Roma

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Cortei dionisiaci e le avventure di Paride

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Cortei dionisiaci e le avventure di Paride

In alto, sulla destra della composizione, ammiriamo il corteo di Dioniso, aperto da due satiri con delle torce e seguiti da un gruppo di centauri. Tutti indossano pelli di leopardo, un animale associato al dio.

La parte inferiore inizia a sinistra con il giudizio di Paride in merito alla bellezza delle dee Atena, Era e Afrodite. La scelta del principe troiano ricadrà su Afrodite. Questa decisione, insieme alla fuga di Elena e Paride ritratta a destra sarà il preludio della guerra di Troia.

Foto: Asf / Album

Una sfida per la mano di Ippodamia

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Una sfida per la mano di Ippodamia

In questo pannello, sulla sinistra vediamo il re di Olimpia Edomao seduto sul trono e circondato da alcuni personaggi, tra cui il suo auriga Mirtilo, vestito di bianco. Questi lo tradirà aiutando Pelope, il pretendente della principessa Ippodamia, a vincere la gara.

Nella scena sulla destra è invece rappresentata Ippodamia mentre abbraccia l’amato Pelope, che indossa un copricapo frigio ed è appena sceso dalla quadriga con cui ha sconfitto il re Enomao, vincendo così la mano della principessa. 

 

Foto: Asf / Album

Attori, pugili e trombe

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Attori, pugili e trombe

Nella parte più a destra di questo mosaico compaiono quattro attori, due dei quali interpretano personaggi femminili, intenti a mettere in scena un’opera teatrale. 

Sotto compaiono dei pugili e un suonatore di tromba incorniciati da alcune colonne.

 

 

Foto: Asf / Album

Quasi trecento metri quadrati

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Quasi trecento metri quadrati

La sala tricora è l’ambiente della villa romana di Noheda con la maggior presenza di mosaici. Si estende su una superficie di ben 290,64 metri quadri alla quale si accedeva tramite uno spazio porticato e aveva probabilmente la funzione di triclinio – la sala da pranzo in cui il facoltoso proprietario organizzava sontuosi banchetti. 

Le tre esedre, o absidi, conservano una decorazione musiva geometrica e floreale, mentre il resto della stanza (231 metri quadri) è caratterizzato da splendidi mosaici figurativi quasi tutti a tema mitologico. 

In alto, il triclinio tricoro della villa romana di Noheda. Nell'immagine si possono distinguere i pannelli in cui è suddiviso.

Foto: Asf / Album

Peristilio ovale

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Peristilio ovale

Piccoli cupidi pescano nei mosaici di due modesti cubicula che danno sul peristilio ovale 

 

Foto: Scala, Firenze

Cubiculum

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Cubiculum

In un altro cubiculum, alcuni giovani competono in una peculiare corsa dei carri trainati da uccelli 

Foto: Scala, Firenze

Le stanze private

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Le stanze private

Una coppia di amanti, probabilmente Cupido e Psiche, si abbraccia nella parte centrale di questo mosaico delle stanze private a nord della villa

 

Foto: Scala, Firenze

Cubiculum

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Cubiculum

Un bambino lega un’anatra per il collo nel mosaico che decora uno dei cubicula

Foto: Scala, Firenze

L'entrata delle terme

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L'entrata delle terme

Quest'area della villa è sontuosamente decorata con un mosaico raffigurante un’accanita corsa di quadrighe

Foto: Scala, Firenze

Una stanza

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Una stanza

Scene di caccia adornano una delle stanze della villa. La caccia è un tema che si ripete anche in altre aree dell'edificio. In questo caso è rappresentata una battuta di caccia al cinghiale

Foto: Scala, Firenze

In bikini

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In bikini

Questa scena potrebbe perfettamente essere ambientata in una spiaggia dei nostri giorni, ma risale al IV secolo d.C. e raffigura alcune giovani che giocano a palla con una tenuta molto simile all’attuale bikini 

 

Foto: Scala, Firenze

Il triclinio

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Il triclinio

Teste di animali cinte da una corona di foglie di acanto, come nel caso di questo leone, decorano l’arcata che dà sul sontuoso triclinio con tre absidi della villa

 

Foto: Scala, Firenze

Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

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Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

Non è una santa qualsiasi. È la patrona di Svezia e delle vedove, e dal 1999 è anche una delle tre patrone d’Europa nominate, motu proprio, da Giovanni Paolo II. Brigida di Svezia era una cattolica fervente del XIV secolo, che oltre ad avere visioni premonitrici e a godere di apparizioni divine nel corso di tutta la sua vita, fondò un ordine religioso. Morì a Roma dopo essere stata in pellegrinaggio in Terra Santa. I suoi resti furono portati nella località svedese di Vadstena (nella foto) e lì vennero sepolti. Brigida fu canonizzata nel 1391 e, cinque anni dopo, fu nominata patrona di Svezia. Da allora i pellegrini si recano a venerare i suoi resti e quelli di sua figlia, santa Caterina: i crani sono conservati in due scrigni esposti nell’abbazia di Vadstena.

