Akbar, il grande imperatore moghul

Degno discendente di Gengis Khan e Tamerlano, Akbar estese il suo regno in tutto il nord dell'India, dove avviò un’inedita politica di tolleranza religiosa

Mentre in Europa dominavano potenti monarchi quali Carlo V d’Asburgo, Enrico II di Francia ed Elisabetta I d'Inghilterra, un sovrano altrettanto ambizioso spadroneggiava sul vastissimo territorio indiano. Akbar, “grande” in arabo, governò sull’India settentrionale per quasi cinquant’anni, tra il 1556 e il 1605; sotto di lui l’impero moghul – fondato nel 1526 da Babur il Conquistatore – raggiunse l’apice dello splendore. La ricchezza del suo regno divenne presto proverbiale e ispirò l’immaginazione di svariati autori occidentali, che nelle loro opere enumerarono le meraviglie di quel mondo lontano e misterioso. Il drammaturgo spagnolo Lope de Vega scriveva: «Le ricchezze che lo adornano / mai Dario né Alessandro, / Ciro né Serse le videro. / Oro, pietre, perle, argento / rivestono pareti e soffitti / broccati persiani ricoprono i pavimenti».

Akbar in groppa a un elefante. Miniatura tratta da un resoconto di viaggio del veneziano Niccolò Manucci (1638-1717). Bibliothèque Nationale, Parigi

Akbar in groppa a un elefante. Miniatura tratta da un resoconto di viaggio del veneziano Niccolò Manucci (1638-1717). Bibliothèque Nationale, Parigi

Foto: White Images / Scala, Firenze

Originari dell’Asia centrale, i moghul erano una dinastia di stirpe turco-mongola che invase l’India agli inizi del XVI secolo. Babur, pronipote di Tamerlano – il celebre condottiero che al comando delle agguerrite tribù nomadi della Mongolia aveva conquistato tutta l’Asia – nel 1525 prese Delhi e in breve tempo s'impadronì di vaste regioni dell’India nordoccidentale. Suo figlio Humayun dovette combattere contro alcuni nobili afghani che gli sottrassero i domini indiani nel 1540 ma, rientratone in possesso nel 1555, li ampliò consistentemente. Tuttavia fu il suo erede, Akbar, a trasformare l’impero moghul nella più grande potenza del subcontinente indiano.

Mausoleo di Gur-e-Amir. Edificato nel 1404, ospita le spoglie di Tamerlano, oltre che di due figli e di due nipoti del sovrano

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La leggendaria capitale dell'impero di Tamerlano

Salito al trono nel 1556 a soli tredici anni, sotto la guida dell’abile comandante Bairam Khan, suo tutore, sconfisse i principi indù non ancora assoggettati che controllavano i territori a est e a ovest del regno. Nel 1560, desideroso di governare autonomamente, il giovane re pretese le dimissioni del reggente e forse lo fece assassinare. Poi continuò la sua espansione lungo l’altopiano del Deccan, nell’India centrale, dove nel 1567 riuscì a sottomettere Vijayanagara, il più potente tra i regni indù.

L’impero moghul era espressione di una civiltà guerriera; non a caso Akbar organizzò abilmente il sistema fiscale dello stato per fornire una solida base economica alle sue operazioni militari. Egli diede vita a un governo forte, fondato su un’amministrazione centralizzata e unitaria, e realizzò un vasto programma di opere pubbliche; fece erigere una serie di palazzi-fortezza in punti strategici, come Agra, Ajmer, Lahore e Allahabad, e migliorò la viabilità delle strade. Del resto, non solo il sovrano poteva contare sull’appoggio dei ceti militari e dei latifondisti, ma si era assicurato il consenso di importanti famiglie nobili indù, che aveva accortamente inserito nella classe degli alti funzionari pubblici.

Jodha Bai, la principessa rajput che sposò l'imperatore Akbar. Miniatura dipint su avorio

Jodha Bai, la principessa rajput che sposò l'imperatore Akbar. Miniatura dipint su avorio

Foto: Age Fotostock

Akbar creò un’amministrazione centralizzata e complessa in cui inserì anche i nobili rajput

Un musulmano eterodosso

In India, Akbar dovette far fronte a una situazione religiosa molto complessa. La maggioranza del Paese era di fede induista, ma fin dal XIII secolo si trovava sotto la dominazione di conquistatori islamici di origine straniera. Per di più, si trattava di due credi assolutamente inconciliabili tra loro, poiché il panteismo induista – secondo cui la divinità è concepita come il Tutto, una forza che pervade l’universo e attraversa le anime individuali – era aspramente condannato dai musulmani.

Tuttavia, Akbar comprese che per imporsi in un territorio a prevalenza non islamica avrebbe dovuto essere tollerante nei confronti delle religioni dei suoi sudditi. Così eliminò la jizya, l’imposta annua pagata dai cittadini non musulmani, proibì che i prigionieri di guerra fossero convertiti all’islam con la forza e concesse agli induisti di riparare i loro templi e costruirne di nuovi. Inoltre permise ai rajput, i clan indiani che detenevano il potere, divenuti vassalli del suo impero, di mantenere le loro consuetudini e di svolgere un ruolo rilevante nell’amministrazione dello stato. Per scongiurare il profilarsi d'interminabili guerre, rinsaldò l’alleanza con i nobili rajput attraverso negoziati diplomatici e matrimoni politici con principesse indù. Così si guadagnò la lealtà di molti piccoli regni dell’odierno Rajasthan, lo stato più grande dell’India.

