Federico I Hohenstaufen, l'imperatore Barbarossa

Per venticinque anni l’imperatore Federico I combatté per imporre la supremazia del Sacro Romano Impero sulle città dell’Italia settentrionale, alleate con papa Alessandro III, il quale riteneva la propria investitura spirituale al di sopra del potere imperiale

Agli inizi del XII secolo il regno di Germania si presentava composto da quattro grandi ducati che si possono definire “etnici”, in quanto corrispondenti ai quattro popoli di stirpe germanica insediatisi sul territorio tedesco: i bavari, i sassoni, i franconi e gli svevi. Per tradizione, la corona di Germania spettava a un personaggio gradito ai quattro duchi, che di solito era un membro di una delle famiglie: l’eletto, poi, era incoronato in Aquisgrana con il titolo di “re dei romani”. Questo comportava che egli fosse legittimamente candidato alla corona imperiale, ma per cingerla bisognava farsi incoronare dal papa a Roma. Inoltre, dal X-XI secolo il re di Germania aveva anche diritto alle due corone reali d’Italia e di Borgogna.

Rappresentazione di Federico I nel 'Canzoniere manoscritto di Weingarten' (1320), tra i figli Enrico VI, futuro imperatore, e Federico V, duca di Svevia

Rappresentazione di Federico I nel 'Canzoniere manoscritto di Weingarten' (1320), tra i figli Enrico VI, futuro imperatore, e Federico V, duca di Svevia

Foto: BPK / Scala, Firenze

   

Questa somma di titoli e di corone rendeva senza dubbio il re di Germania il sovrano più influente dell’Occidente: tuttavia i suoi poteri erano molto limitati in quanto egli era subordinato all’accordo fra i quattro duchi “etnici”, i loro grandi vassalli e le stesse città, che in molti casi, come i ricchi e fiorenti centri urbani del Reno, conducevano una politica indipendente guidata dai loro vescovi.

Inoltre, il regno di Germania era allora conteso tra due blocchi di famiglie ducali. Da una parte i duchi di Franconia e quelli di Svevia, alleati fra loro e padroni del sud-ovest del Paese; dall’altra i signori di Sassonia, cui si era alleato in alcuni periodi anche il ducato di Baviera. Con l’elezione dello svevo Corrado III Hohenstaufen nel 1138 ci fu un lungo periodo di lotte dinastiche che videro schierati gli esponenti del casato di Svevia, chiamati "ghibellini" dal nome del castello di Waibling, e la fazione composta da Sassonia e Baviera, chiamati "guelfi", in quanto discendenti di Guelfo (Welf), duca di Baviera.

Nel 1152, alla morte di Corrado, i principi tedeschi scelsero come sovrano Federico duca di Svevia, che aveva partecipato alla Seconda crociata quattro anni prima. Egli inaugurò un periodo di pace nel regno fondata sulla concordia con il cugino guelfo Enrico, detto “il Leone”, che riunì nelle sue mani i due ducati di Sassonia e di Baviera (1154). Federico, dopo il primo matrimonio con Adele di Vohburg sciolto nel 1153 dal pontefice con il pretesto della consanguineità, sposò in seconde nozze nel 1156 la giovane Beatrice, figlia del conte Rinaldo III, erede di Borgogna.

Barbarossa in Italia

Dopo aver trascorso due anni ad appianare i dissidi tra le opposte fazioni tedesche, nel 1154 Federico decise di recarsi nella penisola italica per essere incoronato imperatore e re d’Italia. Il viaggio aveva anche lo scopo di risolvere a Roma alcuni problemi urgenti: papa Eugenio III era stato costretto ad abbandonare Roma a causa del riformatore religioso patarino Arnaldo da Brescia, che aveva intrapreso una riforma politica della città denunciando la corruzione della Chiesa e negando il potere temporale del papato.

