Cesare Borgia, un’insaziabile sete di gloria

Figlio di papa Alessandro VI, fu eletto arcivescovo e poi cardinale a soli vent’anni. Ma la sua vera vocazione era la guerra, e con l’aiuto del padre cercò di creare uno stato autonomo nel centro Italia, servendosi della forza e dell’inganno

Nella notte del 24 giugno 1502 due uomini vengono scortati attraverso i corridoi del palazzo ducale di Urbino. Non fanno a tempo a riprendere fiato dopo il lungo viaggio da Firenze, che il loro anfitrione ordina che siano convocati in sua presenza. L’edificio è quasi deserto. Il rumore delle porte che si aprono e chiudono al loro passaggio è tutto ciò che li accompagna nell’oscurità che li avvolge. Alla fine, il prudente vescovo Soderini e l’astuto ambasciatore Machiavelli arrivano al salone dove li attende il nuovo signore della città. La luce fioca di una candela illumina appena l’imponente figura del loro ospite, colui che tiene in scacco tutta Italia e soprattutto Firenze. Finalmente sono al cospetto del temibile Cesare Borgia.

"Ritratto di un gentiluomo", tradizionalmente ritenuto essere Cesare Borgia, di Altobello Melone, 1513. Accademia di Belle Arti, Bergamo

"Ritratto di un gentiluomo", tradizionalmente ritenuto essere Cesare Borgia, di Altobello Melone, 1513. Accademia di Belle Arti, Bergamo

Foto: Pubblico dominio

«Questo signore è molto splendido e magnifico, e nelle armi è tanto animoso che non è sì gran cosa che non gli paia piccola»

Dopo l’incontro, in una lettera alla signoria di Firenze Machiavelli confessò la forte impressione provocatagli da Borgia: «Questo signore è molto splendido e magnifico, e nelle armi è tanto animoso che non è sì gran cosa che non gli paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa né conosce fatica o periculo: […] le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunte con una perpetua fortuna». Anni dopo Cesare diventerà il modello scelto da Machiavelli per il suo celebre libro, Il Principe, nel quale Borgia appare come un uomo capace di fare «tutte quelle cose che per un prudente e virtuoso uomo si dovevano fare», e a qualunque prezzo; a patto, naturalmente, che la fortuna lo accompagni.

A Cesare quel che è di Cesare

Dopo la morte del fratello Giovanni, toccò a Cesare Borgia portare a compimento la grande ambizione del padre Alessandro VI, il papa Borgia: conquistare un regno temporale in Italia per la sua famiglia. Dopo averci provato a Napoli, entrambi finirono per volgere lo sguardo verso il cuore stesso dello stato pontificio, cioè in Romagna, una regione che sarebbe dovuta diventare un ducato indipendente governato da Cesare in persona. Per farlo era necessario sottomettere i numerosi signori che vivevano nella zona e che si comportavano come piccoli tiranni, prestando poco orecchio all’autorità pontificia.

In quest’opera di Bartolomeo Veneto Lucrezia Borgia si sarebbe fatta ritrarre con le fattezze della beata Beatrice II d’Este (1230 circa-1262 circa)

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L’occasione si presentò nel 1499, quando un esercito francese, comandato dallo stesso re Luigi XII, attraversò le Alpi e conquistò il ducato di Milano, rivendicato come eredità dinastica. Cesare Borgia, che aveva frequentato la corte di Francia a capo di una di una fastosa ambasceria papale, partecipò alla campagna con le sue truppe e, senza dubbio, con le proprie mire.

Ritratto di Luigi XII di Francia

Ritratto di Luigi XII di Francia

Foto: Pubblico dominio

Dopo la caduta di Milano il Valentino (così chiamato per il titolo di duca di Valentinois concessogli da Luigi XII) tirò dritto verso Roma con seimila soldati, 1.800 cavalieri e una squadra di artiglieria da assedio tra cui figuravano i temibili cannoni francesi, di grosso calibro. Lungo la strada sulla via Emilia, attraverso la Romagna, senza preavviso Cesare attaccò e conquistò Imola e Forlì, governate dall’astuta Caterina Sforza, molto indebolita dopo la recente espulsione da Milano dello zio Ludovico. Era l’inizio della sua conquista della regione.

