Altre civiltà

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Sul piedistallo

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Sul piedistallo

Mediante l’ausilio di una leva e delle corde, il moai veniva collocato in posizione eretta e sistemato su un gigantesco piedistallo (ahu).

Illustrazione: Getty Images

Preparazione

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Preparazione

Il moai veniva adagiato dalla parte del ventre su una slitta in legno e veniva fatta passare una corda intorno al collo della statua.

 

Illustrazione: Getty Images

Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

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Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

La corda veniva poi fissata al vertice di due pali a forcella. Tirando quest’ultima in posizione verticale, la statua si spostava in avanti.

 

Illustrazione: Getty Images

Labná

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Labná

Durante il loro secondo viaggio in Yucatán, nel 1841, gli avventurieri Stephens e Catherwood visitarono anche Labná, un’enclave così nascosta che neppure gli abitanti della zona ne conoscevano l’esistenza. Scrive Stephens: «Arrivammo al sito delle rovine. Pur con tutto quello che avevamo visto in precedenza, quel luogo ci riempì di ammirazione e di stupore […] Da quando eravamo in Yucatán non avevamo ancora trovato niente di più impressionante di quei resti […]». Subito furono colpiti da «un arco davvero notevole per la bellezza delle sue proporzioni e la grazia delle decorazioni […]. Sulla parete posteriore si apriva una porta ben proporzionata e ancor più riccamente decorata di qualsiasi altra parte della struttura». In soli tre giorni i braccianti ripulirono la zona ricoperta dalla fitta vegetazione accumulatasi nei secoli, e Catherwood poté finalmente ritrarre in questa litografia l’arco in tutto il suo splendore.

 

Foto: Akg / Album

Kabah

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Kabah

L’8 gennaio del 1841, tra Mérida e Chichén Itzá, Stephens e Catherwood trovarono «un ampio campo di rovine» che oggi conosciamo come il percorso puuc, un’area costellata di antichi insediamenti caratterizzati dallo stesso stile architettonico, un’intricata decorazione di mascheroni e gelosie di pietra. Tra questi si trovava la città di Kabah, i cui edifici strapparono ai due avventurieri «un’esclamazione di sorpresa e ammirazione». Soprattutto gli interni, che erano a compartimenti: «Ci si presentò davanti una scena totalmente nuova. La sala è costituita da due stanze parallele, messe in comunicazione da una porta al centro. Il pavimento di questo vano interno è sopraelevato e lo si raggiunge tramite due gradini intagliati in un’unica pietra, il primo dei quali raffigura un rotolo di carta. Il primo giorno abbiamo mangiato qui, in ricordo del precedente proprietario di questo edificio e, dato che nelle sue terre l’acqua scarseggiava, la facemmo portare dai pozzi di Nohcacab [una località nelle vicinanze]».

In questa litografia di Catherwood un falso arco e altri elementi decorativi, come una maschera del dio Chac in primo piano, decorano questa stanza a Kabah.

Foto: Akg / Album

Uxmal

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Uxmal

In un caldo giorno d’estate del 1840 arrivarono a Uxmal «a mezzogiorno e mezzo sotto un sole cocente». Ciò costrinse Catherwood, molto debilitato, a «rientrare alla tenuta», mentre Stephens proseguì: «Con mia grande sorpresa, mi ritrovai davanti a un grande campo aperto, ricoperto di cumuli di rovine, vasti edifici su piattaforme e strutture piramidali, grandi e ben conservati, riccamente decorati, completamente liberi dagli arbusti e davvero pittoreschi, quasi quanto le rovine di Tebe [in Egitto]. Al mio ritorno, ne feci un tale resoconto al signor Catherwood che questi, senza muoversi dall’amaca, esausto e scoraggiato mi disse che stavo esagerando. Al mattino seguente vi ritornammo molto presto, ed egli dichiarò che la realtà superava la mia descrizione. Il luogo di cui parlo doveva indubbiamente essere stato una grande città, popolosa e altamente civilizzata, ma il lettore non ne troverà menzione in alcun libro di storia».

