Un successo intramontabile

1964. Scoppia la Beatlemania negli USA

Il 7 febbraio 1964 il noto gruppo pop dei Beatles atterrava negli Stati Uniti d'America. Il loro arrivo diede avvio a una vera e propria psicosi: tutti volevano vedere i quattro inglesi che avevano rivoluzionato il mondo della musica e ascoltare dal vivo le loro canzoni.

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«Benvenuti Beatles»

Così recita un cartello esibito da uno dei fan della band londinese al momento del loro arrivo all’aeroporto di New York. Il 7 febbraio del 1964 iniziava ufficialmente la tournée negli Stati Uniti d’America che avrebbe dato inizio alla cosiddetta “Beatlemania”. Il gruppo composto da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Star era reduce da un inizio d’anno sconfortante per via di alcuni concerti all’Olympia di Parigi stroncati dalla stampa francese che definì i Beatles «delinquenti giovanili» o «personaggi già finiti». Ma l’1 febbraio 1964 giunse la buona notizia che I want to hold your hand, brano d’apertura dell’album Meet the Beatles!, era balzato in vetta alla classifica americana dei 45 giri e vi rimase per le successive sette settimane. Quel «voglio stringere la tua mano» del pezzo fu una sorta di promessa che lanciò i Beatles sul mercato americano, scatenando la cosiddetta “British invasion” delle classifiche USA.

Foto: TopFoto / Cordon Press

Sessant'anni fa

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Sessant'anni fa

I “Fab Four” (i fantastici quattro) toccarono il suolo americano il 7 febbraio del 1964. In un Paese ancora frastornato dall’assassinio del presidente Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963, l’uscita del disco Meet the Beatles! risollevò gli animi e «sull’onda della gratitudine, la nazione si prostrò ai piedi dei Beatles» scrive il biografo Ian McDonald. Ad attenderli all’aeroporto di New York c’erano migliaia di fan in delirio tenuti a bada da agenti armati. Il batterista Ringo Star avrebbe ricordato in un’intervista le sensazioni che precedettero il loro arrivo: «Sull’aereo, sentivo New York. Era come una piovra che afferrava l’aereo. Potevo sentire come se i tentacoli si avvicinassero all’aereo, era così emozionante. Era la prima volta a New York». John Lennon si concentra invece sul primo approccio con i fan: «Tutti sembrano conoscerci come se fossimo qui da anni. È meraviglioso». Il tripudio continuò all’hotel Plaza che avrebbe ospitato la band: «C’erano barriere, cavalli, poliziotti ovunque… con noi quattro seduti in macchina, a ridacchiare» ricorda Lennon.

Foto: Alamy/Cordon Press

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Tre Beatles a Central Park

In formazione ridotta, l’8 febbraio i Beatles (da sinistra a destra: John Lennon, Paul McCartney e Ringo Star) realizzano alcuni spot pubblicitari a Central Park, il più grande parco pubblico del distretto di Manhattan a New York, seguiti da circa 400 fan, soprattutto ragazze. Assente “giustificato” George Harrison costretto a letto da un’infezione da streptococco: «Avevo mal di gola ed è per questo che manco dalle riprese pubblicitarie a Central Park. Ci sono foto di loro tre soli con lo skyline di New York alle spalle».

Foto: Cordon Press

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In diretta tv

Il 9 febbraio 1964 i Beatles si esibiscono nello Studio 50 della CBS, ospiti dell’Ed Sullivan Show, considerato l’evento culturale americano più importante del dopoguerra e seguito quel giorno da oltre 73 milioni di telespettatori (23 milioni di famiglie), circa il 34% della popolazione statunitense dell’epoca. Oltre al richiestissimo I want to hold your hand, la band eseguì All my loving, Till there was you, She loves you e I saw her standing there. Nonostante l’entusiasmo delle 728 persone in studio, molti giornali bollarono quella dei Beatles una “moda passeggera” che non avrebbe resistito oltre l’Atlantico. Il giorno successivo sulla terrazza dell’hotel Plaza i Beatles rilasciarono delle interviste cariche di umorismo e in particolare Paul McCartney che al giornalista della CBS che gli chiedeva a quando risaliva il suo ultimo taglio di capelli rispose: «Uhh, parecchio tempo, in realtà [scherzando, ma con la faccia seria] L’ultima volta è stata circa 23 anni fa, è stata l’ultima volta che ne ho avuto uno».

