La dolce vita sulle rive del Nilo

Quando si pensa all'antico Egitto il pensiero corre subito a tombe grandiose, mummie e sarcofagi: immagini fastose, ma legate alla morte. Eppure l'ossessione degli egizi per l'aldilà era legata proprio al loro grandissimo amore per la vita

Quando si parla di antico Egitto il pensiero corre subito alle tombe grandiose, alla loro ricchezza e ovviamente alle mummie, portandoci a pensare che questo popolo avesse come pensiero unico la morte e la vita nell’aldilà. Nulla di più sbagliato. Gli egizi erano in realtà ossessionati dal terrore di morire proprio perché amavano profondamente la vita.

Molti testi testimoniano questo atteggiamento, come si può capire dalle righe tratte dal testo Il dialogo del disperato con la sua anima: «Se pensi alla sepoltura,/ è un’amarezza del cuore,/ è un portar pianto/ facendo miserabile un uomo;/ è un portar via l’uomo dalla sua casa,/ gettandolo sull’altura…».

Scena dal Libro dei morti: il defunto e sua moglie nella loro casa, con una piscina circondata da alberi e palme

Scena dal Libro dei morti: il defunto e sua moglie nella loro casa, con una piscina circondata da alberi e palme

Foto: Cordon Press

Combattere la morte

Questo popolo fece di tutto per sconfiggere la morte nei sui suoi aspetti più crudeli e inesorabili: la solitudine, il buio, la perdita delle persone amate, il distacco dalla quotidianità, il disfacimento del corpo. 

Il buio ad esempio non ci sarebbe stato: il sole, infatti, durante le dodici ore della notte andava a illuminare il mondo dei morti, scacciando le tenebre. Pure la solitudine e il distacco dalle persone amate non erano un problema: un capitolo del Libro dei morti (testo religioso del Nuovo regno) conteneva formule magiche che avrebbero permesso al defunto di ritrovare i propri cari nell'aldilà. Anche la quotidianità era salva: furono costruite tombe grandiose, chiamate affettuosamente anche “case dell’eternità”, dove il morto "traslocava" portando con sé mobili, cibo, ricordi e tutto quello che poteva servire per una vita nell'aldilà che si sperava fosse identica a quella precedente. Infine, per combattere la decomposizione del corpo gli egizi mummificavano i cadaveri andando contro le leggi stesse del tempo e della natura. Si comprende quindi come la grande importanza tributata alla morte avesse un solo scopo: quella di sconfiggerla.

Come leggiamo nell'Insegnamento di Hergedef (Antico regno, IV dinastia): «Fa’ eccellente la tua dimora della necropoli, e fa’ perfetta la tua sede dell’Occidente [la tomba]. Adotta questa regola perché la morte per noi è scoraggiante; adotta questa regola perché per noi la vita è esaltante. La casa della morte serve alla vita». 

Rilievo: Imn-Hat è seduto accanto alla moglie e il figlio davanti a delle offerte. Sulla destra, in piedi, la sorella. Tebe, Medio regno

Rilievo: Imn-Hat è seduto accanto alla moglie e il figlio davanti a delle offerte. Sulla destra, in piedi, la sorella. Tebe, Medio regno

Foto: Cordon Press

Aristocratici e non

Gli egizi chiamavano affettuosamente il loro paese Ta Mery, "terra amata " poiché nessun altro luogo era bello come l'Egitto. Amavano il Nilo, la frescura all’ombra degli alberi, il verde dei campi coltivati e la leggera brezza del nord che rinfrescava l'aria della sera.  Viene da chiedersi come fosse la "dolce vita" nel Paese del Nilo, quali gli svaghi, i passatempi e le piccole manie.  Per rispondere a queste domande dovremo parlare esclusivamente degli aristocratici, gli unici che potevano permettersi di avere del tempo libero da dedicare ai loro interessi. Le fasce più povere della popolazione sono state da sempre troppo impegnate a sopravvivere, e non possedendo nulla non hanno lasciato testimonianza del loro passaggio sulla terra. Quando andiamo in Egitto o visitiamo un museo, i monumenti e gli oggetti che ammiriamo appartenevano a faraoni o a nobili, ma dobbiamo sempre ricordare che c’erano anche persone povere, dimenticate dalla storia, che con il loro lavoro sono state alla base della ricchezza dell’antico Egitto.

Giovani a ogni costo

Gli aristocratici venivano rappresentati nelle loro tombe abbigliati elegantemente e con splendide parrucche sul capo. Sempre giovani e mai vecchi, al massimo agli uomini era concesso mostrare un po’ di pesantezza nel volto e nel corpo, ma solo perché era indice di una vita agiata. La vecchiaia era bandita, faceva paura, si cercava di rimandarla il più possibile e non veniva mai rappresentata. Nel testo sapienziale L’insegnamento di Ptahhotep è scritto: «La vecchiaia si è prodotta, la senilità è calata,/ il deperimento è venuto, la debolezza si è rinnovata:/ sta coricato ogni giorno colui che è rimbambito;/ gli occhi sono deboli, le orecchie sono sorde,/ la forza deperisce essendo stanco il cuore,/ la bocca è silenziosa e non parla,/ il cuore è assente e non ricorda lo ieri,/ le ossa dolgono per la lunghezza [dell’età]/ Ciò che è buono è divenuto cattivo,/ ogni gusto se n’è andato./ Quello che fa la vecchiaia agli uomini/ è cattivo in ogni senso».