Nel maggio del 1501 papa Alessandro VI concesse a Cesare il titolo di duca della Romagna, creato per autorità apostolica

Pochi mesi dopo, nell’autunno del 1500, Cesare Borgia aveva già preparato le milizie per una nuova campagna che avrebbe consolidato il suo dominio in Romagna. Accompagnato da alcuni condottieri come i fratelli Orsini, Liverotto da Fermo o Vitellozzo Vitelli, Borgia lasciò Roma in ottobre al comando di un poderoso esercito. Pesaro e Faenza caddero senza opporre resistenza, mentre Bologna e Firenze furono assediate ma non conquistate, essendo sotto la protezione della Francia. Il Valentino teneva ormai quasi tutta la zona sotto il suo controllo. Nel maggio del 1501 papa Alessandro VI concesse a Cesare il titolo di duca della Romagna, creato per autorità apostolica, trasformando con un colpo di penna questo territorio in patrimonio ereditario della famiglia Borgia.

Cesare Borgia lascia il Vaticano. Dipinto di Giuseppe Lorenzo Gatteri (1877)

Cesare Borgia lascia il Vaticano. Dipinto di Giuseppe Lorenzo Gatteri (1877)

Foto: Pubblico dominio

La buona stella del Valentino

Bisognava tuttavia consolidare completamente il controllo sulla Romagna, e per questo nel giugno 1502 Cesare intraprese una nuova spedizione da Roma. Passando vicino a Urbino mandò una lettera al duca, Guidobaldo da Montefeltro, per chiedergli il permesso di attraversare i suoi domini e l’invio di truppe per catturare un paesino della zona. Il messaggio dissipò i timori di Guidobaldo, che ricambiò la cortesia e quella notte se ne andò a un incontro con degli amici nelle campagne circostanti. Il duca di Urbino, un uomo di trent’anni malaticcio e senza esperienza militare, aveva abboccato all’amo.

Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro di Raffaello, 1506, Galleria degli Uffizi, Firenze

Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro di Raffaello, 1506, Galleria degli Uffizi, Firenze

Foto: Pubblico dominio

Cesare Borgia cambiò rotta all’improvviso e diresse le sue forze verso Urbino, ormai sguarnita, che oppose pochissima resistenza prima di cadere e subire il saccheggio dei soldati. Anche la repubblica fiorentina si sentì minacciata dall’avanzata di Cesare Borgia, e per questo mandò a incontrarlo gli ambasciatori Soderini e Machiavelli. Non appena giunti a Urbino, pochi giorni dopo la caduta della città, questi ricevettero dal vittorioso principe un avvertimento chiarissimo: se non lo volevano come amico, lo avrebbero avuto per nemico.

Quanto accadde a Guidobaldo, un principe d’illustre lignaggio, generò scandalo e allarme nelle corti italiane. Le ambizioni di Cesare parevano non avere limiti e nessuno poteva fidarsi della sua parola. Persino i comandanti del Valentino cominciarono a diffidare di lui. Temevano che i loro domini sarebbero stati i prossimi a soccombere all’ambizioso progetto di Cesare, e scelsero quindi di prevenirlo.

Castello di Magione

Castello di Magione

Foto: LigaDue, CC BY-SA 4.0

Nel settembre dello stesso anno si tenne una riunione segreta nel castello di Magione, vicino a Perugia, a cui parteciparono i condottieri Liverotto, Vitelli e Orsini insieme ai rappresentanti dei signori di Bologna, Perugia e Siena: rispettivamente, Giampaolo Baglioni, Giovanni Bentivoglio e Pandolfo Petrucci. Gli animi erano accesi e alcuni giurarono di essere disposti ad ammazzare Cesare alla prima occasione. Pochi giorni dopo decisero d’invadere la Romagna e mettere fine una volta per tutte al potere del Valentino.

