Cherokee, il Sentiero delle lacrime

La vita dei cherokee iniziò a cambiare dopo l’incontro con gli europei. La loro è una storia di resistenza e adattamenti straordinari: lottarono per preservare la propria cultura e indipendenza, adottando allo stesso tempo i costumi occidentali

Alla fine del XVII secolo i commercianti inglesi e scozzesi si avventuravano ormai regolarmente nelle quasi inesplorate zone interne del sud dell’America settentrionale. Alcuni di loro iniziarono a commerciare con un particolare gruppo di nativi americani che chiamavano cherokee. Non si trattava di una nazione indiana politicamente centralizzata, ma di circa 20mila persone che vivevano sparse in una settantina di villaggi tra le montagne e le valli degli Appalachi meridionali.

Intorno al 1540 l’esploratore spagnolo Hernando de Soto penetrò nelle terre dei cherokee. Fu il primo europeo a incontrarli

Intorno al 1540 l’esploratore spagnolo Hernando de Soto penetrò nelle terre dei cherokee. Fu il primo europeo a incontrarli

Foto: John Berkey / NGS

I cherokee non erano accomunati da un’identità nazionale, ma da relazioni di parentela, una credenza nelle origini comuni, un insieme di dialetti, un impegno verso istituzioni sociali e concetti specifici e una particolare concezione spirituale dell’universo. I commercianti che iniziavano a far sentire la loro presenza in terra cherokee lasciarono affascinanti descrizioni dei modi di vita di questa tribù e di come cercò di adattarsi al nuovo mondo portato dagli europei. Secondo la loro cosmologia, l’Ani-Yun-wiya – o Popolo Principale, espressione con cui si riferivano a sé stessi – viveva al centro di un universo spiritualmente attivo che consisteva in tre livelli. Il regno degli esseri umani era un disco piatto che galleggiava sulla superficie di una grande massa d’acqua. Sopra la terra c’era il mondo superiore, dimora degli spiriti benevoli e luogo di armonia e purezza. Sotto terra si trovava il mondo della fertilità, del cambiamento e del pericolo. Da questo territorio sotterraneo di sorgenti, laghi, fiumi e grotte potevano a volte emergere mostri ed esseri enigmatici. Ogni cherokee doveva svolgere la sua parte per mantenere la stabilità tra questi tre mondi tramite rituali e istituzioni pensati per preservare o ripristinare l’equilibrio. Si riteneva che la disarmonia potesse attirare terribili conseguenze dal mondo spirituale.

Un simile senso di responsabilità si estendeva anche all’ambiente. Mentre gli europei consideravano il territorio qualcosa da dominare e sfruttare, i cherokee applicavano la loro etica sociale di equilibrio e armonia anche alla natura. Questo non significa che non la modificassero, e in alcuni casi distruggessero: abbattevano e bruciavano alberi per fare spazio a nuovi campi di mais. Piuttosto, ritenevano di essere parte del ciclo naturale del cambiamento e di avere un ruolo nel mantenere l’equilibrio. La terra era proprietà comune: i campi del singolo appartenevano alla comunità e quelli della comunità erano a disposizione di chi li volesse utilizzare. Una famiglia poteva costruire una casa su qualsiasi terreno non usato da altri e, da quel momento, aveva diritti su ciò che vi si edificava. Una volta abbandonata, la terra tornava alla comunità, disponibile per la famiglia successiva.

La società era strutturata intorno a due forme base di organizzazione sociale: il clan e il sistema di discendenza matrilineare. Il clan era una relazione di parentela che traeva origine da un antenato comune, in un passato lontano. Ogni individuo era affiliato a uno dei sette clan esistenti. L’appartenenza al clan e i diritti alla proprietà si trasmettevano ai discendenti per via materna. I cherokee erano esogami: gli individui dovevano sposarsi al di fuori del proprio clan per non violare il grave tabù dell’incesto. Anche se gli uomini e le donne erano teoricamente liberi di sposare chi volevano, raramente lo facevano senza consultarsi prima con il clan. Gli anziani regolavano le controversie tra i familiari, mentre il consiglio del villaggio si occupava dei conflitti tra membri di clan diversi. Se una disputa provocava la morte di qualcuno, la forma ricorrente di ripristinare la pace era la vendetta di sangue. Questa pratica considerava l’uccisione di un individuo, intenzionale o accidentale, un’offesa al clan della vittima, che aveva quindi il diritto legale di uccidere, per ritorsione, il responsabile o un altro membro del clan di questi. La vendetta di sangue aveva anche un valore spirituale: l’anima del defunto, non potendo entrare nel mondo degli spiriti, avrebbe continuato a perseguitare i vivi fino a che non fosse stata vendicata.

