Egitto

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Stanze laterali della camera funeraria

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Stanze laterali della camera funeraria

Nella parte superiore della camera sepolcrale si trovano due piccole stanze laterali. Quella di sinistra è decorata con la quarta ora del Libro delle porte, mentre quella di destra (in alto) con scene del Libro della vacca celeste, che illustrano la creazione della volta celeste da parte della dea Nut, sostenuta da altre divinità. 

Anche al livello inferiore ci sono due stanze laterali. La più grande, sulla sinistra, ha due pilastri sui quali sono raffigurate delle immagini singole, come Osiride Seti I e Osiride tra gli imiut (dei simboli funerari costituiti da una pelle di animale). Le pareti sono decorate con la sesta, la settima e l’ottava ora dell’Amduat. La stanza di destra, di dimensioni minori, è collegata a Osiride.

Nell’angolo sinistro della parete di fondo c’è una porta che dà su una grande stanza sostenuta da quattro pilastri non decorati. Qui Belzoni trovò la mummia di un toro e numerosi ushabti, le statuine in legno e maiolica che, secondo la credenza egizia, lavoravano al posto del defunto nell’oltretomba.

Foto: Araldo De Luca

Soffitto astronomico

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Soffitto astronomico

La zona della camera funeraria in cui era situato il sarcofago del faraone è coperta da una volta che simboleggia il firmamento. La decorazione su sfondo blu è costituita da liste di pianeti, decani (serie di stelle utilizzate per conteggiare le ore notturne) e costellazioni meridionali e settentrionali.

 

Foto: Araldo De Luca

Il sarcofago di Seti I

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Il sarcofago di Seti I

Il sarcofago di calcite traslucida ritrovato da Giovanni Battista Belzoni fu portato in Inghilterra nel 1821 a bordo dell’HMS Diana. Henry Salt voleva venderlo al British Museum, ma le 2.000 sterline da lui richieste furono considerate eccessive. Nel 1824 fu acquistato da sir John Soane, che ne fece il pezzo più prezioso della sua collezione. Il sarcofago è decorato con scene del Libro delle porte. Sulla base compaiono un’immagine della dea del cielo Nut e i capitoli 72 e 89 del Libro dei morti.

Foto: Scala, Firenze

Gli affreschi della camera sepolcrale

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Gli affreschi della camera sepolcrale

Le pareti della stanza sono decorate con la prima, la seconda e la terza ora dell’Amduat; le scene della prima ora sono dominate da una raffigurazione della dea Iside alata. In questo livello inferiore si trova anche la cosiddetta “nicchia di Osiride”, che rappresenta Osiride Khentimentiu sottoposto al rituale dell’apertura della bocca da parte di Anubi, dio della mummificazione.

Foto: Araldo De Luca

Dentro la camera funeraria

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Dentro la camera funeraria

A partire dalla tomba di Amenofi II, che aveva governato l’Egitto più di un secolo prima, tutte le camere funerarie della Valle dei Re sono disposte su due livelli. Nel caso dell’ipogeo di Seti, al livello superiore della sala ci sono sei pilastri, su cui è rappresentato il faraone accanto a qualche divinità (Geb, Ptah-Sokar, Anubi, Thot, Osiride, Shu, Ra-Horakhty) o ad altre figure (come Iunmutef o le anime di Buto e Nekhen), oppure con un amuleto. Sulle pareti si trovano scene della seconda, della terza e della quarta ora del Libro delle porte

Nella parte inferiore della camera sepolcrale erano probabilmente situate le cappelle e le bare del faraone. È qui che Belzoni rinvenne il sarcofago di calcite. Il soffitto astronomico della camera raggiunge i sei metri di altezza e costituisce una novità architettonica nella Valle dei Re, per la sua forma a cupola che simboleggia la volta celeste. Al centro della stanza c’è una scala che conduce all’inizio di un lungo tunnel.

Illustrazione: White Star

L'anticamera

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L'anticamera

Precede la camera funeraria ed è decorata con eleganti bassorilievi del faraone in compagnia di varie divinità. In questa foto Seti I è con Iside e Anubi.

Nella parte superiore dell'immagine possiamo ammirare la volta stellata della sala, parzialmente rovinata. 

Foto: Araldo De Luca

I corridoi che portano all'anticamera

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I corridoi che portano all'anticamera

La scala che parte dal lato sinistro della Sala dei quattro pilastri conduce a un nuovo corridoio, sui cui muri è raffigurato Seti I davanti a una tavola di offerte. 

