Edvard Munch, il tormento di un artista

Il 23 gennaio 1944 moriva Edvard Munch, genio della pittura norvegese. Vittima di malattie e di molti lutti familiari, rappresentò in pittura tutti i suoi drammi interiori

«Camminavo lungo la strada con due amici, quando il sole tramontò. Il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai. Mi appoggiai, stanco morto a un recinto. Sul fiordo nero azzurro e sulla città, c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo, infinito, pervadeva la Natura». L'episodio vissuto dal pittore Edvard Munch anticipò la realizzazione del celebre dipinto L’urlo del 1893.  Quest’ultimo rappresenta un sentiero al tramonto: una strana creatura dal volto di teschio emette un grido di sofferenza che sembra fondersi con l’ambiente circostante. È la rappresentazione di un malessere che da personale diventa cosmico e di cui tutto il paesaggio subisce la carica espressiva, amplificandolo come un eco.  

Simbolo dell’angoscia e del male di vivere dell’essere umano novecentesco, l’opera racchiude anche tutta la sofferenza del pittore, la cui infanzia fu caratterizzata da numerosi lutti e malattie fisiche e mentali che ne marchiarono in maniera indelebile l’animo. Non a caso, in un’occasione scrisse che la malattia, la follia e la morte furono sempre accanto alla sua culla, come dei macabri «angeli custodi», e che «nella casa della mia infanzia abitavano malattia e morte».

Edvard Munch, 1893, 'L'urlo', Galleria nazionale, Oslo

Edvard Munch, 1893, 'L'urlo', Galleria nazionale, Oslo

Foto: Pubblico dominio

Un’infanzia piena di sofferenza

Edvard Munch era nato il 12 dicembre 1863 a Løten, una piccola cittadina nei pressi di Oslo, città all’epoca conosciuta con il nome di Christiania (solo nel 1925 avrebbe cambiato il nome con l’attuale). Suo padre era Christian, un medico dell’esercito, mentre la madre si chiamava Laura Catherine Bjølstad.  L’anno dopo l’uomo trasferì la famiglia – di cui faceva parte anche la figlia primogenita Johanne Sophie – in un quartiere operaio di Oslo. Nel corso del tempo sarebbero arrivati altri tre fratelli: Andreas, Inger e Laura.

Nel 1868 arrivò il primo terribile lutto: quell’anno, infatti, morì la madre, appena trentenne, a causa della tubercolosi. L’amata sorella maggiore Sophie sarebbe morta per lo stesso male qualche tempo dopo, a quindici anni, seguita negli anni novanta anche da Andreas, a causa della polmonite. La sorella minore Laura, invece, avrebbe trascorso gran parte della vita presso una clinica per malattie mentali. Lo stesso Edvard fin da bambino fu di salute cagionevole, peggiorando in età adulta a causa dell’abuso di alcolici. Dopo la morte della madre fu Karen, la zia materna, a occuparsi dei cinque bambini.   

Quando Christian, non riuscendo a superare il dolore per i lutti familiari, iniziò a manifestare sintomi depressivi, trascurando il lavoro e riducendo sul lastrico la famiglia, fece peggiorare il già precario stato di salute del figlio che, in breve, iniziò a soffrire di attacchi di ansia. Questo a sua volta ne aggravò i problemi di salute e spesso fu costretto a stare lontano dagli studi. In questi periodi il padre indirizzò gli interessi del figlio verso la filosofia, la letteratura e i racconti del terrore di Edgar Allan Poe, lo scrittore di cui era appassionato. Le storie dell’autore statunitense certamente contribuirono a delineare le ambientazioni ”horror” del pittore.

Edvard Munch fotografato nel 1912

Edvard Munch fotografato nel 1912

Foto: Pubblico dominio

I rapporti tra padre e figlio non furono mai idilliaci, anche a causa del rigido puritanesimo del genitore, e alla morte di Christian, avvenuta nel 1889, la relazione tra i due non era ancora stata sanata. Ciò lasciò in Munch un profondo senso di colpa, che peggiorò ulteriormente il suo fragile equilibrio psicologico.