Le Great Smoky Mountains fanno parte degli Appalachi e sorgono sull’attuale confine tra Tennessee e Carolina del Nord

Le Great Smoky Mountains fanno parte degli Appalachi e sorgono sull’attuale confine tra Tennessee e Carolina del Nord

Foto: Dave Kuebler / Getty Images

Le questioni che riguardavano tutta la comunità ricadevano sotto la responsabilità del consiglio del villaggio, che era composto da tutta la popolazione adulta, uomini e donne. Le riunioni del consiglio miravano a raggiungere un consenso al termine di un lungo periodo di discussione. I gruppi con maggior influenza erano i capi spirituali della comunità, gli anziani del clan e i “beneamati”, ovvero uomini e donne che si erano distinti per le abilità, il carisma, i successi e la saggezza. Il consiglio era responsabile dell’amministrazione in tempo di pace e gestiva la diplomazia, le cerimonie e gli edifici pubblici. Stabiliva le punizioni per le trasgressioni delle leggi cherokee: il pubblico disonore per il furto o la viltà in battaglia; l’incisione della pelle per un cattivo comportamento da parte dei bambini e la violazione degli ordini militari e la morte nei casi più gravi, come per la stregoneria e l’incendio doloso.

Quando il consiglio del villaggio decideva di andare in guerra, ad assumere il controllo sulla comunità era un gruppo speciale di guerrieri veterani, il “consiglio rosso”. A differenza degli stati-nazione europei, i cherokee non combattevano per l’espansione territoriale, l’acquisizione di ricchezze o la risoluzione delle dispute religiose. Spesso le loro guerre cominciavano quando i giovani erano alla ricerca di un segno di distinzione sociale; le vittime provocate generavano vendette di sangue che conducevano a lunghissime guerre di ritorsione. Quando le tribù decidevano di fare la pace, i negoziati venivano condotti dal consiglio civile, o “consiglio bianco”, che quindi riassumeva il consueto controllo sugli affari del villaggio, mentre i guerrieri e i rispettivi capi ritornavano al loro normale stato sociale. Questo sistema di governo subordinava la classe guerriera alla società civile, ma garantiva che in tempo di conflitto la comunità fosse protetta dai leader più efficaci.

Ruoli di genere tra i cherokee

Donne e uomini avevano responsabilità distinte. Le prime raccoglievano legna, acqua, noci e frutta, lavoravano le pelli, facevano abiti, ceste e oggetti in terracotta, e si occupavano della casa e dei bambini. La loro attività principale era la coltivazione di verdure, mais, fagioli, zucche e meloni, che costituivano la base della dieta cherokee. Il mais era considerato spirituale, perché era stato introdotto da Selu, la madre del mais. La coltivazione del mais definiva la femminilità (le spose portavano in dono ai mariti una pannocchia) e le donne lavoravano in genere i campi collettivamente, facendo di questo duro lavoro un’allegra attività sociale.

D’estate le famiglie vivevano in case di legno dalla forma allungata, in inverno in più calde capanne circolari in fango impastato e legno

D’estate le famiglie vivevano in case di legno dalla forma allungata, in inverno in più calde capanne circolari in fango impastato e legno

Foto: McClung Museum of Natulal Hostory and Culture, Tn., Knoxville, USA. Opera di Carlyle Urello

Se le donne erano associate all’agricoltura, gli uomini lo erano alla caccia e alla guerra, attività che prevedevano specifici rituali religiosi. Gli uomini cacciavano cervi, orsi e piccoli mammiferi con archi e frecce fino a che non iniziarono ad acquistare armi da fuoco. Usavano anche cerbottane per gli animali di piccola taglia e per insegnare ai giovani a cacciare. Per pescare usavano pali, trappole, dighe e arpioni. Alcuni erano leader spirituali. I più abili in politica diventavano capi e sedevano tra gli anziani del clan. Gli uomini aiutavano anche a preparare le terre da coltivare, a costruire edifici e giocavano a stickball, un gioco simile al lacrosse e considerato una sorta di preparazione alla guerra.

