Italia

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La testa di Fastigiadu

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La testa di Fastigiadu

Gli occhi sono due cerchi concentrici perfetti.

Foto: Marco Ansaloni

Prexiau

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Prexiau

L’arciere mostra, ben conservati, i capelli raccolti in trecce e l’impugnatura  dello scudo. 

Foto: Marco Ansaloni

Scudo di guerriero

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Scudo di guerriero

È stato ricostruito a partire da 23 frammenti. La superficie era decorata con incisioni a scalpello.

Foto: Marco Ansaloni

the-altar-of-the-fatherland-760337 1920. Il Vittoriano o Altare della Patria

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Il Vittoriano o Altare della Patria

Il Vittoriano deve il suo nome al primo re d’Italia Vittorio Emanuele II, il "Padre della Patria”, protagonista del Risorgimento e fautore del processo di unificazione italiana. Il monumento fu inaugurato in Piazza Venezia a Roma il 4 giugno 1911 da Vittorio Emanuele III in occasione della celebrazione dei 50 anni dell’unità d’Italia.

Centro architettonico del Vittoriano è la statua equestre di Vittorio Emanuele II, l'unica rappresentazione non simbolica presente nel monumento, poiché raffigura re Vittorio Emanuele II di Savoia, personaggio storico realmente esistito. Sei gruppi scultorei invece rappresentano le allegorie dei valori civili del popolo italiano: forza, diritto, concordia, azione, pensiero, sacrificio. Mentre sono sedici le statue delle Regioni italiane di fine Ottocento e quattordici le statue delle città che furono capitali o Repubbliche marinare: Ferrara, Torino, Urbino, Amalfi, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Genova, Palermo, Pisa, Ravenna, Mantova e Milano. All’interno del complesso monumentale, opera dell’architetto Giuseppe Sacconi, il 4 novembre 1921, data in cui si celebravano i 3 anni dalla fine della prima guerra mondiale, fu collocata la salma del Milite Ignoto in memoria dei tanti militari caduti in guerra e di cui non si conosce il nome o il luogo di sepoltura. Il Vittoriano è sede di numerose celebrazioni che ne hanno evidenziato il suo ruolo di simbolo dell'identità nazionale: l’Anniversario della liberazione d'Italia, la Festa della Repubblica Italiana e la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre. Il tema centrale di tutto il monumento è rappresentato dalle due iscrizioni sui propilei: Patriae Unitati (all’unità della patria), Civium Libertati (alla libertà dei cittadini).

Foto: Pixabay

Lo stendardo della nostra Repubblica

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Lo stendardo della nostra Repubblica

Lo stendardo presidenziale costituisce, nel nostro ordinamento militare e cerimoniale, il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica ogni qual volta si allontani dal Palazzo del Quirinale. Lo stendardo pertanto è esposto su tutti i mezzi di trasporto a bordo dei quali sale il presidente, all'esterno delle prefetture quando il presidente è in visita presso una città e all'interno delle sale dove interviene in veste ufficiale. Dopo la proclamazione della Repubblica venne provvisoriamente adottata, quale insegna del Capo dello Stato, la bandiera nazionale. Soltanto nel 1965 fu predisposto un progetto per l'adozione di uno specifico vessillo destinato al Capo dello Stato. Diverse sono le versioni che si sono avvicendate negli scorsi anni. L’attuale stendardo presidenziale, si ispira alla bandiera della Repubblica Italiana del 1802-1805. La sua forma quadrata e la bordatura d'azzurro simboleggiano le Forze Armate, di cui il Presidente della Repubblica è Capo.

Foto: Quirinale

L'emblema della nostra Repubblica

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L'emblema della nostra Repubblica

Appena uscita dal referendum, l’Italia aveva necessità di un simbolo che sostituisse lo stemma del Regno d’Italia, Nell’ottobre del 1946, il governo De Gasperi decide di istituire una Commissione, presieduta da Ivanoe Bonomi e di bandire un concorso nazionale aperto a tutti che prevedeva: l’inserimento della Stella d’Italia (una stella bianca a cinque punte che da molti secoli rappresenta la terra italiana) e “ispirazione dal senso della terra e dei comuni”. Ai primi cinque classificati sarebbe andato un premio di 10.000 lire. Ad aggiudicarsi il concorso fu il professore e artista Paolo Paschetto. La sua proposta approdò all'Assemblea Costituente dove fu approvata e finalmente il 5 maggio del 1948 il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firmò il decreto legislativo n. 535, che consegnò all'Italia il suo simbolo. Come si legge sul sito del Quirinale: “L'emblema è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia. Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione e della fratellanza internazionale. Il ramo di quercia incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo. La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.