L’unica consolazione del giovane era la pittura, passione che lo spinse ad abbandonare la scuola tecnica che frequentava per una di disegno. Nel 1882 affittò uno studio insieme con alcuni compagni di corso iniziando a frequentare gli ambienti bohémienne di Christiania. Grazie a una borsa di studio, si recò a Parigi, all’epoca centro chiave del simbolismo e dell’impressionismo. Rientrato in patria, dipinse un quadro di assoluta rottura con la sua produzione precedente, ancora legata a schemi tradizionali: si tratta di La bambina malata, certamente un omaggio a Sophie, morta oramai da circa otto anni. La tela rappresenta una bambina allettata che volge lo sguardo verso una donna disperata al suo fianco. Esposta per la prima volta nel 1886, l’opera fu però ampiamente criticata non tanto per il soggetto particolarmente triste, quanto per la tecnica “non finita” che caratterizzava la pittura di Munch in quel periodo. Secondo il pittore, però, quella tecnica era l’unica, al momento, che in qualche modo riuscisse a esprimere le emozioni che voleva trasmettere con la sua pittura.

A Parigi studiò le opere del filosofo Søren Kierkegaard in cui si teorizzava del connubio tra arte e vita. Ciò era per Munch il filo conduttore della sua pittura: un’arte capace di rendere “visivamente” il dolore e l’angoscia del vivere. In quel tempo si avvicinò anche alla pittura di Vincent Van Gogh e di Paul Gauguin. Tornato a casa, nel settembre 1892 organizzò una mostra personale a Oslo, esponendo oltre cinquanta opere e attirando molte critiche. A novembre la stessa mostra fu allestita in Germania, su invito dell’Associazione artisti berlinesi, suscitando un vero e proprio scandalo a causa della sua pittura definita «disturbata», «scandalosa» e «oscena». Nello stesso tempo, però, tutti volevano vedere queste opere, il che permise a Munch di guadagnare un piccolo gruzzolo. Smantellata la mostra a causa della censura, Munch decise di stabilirsi per un periodo a Berlino.

Edvard Munch nel suo studio all'aria aperta

Edvard Munch nel suo studio all'aria aperta

Foto: Cordon Press

Un amore tossico

La compagna storica di Munch si chiamava Mathilde “Tulla” Larsen: una donna dai tratti diafani e dalla forte personalità, che aveva conosciuto a Oslo sul crinale del secolo. Pare che il pittore fosse soggiogato da questa donna, figlia di un commerciante di vini. Il loro rapporto fu sempre tormentato e tossico: Munch ne era molto attratto, ma al contempo si sentiva soffocare da lei. Era terrorizzato da un rapporto troppo stretto con la donna, che invece desiderava diventare sua moglie. I due si separarono diverse volte, fino a un tragico epilogo nell’estate del 1902. Un giorno Tulla disse a Munch di raggiungerla fingendo un malore. Appena arrivato, però, i due iniziarono a litigare. La situazione alla fine degenerò: Tulla impugnò una pistola e sparò al pittore.  Nessuno dei due fu in seguito in grado di spiegare con chiarezza come si svolsero gli eventi, ma quel che è certo è che un proiettile trapassò una mano del pittore facendogli perdere una falange. La relazione da quel momento s’interruppe per sempre.

Prima di Larsen, tra l'estate e l'autunno del 1885 Munch si era invaghito di Milly Thaulow, la moglie di un suo parente. Famosa in città per la sua attività di giornalista e critica gastronomica, questa non ricambiava i sentimenti del pittore, e quando divorziò dal marito intraprese una relazione con un terzo uomo, gettando Munch nello sconforto. Il pensiero della donna tornava ricorrente nella sua mente. Parlava spesso di lei nei suoi diari, dove l’aveva ribattezzata con lo pseudonimo di “signora Heiberg”. Secondo alcuni, questa delusione segnò i rapporti di Munch con l’altro sesso. In effetti, nella sua pittura l’uomo è sempre rappresentato come una figura debole e sottomessa rispetto alle figure femminili, dipinte invece sempre come forti, carnali, sensuali e dominanti. In un suo scritto affermò: «Ho perso tutte le speranze di poter amare».

