La battaglia di Carre: i romani contro i parti

Nel 53 a.C. Marco Licinio Crasso andò alla conquista di Ctesifonte, la capitale dei parti, ma nei pressi di Carre il suo esercito fu sorpreso e vinto in una drammatica battaglia che annientò i romani. Solo oltre duecento anni dopo l’Urbe uscì vittoriosa da questo confronto secolare

La battaglia di Carre rappresentò, insieme agli scontri di Allia (390 a.C), Canne (216 a.C), Teutoburgo (9 d.C.) e Adrianopoli (378), uno dei maggiori disastri militari di Roma. Per l’impero partico, invece, fu una delle vittorie più importanti, che dimostrò il grande potere raggiunto da questa anticha stirpe sciita che aveva conquistato la Persia e la Mesopotamia.

Un soldato romano con la spada uccide il nemico. Bassorilievo del monumento alla vittoria contro i parti a Efeso. Kunsthistorisches Museum, Vienna

Un soldato romano con la spada uccide il nemico. Bassorilievo del monumento alla vittoria contro i parti a Efeso. Kunsthistorisches Museum, Vienna

Foto: Erich Lessing / Album

Il popolo dei parni, che le fonti greche chiamano ircani e le romane denominarono parti, faceva parte dei dahai, una confederazione di popoli seminomadi che occupavano dall’antichità le steppe a est del mar Caspio. Questa tribù attaccò a metà del III secolo a.C. i re greci della dinastia seleucida, che avevano preso il potere dei territori orientali conquistati da Alessandro Magno. Seguendo il loro re Arsace I, i parni conquistarono l’antica satrapia di Partia. Da quel momento  saranno conosciuti con il nome di parti. Nacque così una nuova dinastia, quella arsacide.

Da questo nucleo territoriale, che si trovava a nordest dell’attuale Iran, i parti riuscirono a soggiogare per tutto il secolo II a.C. sia la Mesopotamia sia la Persia, arrivando a governare un immenso impero che si estendeva dall’Eufrate fino al fiume Indo. Il terribile esercito partico, che era formato principalmente da abili arcieri a cavallo e dalla potente cavalleria pesante catafratta, diventò il garante della continuità di un regime che perdurò fino al secolo III d.C. e che affrontò con successo in numerose occasioni le legioni romane, l’esercito più potente e disciplinato dell’epoca.

Il 9 di giugno dell’anno 53 a.C. il grosso dell’esercito romano, formato da sette legioni, quattromila soldati di fanteria leggera e quattromila cavalieri, si scontrò con un contingente militare partico composto da mille cavalieri di cavalleria pesante e novemila arcieri a cavallo. Al comando delle truppe romane vi era uno dei potenti triunviri di Roma, Marco Licinio Crasso, accompagnato dal figlio Publio, che comandava mille cavalieri gallici, e da Caio Cassio, meglio conosciuto per essere stato uno dei capi della cospirazione contro Giulio Cesare. Contro di loro si schierava un abile generale partico di cui non è noto il nome, ma che le fonti grecoromane denominano Surena, riferendosi al titolo ereditario che ostentava il generale – Suren – e lo qualificava quale primo dignitario dell’impero partico.

Il desiderio di ottenere grandi vittorie militari come Pompeo e Cesare gli costò la vita. Busto di Crasso. Louvre

Il desiderio di ottenere grandi vittorie militari come Pompeo e Cesare gli costò la vita. Busto di Crasso. Louvre

Foto: Bridgeman / Index

Lo scontro nel deserto

Il luogo nel quale si sviluppò la battaglia fu il deserto vicino alla città di Carre, l’attuale Harran nella Turchia orientale, nelle immediate vicinanze del fiume Balisso (Belik). Risulta difficile comprendere le ragioni che portarono un esercito di fanteria così numeroso come quello romano a intraprendere una marcia attraverso il deserto in un periodo dell’anno così sfavorevole e per giunta affrontando un nemico che si poteva muovere con maggiore rapidità e che conosceva bene il territorio. Le fonti addebitano la scelta del luogo della battaglia all’incapacità militare di Crasso e alle sue pessime decisioni strategiche, oltre che agli inganni e agli agguati di un alleato arabo che tradì il generale romano.

Effettivamente, sembra che questa decisione non tenne in considerazione i consigli del suo luogotenente né del suo alleato, il re armeno Artavasde II, che lo incitò ad attaccare la Partia dal nord, un terreno più propizio alla fanteria romana. Allo stesso tempo, il re arabo Ariamne (secondo altre fonti Abgaro), presunto alleato ma in realtà al servizio dei parti, consigliò a Crasso di dirigersi a est attraverso il deserto all’inseguimento dei nemici e di abbandonare il letto dell’Eufrate, perché sarebbe stato più vantaggioso per i legionari e avrebbe inoltre facilitato il vettovagliamento.

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Una battaglia difficile

Quando i due eserciti s'incontrarono, Crasso decise di formare un quadrato con dodici coorti su ogni lato con il loro corrispondente appoggio di cavalleria e fanteria leggera. Il generale pensava, in questo modo, di evitare che le sue truppe fossero superate dai fianchi. Il resto dell’esercito, insieme ai carriaggi, si situò all’interno del quadrato. Surena decise di cambiare il suo piano originario, che consisteva nel lanciare i suoi catafratti contro i romani, per utilizzare invece gli arcieri a cavallo.