Secondo una leggenda germanica Federico riposa nella Sala del Trono situata nel cuore del monte Untersberg, nei pressi di Salisburgo

Secondo una leggenda germanica Federico riposa nella Sala del Trono situata nel cuore del monte Untersberg, nei pressi di Salisburgo

Foto: Martin Siepmann / Age Fotostock

Appelli accorati a Federico erano partiti contemporaneamente dalla cancelleria pontificia e dal senato romano che appoggiava Arnaldo. Il desiderio era condurre nell’Urbe l’imperatore a cingere quella corona imperiale che, da Ottone I in poi, spettava di diritto al re di Germania, e allo stesso tempo riaffermare il ruolo di defensor ecclesiae che spettava al sovrano, ristabilendo l’autorità pontificia in Roma. Era stato soprattutto papa Adriano IV, che nel 1154 era succeduto a Eugenio, a richiedere l’aiuto di Federico, ma anche il senato e il popolo romano che, secondo l’antica tradizione, era il solo ad avere il diritto di conferire la corona di imperatore. Inoltre, era necessaria la presenza di Federico per fermare l’avanzata normanna iniziata da Ruggero II re di Sicilia.

Nel 1155 Federico giunse a Roma, dove ristabilì l’ordine consegnando al papa Arnaldo da Brescia, che fu arso sul rogo; ricevette poi il 18 giugno da Adriano IV la corona imperiale nella basilica di San Pietro. Si dedicò quindi a imporre il suo dominio ai comuni italiani convocando due diete a Roncaglia, presso Piacenza, nel 1154 e nel 1158. Nella seconda, l’imperatore germanico emanò la cosiddetta Constitutio de regalibus, nella quale erano sanciti i diritti sovrani (regalia iura) dell’Impero nei territori d’Italia che i comuni avevano usurpato. I fondamenti giuridici per le sue pretese non gli provenivano dal diritto feudale: i giuristi dell’università di Bologna – ai quali Federico riconobbe nel 1158 una serie d’immunità e di privilegi a favore degli studenti e che pose sotto la sua protezione – fornirono al sovrano la legittimazione necessaria attingendo al diritto romano secondo la codificazione di Giustiniano. Il diritto romano, dimenticato in Occidente, ma al contrario molto considerato a Bisanzio, faceva così di nuovo il suo ingresso in Europa e in base ad esso Federico si presentava come un sovrano assoluto, non soggetto alle leggi, bensì al contrario egli stesso come fonte di diritto.

Palazzo Ducale, a Venezia. Nel 1164 la città aveva appoggiato la Lega veneta contro l’imperatore; nel 1177 fu lo scenario degli accordi di pace tra l’imperatore Federico Barbarossa e il papa Alessandro III

Palazzo Ducale, a Venezia. Nel 1164 la città aveva appoggiato la Lega veneta contro l’imperatore; nel 1177 fu lo scenario degli accordi di pace tra l’imperatore Federico Barbarossa e il papa Alessandro III

Foto: Jan Wlodarczyk / Age Fotostock

   

La resistenza delle città italiane

Nonostante l’appoggio dei professori di diritto dell’università di Bologna, le pretese del sovrano si scontrarono ben presto con le consuetudini radicate nelle città dell’Italia centro-settentrionale, dove i nascenti comuni avevano da tempo usurpato il potere imperiale che non era stato rivendicato. La città più potente, Milano, minacciò le vicine Lodi e Como, sostenne Crema contro Cremona, appoggiò Brescia contro Bergamo, estese la sua egemonia verso il Novarese grazie all’amicizia dei conti di Biandrate e verso il Piemonte sfruttando l’alleanza di Asti, Chieri e Tortona; l’antica capitale longobarda, Pavia, volle eguagliare la rivale in ascesa e le si oppose stringendo allenza con Genova, Novara e il marchese del Monferrato.

Federico prese tempo: la sua strategia si basava sulla possibilità di allearsi a una delle due fazioni di comuni in lotta. D’altronde c’erano in gioco i poteri della corona sul Regnum Italiae, sul quale da oltre un secolo l’imperatore non esercitava più il suo predominio; da un lato Federico era risoluto nel voler riaffermare la sua egemonia, dall’altro era necessario non allarmare troppo i nobili e le città che, abituati all’assenza degli imperatori germanici, spesso impegnati in lotte tra i domini d’oltralpe, godevano di un’autonomia che non erano intenzionati a cedere. Pertanto, se in Germania egli aveva accettato la supremazia di Enrico il Leone e aveva concesso una condivisione del potere – poiché non ledeva affatto le prerogative della corona –, in Italia optò per una differente politica: Federico era infatti deciso a riprendersi questi territori e a sconfiggere sia Milano sia i suoi alleati.