Il Quadrilatero delle monache, a Uxmal, è un grande complesso architettonico che Catherwood illustrò parzialmente in quest'immagine. 

Foto: Akg / Album

Palenque

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Palenque

Questa evocativa immagine, disegnata da Frederick Catherwood durante la sua permanenza a Palenque nel 1840, mostra il Tempio delle Iscrizioni e il Palazzo ricoperti dalla fitta vegetazione che tanto rese difficile il lavoro dell’illustratore. Come avevano fatto con Copán, i due avventurieri cercarono di comprare Palenque per poter lavorare con calma, ma questa volta non ci riuscirono. Così, per accelerare il processo, Catherwood assunse Henry Pawling perché facesse dei calchi in gesso dei pezzi di Palenque. Catherwood aveva appreso questo metodo durante il suo soggiorno ad Atene e pensava di esporre i calchi a New York. Ma gli indigeni si opposero con veemenza all’idea e Catherwood dovette desistere. Passarono la notte nel Palazzo, «un grande edificio riccamente decorato con eleganti stucchi». Attaccarono le amache in completa solitudine, dato che «gli indios superstiziosi avevano paura a restare di notte tra le rovine». Furono letteralmente divorati dalle zanzare, che non gli risparmiarono punture in nessuna zona del corpo.

 

Foto: Akg / Album

Copán

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Copán

Il primo incontro di Stephens e Catherwood con una città maya avvenne a Copán, al termine di un viaggio molto duro. Dopo essersi fatti strada nella selva a colpi di machete, i due videro i resti di un antico insediamento, ormai ricoperto di vegetazione. Subito notarono quella che Stephens definì una colonna di pietra, e che in realtà era una bellissima stele con l’immagine di quella che ritennero essere una donna. Oggi possiamo leggere nei glifi incisi sulla stele che l’effigie rappresentava uno dei sovrani più famosi di Copán: Waxaklajun Ub’aah K’awiil, rappresentato come dio del mais. Stephens seppe riconoscere che quei disegni incisi nella pietra erano glifi, che Catherwood illustrò con grande precisione. Stephens negoziò l’acquisto del sito con il proprietario
del terreno, José María de Acebedo. «Ho pagato Copán 50 dollari. Non è stato necessario trattare sul prezzo».

Nella litografia di Catherwood è ritratta la parte posteriore di una monumentale stele scoperta a Copán. 

Foto: Akg / Album

Chichén Itzá

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Chichén Itzá

Martedì 15 marzo 1842, nel corso del loro secondo emozionante viaggio in Yucatán, John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood giunsero finalmente alle impressionanti rovine di Chichén Itzá, situate all’interno della tenuta di Juan Sosa. L’ambasciatore Stephens scriveva: «Alle quattro di pomeriggio lasciammo Pisté e ben presto vedemmo il castello di Chichén torreggiare sulla pianura. In mezz’ora raggiungemmo le rovine di questa antica città […] uno spettacolo che suscitò la nostra più viva ammirazione». Essendo ormai prossimo il tramonto, chiesero ospitalità presso la tenuta. Al mattino seguente visitarono le rovine che «erano davvero magnifiche […], in direzione sud-est si staglia “el Castillo”, il primo edificio che abbiamo scorto nonché il meglio visibile da qualsiasi punto della pianura […] Il tumulo, dall’aspetto solido, misura 75 piedi dalla base fino al vertice. Sul lato ovest c’è una scalinata di 37 piedi di larghezza; e a nord, un’altra di 45 piedi, composta da 90 gradini. Alla base di questa […] ci sono due gigantesche teste di serpenti lunghe dieci piedi, con le fauci aperte e la lingua fuori. Dovevano sicuramente essere gli emblemi di qualche credenza religiosa, destinati a suscitare un sacro sentimento di terrore».

In questa litografia Frederick Catherwood ritrae la piramide di Kukulkán, a Chicén Itzá, ricoperta da una fitta vegetazione, proprio come la videro Stephens e Catherwood nel 1842.

Foto: Akg / Album

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