La fondazione di Cartagine

Secondo la leggenda, la grande città del Nordafrica venne fondata da una principessa fenicia, Elissa (Didone). Il suo viaggio dalla città natale, Tiro, evoca il grande movimento colonizzatore dei fenici a partire dal IX secolo a.C.

Uno degli episodi più celebri della letteratura occidentale è quello dell’arrivo del principe troiano Enea a Cartagine, dove viene accolto dalla bella regina Elissa, conosciuta anche come Didone. Fra lunghe conversazioni, banchetti e battute di caccia i due diventano i protagonisti di una storia d’amore che verrà interrotta dalla partenza non annunciata del troiano per compiere il suo destino e fondare una nuova città in Italia, che provocherà il suicidio della regina cartaginese. L’idillio fra Didone ed Enea non è l’unica leggenda sull’origine di Cartagine. Un’antica tradizione, raccolta fra gli altri dallo storico latino Giustino, riporta le circostanze in cui Didone aveva fondato la città e il suo sacrificio per assicurarne la sopravvivenza.

Terme di Antonino, Cartagine

Terme di Antonino, Cartagine

Foto: Manuel Cohen / Art Archive

Tutto aveva avuto inizio a Tiro, grande città-stato fenicia sulla costa dell’attuale Libano. Il re della città, Muttone, aveva due figli: un maschio, Pigmalione, e una femmina, Didone. Dopo la morte del padre i fratelli si contesero la successione al trono. Didone, forse per interessi politici ed ereditari, sposò lo zio paterno, Acerbas, detto anche Sicheo,  sacerdote di Melqart (corrispondente a Eracle), che esercitava un enorme potere politico e militare. Pigmalione, per paura di perdere la sua posizione, lo assassinò. Per qualche tempo Didone dissimulò il suo orrore, ma solo per preparare meglio la sua fuga dalla città, portando con sé le immense ricchezze del marito, agognate dal fratello.

Con l’aiuto di Afrodite, il medico Iapige cura Enea, ferito alla gamba nella lotta contro Turno, il re dei Rutuli. Affresco risalente al I secolo d.C. Museo Archeologico Nazionale, Napoli

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La principessa e un nutrito gruppo di sudditi fedeli s'imbarcarono verso Occidente. Nella sua prima tappa, Cipro, ai fuggiaschi si unirono nuovi coloni: secondo la leggenda, con la benedizione dei sacerdoti del tempio di Astarte, Didone portò con sé ottanta giovani donne per darle in sposa ai suoi seguaci e fondare una nuova colonia; secondo la versione di Giustino, invece, le fanciulle vennero rapite. Dopo aver consultato un oracolo che annunciava la nascita di una nuova città, Didone e i suoi seguaci partirono da Cipro e proseguirono il viaggio fino a raggiungere la costa dell’attuale Tunisia.

Risalente al V secolo a.C., il tempio dedicato a Poseidone si erge ancora oggi a Paestum, in Campania. La città fu fondata dai greci di Sibari, probabilmente tra la fine del VII secolo ed i primi decenni del VI secolo a.C.

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L’astuzia di Didone

I fenici sbarcarono in una baia presso la quale sorgeva una collina, ma dovettero affrontare la popolazione locale, contraria a un loro insediamento. Didone dovette patteggiare con Iarba, il loro sovrano, e lo convinse a venderle il terreno che potesse essere contenuto in una pelle di bue, dichiarando che ne aveva bisogno per far riposare i suoi uomini, affaticati, prima di salpare nuovamente. Ma la principessa fece tagliare la pelle in sottilissime strisce e così coprì la superficie necessaria per fondare una città. Sembra che il nome Byrsa, che significa “pelle di bue”, con cui ancora oggi è chiamata la collina su cui fu edificata l’acropoli di Cartagine, rimandi a questo evento.