Foto: Quirinale

Fratelli d'Italia. L’inno di Mameli, il nostro inno nazionale

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L’inno di Mameli, il nostro inno nazionale

Dobbiamo alla città di Genova il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli. È infatti a Genova che per la prima volta fu cantato durante una festa popolare. Subito proibito dalla polizia, dopo i moti del 1848 fu suonato e cantato dalle bande musicali e dai soldati che partivano per la guerra di Lombardia. Scritto nell’autunno del 1847 dall’allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, in breve, divenne il canto più amato del Risorgimento italiano e degli anni successivi all’unificazione. È infatti cantato in occasione delle Cinque giornate di Milano, per la promulgazione dello Statuto Albertino e per celebrare la nascita della Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini. Ciononostante dopo l'unità d'Italia come inno del Regno d'Italia fu scelta la Marcia Reale che era il brano ufficiale di Casa Savoia poiché il Canto degli Italiani, di chiara connotazione repubblicana, era considerato poco conservatore rispetto alla situazione politica dell'epoca ancora fortemente di stampo monarchico. Bisognerà aspettare la fine della seconda guerra mondiale per vedere ufficializzato l’inno di Mameli come inno d’Italia. Il Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, presieduto da Alcide De Gasperi, acconsentì infatti all'uso dell'inno di Mameli come inno nazionale della Repubblica Italiana. Questo il testo del comunicato stampa che annunciava il provvedimento: “[…] Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli”.

Foto: Wikicommons

La cupola di Michelangelo

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La cupola di Michelangelo

Quando fu nominato architetto pontificio nel 1546, Michelangelo riprese il modello di pianta centrale proposto da Bramante, ma ne aumentò la luminosità per mezzo di una cupola maggiore che doveva poggiare su un tamburo ancora più elevato. Nel disegno di questa nuova cupola è evidente l’influenza di Brunelleschi. Buonarroti scrisse a Firenze nel 1547 richiedendo dettagli tecnici sulla cupola di Santa Maria del Fiore, il cui disegno a doppia calotta era a sua volta ispirato al Pantheon di Roma. Puntava in questo modo ad aumentare la luce naturale, dando al visitatore l’idea di una superficie interna di grande leggerezza, sostenuta dalla più pesante struttura esterna. La parte interna, costruita lavorando da dentro, è perfettamente emisferica, mentre quella esterna ha una più robusta forma ovoidale. Michelangelo non arrivò a vedere terminata la cupola. Il progetto fu ereditato da Giacomo della Porta, il quale si incaricò di adattare il progetto e di dirigere i lavori, che si conclusero nel 1590.

Foto: Akg / Album

La struttura della basilica

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La struttura della basilica

La forma definitiva della basilica fu stabilita dall’architetto Carlo Maderno nel 1607. Il suo obiettivo era dare coerenza a una chiesa che, dopo oltre un secolo di lavori, non era ancora stata completata e in cui nuove sezioni erano andate sovrapponendosi ad altre più vecchie di un migliaio di anni. Maderno, nipote di Domenico Fontana, ampliò le tre navate di accesso alla basilica per conferirle una struttura definitiva a croce latina. Questo prolungamento crea un interessante effetto spaziale, perché entrando nel tempio il visitatore non può evitare di rivolgere lo sguardo verso la cupola mentre avanza in linea retta. Heinrich Wölfflin, storico dell’arte a cavallo tra il XIX e il XX secolo, definiva questo effetto «spazio diretto all’infinito». D’altro canto va tenuto conto che San Pietro è una chiesa monumentale unica nel suo genere, concepita per il pellegrinaggio e gli eventi di massa e non per le cerimonie di culto convenzionali. Il progetto di Maderno comprendeva l’attuale facciata della basilica, terminata nel 1615. La sua proposta era nettamente diversa dalle precedenti e fu subito criticata per lo stile sovraccarico e per il fatto che l’attico impediva la vista di una parte della cupola maggiore. Secondo lo specialista James Lees-Milne, «anche il critico più imparziale è concorde sul fatto che [la facciata] è stata un errore e alcuni arrivano a ritenerla un disastro». Maderno progettò anche i due bracci laterali che dovevano concludersi con i campanili, ma questi non furono mai costruiti. 

Illustrazioni: Francesco Corni / Colore: Santi Pérez

Un prodigio del barocco

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Un prodigio del barocco

La decorazione interna di San Pietro fu iniziata nel XVII secolo inoltrato e riflette lo stile barocco del periodo. Il suo principale artefice fu lo scultore Gian Lorenzo Bernini, che poteva contare sul patrocinio di papa Urbano VIII. Il primo grande contributo di Bernini fu il baldacchino situato sopra l’altare maggiore, eretto tra il 1624 e il 1633. L’altezza di 28,5 metri, le quattro colonne tortili e le decorazioni generano un effetto di tensione che riempie di forza lo spazio centrale della basilica. La proposta del baldacchino ispirò la ristrutturazione e la decorazione dei pilastri centrali e delle colonne della navata centrale, marcando lo stile che finirà per estendersi a tutto l’edificio. Ogni angolo dello spazio interno è decorato con effigi di santi e pontefici, spesso incorniciate da motivi vegetali. Nei pilastri della navata centrale si trovano medaglioni con i ritratti dei primi papi sorretti da angeli. Bernini si incaricò personalmente di scolpire la statua di san Longino, posta nella crociera centrale e dedicata al legionario romano che trafisse con la propria lancia il costato di Gesù. 