L’invasione dei coloni

L’arrivo dei coloni europei cambiò la civiltà cherokee praticamente da ogni punto di vista. I microbi dei nuovi arrivati provocarono epidemie che sterminarono la popolazione nativa. Gli eserciti britannici e americani decimarono ulteriormente i cherokee, costringendoli ad abbandonare il territorio. Le nuove regole del commercio, l’approccio europeo alla spiritualità e al modo di vivere e le innovazioni tecnologiche costrinsero i nativi, nel XVIII secolo, a ripensare tutto il proprio universo.

Lo svilupparsi del commercio di pelli di cervo con i mercanti britannici modificò profondamente l’economia e la cultura native. Le comunità erano sempre state autosufficienti. Ma a metà del XVIII secolo la maggior parte dei villaggi cherokee era stata coinvolta dai commercianti stranieri in un’economia di mercato e creditizia di stampo europeo. Nei dintorni di Charles Town i mercanti rifornivano i nativi di pistole e munizioni, utensili in ferro, stoffe e whisky. Tutto si acquistava a credito e i cacciatori cherokee dovevano ripagare i debiti con pelli di cervo e di altri animali. Fu così che abbandonarono l’arco per il fucile. Al contempo le donne smisero di fare vestiti di pelle e cominciarono ad acquistare tessuti di cotone e lana. Barattavano i recipienti di argilla e le ceste intrecciate con contenitori e pentole in metallo. Se la nuova tecnologia semplificava sotto certi aspetti la vita, aveva però tragiche conseguenze.

Capo cherokee Cunne Shote nel 1780 circa

Capo cherokee Cunne Shote nel 1780 circa

Foto: Bridgeman / Aci

Nel 1745 un capo cherokee ammetteva: «Il mio popolo non può vivere senza gli inglesi». Questa dipendenza da beni stranieri provocò una sorta di amnesia sociale. James Adair, naturalista del XVIII secolo, scrisse: «L’invasione dei nostri prodotti a buon mercato ha fatto sì che gli indiani abbiano dimenticato la maggior parte delle loro antiche abilità meccaniche». La dipendenza dal commercio estero metteva a repentaglio anche la spiritualità di cui era pervasa la società. Se un tempo i cacciatori si scusavano con lo spirito di ogni cervo ucciso, senza sprecare nulla delle loro prede, il commercio di pellame incoraggiava gli abbattimenti incontrollati. I debiti costringevano i cacciatori a uccidere quanti più animali possibile e così svaniva quel rapporto “speciale” tra cacciatore e preda. Quando le famiglie contraevano debiti che non potevano essere ripagati con le sole pelli, i membri venivano rapiti dai commercianti e venduti come schiavi. Questo accresceva l’ostilità verso gli europei, portando talvolta a violenti scontri. Per saldare i debiti più consistenti, il governo coloniale della Carolina in alcuni casi richiedeva alle comunità cherokee la cessione della terra; cedere le terre divenne una tattica abituale dei nativi per il mantenimento di buoni rapporti con i governi coloniali e statunitensi.

«Non possiamo vivere indipendentemente dagli inglesi»

Anche l’arrivo di missionari cristiani ebbe un forte impatto sulla visione del mondo cherokee. Varie confessioni religiose mandavano i propri inviati nei villaggi dei nativi per costruire chiese e scuole. Non è chiaro quanto queste missioni avessero successo, ma è certo che nel XIX secolo molti cherokee si erano convertiti alla fede cristiana, pur conservando aspetti delle credenze tradizionali. A seguito dei missionari arrivavano migliaia di coloni che sconfinavano in territorio cherokee, provocando disordini e conflitti. Le relazioni tra bianchi e nativi erano spesso deteriorate dagli insediamenti abusivi, totalmente privi di titoli di proprietà, che dimostravano scarso rispetto per gli abitanti indigeni.

Una tribù trasformata

Di fronte a questa invasione anglo-europea, alcuni sfuggirono ritirandosi sulle montagne, mentre altri si batterono per un’intesa pacifica. Ma le idee dei coloni favorirono anche lo sviluppo di movimenti di rigenerazione in tutta la parte orientale del nord America. Profeti come Tenskwatawa, uno spiritualista appartenente al gruppo etnico degli shawnee, incitavano gli indiani a rinunciare alle influenze occidentali, a tornare alla tradizione e a ricacciare i coloni verso est. All’inizio del XIX secolo anche tra i cherokee ci fu un’ondata di ribellione nativista, che però poco poté contro la marea colonizzatrice.