Didone ed Enea a banchetto. Dipinto di Gerard de Lairesse. XVII secolo. Staatsgalerie im Neuen Schloss, Bayreuth

Didone ed Enea a banchetto. Dipinto di Gerard de Lairesse. XVII secolo. Staatsgalerie im Neuen Schloss, Bayreuth

Foto: BPK / Scala, Firenze

Secondo la leggenda, il re così abilmente ingannato da Didone rimase colpito dalla sua bellezza e intelligenza e decise di sposarla. Comunicò la sua volontà a un gruppo di notabili fenici e intimò loro di convincere la principessa. Consapevoli dell’orrore che Didone provava per i  “barbari” africani, i nobili fenici cercarono d'ingannarla. Le dissero che re Iarba desiderava che qualcuno dei fenici si recasse alla sua corte per educarli, e quando la regina rispose che ognuno di loro doveva essere disposto a compiere questa missione, anche a prezzo della vita, le rivelarono il vero disegno di Iarba. Didone li rassicurò che avrebbe fatto ciò che essi chiedevano, ma fece costruire una pira alle porte della città, vi si sdraiò e si attraversò il petto con un pugnale.

Per non sposare il re Iarba, Didone fece costruire una pira, si sdraiò su di essa e si colpì al petto con un pugnale

Dietro questa leggenda, che conosciamo solo dalle fonti greco-latine, può celarsi un fatto storico. Innanzitutto, il viaggio di Didone e dei suoi compagni evoca il fenomeno della colonizzazione fenicia nel Mediterraneo. Sappiamo che dalla fine del II millennio a.C. alcuni popoli di Tiro, Sidone e altre città fenicie, continuamente minacciati dai vicini assiri, presero a solcare il Mediterraneo e acquisirono un’ampia conoscenza non soltanto delle tecniche di navigazione, ma anche dei punti di ancoraggio e di approvvigionamento per le loro imbarcazioni. Così stabilirono rotte marittime sicure ed entrarono in contatto con le diverse popolazioni stanziate lungo le coste del Mediterraneo, con cui crearono alleanze. La fondazione di colonie fu l’ultima tappa di questo processo.

Ciò che dice l’archeologia

Cartagine è una delle più antiche colonie fenicie. Secondo alcuni autori (come Filisto di Siracusa, Eudosso di Cnido o Appiano), la sua nascita risale all’epoca della guerra di Troia – datata oggi verso il 1200 a.C. –, e questo giustificherebbe l’incontro fra Enea e Didone. Altre fonti, più verosimili, ne situano la fondazione verso la fine del IX secolo a.C. Un’iscrizione del re assiro Salmanassar III la colloca fra l’825 e l’820 a.C. e allude anche a un re Mattan (Muttone) di Tiro. Quest’ultima data è stata confermata dalle ricerche archeologiche e dalle datazioni con carbonio 14.

Mosaico di una villa romana di Cartagine

Mosaico di una villa romana di Cartagine

Foto: Travel Pix / Awl Images

Vi sono anche indizi che i coloni fenici siano entrati in contatto con la popolazione locale. Cartagine, in fenicio Qart Hadasht, significa “città nuova”, toponimo che i fenici utilizzarono per insediamenti dalle analoghe caratteristiche a Cipro, in Sardegna, nel Nordafrica o nella penisola iberica, dove gli stessi cartaginesi fondarono nel III secolo a.C. la città che i romani avrebbero chiamato Carthago Nova (l’attuale Cartagena).

Nel caso di Cartagine, il toponimo potrebbe indicare un insediamento sulla collina di Byrsa preesistente l’arrivo degli abitanti di Tiro. Nell’area gli archeologi hanno individuato fori per conficcare pali usati in piccole capanne tipiche di forme d'insediamento preesistenti l’arrivo dei fenici. Queste capanne, a pianta ovale, presentavano una struttura architettonica semplice, con mura di fondazione e pareti di mattoni. Presumibilmente tutto il fronte meridionale della collina era edificato con queste capanne con coperture vegetali, tra le quali si aprivano spazi simili a piazze, dove si effettuavano scambi di prodotti di ogni genere e di capi di bestiame. Nell’Eneide Virgilio scrive come Enea, vedendo Cartagine, «ammira quelle moli imponenti, un tempo tuguri, ammira le porte, il baccano, il lastrico delle strade».

