Arslantepe: il palazzo pubblico più antico al mondo

Un complesso monumentale di edifici sulle rive dell’Eufrate anatolico testimonia la nascita dello stato più di 5mila anni fa

La prima cosa che colpisce arrivando ad Arslantepe, nella verde piana di Malatya, a poca distanza dalle rive dell’Eufrate, è un tell di 30 metri, una collina artificiale formatasi per il continuo sovrapporsi di centri abitati nel corso di almeno sei millenni, dal VI al I millennio a.C.

In turco Arslan-tepe significa “collina del leone” o “dei leoni”: il nome deriva dalle due statue dei leoni in pietra, già individuate a inizio novecento da viaggiatori di passaggio, che emergevano sulla sua sommità. I leoni, insieme alla grande statua di un re e a una serie di altri bassorilievi avevano ornato una porta di accesso alla città neo-ittita del I millennio a.C. Portati alla luce da una missione archeologica francese guidata negli anni trenta del novecento da Louis Delaporte, i leoni, la statua e i bassorilievi sono esposti oggi al Museo delle civiltà anatoliche di Ankara.

L’edificio “delle udienze” con la piccola sala del podio aperta sulla corte e il salone interno “privato” comunicante con le residenze d’élite

L’edificio “delle udienze” con la piccola sala del podio aperta sulla corte e il salone interno “privato” comunicante con le residenze d’élite

Foto: © Missione Archeologica Italiana nell’Anatolia Orientale - Sapienza Università di Roma. foto: Roberto Ceccacci

L’edificio “delle udienze” con la piccola sala del podio aperta sulla corte e il salone interno “privato” comunicante con le residenze d’élite

 

 

Quando iniziai la mia avventura ad Arslantepe, nel 1976, le ricerche italiane erano già state avviate nel 1961 da Salvatore Puglisi e, poi, da Alba Palmieri. Allora si sapeva che, oltre alla città di epoca ittita e alla successiva neo-ittita, Arslantepe nascondeva importanti resti molto più antichi. Lungo il margine sud-occidentale del tell Palmieri aveva scoperto un edificio templare in mattoni crudi della fine del IV millennio a.C. Le indagini avevano evidenziato che il tempio non era isolato, ma faceva parte di un complesso di edifici pubblici ben più ampio. Questo si estendeva sotto un accumulo di oltre dieci metri di livelli di epoche successive: ci vollero molti decenni per portarlo alla luce su un’ampia superficie. A mano a mano che venivano scoperti e ripuliti dai loro stessi crolli, gli edifici apparivano monumentali e straordinariamente ben conservati. E tutto ciò nonostante si trattasse di strutture in mattoni crudi, per loro natura molto fragili, ricoperti da altrettanto fragili strati di intonaco bianco, ancora miracolosamente al suo posto dopo più di 5mila anni. E fu straordinaria l’emozione quando, ripulendo due di questi muri, sotto varie mani di intonaco bianco apparvero dei bellissimi dipinti con figure rosse e nere. L’intervento immediato di restauratori specialisti permise di portare alla luce ampie superfici con decorazioni pittoriche e plastiche, ancora conservate nonostante l’estrema fragilità del supporto (fango) e della pittura (ocra e carbone). I dipinti raffiguravano in modo schematizzato personaggi o scene che trasmettevano un forte messaggio ideologico a chi entrava. Nell’ultima fase di vita degli edifici la cancellazione dei dipinti con mani di intonaco bianco aveva permesso la loro conservazione. Il lavoro di restauro fatto permette oggi anche ai visitatori di fruirne e condividere l’emozione che provammo quando li vedemmo per la prima volta, sapendo che nessuno per millenni lo aveva più fatto.

Non perderti nessun articolo! Iscriviti alla newsletter settimanale di Storica!

Quello che oggi è riconosciuto come il più antico esempio di un vero e proprio “palazzo”, che anticipa di quasi un millennio i più noti palazzi vicino-orientali del III millennio a.C. (come quello di Mari, nell’attuale Siria) è formato da un vasto complesso di edifici monumentali, datati tra il 3400 e il 3100 a.C. Si tratta di un insieme unitario di strutture pubbliche e residenziali connesse l’una all’altra e dislocate su più terrazzi lungo il pendio della collina. Intorno al 3100 a.C. il palazzo fu distrutto da un violento incendio che permise la conservazione, sotto i crolli, di abbondantissimi materiali sui pavimenti: ceramiche, metalli, impressioni di sigillo su argilla, resti di materiale vegetale carbonizzato e numerose ossa animali, ovvero gli avanzi del cibo. Il loro studio ha consentito di ricostruire la vita e le attività economiche del palazzo e le funzioni degli edifici. Sono stati così individuati due templi, alcuni magazzini centrali, cortili, edifici di rappresentanza e aree in cui si svolgevano attività amministrative o nelle quali il materiale amministrativo (essenzialmente impressioni di sigillo) veniva tenuto per la contabilità.