Problemi psichiatrici

Munch soffriva da sempre di problemi psichiatrici, certamente aggravati dall’abuso di alcolici. Frequentemente era in preda a profonde crisi depressive, sbalzi d’umore, allucinazioni e deliri di persecuzione. Spesso faticava a prendersi cura di sé stesso. Nel 1908 ebbe un crollo psicologico e fu ricoverato per otto mesi in una clinica psichiatrica a Copenhagen, diretta dal dottor Daniel Jacobson. Il medico, considerato all’epoca un luminare della psichiatria, sottopose il pittore a vari tipi di cure, tra cui trattamenti con l’elettroshock. Nel frattempo questi continuava a dipingere assiduamente, come testimoniano, tra le altre cose, uno schizzo di lui durante una seduta di elettroshock e un ritratto del dottore. Alla fine, Munch ne uscì rinvigorito e consapevole di dover dare una svolta alla sua vita. Visse i mesi successivi con maggiore serenità, grazie anche a nuovi importanti incarichi come la decorazione dell’aula magna dell’Università della capitale norvegese. In quel periodo annotò nel suo diario: «le molecole che compongono la mia anima cominciano a pacificarsi»

Edvard Munch, 'Ritratto caricaturale di Tulla Larsen', 1905

Edvard Munch, 'Ritratto caricaturale di Tulla Larsen', 1905

Foto: Edvard Munch, Museo Munch

Nel 1916 comprò una casa a Ekely, appena fuori Oslo, dove si ritirò a una vita più serena e pressoché eremitica, continuando a dipingere e combattendo contro i suoi demoni, in compagnia dei suoi cani e dell’amato cavallo Rousseau. Non mancarono tuttavia le ricadute depressive, come quando apprese che oltre ottanta sue opere erano state definite “arte degenerata” dalla propaganda nazionalsocialista e quindi censurate. Rimase nella sua dimora a Ekely per circa trent’anni, fino alla morte, avvenuta il 23 gennaio 1944. Qualche anno prima aveva dichiarato: «Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel mondo vivente dell’umanità e lottare con esso. Ma sempre ho dovuto ritornare sul sentiero sul ciglio del precipizio». 

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Edvard Munch, 'La bambina malata', 1885-1886, Museo nazionale di Oslo

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Edvard Munch, 'La bambina malata', 1885-1886, Museo nazionale di Oslo

Il dipinto rappresenta la sorella Sophie, morta a soli quindici anni di tubercolosi. La fanciulla dai lunghi capelli rossi è stesa sul letto e rivolge uno sguardo triste verso una donna (forse Karen) che le tiene la mano e china il capo, sopraffatta dal dolore. Con quest’opera Munch partì da uno spunto autobiografico per trattare il tema della malattia in senso assoluto. «Credo che nessun pittore abbia vissuto il suo tema fino all’ultimo grido di dolore come me quando ho dipinto La bambina malata […] Non ero solo su quella sedia mentre dipingevo, erano seduti con me tutti i miei cari, che su quella sedia, a cominciare da mia madre, inverno dopo inverno, si struggevano nel desiderio del sole, finché la morte venne a prenderli», scrisse nel suo diario. Munch tornò su questo soggetto più volte nel corso della sua carriera.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'Inger sulla spiaggia', 1889, KODE - Kunstmuseene, Bergen

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Edvard Munch, 'Inger sulla spiaggia', 1889, KODE - Kunstmuseene, Bergen

Conosciuto anche come Notte d’estate, rappresenta Inger, un’altra sorella del pittore, seduta sugli scogli della spiaggia di Åsgårdstrand, in una sera estiva. La giovane, all’epoca del quadro circa ventenne, indossa un abito bianco e volge lo sguardo in lontananza, trasmettendo un senso di solitudine e malinconia allo spettatore. Munch rappresentò la sorella minore in altre occasioni, come, per esempio, in un ritratto a mezzo busto del 1884, in cui la ragazza indossa un elegante abito nero.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'Sera sulla via Karl Johan', 1892, KODE - Kunstmuseene, Bergen

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Edvard Munch, 'Sera sulla via Karl Johan', 1892, KODE - Kunstmuseene, Bergen

Via Karl Johan era una delle strade più importanti e trafficate di Christiania. Munch rappresentò il viavai di ricchi borghesi che si muovono come “zombie”, tutti dallo sguardo vacuo e indifferenti all’altro. Con quest’opera Munch mostrò il senso di solitudine e alienazione dell’essere umano moderno. Solo una figura, in ombra, sembra tenersi fuori dalla massa e, secondo alcuni, si tratterebbe dello stesso autore, che qui intenderebbe sottolineare il suo dissociarsi dagli ideali borghesi.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'Pubertà', 1893, Galleria nazionale, Oslo

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Edvard Munch, 'Pubertà', 1893, Galleria nazionale, Oslo

Una donna giovanissima è seduta sul bordo del letto, completamente nuda e con le mani intrecciate sulle gambe per coprire il pube. Il dipinto rappresenta la scoperta della sessualità e il senso di smarrimento e angoscia che ne deriva. Una minacciosa ombra nera sullo sfondo allude sia alla perdita dell’innocenza sia alla sofferenza futura. Munch aveva realizzato un precedente dipinto dallo stesso soggetto nel 1886, poi andato perso a causa di un incendio.

