Velocista caparbia

Betty Robinson: dalla corsa verso il treno alle Olimpiadi

Prima donna a vincere l’oro olimpico nella gara dei 100 metri, all’apice della sua carriera subì una battuta d’arresto a causa di un incidente aereo e fu costretta a ricominciare

Amsterdam, 31 luglio 1928. Un colpo di pistola sparato per dare avvio a una gara delle Olimpiadi inaugurò anche la carriera di Betty Robinson.

Cominciò così la meravigliosa storia sportiva, e unica nel suo genere, di Elizabeth Robinson, nota a tutti come Betty. Nata a Riverdale (Illinois, Stati Uniti d'America) nel 1911 da Harry ed Elizabeth Robinson, una famiglia di umili origini, la ragazza, a cui piaceva esibirsi nelle recite scolastiche e suonare la chitarra, sapeva di poter correre molto velocemente, ma non immaginava quanto. Frequentava la Thornton Township High School di Harvey quando, all'età di sedici anni, finite le lezioni si accorse che stava per perdere il treno che l'avrebbe riportata a casa. Allora si lanciò in una corsa sfrenata con l’intento di riuscire a salire su una carrozza e, proprio in quell’istante, Charles Price, professore di biologia, ex atleta e capo allenatore della squadra maschile di atletica della scuola, volse lo sguardo nella sua direzione notando la fulminea velocità di quella studentessa.

 

Betty Robinson fu la prima donna a vincere la gara dei cento metri alle Olimpiadi. La fotografia risale ai giochi olimpici di Amsterdam del 1928

Betty Robinson fu la prima donna a vincere la gara dei cento metri alle Olimpiadi. La fotografia risale ai giochi olimpici di Amsterdam del 1928

Foto: Pubblico dominio

Price comprese subito che la straordinaria dote di Robinson non poteva essere sprecata, e si propose quindi di allenarla insieme alla sua squadra maschile, poiché l'istituto non contemplava squadre di atletica femminili. Non sono note le reazioni della famiglia di Robinson a tale proposta,  in un'intervista rilasciata al Los Angeles Times nel 1984, cinquantasette anni dopo quel fatidico pomeriggio, la stessa Robinson avrebbe dichiarato: «Allora non avevo idea che le donne corressero. Sono cresciuta come una contadina».

Dalla scuola alle Olimpiadi

Dopo alcuni allenamenti guidati da Price, Betty Robinson debuttò in una gara regionale finendo appena dietro Helen Filkey, detentrice del record americano dei 100 metri. Fu addirittura soltanto nella sua seconda gara dei 100 metri, il 2 giugno del 1928, che batté il record mondiale ufficiale di 12 secondi e 2 centesimi.

Già solo un mese dopo quella incredibile vittoria, Betty era nel New Jersey per le qualificazioni ai giochi olimpici. Su quella pista polverosa, con pochissima esperienza alle spalle, riuscì a guadagnarsi un posto per Amsterdam. Di lì a poco, insieme a 280 atleti americani, attraversò l’oceano sul transatlantico SS President Roosevelt per giungere nei Paesi Bassi.

Sulla linea di partenza dello stadio di Amsterdam, tra le avversarie vi era la canadese Fanny Rosenfeld, ventiquattrenne e grande favorita per la vittoria. Dopo due false partenze e una gara molto combattuta, Betty strappò per prima il filo dell’arrivo in 12 secondi e 2 centesimi (un tempo che secondo alcune fonti sarebbe invece di appena 12 secondi) vincendo la gara dei 100 metri con un sorriso smagliante. Molti anni dopo, Robinson venne intervistata per il libro Tales of Gold di Lewis H. Carlson e John J. Fogarty e descrisse così quell'evento: «Ricordo di aver rotto il nastro, ma non ero sicura di aver vinto [...] Ma i miei amici in tribuna saltarono oltre la ringhiera, scesero e mi abbracciarono, e allora seppi di aver vinto». Si trattò di un successo storico in quanto fu proprio ad Amsterdam che per la prima volta venne concesso alle donne di gareggiare in competizioni di atletica.

 

Le Olimpiadi di Amsterdam furono le prime ad ammettere la partecipazione femminile in competizioni di atletica. Nell'immagine, atlete francesi

Le Olimpiadi di Amsterdam furono le prime ad ammettere la partecipazione femminile in competizioni di atletica. Nell'immagine, atlete francesi

Foto: Topham/Cordon Press

La prima vittoria femminile

Prima di quell’anno, aleggiavano sulle piste ideali antifemministi, di cui De Coubertin (fondatore dei moderni giochi olimpici) si fece strenuo sostenitore. In base a tali idee, a causa della fisiologia del corpo femminile le donne non potevano partecipare ad alcun tipo di gare d’atletica e pertanto ne venivano automaticamente escluse. La strada per includere l'atletica femminile all'interno dei programmi olimpici fu impervia, e culminò nel 1926 a Lisbona. Dopo le diverse sollecitazioni da parte degli organizzatori delle Olimpiadi (e anche grazie alla battaglia ingaggiata dall’atleta Alice Milliat da tempo impegnata in questi temi), Sigfrid Edström, presidente della International Amateur Athletic Federetion, informò i membri del Comitato Olimpico Internazionale che ad Amsterdam si sarebbero svolte cinque gare di atletica femminile.