Sulla parete sinistra si trovano una successione di testi e immagini legati al rituale dell’apertura della bocca, una cerimonia in cui si pronunciavano una serie di formule che permettevano al defunto di recuperare le facoltà di un essere vivente; la raffigurazione di questo rito è una novità che caratterizza l’ipogeo di Seti I e non è presente nelle altre tombe della Valle dei Re. Sulla parete destra compaiono scene della Litania dell’Occhio di Horus, un altro testo funebre dell’epoca, insieme a una lista di offerte.

Il corridoio successivo inizia con una serie di scalini su cui sono raffigurati dei serpenti alati protettori. Come nel caso della zona precedente, le pareti sono decorate con scene della cerimonia dell’apertura della bocca e della Litania dell’Occhio di Horus

Segue l’anticamera, dove spiccano il soffitto stellato e le pareti con la raffigurazione del re davanti a varie divinità, sormontata da un fregio kheker. La policromia di questa sala fu gravemente danneggiata da Belzoni, che ne copiò i rilievi tramite degli stampi in cera che rovinarono i colori originali.

Illustrazione: White Star

Pitture incompiute

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Pitture incompiute

Le decorazioni della sala dei due pilastri sono realizzate in inchiostro nero su intonaco bianco, senza policromie né rilievi. La stanza fu battezzata da Belzoni «sala dei disegni». Vi sono raffigurate la nona, la decima e l’undicesima ora dell’Amduat, mentre su ognuno dei due pilastri è ritratto il faraone in compagnia di una divinità. In questo caso, la dea dell’ordine e della giustizia Maat, che offre a Seti I un ankh, simbolo della rinascita. 

Foto: Araldo De Luca

Il sepolcro di Osiride

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Il sepolcro di Osiride

Sul fondo della Sala dei quattro pilastri troviamo il «sepolcro di Osiride» in cui il faraone, accompagnato da Horus, viene ricevuto da Osiride e dalla dea dell’Ovest. Questa pittura segna un cambiamento nella simbologia presente nella tomba: se nei corridoi iniziali i temi sono di natura solare, a partire da qui assumono invece delle connotazioni ctonie (legate cioè all’oltretomba) e osiriache (connesse al rito funebre e al giudizio delle anime). Dal punto di vista architettonico, la suddivisione si riflette nello sdoppiamento dell’asse della tomba.

Foto: Araldo De Luca

La sala dei quattro pilastri

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La sala dei quattro pilastri

Sulle pareti della Sala dei quattro pilastri si trovano varie scene del Libro delle porte, un testo funerario raffigurato per la prima volta nella camera sepolcrale della tomba di Horemheb, l’ultimo sovrano della XVIII dinastia. Questo scritto narra del viaggio del defunto attraverso l’oltretomba e ogni ora della notte è associata a una porta presieduta da una divinità. La quinta e la sesta ora sono raffigurate rispettivamente sulla parete sinistra e destra della stanza. Su ogni lato dei quattro pilastri appare Seti I in compagnia di un dio; per esempio, sul primo pilastro è accanto a Harsiesi (la rappresentazione di Horus in quanto figlio di Iside) e a Ptah. Il soffitto presenta una decorazione a stelle. 

Sul fondo si trova la scena del «sepolcro di Osiride», mentre una porta sulla destra conduce alla sala dei due pilastri, con decorazioni incompiute.

Illustrazione: White Star

La rinascita di Ra

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La rinascita di Ra

Alcune composizioni religiose dell’ipogeo sono incentrate sul viaggio nell’oltretomba del dio solare Ra e dei suoi accompagnatori. Lungo il cammino la divinità affronta ogni notte nuovi ostacoli. Nell’Amduat il percorso notturno del sole è suddiviso in dodici ore. Qui sopra vediamo le scene corrispondenti alla quarta ora (terzo corridoio), quando l’astro è trascinato nella sabbia dai «percorsi misteriosi di Rostau» fino alla «caverna di Sokar». Alla settima ora viene sconfitto il serpente malvagio Apopi, e alla dodicesima il sole notturno si dirige verso est, dove risorge sotto forma di coleottero (Khepri), completando così il ciclo di rigenerazione e nascita. 

