Altre civiltà

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Quattro divinità

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Quattro divinità

Sulle quattro placchette esterne del calderone di Gundestrup sono raffigurate divinità con le mani in alto in atteggiamento orante. Sulle loro spalle compaiono diverse figure: un pugile e un personaggio che salta sopra un cavallerizzo; due uomini che danno la caccia a un cinghiale (nell'immagine); due animali metà cavallo e metà drago, e due cervi. Probabilmente queste immagini sono legate alle narrazioni mitiche evocate nei racconti irlandesi successivi.

 

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

Processione dei guerrieri verso l’aldilà

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Processione dei guerrieri verso l’aldilà

Il dio raffigurato appare con un codino o un berretto con una nappa. Tra le mani tiene un uomo a testa in giù e sembra lo stia immergendo in un oggetto a forma di cubo sotto il quale si vede un cane che fa un balzo in aria. Compaiono poi due file di guerrieri, divisi da un albero disposto in senso orizzontale. I guerrieri della fila superiore sono cavallerizzi con elmi tipicamente celtici con ornamenti diversi, mentre quelli della fila inferiore sono fanti muniti di lance e scudi oblunghi tipici dell’Europa Centrale e Occidentale. Gli ultimi tre uomini della fila inferiore suonano il carnyx, il famoso corno da guerra celtico, sopra i quali è raffigurato un serpente. 

Alcuni dettagli non sono di origine celtica, come gli abiti e dischi che assicurano i tiri dei cavalli, che sono dello stesso tipo di quelli dell’Europa del Sud. Qualcuno ritiene che i cavalli siano bardati secondo lo stile dei cavallerizzi ausiliari romani, molti dei quali provenivano dalla Tracia. 

Si ritene che l’immagine rappresenti un’immersione rituale in un «calderone della resurrezione»: i guerrieri morti marciano con la lancia in spalla verso il calderone e poi se ne allontanano a cavallo una volta resuscitati per vivere in un mondo celeste. Il cane e il serpente con le corna sarebbero simboli dell’altro mondo, mentre l’albero orizzontale separerebbe l’inframondo dal paradiso. Secondo altri studiosi, però, la scena rappresenterebbe una morte per annegamento che si incontra spesso nei racconti irlandesi, come Aided Muirchertaig maic Erca e Aided Diarmada.

Foto: Erich Lessing / Album

Il Giove celtico?

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Il Giove celtico?

Al centro, il busto di un dio barbuto regge nella mano destra una mezza ruota, alla quale si aggrappa a sua volta un altro personaggio che sta saltando su un serpente con le corna. A ciascun lato del gruppo c’è un lupo o un leone, mentre al di sotto sono raffigurati tre grifoni in fila. Alcuni studiosi hanno identificato la divinità Taranis, il Giove celtico, che di solito è rappresentato insieme alle ruote. Altri, invece, vedono il giovane dio Cú Chulainn, protagonista del racconto irlandese Táin Bó Cuailnge, nel quale usa una ruota spezzata contro il dio barbuto Fergus. Il serpente con le corna potrebbe essere la dea Morrigan che, in un altro aneddoto della storia, si maschera da anguilla e alla fine viene calpestata e schiacciata da Cú Chulainn.

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

La dea degli elefanti

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La dea degli elefanti

Una dea compare raffigurata sopra un carro del quale si vedono molto chiaramente le ruote.
Ai due lati della dea vi sono due elefanti che si fronteggiano. Sotto di essi sono disposti due grifoni, anch’essi che si fronteggiano, e tra questi, sotto al carro, c’è un cane. È stato ipotizzato che l’esotica presenza degli elefanti si spieghi attraverso l’influenza di una qualche moneta romana che rappresenta due elefanti che tirano un carro. La figura centrale è stata identificata con la dea celtica Medb, divinità della guerra e del potere. I diversi animali che la circondano e il carro sul quale è seduta rappresenterebbero, in questo caso, sia la sua natura guerriera sia il suo dominio del territorio.

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

La vittoria finale sul caos

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La vittoria finale sul caos

Per la sua posizione, la placca tonda che era collocata alla base del calderone è forse la scena più importante di tutte quelle che illustrano l’oggetto. Gran parte della superficie è occupata da un toro ferito. Sopra il bovino compare il suo avversario, una donna armata con una spada alzata, pronta ad attaccare. Tre cani sembrano aiutare la donna, anche se uno di essi è morto durante il combattimento: giace raggomitolato ed è poco marcato. Alcuni studiosi ritengono che il toro potrebbe simboleggiare il caos dell’universo, mentre la dea che riveste il ruolo della “carnefice” cercherebbe di assicurare, con la morte dell’animale, che l’ordine del mondo rimanga intatto: il bene, dunque, sta vincendo la partita, poiché il potente toro è già caduto al suolo e lo aspetta il colpo fatale.

Foto: Werner Forman / Gtres

Uccisione rituale

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Uccisione rituale

In questo pannello interno del calderone di Gundestrup sono raffigurati tre tori che guardano nella stessa direzione. Davanti a ogni toro c’è un uomo sul punto di attaccarlo con una spada; sotto, tre cani corrono verso sinistra mentre una creatura simile a un gatto fa lo stesso sulla groppa del toro. La composizione tripla è stata messa in relazione con l’usanza celtica di rappresentare in gruppi di tre le azioni degli eroi e l’uccisione dei mostri, anche se va sottolineato che le figure non sono completamente identiche, poiché l’uomo al centro indossa una giacca e gli altri due no. Poiché i tori e le figure umane sono raffigurati in posa molto stilizzata, si ritiene che la scena rappresenti un’uccisione rituale.