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Nella capitale

Seguiti passo dopo passo dalle telecamere dei fratelli Mysles che avrebbero dato vita a un documentario, i Beatles si trasferirono in treno da New York a Washington dove la sera dell’11 febbraio avrebbero tenuto il primo concerto ufficiale della tournée statunitense sul palco del Coliseum, che all’epoca funzionava principalmente come campo da hockey su ghiaccio. Nel pomeriggio i membri della band rilasciarono interviste alle numerose testate radiofoniche e televisive, mentre poco prima dell’inizio del concerto i musicisti tennero una conferenza stampa in piedi sul palco, con le loro voci che risuonavano in una sala quasi vuota. Interrogato su quale fosse stato il momento più emozionante nell’ultimo anno, Paul McCartney risponde: «Ce ne sono stati molti. Sai, incontrare la Regina Madre al Royal Command Performance, essere il numero uno in America, venire in America, viaggiare». Rivolgendosi a Lennon un giornalista chiede: «Quanto pensi che durerà la Beatlemania?». La risposta dell’artista è caustica: «Finché continuate a venire!».

Foto: Landov / Cordon Press

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Ottomila voci in coro

Ottomila spettatori circa riempirono il Washington Coliseum, mentre fuori dai cancelli della struttura sportiva ritratta nell’immagine molti altri attendevano al gelo. I Beatles fecero il loro ingresso dal garage e salirono su un palco reso girevole per permettere a tutti di vederli. Non fu un gran concerto: la band fu amplificata in modo rudimentale e l’acustica risultò «terribile» a detta di Harrison. Ciononostante nel corso della conferenza stampa prevista subito dopo il concerto all’ambasciata britannica a Whashington, John Lennon spese parole di elogio per il pubblico statunitense: «Sai, stasera è stato meraviglioso. Quasi ottomila persone che gridavano tutte insieme, e noi cercavamo di gridare più forte di loro con i microfoni, e ancora non riuscivamo a batterli».

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Qualche drink di troppo

Mani tremanti celano un volto incredulo di ragazza, attorno a lei urla, pianti, scene di delirio. L’immagine può essere considerata uno degli emblemi della Beatlemania che, dopo il primo concerto statunitense al Coliseum, contagiò davvero tutti: gente comune, soprattutto ragazze, ma anche alti dignitari. Ecco nel racconto di Ringo Star cos’accadde la sera dell’11 febbraio durante il ricevimento organizzato all’ambasciata britannica: «Dopo aver bevuto qualche drink, sono diventati davvero sciocchi e un ragazzo ha deciso di tagliarmi una ciocca di capelli. Ho iniziato a urlargli contro e non siamo rimasti lì a lungo». Secondo alcuni testimoni la moglie dell’ambasciatore si sarebbe prontamente scusata dicendo: «Sono davvero terribilmente dispiaciuto per la scena nella sala da ballo».

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Jellybabies

Appena saliti sul palco del Coliseum i Beatles furono accolti da una pioggia di gelatine gommose lanciate soprattutto dalle giovani fan all’indirizzo dei George Harrison, che si diceva ne fosse ghiotto. L’affaire “jellybabies”, gelatine dolci e morbide di varie forme e colorazioni, venne affrontato in conferenza stampa prima dell’esibizione a Washington. A un giornalista che chiedeva se fosse vero che i Beatles andassero pazzi per quei piccoli ammassi zuccherosi Ringo Star rispose: «Ci piacevano, poi ce ne sono arrivate circa 18 tonnellate. Quindi, sai, con loro cadono i denti». A domanda del giornalista che chiedeva se quelle caramelle facessero male quando li colpivano, George Harrison rispondeva: «Lo fanno, sì, ti fanno anche incollare al pavimento».