 

Foto: Araldo De Luca

La pianta della tomba

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L'ingresso e i primi corridoi

La tomba KV17 è formata da una serie di cunicoli e camere che scendono fino alla sala del sarcofago. Tutti questi spazi rappresentano l’attraversamento dell’oltretomba che il defunto compie in compagnia del Sole (il dio Ra) dopo il tramonto, durante le dodici ore della notte, come descritto nell’Amduat o Libro della camera nascosta. Nel corso del viaggio Ra (o il faraone defunto) affronta vari pericoli, che supera grazie ai testi magici inscritti sulle pareti. Le decorazioni rievocano le tappe di questa traversata notturna.

Al termine del primo tratto di scale si susseguono tre corridoi che conducono alla cosiddetta sala del pozzo. Nel primo corridoio è raffigurato il sovrano che saluta il dio Ra-Horakhty (una divinità nata dalla fusione di Ra e Horus) e sono riportati i testi delle Litanie di Ra, una raccolta di invocazioni e preghiere rivolte al dio solare. Sul soffitto compaiono degli avvoltoi con le ali spiegate – che rappresentano la dea Nekhbet – su uno sfondo stellato. 

Il secondo corridoio è decorato con immagini delle Litanie che illustrano le 75 forme di Ra. Più avanti è raffigurata la terza ora dell’Amduat. In fondo al corridoio appaiono il dio dalla testa di cane Anubi e le dee Iside, sulla parete sinistra, e Nefti, su quella destra. Nel terzo corridoio si trovano la quarta e la quinta ora di Amduat, rispettivamente sulla destra e sulla sinistra. Nella sala del pozzo il sovrano viene ricevuto da diverse divinità.

Illustrazione: white star

Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

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Hathor, Micerino e il nomo di Cinopoli

Sulla destra del faraone, la dea Hathor, mentre sulla sinistra,
la divinità del nomo, o provincia, di Cinopoli. Le mani delle dee sono visibili sulle braccia del re. Altezza: 96 centimetri. Museo egizio, Il Cairo. 

 

Foto: Dea / Album

Hator, Micerino e il nomo di Tebe

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Hator, Micerino e il nomo di Tebe

Micerino, al centro, ha in mano dei rotoli. Alla sua destra, Hathor, e a sinistra, con dimensioni estremamente ridotte, la personificazione del nomo di Tebe. Altezza: 92 centimetri. Museo egizio, Il Cairo.

 

Foto: José Lucas / Age Fotostock

La triade di Hator

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La triade di Hator

La dea Hathor, sul trono, sostiene per la vita Micerino, che regge nella mano destra una mazza. Accanto alla dea, la rappresentazione del nomo della Lepre, di dimensioni minori. Altezza: 84,5 centimetri. Museum of Fine Arts, Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

La grande sposa reale

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La grande sposa reale

Si ritiene che la donna rappresentata insieme al faraone Micerino in questo gruppo scultoreo sia la sua Grande sposa reale, la regina Khamerernebti II, anche se per alcuni ricercatori potrebbe trattarsi della madre. Questa diade presenta delle similitudini formali con le triadi ritrovate da Reisner nello stesso luogo. Qui il faraone indossa un nemes, copricapo regale, e il suo gonnellino è liscio e non pieghettato.
La donna, della sua stessa statura (un segno della sua importanza), sostiene il sovrano, imitando la postura della dea Hathor in quello che sembra un gesto di protezione o forse di legittimazione del monarca per linea materna. La statua, incompiuta, misura 139,5 cm di altezza ed è conservata al Museum of Fine Arts di Boston.

 

Foto: Bridgeman / Aci

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30 ottobre 1207 a.C.

Un recente studio dell'Università di Cambridge sostiene che un'eclissi di Sole avvenuta il 30 ottobre 1207 a.C., durante il regno del figlio di Ramsete II, Merneptah, rimetterebbe in discussione tutta la cronologia egizia. I ricercatori si sono serviti di riferimenti biblici ed iscrizioni per risalire alla data esatta. L'evento infatti è citato nella Bibbia: «Allora Giosuè parlò a Jahvè, il giorno che Jahvè diede gli Amorei in mano ai figli d’Israele, e disse in presenza d’Israele: "Sole, fermati su Ghibaon, e tu, Luna, sulla valle d’Ayalon!" Perciò il Sole si fermò e la Luna rimase al suo posto, finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici. [...] E il Sole si fermò in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero».