La gara dei 100 metri doveva essere la prima competizione di atletica femminile ma, a causa di due false partenze, ne fu posticipato l’inizio. La prima medaglia d’oro olimpica dell’atletica femminile fu quindi vinta, per una manciata di secondi, dalla polacca Halina Honopacka nella gara del lancio del disco e seguita, subito dopo, da quella di Betty Robinson, che prima di rientrare negli USA conquistò anche un argento nella 4x100.

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Battuta d'arresto

Betty, così prepotentemente vincente nello sport, dovette però scontrarsi con un destino atroce: nel 1931, a ventuno anni, subì un terribile incidente aereo. Il biplano su cui volava con il cugino Wilson Palmer ebbe un’avaria e cadde in picchiata. La carcassa fumante del mezzo fu avvistata da due uomini nella periferia sud di Chicago, che si attivarono immediatamente per prestare soccorso. Tra i rottami era intrappolato il corpo esanime dell’atleta. Uno dei due soccorritori caricò la ragazza nel baule dell’auto e, credendola morta, si diresse all'obitorio. I titolari delle pompe funebri esitarono e, per scrupolo, decisero di portare il corpo dell'atleta all'ospedale di Oak Forest, in Illinois. E menomale! Robinson, in realtà, era viva ma in coma e rimase incosciente per sette settimane. Un articolo dell’epoca pubblicato sul The New York Times riportò che il braccio e la gamba sinistri erano fratturati, la fronte e il viso lacerati e che la campionessa presentava alcune lesioni interne.

Quando, miracolosamente, uscì dal coma, i medici le dissero senza mezzi termini che non sarebbe mai tornata a correre. Ma fu proprio allora che l'atleta dimostrò quanto indomabile fosse la sua forza di volontà. Dopo due anni passati a combattere contro i suoi sopravvenuti limiti fisici, ricominciò a camminare e pian piano riprese anche a correre.

 

Poster commemorativo delle Olimpiadi di Amsterdam del 1928

Poster commemorativo delle Olimpiadi di Amsterdam del 1928

Foto: Topham/Cordon Press

Un "chiodo fisso"

L’incidente le lasciò, però, un triste e indelebile ricordo: un chiodo di ferro che non le permetteva di collocarsi nella posizione regolamentare prima della partenza nelle gare dei 100 metri. Eppure nemmeno questo ennesimo ostacolo riuscì a scalfire la determinazione di quella giovane donna velocissima: se non poteva mettersi in posizione in attesa dello sparo d'avvio, forse la soluzione era quella di cambiare specialità. Robinson decise di puntare sulla staffetta: evitando di partire come prima frazionista non si sarebbe dovuta accovacciare. E così prese parte alle Olimpiadi di Berlino del 1936, che davano per favorita la Germania nazista. Durante la competizione, però, le atlete tedesche persero il testimone e vennero squalificate.

Robinson correva in terza frazione e, insieme a Harriet Bland, Annette Rogers e Helen Stephens, alla quale passò il testimone, la squadra statunitense portò a casa l’oro. Robinson dichiarò di aver assaporato con maggior gusto l'oro del 1936 perché dovette lavorare sodo per entrare nella squadra. Nel caso delle Olimpiadi precedenti, secondo le sue parole, era riuscita a competere grazie a un colpo di fortuna.

Lontano dalle piste

Dopo il rientro a casa, a 25 anni, Robinson decise di ritirarsi dalle piste di atletica. Non si conosce il vero motivo di questa scelta, ma forse ebbe a che vedere con il fatto che nella competizione del 1936 Betty era l'atleta più anziana della squadra di staffetta. Rimase, però, profondamente legata al mondo dello sport, dapprima come giudice in alcune gare, poi come cronometrista. Il suo contributo più importante però fu quello di diventare un’oratrice pubblica per la Women’s Athletic Association e la Girls’ Athletic Association con il compito di promuovere la corsa femminile. La sua testimonianza mostrò alle ragazze che potevano stravolgere un sistema che relegava le donne a ruoli di secondo piano anche nell’atletica leggera.

 

Il podio della staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Berlino del 1938. La gara fu vinta dalla squadra statunitense di cui faceva parte Betty Robinson

Il podio della staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Berlino del 1938. La gara fu vinta dalla squadra statunitense di cui faceva parte Betty Robinson

Foto: Pubblico dominio

Non si sa molto della sua vita privata; si sa che dopo una battaglia legale ottenne il divorzio dal marito Mario Edward Napolilli, sposato nel 1937. Nel 1939 convolò a nozze con Richard Schwartz e si trasferì a Glencoe, in Illinois, dove diede alla luce due bambini. Oltre al suo impegno nel mondo dell'atletica, trovò un'occupazione in un negozio di ferramenta.

L’eco della sua storia fu talmente potente che, nel 1977, venne inserita nella National Track & Field Hall of Fame statunitense, e nel 1996 venne scelta per trasportare la torcia olimpica per i Giochi di Atlanta.

Betty Robinson, la ragazza che non voleva perdere il treno e che vinse le olimpiadi, trascorse gli ultimi anni a lottare contro l’Alzheimer e il cancro. Morì a Denver all’età di 84 anni, il 17 maggio 1999.

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