Grazie alla sua rete di spie Cesare sapeva della cospirazione da mesi e aveva trovato un modo di sventarla

La posizione di quest’ultimo sembrava disperata. Il suo luogotenente Michelotto Corella (il più temibile dei suoi sbirri, con innumerevoli omicidi alle spalle) fu sconfitto a Calmazzo e lui stesso venne accerchiato a Imola finché cadde nelle mani dei nemici. Ma in nessun momento Borgia perse la calma. Grazie alla sua rete di spie sapeva della cospirazione da mesi e aveva trovato un modo di sventarla servendosi della sua caratteristica astuzia. Si mise in contatto con alcuni cospiratori, con lo scopo di seminare zizzania, e nel frattempo si procurò l’appoggio di Luigi XII. Le manovre ebbero successo e i suoi nemici, ormai diffidenti uno verso l’altro, cercarono uno a uno di riconciliarsi con il duca.

Pianta di Imola disegnata da Leonardo da Vinci per Cesare Borgia, Royal Collection

Pianta di Imola disegnata da Leonardo da Vinci per Cesare Borgia, Royal Collection

Foto: Pubblico dominio

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La strage di Senigallia

Cesare coronò l’impresa con il gesto forse più celebre della sua carriera. Facendo mostra di magnanimità convocò Vitelli, Liverotto e i fratelli Orsini davanti a Senigallia per impossessarsi del castello. Quando s’incontrarono, Borgia si avvicinò e abbracciò gli uomini che tre mesi prima avevano ordito la sua morte, come se fossero fratelli. Mancava solo Liverotto, ma Cesare fece mandare un messaggero perché li raggiungesse. Borgia voleva che entrassero tutti insieme in città, in grande pompa, per celebrare la riconciliazione. Così fecero, preceduti dalla cavalleria pesante e dalle guardie svizzere e guascone.

Benché i condottieri desiderassero ritirarsi per riposare, Cesare gli chiese cordialmente di accompagnarlo al palazzo signorile per discutere con loro le strategie future. Poco dopo l’inizio della riunione Cesare si assentò un momento con una scusa. Appena uscì, un nugolo di uomini armati si gettò sugli invitati e li arrestò tutti. Poi le truppe di Borgia disarmarono il seguito di Liverotto e sottoposero la popolazione a un orribile saccheggio. Machiavelli, testimone degli eventi, quella notte scrisse che a parer suo la mattina dopo nessuno dei prigionieri sarebbe stato ancora in vita. E in effetti Liverotti e Vitelli furono giustiziati per strangolamento, alla maniera spagnola.

Niccolò Machiavelli (1469-1527) in una scena immaginaria insieme a Cesare Borgia. XVI secolo

Niccolò Machiavelli (1469-1527) in una scena immaginaria insieme a Cesare Borgia. XVI secolo

Foto: Everett / Cordonpress

Città di Castello, Fermo e Perugia, le città dei signori imprigionati, si arresero subito a Borgia, che pochi giorni dopo si mise in viaggio per Roma progettando piani sempre più grandiosi. S’iniziava a intravedere il vero obiettivo di Cesare: l’incorporazione del trono di San Pietro ai possedimenti dei Borgia. Per farlo, il duca doveva assicurarsi degli alleati a Roma, perché il papa Borgia era malato e poteva morire da un momento all’altro.

La fortuna gli volge le spalle

Cesare era preparato a tutto, o così pensava. Quel che non potè prevedere fu che alla morte di Alessandro VI, avvenuta il 18 agosto 1503, anche lui sarebbe stato costretto a letto, in preda agli stessi dolori che avevano portato il padre alla tomba. I suoi nemici approfittarono della situazione per attaccarlo e in pochi giorni del ducato romagnolo gli rimanevano solo Cesena, Faenza e Imola. Esausto e disorientato, Cesare sostenne la nomina di Giuliano della Rovere come papa Giulio II in cambio della promessa di mantenere il comando delle forze papali e dei suoi possedimenti in Romagna.

Raffaello Sanzio, 'Ritratto di Giulio II' (1511). National Gallery, Londra

Raffaello Sanzio, 'Ritratto di Giulio II' (1511). National Gallery, Londra

Foto: Pubblico dominio

Fu un errore fatale, e Machiavelli se ne accorse subito: «Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella quale lui ebbe mala elezione». In effetti, Giulio II ci mise poco a privarlo della Romagna e ordinarne l’arresto. Cesare riuscì a fuggire a Napoli e poi a Navarra, ma l’agognato progetto di un regno per i Borgia era fallito. La sua buona stella aveva abbandonato Cesare per sempre.

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