Secondo la leggenda il sovrano era solito percorrere, travestito, le strade del suo impero per rendersi conto personalmente dei problemi dei propri sudditi e porvi rimedio, come pare facesse Harun al-Rashid, il celebre califfo di Baghdad, considerato un paradigma del buon monarca.

La moschea della città della vittoria, Jama Masjid, fonde elementi architettonici persiani e indiani

La moschea della città della vittoria, Jama Masjid, fonde elementi architettonici persiani e indiani

Foto: Günter Gräfenhain / Fototeca 9X12

Sinceramente interessato alle questioni di fede, Akbar accolse nella sua corte molti saggi delle varie sette islamiche, così come sacerdoti cristiani, mazdeisti, induisti e giainisti. Le lunghe discussioni dottrinarie, che avvenivano al cospetto del sovrano, allontanarono sempre più Akbar dall’ortodossia musulmana. L’imperatore si convinse ad adorare il Sole e concepì una vasta riforma religiosa basata sull’unione dei principali precetti dei culti dell’impero.

Si trattava di una forma di sincretismo detta Din-i-Ilahi, “la fede divina”, che sosteneva, in particolare, l’esistenza di una verità comune a tutte le religioni e stabiliva tra il sultano e i suoi nobili più leali un rapporto cerimoniale equivalente a quello che intercorreva tra un maestro e i suoi discepoli.

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Fatehpur Sikri, capitale del lusso

Per rafforzare la sua immagine di potere, nel 1571 Akbar fece erigere a ritmi forzati una nuova capitale, Fatephur Sikri, “la città della vittoria”, così chiamata in riferimento alla conquista della ricchissima regione del Gujarat da parte dell’imperatore. La grandiosa metropoli, costruita in arenaria rossa, era situata a circa 40 km da Agra, l’antica capitale moghul.

Il forte rosso di Agra, eretto da Akbar tra il 1565 e il 1573 deve il suo nome al materiale utilizzato per la costruzione, l’arenaria rossa

Il forte rosso di Agra, eretto da Akbar tra il 1565 e il 1573 deve il suo nome al materiale utilizzato per la costruzione, l’arenaria rossa

Foto: S. Wasek / Age Fotostock

Fatehpur Sikri era una magnifica città fortificata piena di sontuosi edifici: la moschea, il palazzo imperiale, le sale delle udienze, l’harem, il bazar, i giardini e un grande lago artificiale. Fino al 1585 fu un centro fiorente e culturalmente vivace, ma in quell’anno, a causa della penuria delle risorse idriche, Akbar dovette abbandonarla, trasferendo la capitale prima a Lahore e poi nuovamente ad Agra.

Durante il regno di Akbar il clima di pacifica convivenza religiosa favorì gli scambi culturali tra mondo islamico e indiano e la fioritura delle arti, della letteratura e dell’architettura. Benché illetterato, infatti, l’imperatore era mosso da un’insaziabile sete di sapere e si faceva leggere regolarmente libri ad alta voce; così nel tempo era divenuto un uomo di straordinaria cultura. Egli possedeva una vasta biblioteca personale che, secondo un inventario del suo tesoro, ospitava 24mila volumi. A corte disponeva inoltre di un ampio nucleo di studiosi in grado di tradurre da molte lingue, compreso il greco, a cui si doveva la versione dal sanscrito in persiano di opere come i poemi epici indù Mahabharata e Ramayana e il Leelavati, un trattato di aritmetica in versi.

Alla corte di Akbar trovarono accoglienza i più grandi artisti e intellettuali del regno

La gloria del Re dei Re

Tra i passatempi favoriti di Akbar e dei suoi cortigiani vi erano i combattimenti di elefanti e le partite di polo, per cui l’imperatore aveva fatto costruire un apposito anfiteatro a Fatehpur Sikri. E alla sua corte si poteva assistere sovente anche a competizioni poetiche o dilettarsi con il gioco nazionale indiano, il pachisi, simile alla dama e agli scacchi.

Il mausoleo di Akbar a Sikandra, non distante da Agra, fu costruito in pietra arenaria rossa e marmo e terminato nel 1613

Il mausoleo di Akbar a Sikandra, non distante da Agra, fu costruito in pietra arenaria rossa e marmo e terminato nel 1613

Foto: K. Coole / Getty Images

Si narra che Akbar, munifico mecenate delle arti, si fosse circondato di nove grandi personaggi, noti come Navratna, ossia le “nove pietre preziose”, che rappresentavano l’eccellenza nei rispettivi campi. Tra loro vi erano il linguista Abdur Rahim Khan-i-Khana, il musicista Miyan Tansen (il più importante compositore di musica classica indostana) e lo storico Abu al-Fazl, autore del celebre Akbarnama, Il libro di Akbar, considerato uno dei documenti più importanti sull’India del XVI secolo. Il cronista dedicò migliaia di pagine alle gesta del grande imperatore moghul, chiamato Shahinshah, il “Re dei Re”, colui che «con il favore divino vede la propria felicità nel dare pace all’umanità e lotta giorno dopo giorno per porre rimedio alla follia dei malvagi».

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Per saperne di più

Fathpur Sikri. La capitale dell’impero Moghul, la meraviglia di Akbar. Attilio Petruccioli, Electa, Milano, 2007

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