Nel 2010 il Dipartimento di genetica e patologia dell’Università di Uppsala ha compiuto una minuziosa analisi di antropologia forense e del DNA mitocondriale sulle reliquie di santa Brigida e della figlia, santa Caterina. Le conclusioni sono state deludenti, almeno per le autorità ecclesiastiche. Mentre è noto che la Brigida storica visse tra il 1303 e il 1373, le analisi del cranio della persona più anziana hanno rivelato che era appartenuto a una donna vissuta tra il 1215 e il 1270, ovvero un secolo prima della santa. E, come se non bastasse, i due teschi non avevano nessuna relazione familiare tra loro, pertanto le proprietarie non potevano essere madre e figlia. La verità scientifica ha pertanto contraddetto una tradizione religiosa vecchia di 600 anni. Che fare? Lasciare le cose come stanno: i due crani continuano a essere venerati esattamente come prima

 

Foto: Dea / Age Fotostock

Filippo II, il collezionista di reliquie

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Filippo II, il collezionista di reliquie

Fra José de Sigüenza, consigliere del re spagnolo Filippo II, definì «santa avarizia» l’ossessione del sovrano di accumulare resti di uomini e donne canonizzati. Dicono che arrivò a mettere insieme un tesoro di 7.422 reliquie nel monastero dell’Escorial. Tra esse si annoveravano 12 corpi interi, 144 teste e 306 ossa lunghe, anche se la maggioranza, circa quattromila, erano reliquie piccole. Padre Sigüenza riferiva: «Non abbiamo notizia di nessun santo del quale ci manchino reliquie, eccetto san Giuseppe, san Giovanni Evangelista e Giacomo il Maggiore». Filippo II fece costruire due altari speciali ai lati dell’altare maggiore della basilica dell’Escorial e diede incarico di fabbricare centinaia di reliquiari per custodire la sua collezione. Questa ossessione lo portò a collegare il buon esito di alcune sue decisioni all’acquisizione di determinate reliquie: quando decise di sposarsi con sua nipote, l’arciduchessa Anna, volle comprare la testa di sant’Anna in modo che «colei che porta il suo nome avesse più devozione per questa casa», come lo stesso monarca riferiva in una lettera al duca d’Alba. Per alleviare i costanti dolori, nella fase finale della sua vita volle con sé alcune reliquie, che baciava e cui chiedeva aiuto. Si faceva inumidire il letto con acqua santa e si passava un lignum crucis sulle zone più dolenti. Il re morì il 13 settembre 1598 circondato dalle sue reliquie preferite: un pelo della barba di Cristo, un capello della Vergine, il ginocchio di san Sebastiano, un braccio di san Vicenzo Ferrer e la costola del vescovo Albano.

L'altare di San Girolamo ritratto nella foto si trova nella navata sinistra della basilica del monastero dell’Escorial ed era stato destinato alle reliquie di santi e martiri di sesso maschile, secondo la distribuzione fatta da fra Juan de San Jerónimo, incaricato da Filippo II di gestire le reliquie. Nella navata destra del tempio si trova l’altare dell’Annunciazione, dove si conservano le reliquie delle sante e delle martiri

 

Foto: Oronoz / Album

Di chi è la mummia di San Marco?

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Di chi è la mummia di San Marco?

Se ci fidiamo delle cronache più antiche, il corpo dell’evangelista san Marco, morto e sepolto ad Alessandria d’Egitto tre secoli prima, fu consumato dalle fiamme durante le rivolte pagane avvenute nel IV secolo in quella città. Ma, allora, di chi è la mummia che si trova attualmente nella basilica di San Marco? La storia è impagabile. Si narra che due commercianti veneziani, Buono (o Tribunus) da Malamocco e Rustico da Torcello, arrivarono al porto di Alessandria nell’828 e andarono ad adorare i resti del santo, allora conservati in una chiesa che portava il suo nome. E lì videro una mummia. Il monaco Staurazio e il sacerdote della chiesa, Teodoro, entrambi custodi del tempio e della reliquia, gli dissero che si trattava di san Marco. Quindi annunciarono ai commercianti che la chiesa sarebbe stata distrutta per erigere al suo posto una moschea, come i musulmani stavano già facendo in altri luoghi della città. Buono e Rustico non esitarono a chiedere aiuto a Staurazio e Teodoro per riuscire a impadronirsi del corpo santo (o perlomeno ritenuto tale) e portarlo nella loro città natale, Venezia. Questa è proprio la scena ritratta nel mosaico della foto, che si trova nella Basilica di San Marco a Venezia. Il corpo fu sostituito con quello di santa Claudia, di modo che nessuno avrebbe sospettato il furto. Il doge di Venezia accolse le reliquie con grandi onorificenze. Di fatto, non si sa esattamente chi furono gli ingannati, visto che i copti credono che la testa del santo rimase nella chiesa di San Marco di Alessandria. A meno che – come sostengono alcuni – a Venezia non fosse giunto il corpo mummificato di Alessandro Magno...

Foto: Scala, Firenze

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