Nel palazzo sono state rinvenute decorazioni pittoriche e plastiche. Una di esse raffigurava in forma stilizzata una scena in cui due tori guidati da un cocchiere trainavano probabilmente un aratro

Nel palazzo sono state rinvenute decorazioni pittoriche e plastiche. Una di esse raffigurava in forma stilizzata una scena in cui due tori guidati da un cocchiere trainavano probabilmente un aratro

Foto: Roberto Ceccacci

Nel palazzo sono state rinvenute decorazioni pittoriche e plastiche. Una di esse raffigurava in forma stilizzata una scena in cui due tori guidati da un cocchiere trainavano probabilmente un aratro

 

 

Qui le prime élite controllavano o coordinavano l’economia di base della popolazione in modo regolare e sistematico, impiegando forza-lavoro e ricompensandola con cibo, accumulato nei magazzini e distribuito in grandi quantità in ciotole prodotte in serie. Le migliaia di impressioni di sigillo ritrovate costituiscono una documentazione unica della nascita di un sistema amministrativo centrale e della burocrazia prima della scrittura. La stretta relazione simbolica tra le funzioni del leader e le attività economiche è evidente in una delle rappresentazioni pittoriche sulla parete del corridoio del palazzo e su un sigillo cilindrico. Entrambi riproducono probabili scene collegate all’agricoltura: l’aratro trainato da buoi che esce dal palazzo nel dipinto, e un personaggio eminente seduto su una tipica slitta da trebbia trainata da un bovino, e seguita da una processione di uomini con forcone, sul sigillo.

La sala “delle udienze”

Le scoperte fatte tra il 2014 e il 2016 (gli scavi vengono finanziati fin dall’inizio dall’Università La Sapienza e dal ministero degli affari esteri) hanno portato alla luce un grande cortile cui conduceva il corridoio principale di accesso e su cui si affacciava un edificio monumentale. Solo una piccola stanza di questo edificio comunicava con la corte mediante un’ampia apertura ed era occupata quasi interamente da un basamento in argilla con tre gradini, su cui resti bruciati in legno di ginepro di non grandi dimensioni indicano la presenza di un possibile trono ligneo. Davanti al podio due basse pedane d’argilla erano forse punti di sosta per chi si presentava al cospetto del leader, che probabilmente qui dava udienza al pubblico, esercitando, forse per la prima volta, un’autorità esplicitamente laica, senza mediazioni cultuali o religiose. Ne è prova il fatto che, mentre gli edifici pubblici del periodo precedente consistevano in due grandi templi, in cui avveniva una distribuzione cerimoniale di pasti in contesto sacro (con centinaia di ciotole sparse intorno al podio-altare), l’edificio “delle udienze” non consentiva l’accesso al pubblico e non aveva né ciotole né attrezzature cultuali religiose. L’edificio comunicava alle spalle con strutture residenziali d’élite che, quindi, proprio come nei palazzi successivi, facevano parte integrante del complesso monumentale.

Ciotole prodotte in serie dai magazzini del palazzo. In quell’epoca si sviluppa una produzione di massa di ciotole al tornio, che risponde all’esigenza di distribuire cibo in modo sistematico in cambio di lavoro

Ciotole prodotte in serie dai magazzini del palazzo. In quell’epoca si sviluppa una produzione di massa di ciotole al tornio, che risponde all’esigenza di distribuire cibo in modo sistematico in cambio di lavoro

Foto: Roberto Ceccacci

Ciotole prodotte in serie dai magazzini del palazzo. In quell’epoca si sviluppa una produzione di massa di ciotole al tornio, che risponde all’esigenza di distribuire cibo in modo sistematico in cambio di lavoro

 

 

Il palazzo di Arslantepe ha rivoluzionato alcune delle conoscenze tradizionali sulla nascita delle prime civiltà urbane e statuali. Da un lato, dimostra che il centro di gestazione di questi fenomeni non fu solo la Mesopotamia, ma tutte le regioni gravitanti attorno al Tigri e all’Eufrate, fino alle montagne dell’Anatolia. Dall’altro, evidenzia che il sistema di governo incentrato sui palazzi nacque già alla fine del IV millennio a.C., in un’area considerata periferica rispetto al mondo mesopotamico. Per ultimo, il fatto che Arslantepe non fosse una grande città testimonia che nascita dello stato e urbanizzazione non furono sempre fenomeni associati.

Se vuoi ricevere la nostra newsletter settimanale, iscriviti subito!

Condividi

¿Deseas dejar de recibir las noticias más destacadas de Storica National Geographic?