1494-1559. Marco Pellegrini, Il Mulino, Bologna, 2017.
  • La Rivoluzione militare. Geoffrey Parker, Bologna, Il Mulino, 2014.

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