Edvard Munch, 'Disperazione', 1892, Thielska Galleriet, Stoccolma

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Edvard Munch, 'Disperazione', 1892, Thielska Galleriet, Stoccolma

Il dipinto, collegato al più famoso Urlo realizzato l’anno successivo, mostra un episodio vissuto dal pittore e annotato in un suo diario. I due quadri hanno la stessa gamma cromatica e numero di figure. Nell’Urlo però il personaggio in primo piano non è appoggiato alla balaustra come in questo caso, ma è in posizione frontale. Disperazione, così come Melanconia (1891) e altri dipinti, sono considerati tutti opere “preparatorie” del capolavoro del 1893.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'Amore e dolore', 1895, Museo Munch, Oslo

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Edvard Munch, 'Amore e dolore', 1895, Museo Munch, Oslo

Conosciuto anche come Vampiro, questo quadro è stato visto come la rappresentazione in pittura dell’idea che Munch aveva delle donne. La protagonista è, infatti, un’inquietante donna dai capelli rossi che, abbracciando un uomo, gli morde il collo, come un vampiro. La donna ha dunque potere di vita e di morte sull’uomo, che è invece inerme. Il pittore realizzò sei versioni di questo soggetto.

Edvard Munch, 'Separazione', 1896, Museo Munch, Oslo

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Edvard Munch, 'Separazione', 1896, Museo Munch, Oslo

«In lei imprimo la morbida bellezza della limpida sera estiva […] La dispongo contro il mugghiante blu del mare - con le linee della spiaggia serpeggianti. Questo è il modo in cui lei si allontana - lui ancora non comprende nulla, ma come nei sogni la sente scivolar via»: così Munch descrisse questo dipinto. Espressione della sofferenza per la fine di un amore e la conseguente separazione, rappresenta un uomo dall’aspetto malaticcio che poggia una mano sul petto (forse) sanguinante, mentre una donna dall’aspetto etereo si allontana indifferente.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'La danza della vita', 1899-1900, Galleria nazionale, Oslo

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Edvard Munch, 'La danza della vita', 1899-1900, Galleria nazionale, Oslo

Si tratta di un’opera inserita nella “raccolta” denominata il Fregio della vita. Rappresenta una coppia, probabilmente lo stesso pittore con Tulla Larsen (secondo alcuni, invece, l’uomo potrebbe essere il drammaturgo Gunnar Heiberg, a cui Munch dedicò anche un ritratto). La donna compare replicata altre due volte all’interno della composizione: quella in abito bianco rappresenterebbe la vita, quella in rosso la tentazione, mentre la donna in nero la sofferenza.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, Golgota, 1900, Museo Munch, Oslo

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Edvard Munch, Golgota, 1900, Museo Munch, Oslo

Fu dipinto mentre l’autore si trovava nel sanatorio di Kornhaug tra la fine del 1899 e il 1900 per curarsi dalla tubercolosi, la stessa malattia che aveva ucciso la madre e la sorella maggiore. A differenza delle due, Munch riuscì a sopravvivere. Il dipinto rappresenta Cristo (e al contempo il pittore stesso) nudo sulla croce. Una folla di persone, i cui volti sembrano delle grottesche maschere, si accalca ai suoi piedi.

Foto: Pubblico dominio

Edvard Munch, 'Autoritratto alla Marat', 1908-1909, Museo Munch, Oslo

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Edvard Munch, 'Autoritratto alla Marat', 1908-1909, Museo Munch, Oslo

Munch s’interessò anche di fotografia, specialmente nell’ultimo periodo della sua vita. In questa fotografia si ritrae come Marat, il celebre rivoluzionario francese assassinato da Charlotte Corday per motivi politici, mentre si trovava nella sua vasca da bagno. Il pittore aveva già eseguito un dipinto dello stesso soggetto in cui l’assassina aveva le sembianze di Tulla.

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