Se contrastare la vecchiaia era impossibile, l’unica cosa che si poteva fare era mascherare e ritardare il più possibile le sue caratteristiche estetiche peculiari: le rughe e la perdita di tonicità della pelle. Nei papiri medici che sono giunti fino a noi si trovano svariate ricette per contrastare l’insorgere delle rughe. Nel Papiro Smith c’è una ricetta contro le rughe con questo titolo: Inizio del libro per trasformare un vecchio in giovane e alla fine, a garanzia del successo, era scritto che era stata provata un milione di volte. Nel Papiro Ebers si trova una ricetta «per far sparire le rughe» che, dopo lista di ingredienti da mettere sulla pelle, terminava con la frase «fallo e vedrai!». Sembrano dei veri e propri slogan pubblicitari. Siamo ben lontani dall’immagine seria e altera degli egizi come ci viene sempre presentata e ci ritroviamo davanti a persone con le nostre stesse angosce sul passare del tempo, la caducità e la morte.

Scena di un banchetto, 1350 a a.C. Frammento da una parete dipinta nella tomba di Nebamun, British Museum

Scena di un banchetto, 1350 a a.C. Frammento da una parete dipinta nella tomba di Nebamun, British Museum

Foto: Cordon Press

Sontuosi banchetti

Le pareti delle tombe erano decorate con dipinti che rappresentavano il morto con la sua famiglia, gli amici, gli animali domestici, i servi, le ballerine, i musicisti e tutto quello che aveva amato durante la vita. La paura della morte era così forte che gli egizi credevano che queste immagini, per forza di magia, sarebbero diventate vere una volta che la tomba fosse stata chiusa per sempre. In questo modo anche se, paradossalmente, l’aldilà non ci fosse stato, il morto avrebbe avuto comunque un “paradiso virtuale” tutto per sé all’interno della tomba. Come scrisse il saggio Hergedef, «la casa della morte serve alla vita».

Le immagini più numerose sono quelle di banchetti dove vediamo i nobili seduti su sedie eleganti e avvolti in leggeri abiti di lino con il capo cinto da splendide parrucche davanti a tavole imbandite di cibo e coppe colme di birra o vino. Il banchetto marca la differenza tra povertà e ricchezza: in un caso nutrirsi è una necessita vitale, nell’altro diventa un lusso e un’ostentazione di potere. Ai banchetti partecipavano uomini e donne con uguale dignità. Le donne egizie infatti, erano molto più libere rispetto ad altre del mondo antico, avevano una vita sociale attiva, potevano partecipare ai banchetti, bere e conversare liberamente. Nella tomba di Paheri, nobile del Nuovo regno, troviamo scritto quello che una dama esclamò rivolta a un coppiere durante un banchetto: «Versami ancora del vino, mi piace fino all'ubriachezza». Per allietare i commensali venivano chiamati cantori, musicisti e danzatrici, come si vede nelle belle immagini delle tombe di Djeserkaraseneb e di Nebamon, nobili del Nuovo regno, per creare un’atmosfera serena e rilassata.

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Giochi da tavolo

Dopo cena cosa c’era di meglio di un gioco da tavolo? Gli egizi ne avevano parecchi, il più famoso dei quali è certamente la senet, una sorta di scacchiera, di cui purtroppo non conosciamo le regole e che troviamo spesso tra gli oggetti che il morto portava con sé nella tomba. Molto popolare era anche il mehen, o gioco del serpente, chiamato così per via della sua forma: un serpente arrotolato sulle sue spire con la testa al centro. Verosimilmente dopo un lancio di dadi ci si muoveva con delle pedine sulle caselle che dividevano il corpo del serpente. Lo scopo era arrivare il più velocemente possibile al centro, cioè alla testa del serpente, e vincere la partita.

Nefertari, la regina preferita di Ramses II, gioca a senet nei dipinti che adornano la sua tomba a Tebe

Nefertari, la regina preferita di Ramses II, gioca a senet nei dipinti che adornano la sua tomba a Tebe

Foto: Cordon Press

Gli egizi, come noi, amavano la vita, godevano della buona compagnia, gli piaceva mangiare, bere e giocare. In un antico testo egizio chiamato Il canto dell’arpista nella tomba di re Atef l’antico saggio ci esorta a non pensare alla morte e a vivere e gioire ogni giorno della nostra vita, perché nessuno torna dal mondo dei morti per dirci come sta e il pianto non salva nessuno dalla tomba. Allora è molto meglio vivere pienamente tutti i momenti della nostra vita: «Passa un giorno felice e non te ne stancare». Un antico carpe diem dalla terra del Nilo. 

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Per saperne di più

Vita quotidiana degli Egizi. Franco Cimmino, Il Saggiatore, Roma, 2020  

Sulle rive del Nilo l’Egitto al tempo dei faraoni. Edda Bresciani, Editori Laterza, Bari 2000 

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