 

Foto: ImageBROKER / Age Fotostock

Una piazza aperta al mondo

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Una piazza aperta al mondo

Nel 1655 papa Alessandro VII commissionò a Bernini il progetto dei due colonnati che racchiudono piazza San Pietro delimitando lo spazio antistante alla basilica. Bernini disegnò due grandi ordini di sobrie colonne doriche, che formano un’ellisse con l’obelisco al centro. Dalla fine di questi colonnati partono due bracci retti che formano un trapezio con la facciata della basilica, creando un secondo spazio di accoglienza. Questo disegno crea un effetto ottico che sembra avvicinare la facciata della basilica alla piazza, correggendo in parte l’orizzontalità del disegno di Maderno. Bernini propose un terzo colonnato che avrebbe incorniciato l’accesso alla basilica dal ponte di Sant’Angelo, ma avrebbe implicato la demolizione di parte delle case del quartiere di fronte al Vaticano, il Borgo. Né il suo progetto né altri proposti successivamente arrivarono a concretizzarsi. Alla fine fu il dittatore Mussolini che nel 1937 aprì via della Conciliazione, terminata nel 1950. San Pietro da allora ha continuato a evolversi, anche grazie al modo in cui è stata rappresentata dai grandi mezzi di comunicazione, dal cinema e dalla televisione. La basilica è ancora un simbolo vivente, capace di adeguarsi allo spirito dei tempi. 

Foto: Maurizio Rellini / Fototeca 9X12

La nuova basilica

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La nuova basilica

Il processo di costruzione della nuova basilica di San Pietro si protrasse per così tanti decenni che divennero secoli. Le discussioni attorno alla nuova opera iniziarono già in fase di progettazione. Durante il papato di Paolo II (1464-1471) l’architetto pontificio Giuliano da Sangallo presentò una proposta in stile rinascimentale, che non lasciava dubbi sull’impossibilità di tornare al modello della basilica medievale. Nel 1506 papa Giulio II decise di avviare i lavori seguendo l’innovativo disegno di Donato Bramante. Negli anni successivi, fino all’ultimo intervento di Carlo Maderno nel 1607, ci fu un susseguirsi di nuovi progetti. Nel frattempo i lavori andavano avanti: nel 1615 fu costruita la facciata, mentre la piazza fu conclusa solo nel 1667. Per l’apertura di via della Conciliazione, che permetteva di raggiungere la basilica dal Tevere, si sarebbe dovuto aspettare invece il XX secolo.

Foto: Josse / Scala, Firenze

Il processo di costruzione della basilica di San Pietro

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Il processo di costruzione della basilica di San Pietro

Contemplando l'attuale basilica è facile cadere nell’errore di pensare che la precedente chiesa di San Pietro fosse stata demolita tutta in una volta per fare spazio a un nuovo edificio rinascimentale, unico e coerente. In realtà la fabbrica di San Pietro rimase in funzione per tutto il XVI secolo e fino al XVII secolo inoltrato. La prima cosa che fece Donato Bramante quando assunse la direzione dei lavori fu demolire la crociera della chiesa costantiniana, che aveva quasi 12 secoli. Questa e altre operazioni gli valsero il soprannome di “maestro ruinante”. Bramante ebbe unicamente il tempo di erigere i quattro pilastri centrali della nuova basilica.

Raffaello Sanzio, che prese il suo posto alla direzione dei lavori, si concentrò sul proseguimento della volta. Alla sua morte – nel 1520, ad appena 37 anni – i lavori presentavano ancora vari problemi costruttivi e di fondazione. Si riteneva inoltre che ci fosse una grande disomogeneità tra le parti costruite fino a quel momento, che Baldassarre Peruzzi fu incaricato di unificare in un nuovo progetto. Nel 1527 ci fu il sacco di Roma: le truppe dell’imperatore Carlo V d’Asburgo distrussero centinaia di chiese, palazzi e case nella capitale cattolica, provocando l’abbandono dei lavori per quasi dieci anni. Nel 1537 Antonio da Sangallo il Giovane subentrò alla direzione, al finanziamento e al coordinamento della fabbrica di San Pietro – il gruppo di operai e artigiani incaricati dei lavori. Nel corso dei successivi vent’anni, seguirono i progressi della cupola della basilica, disegnata da Michelangelo e realizzata, dopo la morte di questi, da Giacomo dalla Porta, fino alla sua conclusione nel 1590. Pochi anni prima, nel 1586, Domenico Fontana aveva diretto il trasferimento di un obelisco egizio dalla sua precedente collocazione, nel circo di Caligola e Nerone, alla spianata di fronte alla basilica. Per ultimo, nel 1606 fu demolita l’ultima struttura della chiesa medievale, l’atrio, tra grandi cerimonie dedicate alla “fine” dei resti della prima grande chiesa cristiana.

Foto: Scala, Firenze

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