Nell'immagine, la piramide di Chefren, a Giza. 

Foto: Fototeca 9x12

1954: la barca di Cheope

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1954: la barca di Cheope

Mentre rimuoveva i detriti che ricoprivano ancora la parte inferiore del lato sud della Grande Piramide, nel 1954, l’archeologo Kamal el-Malakh si rese conto che il muro di cinta della tomba passava sopra due serie di grandi lastre monolitiche. Si trattava di due fosse separate da alcuni metri di distanza; aprì la più orientale, che conteneva al suo interno una barca di legno scomposta in 1.224 pezzi e in perfetto stato di conservazione. Ricostruita da Hag Ahmed Youssef, restauratore del Museo egizio del Cairo, questa barca è attualmente esposta in un edificio appositamente costruito sopra la fossa dove fu ritrovata. C’era una barca smontata anche nella seconda fossa, che però restò chiusa fino al 2016, quando iniziarono i lavori per estrarre l’imbarcazione.  

 

 

2007 - 2010: Genealogia faraonica

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2007 - 2010: Genealogia faraonica

Tra il 2008 e il 2009 si è deciso di realizzare uno studio del DNA su alcune delle mummie reali conservate nel Museo egizio del Cairo, per cercare di chiarire le relazioni familiari tra alcuni faraoni della XVIII dinastia. A quest’ultima appartiene Tutankhamon, l’unico faraone che si sia riusciti a identificare con certezza. Anche le mummie o i sarcofagi degli altri faraoni erano marcati con dei nomi. Ciononostante, gli studi osteologici hanno dimostrato che i sacerdoti incaricati di deporre i corpi nei nascondigli reali sbagliavano spesso al momento di contrassegnarli. Le analisi del DNA effettuate negli ultimi anni hanno però regalato molte sorprese. Per esempio, adesso sappiamo che la mummia ritrovata nella tomba KV55 è quella di Akhenaton, il faraone eretico, e che quest’ultimo è sicuramente il padre di Tutankhamon.  

Nel 2007 l’allora segretario del Consiglio supremo dei reperti archeologici d’Egitto, Zahi Hawass, ha annunciato al mondo che la mummia della donna corpulenta rinvenuta nel 1903 in una piccola tomba della Valle dei Re era quella della regina Hatshepsut. Inizialmente, uno scanner ha permesso di scoprire che alla donna mancava un dente. In seguito, un odontoiatra forense ha confermato che il dente è quello conservato nello scrigno contenente le viscere di Hatshepsut, ritrovato nel 1881 a Deir el-Bahari. Si è così potuto identificare la famosa sovrana.

Nel 1898 l’egittologo francese Victor Loret scoprì nella Valle dei Re la tomba di Amenofi II, figlio di Thutmose III e nonno di Amenofi III. All’interno, oltre alla mummia del sovrano, furono ritrovate e identificate altre mummie reali. In una camera più piccola c’erano anche tre mummie non contrassegnate, depositate semplicemente al suolo: erano i resti di una giovane donna, di un bambino e di un’anziana. Quest’ultima (nell’immagine sopra) venne soprannominata “l’anziana signora”. Nel 2010 le analisi del DNA hanno rivelato l’identità delle due donne: l’anziana era la regina Tiy, l’influente sposa di Amenofi III e madre del faraone eretico Akhenaton. Tiy esercitò un ruolo importante negli affari esteri sia sotto il regno del marito che sotto quello del figlio. La giovane invece era una figlia non identificata di Tiy e di Amenofi III. Questa sorella di Akhenaton (forse la principessa Sitamon) è anche la madre di Tutankhamon. È uno dei pochi casi documentati di incesto faraonico.

 

Foto: Khaled Desouki / Getty Images

1939: Tombe di Tani

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1939: Tombe di Tani

Visto che le condizioni di umidità del delta del Nilo favoriscono il deterioramento dei resti archeologici – rispetto alla valle del Nilo – l’egittologo francese Pierre Montet fu molto sorpreso di rinvenire in quella zona una necropoli reale del Terzo periodo intermedio con varie tombe perfettamente conservate. Il ritrovamento avvenne nel 1939, a Tani, sotto il piccolo tempio di Mut: si tratta di sette tombe, tre delle quali contengono a loro volta varie camere. Sono qui sepolti diversi faraoni della XXI e della XXII dinastia, tra cui Psusennes I. Vi si trovano inoltre alcuni importanti generali circondati da lussuosi corredi d’oro e d’argento, tra cui il sarcofago riutilizzato di Merneptah, figlio ed erede del faraone Ramses II. 