Forse la risposta più forte all’invasione europea fu il movimento che portò a una forma di governo centralizzato. A metà del XVIII secolo i villaggi iniziarono a riunirsi in consigli regionali per la difesa reciproca. Mentre i conflitti con le comunità di coloni diventavano più frequenti, guadagnavano influenza i leader di guerra come Kanagatucko. Questi cercò di raggruppare i consigli locali e regionali in un grande consiglio per affrontare i problemi generati dai coloni. Col tempo i villaggi iniziarono a cedere l’autorità politica a un emergente consiglio nazionale a cui prendevano parte i rappresentanti dei villaggi.

Il commercio con gli europei trasformò l’abbigliamento cherokee. Sopra, il capo Cunne Shote

Il commercio con gli europei trasformò l’abbigliamento cherokee. Sopra, il capo Cunne Shote

Foto: Grange Collection / Age Fotostock

La guerra dei sette anni e la guerra d’indipendenza americana fecero emergere la necessità per i cherokee di stabilire un controllo nazionale sui loro guerrieri. Nel 1756 un’unità di guerra propria, ironicamente alleata con gli inglesi, si mosse verso nord per attaccare i francesi e gli shawnee nella valle dell’Ohio; la maggior parte fu uccisa e scotennata dai coloni della Virginia. Per ritorsione, i guerrieri cherokee assalirono gli insediamenti coloniali. Dopo svariate battaglie e qualche sforzo per negoziare la pace, nel 1760-61 l’esercito britannico invase e distrusse decine di villaggi indigeni. Queste demoralizzanti sconfitte militari e una successiva epidemia di vaiolo dimezzarono la popolazione cherokee, mettendo così fine al predominio di questa tribù nell’area sudorientale.

Fino al 1760 i cherokee erano riusciti a sfruttare le rivalità tra Francia, Gran Bretagna e colonie per espandersi a livello economico e politico. Ma con il trattato di Parigi del 1763 i francesi furono estromessi dal nord America, mentre i britannici rinsaldavano la propria posizione al sud, dove ora potevano imporre ai nativi le proprie condizioni. Proprio quando iniziavano a riprendersi, i cherokee furono coinvolti nella guerra d’indipendenza. Alleati degli inglesi, attaccarono gli insediamenti statunitensi, provocando la ritorsione di quattro milizie statali che nel 1776 distrussero oltre cinquanta villaggi cherokee. Nel 1785 i cherokee si misero sotto la protezione degli Stati Uniti con il trattato di Hopewell, che imponeva ai nativi la cessione di altri 16.526 chilometri quadrati. In poco più di cinquant’anni avevano perso metà del loro territorio.

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Dalla resistenza alla repubblica

Fortunatamente per loro, tra il XVIII e il XIX secolo iniziò a formarsi una nuova classe di leader: imprenditori a cavallo tra due culture, capaci di esprimersi in inglese e di comunicare sia con i nativi che con i politici e i capitalisti statunitensi. Questi capi sapevano muoversi a livello di lobby politica e usavano agevolmente il concetto di sovranità per proteggere gli interessi cherokee. John Ross, che fu a capo dei cherokee per quarant'anni, è il miglior esempio di questa nuova classe. Come la maggior parte dei nativi, questi leader erano contrari a ulteriori cessioni territoriali e volevano che il loro rimanesse un popolo indipendente e sovrano. L’emergere di questa classe politica coincise con lo sviluppo da parte degli Stati Uniti di un “programma di civilizzazione” che preparasse i nativi all’assimilazione, spingendoli ad adottare lo stile di vita anglo-americano. Questa idea fece molta presa tra i cherokee, che finirono spesso per essere identificati dagli altri come “la tribù civilizzata”. Tale percezione fu rafforzata dall’opera di Sequoyah, che creò un sillabario per permettere ai cherokee di leggere, scrivere, registrare le leggi e stampare materiali nella propria lingua. Nel 1828 il governo cherokee iniziò a pubblicare il Cherokee Phoenix, un giornale che alternava articoli nella loro lingua e in inglese.