Come viene raccontato nel mito, le negoziazioni fra Didone e gli indigeni, dapprima per l’acquisto del terreno e successivamente per trovare un accordo, potrebbero anche riflettere avvenimenti di epoche remote. Le relazioni coloniali comportavano solitamente accordi, il pagamento di tributi e acquisizioni di terreni. Inoltre, Cartagine non fu una colonia isolata, ma sin dalle sue origini si aprì all’influenza di culture diverse. I  popoli di origine africana lasciarono visibili tracce su di essa, come testimoniano le fonti documentali. Giustino racconta come gli abitanti dei villaggi circostanti, attratti dalla speranza di guadagno legata alla vendita delle merci, s'insediarono nei dintorni della città, accrescendone le dimensioni. Le possibilità che il luogo offriva erano promettenti, soprattutto per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento.

Il pittore inglese William Turner riprodusse nel 1815 la costruzione di Cartagine ai tempi della regina Didone, ispirandosi all’Eneide

Il pittore inglese William Turner riprodusse nel 1815 la costruzione di Cartagine ai tempi della regina Didone, ispirandosi all’Eneide

Foto: National Gallery, Londra / Scala, Firenze

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Da villaggio a grande metropoli

L’archeologia fornisce anche informazioni sulla fisionomia della Cartagine arcaica. Le abitazioni, a pianta rettangolare, erano a più piani e presentavano terrazze e piccoli cortili interni. Ben presto si sviluppò un’urbanistica organizzata intorno a strade e piazze. Della prima Cartagine sono stati individuati i resti delle strutture portuali, le mura e alcuni spazi sacri come il tofet, in cui si praticavano sacrifici di fanciulli, e il santuario dedicato agli dei Tanit e Baal Hammon, le più importanti divinità locali.

Grazie alla sua favorevole posizione geografica e ai proventi garantiti dalle attività commerciali, Cartagine stabilì nel giro di pochi decenni la sua supremazia sul resto delle colonie fenicie del Mediterraneo centrale, mentre stringeva accordi politico-economici con altri stati della regione. Tutto ciò, accompagnato dalla costruzione di un potente esercito, a partire dal V secolo a.C. pose le basi di quello che sarebbe stato chiamato “imperialismo cartaginese” , con una politica di espansione che, puntando all’egemonia sul Mediterraneo e in particolare al controllo della Sicilia, porrà Cartagine in conflitto con la Grecia e con Roma.

Cartagine raggiunse in pochi decenni la supremazia su tutte le altre colonie fenicie del Mediterraneo

A questo proposito, bisogna segnalare che i cartaginesi ruppero con la tradizione delle città fenicie: mentre queste si erano concentrate sulla fondazione di colonie commerciali e non si erano impegnate nel controllo del territorio circostante, i cartaginesi, seguendo il modello coloniale greco, presto decisero di estendere il loro dominio su estesi territori, per trasformare l’originaria colonia in un’entità urbana dal carattere statale.

Maschera fenicia in maiolica. Museo nazionale di Cartagine

Maschera fenicia in maiolica. Museo nazionale di Cartagine

Foto: Dea / Age Fotostock

Questa evoluzione fu possibile grazie al mescolamento di popolazioni diverse. Praticamente sin dall’inizio della sua storia coloni e indigeni condivisero gli spazi urbani e forse, trascorse un paio di generazioni, anche quelli religiosi e funerari. Ne è un indizio, per esempio, la presenza di epitaffi recanti nomi fenici, libici, greci e italici nelle necropoli di altri nuclei punici tunisini, come Kerkouane, Korba o Sidi Salem. Questa integrazione e commistione assicurò il controllo di Cartagine sul territorio circostante, e ciò fu fondamentale per il suo successivo sviluppo. Città e territorio si autosostenevano per il bene comune e questo fu, senza dubbio, il riflesso del carattere aperto dei cittadini, che capirono precocemente come la loro principale ricchezza risiedesse nella varietà.

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