Cavalieri sarmati con armatura scoccano frecce dai loro archi. Copie di rilievi della colonna Traiana, 1861. Museo della civiltà romana. Roma

Cavalieri sarmati con armatura scoccano frecce dai loro archi. Copie di rilievi della colonna Traiana, 1861. Museo della civiltà romana. Roma

Foto: AKG / Album

Questi ultimi cominciarono a cavalcare contro i romani scoccando, dai loro potenti archi composti, frecce con cui trapassavano le armature e gli scudi nemici, mentre si mantenevano fuori dalla gittata delle frecce romane. Inoltre, gli arcieri combinavano le traiettorie con le quali lanciavano le loro frecce, di modo che mentre alcuni facevano tiri alti perché i dardi cadessero dall’alto, altri puntavano direttamente ai soldati romani.

In un primo momento i romani cercarono di resistere all’attacco dei parti nella speranza che gli arcieri rimanessero senza frecce, come accadeva di solito. Tuttavia, il generale partico aveva pensato a questa eventualità e per questo un contingente di mille cammelli carichi di frecce accompagnava l’esercito. Così, ogni volta che i cavalieri svuotavano le loro faretre potevano ricaricarle in questi “depositi mobili” e riprendere il combattimento.

Per uscire dalla drammatica situazione, i romani cercarono più volte di avvicinarsi agli arcieri a cavallo per combattere corpo a corpo, poiché l’esercito era costituito principalmente da legioni di fanteria e contro gli arcieri non riuscivano a difendersi. In questi casi i parti usavano un’eccezionale tecnica equestre: il “tiro partico”. I cavalieri fingevano di ritirarsi per poi, al galoppo, con una rotazione del busto, scoccare frecce contro i loro inseguitori. Durante la rapida fuga degli arcieri, i catafratti caricavano contro il contingente che si era separato dal quadrato, cosicché i soldati romani venivano uccisi o si vedevano obbligati a tornare nelle fila.

La battaglia di Carre. Incisione realizzata da Matthäus Merian, 1630

La battaglia di Carre. Incisione realizzata da Matthäus Merian, 1630

Foto: AKG / Album

In tale difficile frangente Crasso decise d'inviare il figlio con mille cavalieri gallici, trecento cavalieri romani, otto coorti e cinquecento arcieri per cercare uno scontro diretto con il nemico ed evitare che il suo esercito fosse completamente circondato. All’inizio la manovra sembrò avere successo, perché i parti, davanti alla rapida avanzata di Publio Crasso, si ritirarono. Tuttavia si trattava di un altro stratagemma di Surena, che con la sua finta fuga era riuscito ad allontanare i romani dal grosso dell’esercito. Quindi li circondò con la sua cavalleria e cominciò a colpirli di nuovo con le frecce, fino al punto che, secondo lo storico Plutarco, quando Publio Crasso incoraggiava i legionari a lanciarsi all’attacco, i soldati potevano solo mostrargli «le mani attaccate agli scudi e i piedi forati da parte a parte inchiodati al terreno».

Nelle mani dei parti

I cavalieri galli, malgrado fossero soldati temibili ed esperti, non riuscirono a opporre resistenza ai catafratti che si gettavano con le loro lunghe lance su avversari quasi privi di armatura. Si compì una carneficina che rese evidente la superiorità partica. Tutti i soldati che avevano accompagnato Publio Crasso nella sortita morirono.

Durante questo combattimento il grosso dell’esercito romano era riuscito a riposare e Crasso ne approfittò per disporre le legioni in linea e avanzare contro il nemico. Le truppe sembravano recuperare il morale e i legionari erano desiderosi d'iniziare un combattimento, quando i parti tornarono con la testa del figlio del generale infilzata in una lancia. La battaglia continuò per il resto della giornata, ma i soldati romani non riuscirono a sferrare un attacco diretto, più vantaggioso per la fanteria, e continuarono a soffrire perdite. Le ostilità si fermarono solo al calar della notte, quando gli arcieri non furono più in grado di puntare correttamente, e i parti si allontanarono per pernottare al riparo dai romani.

I resti della facciata del palazzo imperiale di Ctesifonte, nell’attuale Iraq, la capitale dell’impero partico

I resti della facciata del palazzo imperiale di Ctesifonte, nell’attuale Iraq, la capitale dell’impero partico

Foto: Scala, Firenze

Il giorno si concluse con una terribile sconfitta per l’esercito romano e le conseguenze furono aggravate dalla disastrosa maniera in cui si organizzò la ritirata. Quattromila feriti vennero abbandonati, e molti legionari – quattro coorti – si separarono dal grosso dell’esercito, ma furono fatti prigionieri dai parti.

La gran parte dei sopravvissuti si diresse verso Carre, ma Surena strinse d’assedio la città. I romani cercarono di resistere quella notte e anche se più di 10mila riuscirono a fuggire dalla città, Crasso venne trovato e assassinato, e Surena inviò la sua testa al re Orode II in dono. Dei circa 40mila soldati che attraversarono l’Eufrate in cerca della gloria promessa da Crasso, circa 20mila persero la vita e altri 10mila caddero nelle mani dei parti.    

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Per saperne di più

Vite parallele. Vol V. Plutarco, UTET, Torino, 2011

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