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In posa sulla neve

«Non mi piace la neve» dichiarò George Harrison ai microfoni dei giornalisti che lo interrogavano su cosa gli piacesse o meno dell’America. Ciononostante i “Fab Four” trovarono il tempo per farsi immortalare mentre giocavano con la neve all’esterno del Washington Coliseum. Furono ore particolarmente gelide quelle trascorse dalla band a Washington: la mattina dell’11 febbraio si registrò una temperatura minima di circa -4 gradi centigradi e per tutto il giorno la colonnina di mercurio si tenne stabilmente sotto lo zero. Al contrario di Harrison, McCartney sembrava gradire: «Adoro la neve».

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Due concerti di 25 minuti

Il 12 febbraio la band a New York alla Carnegie Hall, una delle sale da concerto più prestigiose al mondo. A fronte di circa 50mila richieste, poterono assistere ai due concerti della durata di 25 minuti ciascuno, circa seimila spettatori. Nelle ore che precedettero le esibizioni, la band chiacchierò amabilmente con il reporter americano Ed Rudy. McCartney parlò del modo migliore per gestire le fan impazzite e di come la band impiegava il poco tempo libero nel corso della tournée: «Puoi vederla come una cosa che sta accadendo e prenderla con calma oppure puoi innervosirti e poi ti preoccupi. Noi cerchiamo di mantenere la calma […] Siamo stati in uno o due club […] Non siamo usciti con ragazze, ma abbiamo incontrato una o due ragazze nei club». A proposito della Beatlemania negli USA, Lennon precisò che era molto diversa dalle reazioni scomposte degli adolescenti britannici, solo che «qui si sono scatenati più velocemente, sai […] Ma suppongo che la pubblicità abbia aiutato molto qui».

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Una carriera folgorante

I media più conservatori criticarono la brevità delle esibizioni alla Carnegie hall, oltre alla stessa musica che venne definita troppo “semplice” o “leggera”. Ma i Beatles non scesero mai troppo nelle polemiche con la stampa, anzi mantennero un atteggiamento giovale e scherzoso e il pubblico sembrò gradire, fino a imitarli nelle loro pose e atteggiamenti più tipici, come nell’immagine. Secondo altri osservatori quella per i Beatles era una “mania” destinata ad accrescersi e rimanere nel tempo.  Ma John Lennon auspicava cautela: «Non pensiamo che dureremo per sempre. Ci divertiremo e basta finché dureremo, lo sai […] Ovviamente la situazione si stabilizzerà. La gente dice “Morirai il mese prossimo”. Potresti non essere così popolare [risatina] ma sai, a partire da questo picco puoi andare avanti all’infinito, penso».

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In vacanza a Miami

A partire dal loro arrivo, il 13 febbraio, la mania dei Beatles contagiò Miami. Nell’immagine John Lennon, George Harrison e Paul McCartney sono immortalati in un momento di relax sul ponte di una barca durante la loro permanenza a Miami Beach in Florida. Soggiornarono all’hotel Deauville che li accolse offrendogli una vista panoramica sull’oceano Atlantico, ma anche bagni in piscina, gite in barca e battute di pesca.

Foto: Cordon Press

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Nell'oceano

Altri momenti di svago della band nelle acque di Miami Beach, poco lontano dalla struttura alberghiera che li ospitava. Nell’atrio dell’hotel Deauville si tenne la conferenza stampa al loro arrivo, mentre la Napoleon room ospitò il concerto del 16 febbraio. L’esibizione dei Beatles venne trasmessa all’interno dell’Ed Sullivan Show (la seconda apparizione televisiva), vista da circa 70 milioni di americani.

Foto: Cordon Press

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Sul ring

Il 18 febbraio il gruppo si ritrovò su di un ring di boxe dinanzi a Cassius Clay (che avrebbe poi cambiato il suo nome in Muhammad Ali), che si allenava per il match per il titolo dei pesi massimi contro Sonny Liston. Ringo Star avrebbe poi dichiarato: «È più grande di tutti noi messi insieme». Il campione si rivolse ai musicisti: «Scendete, piccoli vermi!». Poi il campione lesse dei versi: «Quando Sonny Liston prenderà i giornali e vedrà che i Beatles sono venuti a trovarmi, si arrabbierà e lo metterò KO in tre [round]».