Una vignetta del 1886 illustra come le promesse del governo statunitense di rispettare la sovranità e il territorio cherokee si rivelarono false

Una vignetta del 1886 illustra come le promesse del governo statunitense di rispettare la sovranità e il territorio cherokee si rivelarono false

Foto: Corbis / Getty Images

Nei decenni successivi si completò il passaggio della società politica cherokee dai piccoli villaggi autonomi di inizio settecento alla repubblica costituzionale. Il movimento verso la centralizzazione fu stimolato dagli sforzi degli Stati Uniti per costringerli a cedere le proprie terre e a trasferirsi a ovest del Mississippi, un’idea proposta nel 1803 da Thomas Jefferson dopo l’acquisizione della Louisiana. Nel 1809 un migliaio di dissidenti cherokee abbandonò le proprie case e migrò in Arkansas. Altri li raggiunsero tra il 1817 e il 1819. Ma coloro che erano disposti ad andarsene rappresentavano un’infima minoranza. Il consiglio nazionale cherokee reagì ratificando il principio secondo cui la terra era una proprietà comune e la cessione del territorio nazionale un reato punibile con la morte; nel frattempo il governo proseguiva l’opera di riforma delle sue istituzioni politiche e giudiziarie.

All’inizio del XIX secolo il consiglio nazionale abbandonò la controversa pratica della vendetta di sangue, che fu sostituita da leggi scritte, da un sistema giudiziario e da una forza di polizia a cavallo, la Cherokee Lighthorse Guard. Nel 1820 la nazione eliminò la rappresentanza dei consigli di villaggio per creare otto distretti elettorali, che inviavano i rispettivi delegati a un’assemblea legislativa bicamerale. Il governo quindi istituì una magistratura indipendente, con un sistema supervisionato da giudici eletti con il sostegno di sceriffi e agenti di polizia. Le parti non soddisfatte potevano ricorrere alla Corte suprema cherokee, che iniziò la sua attività nel 1825, nella capitale di nuova fondazione, New Echota.

Il governo cherokee, guidato dal cosiddetto “capo principale”, oltre a estendere la sua autorità al campo della giustizia penale, approvava leggi per disciplinare l’alcol e il gioco d’azzardo; emetteva obbligazioni, riscuoteva le imposte e controllava i tassi di interesse; regolava i trasporti; concedeva licenze di attività economica e regolamentava i diritti e le responsabilità dei proprietari di schiavi. Il governo statunitense sperava che la politica di civilizzazione avrebbe indotto i nativi anglicizzati ad abbandonare i costumi tradizionali, rinunciando ai legami tribali e lasciandosi assimilare, socialmente e politicamente, dalla società statunitense. Invece la leadership cherokee seppe sfruttare i concetti europei di governo rappresentativo e sovranità nazionale per mantenere la propria autonomia e proteggere l’integrità territoriale. Questo fece infuriare i leader espansionisti degli stati del sud, i cui elettori erano riluttanti a convivere con i cherokee e aspiravano a mettere le mani sulla loro terra per sostenere la fiorente economia del cotone.

Durante l’autunno e l’inverno del 1839 i cherokee si trasferirono a ovest lungo vari Sentieri delle lacrime

Durante l’autunno e l’inverno del 1839 i cherokee si trasferirono a ovest lungo vari Sentieri delle lacrime

Foto: Universal Images Group / Album

Le proclamazioni di sovranità nazionale dei cherokee inasprirono in Georgia l’ostilità dei sostenitori del trasferimento forzato. Alla fine degli anni venti lo stato tentò di estendere la propria giurisdizione sul popolo cherokee, abolendone leggi e istituzioni. In risposta, il 26 luglio 1827 la nazione cherokee adottò una costituzione repubblicana, la cui ratifica inviò un forte messaggio alla Georgia, al resto degli Stati Uniti e al mondo intero. La Georgia aumentò la pressione sul governo affinché i cherokee fossero deportati. Quando Andrew Jackson fu eletto presidente, nel 1828, lo stato guadagnò un prezioso e popolare alleato. Nel 1830 il congresso, su richiesta di Jackson, approvò un disegno di legge che autorizzava il presidente a negoziare i trattati di rimozione con le nazioni indiane.

Nel 1835 una piccola fazione dissidente cherokee firmò un trattato di rimozione che prevedeva che l’intera popolazione si trasferisse a ovest entro due anni. Tra l’autunno del 1838 e l’inverno del 1839 i cherokee furono deportati lungo vari “Sentieri delle lacrime” verso quello che oggi è l’Oklahoma nordorientale. Probabilmente oltre un quarto della popolazione morì nel cammino. Tuttavia, una volta a ovest, i cherokee ripristinarono le proprie istituzioni nazionali e rilanciarono l’economia. Avevano davanti a sé ancora molte battaglie; ciononostante, erano riusciti a superare una sfida cruciale per la loro civiltà grazie alla loro resilienza, alla loro determinazione e al loro coraggio.

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