Avicenna, l'uomo che "inventò" la quarantena

Filosofo erudito, giurista esperto, studioso e scienziato, Avicenna si considerò sempre prima di tutto un medico. Il suo "Canone della medicina" fu studiato nelle università di tutta Europa per centinaia di anni

Non era solo un filosofo erudito, un giurista esperto, e neppure un eminente studioso di logica, astronomia, botanica, fisica o chimica. Nonostante i molteplici interessi coltivati e la vasta conoscenza acquisita grazie a una mente versatile, Avicenna si considerava essenzialmente un medico. E in effetti era proprio la scienza della guarigione ad averlo sempre attratto davvero.

Gli anni della formazione

Nato intorno al 970 nel villaggio uzbeko di Afhshna, Abu ‘Alī Ibn Sīnā (che in Europa divenne noto come Avicenna) crebbe nella vicina Bukhara, fiorente centro commerciale dove il padre - governatore del distretto di Karmaytan su mandato reale - aveva condotto la famiglia. Capitale, dall’819 al 1005, dell’impero persiano retto dalla dinastia samanide (il cosiddetto Khorasan e Transoxiana, che da Afghanistan e Iran nord-orientale, attraverso l’Asia centro-meridionale giungeva al mar Caspio), la città era allora pervasa da un grande fermento culturale.

Complice l’espansione islamica del IX e X secolo nei luoghi più rappresentativi della civiltà ellenica condotta dai califfi Abbasidi (dei quali i Samanidi erano vassalli), le maggiori opere greche di carattere storico, filosofico, scientifico e teologico avevano infatti cominciato a circolare, opportunamente tradotte, anche nel mondo arabo, insieme ai principali testi sanscriti. Stretta tra Oriente e Occidente, Bukhara rappresentava insomma un contesto perfettamente consono all’ingegno arguto e brillante del piccolo Ibn Sīnā, che ebbe così l’opportunità di ricevere, su iniziativa paterna, una debita istruzione. Si concentrò quindi su grammatica, retorica e logica, con ottimi risultati.

Miniatura di Ibn Sīnā (Avicenna)

Miniatura di Ibn Sīnā (Avicenna)

Foto: Pubblico dominio

La storia narra infatti che a dieci anni fosse in grado non solo di recitare a memoria l’intero Corano, il libro sacro dell’islam, ma anche di destreggiarsi abilmente con la metrica della poesia araba. Anziché gratificarlo, tuttavia, l’ammirazione che i suoi successi riuscivano a destare in educatori e conoscenti lo spronava ad accarezzare sogni sempre più ambiziosi.

L’impatto con Aristotele e l’amore per la medicina

Impaziente di esplorare gli ambiti più diversi dello scibile umano, Ibn Sīnā apprese inizialmente nozioni di aritmetica da un erbivendolo, per poi focalizzarci su geometria e astronomia. Presto però si accorse di poter trarre maggior profitto dagli insegnamenti di un dotto nomade in cui si era imbattuto e che si manteneva dispensando cure ai malati o impartendo lezioni ai ragazzi disposti ad ascoltarlo.

L’impatto con la metafisica di Aristotele, il fondatore del pensiero occidentale di cui gli arabi seppero preservare la tradizione, lo indusse ad approfondire lo studio della filosofia, al quale si applicò per circa un anno e mezzo, non senza qualche difficoltà. Le argomentazioni dello Stagirita lo confondevano, tanto che spesso era costretto ad accantonare i libri per tentare di schiarirsi le idee immerso nel silenzio di una moschea oppure in compagnia di una tazza di vino. A illuminarlo fu inaspettatamente il breve commentario di un intellettuale contemporaneo, al-Fārābī, acquistato per pochi soldi a una bancarella.

Ritratto di Avicenna su un vaso d'argento. Mausoleo di Avicenna, Hamadhān, Iran

Ritratto di Avicenna su un vaso d'argento. Mausoleo di Avicenna, Hamadhān, Iran

Foto: Pubblico dominio

Di tutt’altro genere fu l’approccio alla medicina, complementare alle scienze naturali ma rigorosamente subordinata alla filosofia. Aveva iniziato a interessarsene intorno ai sedici anni, a livello sia teorico sia pratico. Fondamentale si rivelò la collaborazione con alcuni luminari dell’epoca, il più illustre dei quali fu Abū Sahl Masīḥī, autore di un’enciclopedia medica in cento capitoli da cui il giovane apprendista potrebbe aver tratto ispirazione per i futuri scritti.