Nell'immagine un pendente a forma di falco rinvenuto da Pierre Montet a Tani. 

 

Foto: Araldo De Luca

1922: la tomba di Tutankhamon

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1922: la tomba di Tutankhamon

Il conte di Carnarvon, George Herbert, era un nobile inglese che d’inverno si recava in Egitto per i problemi di salute dovuti a un grave incidente d’auto. Howard Carter era un competente archeologo che era rimasto senza lavoro a causa di uno scontro con dei francesi ubriachi. Annoiato il primo, in cerca di lavoro e di successo il secondo, i due unirono le forze ed effettuarono uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di tutti i tempi: la tomba del faraone Tutankhamon. La scoperta avvenne nel 1922 grazie alla caparbietà di Howard Carter il quale, sicuro di conoscere la posizione esatta del monumento, riuscì a ottenere che il conte di Carnarvon, ormai riluttante, gli finanziasse un’ultima campagna. 

All'interno della tomba di Tutankhamon erano rimasti celati per secoli moltissimi tesori. Nell'immagine, lo scrigno in legno laminato d'oro che custodiva i vasi canopi con le viscere mummificate del faraone.

 

Foto: Vannini / Getty Images

1912: il busto di Nefertiti

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1912: il busto di Nefertiti

Il famoso busto di Nefertiti venne ritrovato dal tedesco Ludwig Borchardt nella dimora dello scultore Thutmose, ad Amarna, nel 1912. Per strano che possa sembrare, questa magnifica scultura fu tra gli oggetti che toccarono in sorte al tedesco quando il Servizio reperti archeologici effettuò la suddivisione dei ritrovamenti di quell’anno. Questo fatto diede origine a varie speculazioni sui presunti “imbrogli” fatti dagli archeologi tedeschi per ottenere il busto. Quel che è certo è che Borchardt lo regalò a James Simon, patrocinatore degli scavi. Questi a sua volta lo donò al Museo dello Stato libero di Prussia nel 1920. Non fu svelato al pubblico fino al 1923. La sua bellezza suggestiva e la modernità delle sue forme ne fecero da subito un’icona dell’arte mondiale. 

Foto: BPK / Scala, Firenze

1904: la tomba di Nefertari

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1904: la tomba di Nefertari

Il direttore del museo egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli, effettuò scavi in Egitto alla ricerca di oggetti per la collezione dell’ente da lui guidato (all’epoca le autorità egiziane e gli scavatori si suddividevano gli oggetti trovati in parti uguali). Tra il 1903 e il 1905 Ernesto Schiaparelli scavò in un wadi (letto asciutto di un fiume) a sud della Valle dei Re, in un luogo oggi conosciuto come Valle delle Regine. La sua permanenza in quella zona fu breve, ma di grande successo: nel 1904, per esempio, portò alla luce una delle tombe più belle d’Egitto, ovvero quella di Nefertari Meritmut. La “grande sposa reale” del faraone Ramses II, nota anche per la sua elevata cultura, era stata sepolta in un ipogeo monumentale che conservava praticamente intatta un’esuberante decorazione composta da grandi figure su uno sfondo bianco e da un soffitto dipinto di blu e tempestato di stelle dorate. 

 

 

Foto: Corbis / Getty Images

1903: Cachette di Karnak

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1903: Cachette di Karnak

Georges Legrain era un architetto che aveva studiato egittologia e lavorava in Egitto dal 1892. Nel 1903, mentre rafforzava e restaurava il tempio di Karnak (nel 1899 erano crollate undici colonne della sala ipostila), sollevando le lastre del cortile del settimo pilone trovò un meraviglioso tesoro di statue nascoste. Le acque del Nilo in piena, che inondavano costantemente la cavità, resero quasi impossibili gli scavi. Ciononostante, vennero estratte 751 statue in pietra e 17mila statuine in bronzo. Inoltre, vennero ritrovate anche varie statue in legno che, però, non fu possibile recuperare. Erano state tutte seppellite nello stesso periodo, probabilmente in epoca romana, in un tentativo di liberare il tempio dalle migliaia di statue presenti senza distruggerle. Si riteneva infatti che il contatto diretto con la divinità avesse reso le statuine in qualche modo sacre.  