Bandita nel 1155, Milano fu messa sotto assedio dalle truppe imperiali nel 1158. Presto la città dovette arrendersi, impegnarsi a ricostruire le mura delle città di Lodi e di Como e a nominare una nuova classe dirigente cittadina approvata dall’imperatore. Ma questa strategia di conquista procurò a Federico molti nemici. In un primo momento, molti comuni lo appoggiarono, ma in seguito si schierarono l’uno dopo l’altro contro di lui.

Enrico il Leone chiede perdono a Federico nel 1181. Affresco di Hermann Wislicensus, XIX secolo. Palazzo di Goslar, Germania

Enrico il Leone chiede perdono a Federico nel 1181. Affresco di Hermann Wislicensus, XIX secolo. Palazzo di Goslar, Germania

Foto: AKG / Album

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La Pace di Costanza e la Terza crociata

L’imperatore non era più in grado di contrastare i suoi nemici, in quanto nella stessa Germania l’equilibrio che egli aveva instaurato all’inizio del suo regno appariva ora incrinato soprattutto a causa della politica eccessivamente indipendente di Enrico il Leone, il quale si rifiutò di aiutarlo quando Federico si preparò per una nuova discesa in Italia, dove molte città lombarde, tra cui soprattutto Milano, con l’appoggio e l’alleanza del pontefice Alessandro III, si erano ribellate. Fu quindi con scarse forze che l’imperatore affrontò gli scontri contro i comuni italiani: nel 1164 alcune città si unirono fondando la Lega Veronese, mentre nel 1167 nacque una nuova Lega nella città di Pontida. Queste si fusero nello stesso anno in un unico fronte, la Societas Lombardiae, nota come Lega Lombarda, che nove anni più tardi inflisse alle truppe imperiali la sconfitta di Legnano.

Resosi conto della difficoltà di contrastare i poteri delle città e del pontefice, a cui si erano uniti anche altri nemici, quali Guglielmo II di Sicilia e il sovrano bizantino Manuele I Comneno, Federico firmò un accordo nel 1177 con il papa a Venezia riconoscendo la sua autorità, in seguito al quale si pose fine a uno scisma che durava ormai da diciotto anni. Nel 1183, con la pace di Costanza, il sovrano accordò alle città italiane la propria autonomia, ma ricevette anche il riconoscimento della sovranità imperiale e del pagamento di un tributo da parte dei comuni della Lega. Intanto, Federico si era accordato con il re di Sicilia stipulando un matrimonio tra il figlio, futuro imperatore con il nome di Enrico VI, e Costanza d’Altavilla, che ereditò la corona siculo-normanna dal nipote Guglielmo; le nozze furono celebrate nel 1186. In questo modo si apriva la strada alla realizzazione di un vecchio sogno dei sovrani tedeschi: l’unione del Regno del Meridione d’Italia all’Impero.

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In Germania, invece, restava ancora irrisolto il conflitto con Enrico il Leone, che nel 1168, aveva sposato Matilde, figlia di Enrico II re d’Inghilterra; egli aveva avuto libertà d’azione nella Germania nordorientale, che a quel tempo si andava espandendo verso il Baltico e le terre slave. Enrico perseguiva ormai una politica indipendente dalla volontà del cugino, perciò nel 1180 Federico dichiarò Enrico decaduto dal possesso di tutti i beni feudali e allodiali (personali) con una sentenza emessa da un tribunale feudale e da una dieta di principi tedeschi. Enrico si sottomise all’imperatore nel 1181, ma ciò gli consentì soltanto il recupero di qualche bene allodiale.

Il successivo passo del Barbarossa avrebbe forse potuto essere diretto contro l’impero di Bisanzio, e invece egli si volse a Oriente con uno scopo diverso. Nel 1187 Saladino aveva riconquistato Gerusalemme strappandola ai principi cristiani. Era stata bandita una nuova crociata da papa Gregorio VIII, alla quale parteciparono Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, e Filippo Augusto, re di Francia. Anche Federico partì, ma morì durante la marcia, nel giugno del 1190, per un arresto cardiaco in seguito a un bagno nelle fredde acque del fiume Göksu, nella Penisola anatolica.

Replica della battaglia di Legnano esposto da Massimo Tapparelli d’Azeglio nel 1831 a Brera. Galleria d'arte moderna, Torino

Replica della battaglia di Legnano esposto da Massimo Tapparelli d’Azeglio nel 1831 a Brera. Galleria d'arte moderna, Torino

Foto: Dagli Orti / Art Archive

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