Ibn Sīnā amava prestare gratuitamente assistenza agli infermi, individuare nuovi metodi terapeutici o farmaci innovativi. Ciò implicava la necessità di familiarizzare anche con le scienze naturalistiche, ovvero biologia, botanica, chimica, fisica: impegni ulteriori che tuttavia, anziché scoraggiarlo, gli infondevano linfa vitale.

La professione medica e l’esilio volontario

Cominciò formalmente a esercitare la professione medica alla corte dell’emiro samanide Nūh bin Mansūr (al potere dal 976 al 997), che sebbene lo avesse convocato per un semplice consulto decise di trattenerlo presso di sé, affidandogli anche incarichi amministrativi di rilievo (probabilmente la guida di un governatorato). L’accesso alla fornita biblioteca reale gli consentì inoltre di arricchire le proprie competenze e instaurare rapporti con altri dotti.

Avicenna accanto al letto di un malato, miniatura di Walenty z Pilzna, Cracovia (1479-1480 circa)

Avicenna accanto al letto di un malato, miniatura di Walenty z Pilzna, Cracovia (1479-1480 circa)

Foto: Pubblico dominio

«La medicina non è una scienza difficile e complessa, come la matematica e la metafisica», raccontò nella sua autobiografia, «così io ho fatto grossi progressi in poco tempo; sono diventato un dottore eccellente e ho cominciato a prendermi cura dei pazienti usando i rimedi appropriati».

Presto però, forse per la grave instabilità politica che aleggiava nell’aria (dopo oltre due secoli, l’era del califfato abbaside si stava lentamente avviando verso il tramonto, con il conseguente indebolimento dei governi locali), Ibn Sīnā avvertì l’impulso di rispondere a quella che egli stesso definì «una chiamata necessaria» verso l’altrove.

Lasciò quindi Bukhara e i relativi fasti alla costante ricerca di nuovi mecenati presso cui svolgere mansioni mediche o fornire consulenze. Fu spesso costretto a nascondersi per sfuggire ai disordini sociali e pare che sia finito persino in carcere.

Ritratto di Avicenna su un manuale di medicina francese

Ritratto di Avicenna su un manuale di medicina francese

Foto: Pubblico dominio

Il Kitāb al-Qānūn fī l-ṭibb o Canone medico

Le incessanti peregrinazioni non gli impedirono però di mantenere contatti epistolari con vari intellettuali dell’epoca (preziosa fu, in tal senso, la disponibilità offerta da uno dei suoi studenti, Abū ‘Ubayd al-Jūzjānī), né di perseverare in riflessioni filosofiche, osservazioni scientifiche e sperimentazioni cliniche, illustrate con dovizia di particolari in 450 testi, solo metà dei quali sopravvissuta all’incuria del tempo.

Ma per quanto inesauribile, il suo evidente interesse multidisciplinare (il Kitāb al-Šifā, o Libro della guarigione, realizzato tra il 1020 e il 1027, era appunto incentrato su tematiche diverse) non riuscì mai a competere con quello nutrito nei confronti della medicina, a cui dedicò una quarantina di trattati, incluso il celeberrimo Kitāb al-Qānūn fī l-ṭibb o Canone medico, una sorta di monumentale enciclopedia ultimata nel 1025.

Ibn Sīnā ne aveva iniziato la stesura dodici anni prima a Gorān (Iran settentrionale), tappa intermedia di un viaggio verso Hamadan da cui non sarebbe più tornato (vi morì nel 1037). Articolato in cinque volumi monotematici - incentrati rispettivamente su teorie e principi medici, sostanze farmacologiche elencate in ordine alfabetico, diagnosi e cura di malanni circoscritti a determinate zone del corpo, patologie sistemiche (estese cioè a una pluralità di organi) e modalità di combinazione delle sostanze terapeutiche - il Qānūn assemblava secoli di tradizione medica araba, orientale e, soprattutto, greco-romana.