Foto: Cordon Press

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Amiamo l'Inghilterra

«Bentornati ragazzi […] devo dire che siete rimasti sorpresi mentre scendevate i gradini dell’aereo» esordì David Coleman nell’intervista per la BBC-TV’s Grandstand registrata subito dopo l’arrivo dei Beatles all’aeroporto londinese di Heathrow il 22 febbraio 1964, accolti da una marea umana. «Ci piacerebbe tornare indietro. Però non resteremmo lì. Amiamo l’Inghilterra» dichiarò Ringo Star a Pathé News. Una delle domande successive creò un siparietto: «Che mi dici dello stile dei Beatles, tutte queste parrucche, abiti e cose del genere?». Harrison rispose: «Sì, stanno vendendo bene». Gli fece eco uno scherzoso Ringo Star: «15 milioni al giorno!».

Foto: Photo Z/ album

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Un'accoglienza massiccia

In ogni posto in cui i Beatles si esibivano o transitavano il delirio e la ressa dei fan era una costante, come in questa immagine relativa al loro ritorno all’aeroporto londinese di Heatrow il 22 febbraio 1964. Il mantenimento dell’ordine pubblico costrinse le forze dell’ordine a un lavoro immane per tutta la durata del viaggio e la stessa band fu costantemente scortata in ogni suo spostamento. Un aspetto dell’organizzazione dei concerti che dovette apparire inaccettabile ai “Fab Four” fu la separazione imposta nelle platee tra spettatori dalla pelle bianca e nera. Infatti, in vista del concerto del settembre del 1964 a Jacksonville in Florida, e per ogni altra esibizione, i Beatles pretesero che quella oscena divisione fosse definitivamente abolita.

Foto: Cordon Press

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Di nuovo "in sella"

In questa immagine i “Fab Four” vengono immortalati in un ranch del Montana nel corso della seconda tournée americana, dal 3 al 20 settembre del 1964. Sull’onda del successo del viaggio di febbraio, i Beatles toccarono i principali stati e città nel nord degli Stati Uniti (Indianapolis, Milwaukee, Chicago, Detroit, Jacksonville, Boston, Kansas City, Cleveland, Dallas e New York) e del Canada (Toronto, Montréal).

Foto: Cordon Press

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Dalle sale concerti al grande schermo

Ad accrescere la portata della Beatlemania arrivò nell’estate che precedette la seconda tournée americana l’uscita del film A Hard Day’s Night (titolo italiano: Tutti per uno), una sorta di documentario su una tipica dura giornata dei Beatles (nell’immagine una scena del film). La band parte in treno da Liverpool per raggiungere Londra dov’è attesa dalla registrazione di uno show televisivo. Lungo il tragitto i musicisti si trovano a far fronte agli assalti dei fan, in un crescendo tra disavventure ed equivoci. La pellicola diretta da Richard Lester venne apprezzata per il suo dinamismo, la sua agilità, l’allegria e la gioia di vivere che riusciva a trasmettere, divenendo un’icona cinematografica degli anni ’60. Piacque soprattutto negli Stati Uniti dove a fronte di un budget stimato di 560mila dollari incassò oltre 12 milioni. Il nuovo LP che uscì nel luglio del 1964 porta lo stesso titolo del film perché i primi sette brani furono composti per formarne la colonna sonora.

Foto: The Granger Collection / Cordon Press

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Dagli USA alla leggenda

Il secondo viaggio dei Beatles negli Stati Uniti d’America, terminato il 21 settembre del 1964 con il rientro in patria, è ricordato per i numerosi concerti andati sold-out e per l’enorme seguito di fan che furono pervasi da un’ondata d’isteria collettiva. Alcuni psicologi arrivarono persino a chiedere l’interruzione della tournée. Da questo momento in poi, chiunque aveva in mente di organizzare un concerto, un’esibizione o una semplice comparsa della band britannica doveva fare i conti con seri problemi di ordine pubblico. In Canada Ringo Star venne fatto oggetto di minacce di morte da parte di alcuni estremisti di destra che gli attribuivano, a torto, origini ebraiche. Essere al centro delle passioni più diverse fu lo scotto da pagare per una popolarità che ormai aveva raggiunto vette ineguagliabili nella storia della musica e che li consegnò alla leggenda.

Foto: Cordon Press

1964. Scoppia la Beatlemania negli USA

Fonte delle citazioni: www.beatlesinterviews.org

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