In questa foto del 1912 Georges Legrain, accompagnato dal compositore Camille Saint-Saëns, si trova davanti allo scarabeo sacro in granito del tempio di Karnak. 

 

 

Foto: Alamy / Aci

1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

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1881: il nascondiglio di Deir el-Bahari

Secondo quanto confessarono alle autorità egiziane i fratelli Ab el-Rassul, la scoperta della tomba TT320 a Deir el-Bahari fu dovuta a una semplice coincidenza: si imbatterono per caso nel monumento mentre cercavano una capra che si era persa. Certo è che nei dieci anni successivi la saccheggiarono, invadendo il mercato delle antichità con pezzi che finirono per attirare l’attenzione di Gaston Maspero, direttore del Servizio reperti archeologici. Nel 1881, dopo un intenso interrogatorio, i ladri confessarono l’origine delle opere. Provenivano tutte dalla tomba del sacerdote tebano Pinedjem II, che durante il Terzo Periodo Intermedio venne usata dai sacerdoti di Amon per nascondere le mummie di undici grandi faraoni. L’obiettivo era metterle in salvo dai saccheggiatori di tombe che in quel periodo si aggiravano nella necropoli reale di Tebe.

In quest'incisione del 1881 apparsa sul Monthly Magazine appaiono Gaston Maspero e il suo collaboratore Émile Brugsch davanti all'ingresso del sito di Deir el-Bahari.

 

 

 

Foto: Ieemage /Prisma Archivio

1817: la tomba di Seti I

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1817: la tomba di Seti I

Quando lavorava per Henry Salt (il console britannico in Egitto) Giovanni Belzoni fece alcune delle scoperte più importanti del periodo precedente alla decifrazione dei geroglifici. Non solo riuscì a entrare nel tempio di Abu Simbel, ma recuperò un obelisco a File, trovò l’entrata della piramide di Chefren e scoprì la tomba più lunga della Valle dei Re, la KV17, appartenente a Seti I, secondo faraone della XIX dinastia e padre di Ramses II. Quando, il 16 ottobre del 1817, Belzoni fece il suo ingresso nella tomba, questa conservava ancora dei colori splendidi, che ne facevano una delle più belle della necropoli. Consapevole dell’importanza della scoperta, Belzoni fece dei calchi dei bassorilievi con della carta assorbente. In questo modo ottenne uno stampo della tomba, che usò per organizzare una mostra, di enorme successo, nel museo Egyptian Hall di Londra. 

La tomba di Seti I è la più lunga e profonda d’Egitto. Si pensa che possa misurare perfino più dei 174,5 metri documentati dagli ultimi scavi. È composta da sette corridoi e dieci camere, tutti riccamente decorati. Nella foto, le pareti riccamente decorate di una delle camere. 

Foto: Araldo De Luca

1799: la stele di Rosetta

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1799: la stele di Rosetta

Questo frammento di stele deve il suo nome alla città sul delta del Nilo dove fu ritrovato nel 1799. Si tratta di un blocco irregolare di granodiorite, di 114 cm di altezza per 72 cm di larghezza e circa 27 cm di spessore, su cui è inciso un decreto bilingue del re Tolomeo V (210-181 a.C.): contiene 54 righe in greco, 14 in geroglifico e 32 in demotico, una versione semplificata dalla scrittura geroglifica. In epoca medievale il blocco fu riutilizzato come materiale di riempimento nella costruzione di un forte dove secoli più tardi fu scoperto dal soldato francese Pierre-François Bouchard. Prima di consegnarlo agli inglesi come bottino di guerra, i francesi ne copiarono il testo. Lo studio della stele, così come quello dell’obelisco di File (acquistato dall’esploratore William Bankes), anch’esso bilingue, è stato fondamentale per decifrare i geroglifici.  

Durante il lungo processo di decodificazione della scrittura geroglifica, Jean-François Champollion decise di isolare il più semplice dei sei cartigli con il nome di Tolomeo che appare nella stele di Rosetta e di confrontarlo con segni greci che componevano il nome del re. Trovò i corrispettivi di P-T-O-L-M-Y-S, ma per essere sicuro di non sbagliare incrociò i dati con altri documenti, come l’iscrizione bilingue dell’obelisco di File.

 

 

Foto: British Museum / Scala, Firenze

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