Kitāb al-Qānūn fī l-ṭibb, "Il libro del canone della medicina"

Kitāb al-Qānūn fī l-ṭibb, "Il libro del canone della medicina"

Foto: Pubblico dominio

Aveva ad esempio ripreso dal medico greco Ippocrate il concetto di specularità dei quattro elementi naturali (aria, acqua, terra, fuoco) rispetto ai quattro umori vitali (flegma o linfa, sangue, bile gialla, bile nera o atrabile), dal disequilibrio dei quali derivava l’infermità. Da quello romano Galeno pare invece aver mutuato citazioni, osservazioni e commenti, riadattati alle esigenze della lingua araba.

Curare le ferite di guerra accelerò lo sviluppo della medicina. Nell'immagine Achille benda le ferite di Patroclo durante la guerra di Troia. Kylix di Sosias, V secolo a.C.

Leggi anche

La medicina in Grecia: la nascita di una scienza

Al pari dei predecessori, anche Ibn Sīnā attribuiva all’igiene un’importanza basilare nel mantenimento del benessere fisico: insistere su questo punto era doveroso per ogni medico. «Io dico che la medicina è una scienza con la quale si impara a conoscere gli stati del corpo umano relativamente a ciò che si allontana dalla salute, allo scopo di preservarla quando esiste e di restaurarla quando è perduta», ammoniva nel Qānūn, che per ambizione e ricchezza di contenuti (particolarmente rilevante era la sezione riservata alla pratica chirurgica) non conobbe rivali. Sostanzialmente, il capillare lavoro compiuto da Ibn Sīnā consentì alla scienza araba di esplorare orizzonti sino ad allora ignoti.

Davanti a una folla di persone, un medico assiste una persona ferita alla schiena. Miniatura appartenente alle Maqamat  di al-Hariri. XIII secolo

Leggi anche

La medicina araba medievale e le sue scoperte

Non perderti nessun articolo! Iscriviti alla newsletter settimanale di Storica!

L’importanza della quarantena

Ibn Sīnā descrisse accuratamente i sintomi della meningite, individuò la genesi della tubercolosi, elaborò una rudimentale teoria dei germi ipotizzando la loro trasmissione attraverso l’acqua, il respiro o il contatto con un terreno contaminato. E fu il primo in assoluto a coniare il termine "quarantena", avendo personalmente verificato che, a fronte di epidemie, l’isolamento di un malato per un arco temporale di quaranta giorni contribuiva a scongiurare la diffusione del contagio su scala sociale. «Al sopraggiungere della crisi, si rende necessaria la separazione dei luoghi, così da avere da un lato i sani, e dall'altro i malati […] La malattia può infatti diffondersi attraverso delle piccole particelle che non possono essere viste a occhio nudo».

Avicenna accanto al letto di un malato, miniatura di Walenty z Pilzna, Cracovia (1479-1480 circa)

Avicenna accanto al letto di un malato, miniatura di Walenty z Pilzna, Cracovia (1479-1480 circa)

Foto: Pubblico dominio

Grazie alla versione latina del XII secolo, eseguita a Toledo (Spagna) dal traduttore Gerardo da Cremona e successivamente rielaborata dal docente bellunese Andrea Alpago, il Qānūn, con il titolo latinizzato di Liber canonis medicinae, s’impose anche nel contesto accademico occidentale, oscurando qualsiasi altra produzione scientifica, tanto che le rinomate università mediche di Bologna, Montpellier, Libano e Cracovia non esitarono a farvi riferimento esclusivo per le loro attività.

Varcati i confini orientali, il nome di Ibn Sīnā, il Principe dei Medici ormai familiarmente ribattezzato Avicenna, stava dunque per essere consegnato all’immortalità: un destino già tracciato per colui che, a molti secoli di distanza, lo storico della scienza George Sarton avrebbe definito «il più famoso scienziato dell’islam e uno dei più famosi di tutte le etnie, luoghi e tempi». Sicuramente Dante Alighieri l’aveva già intuito quando decise d'includerlo, unico musulmano insieme ad Averroè, nel novero delle personalità degne di «seder tra filosofica famiglia» (Divina Commedia, Inferno, IV, 132).  

Se vuoi ricevere la nostra newsletter settimanale, iscriviti subito!

Condividi

¿Deseas dejar de recibir las noticias más destacadas de Storica National Geographic?