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

Il dio cervo

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Il dio cervo

Sulla placca compare un personaggio con corna di cervo, una torque al collo e un’altra nella mano destra, e un serpente con le corna nella mano sinistra. Da sinistra a destra si possono identificare i seguenti animali: un toro, un cervo, un cane, un leone (o cinghiale), un delfino (o storione) con cavaliere, un altro toro e due leoni che lottano. Il personaggio con le corna è stato identificato con il dio celtico Cernunnos, signore degli animali, e le due torque sarebbero il simbolo della sua ricchezza e prosperità. Tuttavia, la calzamaglia aderente e retta da una cintura non è celtica, ma somiglia agli indumenti dei cavallerizzi dell’Europa sudorientale. Altri credono che si tratti dell’equivalente gallico dell’eroe irlandese Cú Chulainn.

 

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

Dèi senza nome né storia

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Dèi senza nome né storia

I rilievi del calderone di Gundestrup sono ricchi di immagini molto dettagliate che senza dubbio avevano un significato concreto per i traci o i celti, ma che oggi risultano molto difficili da interpretare. Non v’è dubbio alcuno che i personaggi principali siano dèi, però non conosciamo con certezza la loro identità. I tentativi di decifrazione realizzati dagli studiosi hanno seguito due linee. Alcuni hanno cercato dei parallelismi nella mitologia celtica o gallica così come ci è stata trasmessa dalle fonti antiche, il che, per esempio, ha permesso di identificare la presenza di Cernunnos, il dio con corna di cervo. Altri studiosi, invece, hanno cercato parallelismi con i racconti dei celti irlandesi trascritti nel Medioevo, come il Ciclo dell’Ulster. In questo caso, il presunto Cernunnos sarebbe il modello originario gallico di un personaggio della mitologia irlandese, Cú Chulainn. 

Foto: Kit Weiss / National museum of Denmark

Festival o matsuri

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Festival o matsuri

Questo kosode femminile di seta blu è stampato con la tecnica di pittura yuzen, inventata nel XVII secolo, in cui si possono tracciare delle linee molto sottili e precise, quasi indistinguibili dai ricami. 

 

Foto: Bridgeman / Index

Fenice

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Fenice

Al centro della composizione ricamata e stampata di questo kosode femminile a maniche corte, su sfondo bordeaux, è visibile una fenice, ho-ho o karura, simbolo di sincerità, verità e onestà.

 

Foto: Bridgeman / Index

Pini

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Pini

I pini, matsu, ricamati su questo kosode femminile di seta erano associati alla stagione invernale e simboleggiano longevità, buona fortuna e lealtà. 

 

Foto: Bridgeman / Index

Gru

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Gru

Questo kosode maschile è decorato con delle gru, tsuru,  simbolo di buona fortuna
e longevità, poiché, secondo la tradizione, questi animali possono vivere fino a mille anni. 

 

Foto: Bridgeman / Index

Zattere di fiori

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Zattere di fiori

Questo kataginu per uomo, utilizzato dagli attori di teatro, è decorato con un motivo chiamato hana ikada o “zattere di fiori”, tipico del “mondo galleggiante” Edo. 

 

Foto: Corbis / Cordon Press

Sul piedistallo

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Sul piedistallo

Mediante l’ausilio di una leva e delle corde, il moai veniva collocato in posizione eretta e sistemato su un gigantesco piedistallo (ahu).

Illustrazione: Getty Images

Preparazione

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Preparazione

Il moai veniva adagiato dalla parte del ventre su una slitta in legno e veniva fatta passare una corda intorno al collo della statua.

 

Illustrazione: Getty Images

Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

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Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

La corda veniva poi fissata al vertice di due pali a forcella. Tirando quest’ultima in posizione verticale, la statua si spostava in avanti.

 

Illustrazione: Getty Images

Labná

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Labná

Durante il loro secondo viaggio in Yucatán, nel 1841, gli avventurieri Stephens e Catherwood visitarono anche Labná, un’enclave così nascosta che neppure gli abitanti della zona ne conoscevano l’esistenza. Scrive Stephens: «Arrivammo al sito delle rovine. Pur con tutto quello che avevamo visto in precedenza, quel luogo ci riempì di ammirazione e di stupore […] Da quando eravamo in Yucatán non avevamo ancora trovato niente di più impressionante di quei resti […]». Subito furono colpiti da «un arco davvero notevole per la bellezza delle sue proporzioni e la grazia delle decorazioni […]. Sulla parete posteriore si apriva una porta ben proporzionata e ancor più riccamente decorata di qualsiasi altra parte della struttura». In soli tre giorni i braccianti ripulirono la zona ricoperta dalla fitta vegetazione accumulatasi nei secoli, e Catherwood poté finalmente ritrarre in questa litografia l’arco in tutto il suo splendore.

 

Foto: Akg / Album

Kabah

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Kabah

L’8 gennaio del 1841, tra Mérida e Chichén Itzá, Stephens e Catherwood trovarono «un ampio campo di rovine» che oggi conosciamo come il percorso puuc, un’area costellata di antichi insediamenti caratterizzati dallo stesso stile architettonico, un’intricata decorazione di mascheroni e gelosie di pietra. Tra questi si trovava la città di Kabah, i cui edifici strapparono ai due avventurieri «un’esclamazione di sorpresa e ammirazione». Soprattutto gli interni, che erano a compartimenti: «Ci si presentò davanti una scena totalmente nuova. La sala è costituita da due stanze parallele, messe in comunicazione da una porta al centro. Il pavimento di questo vano interno è sopraelevato e lo si raggiunge tramite due gradini intagliati in un’unica pietra, il primo dei quali raffigura un rotolo di carta. Il primo giorno abbiamo mangiato qui, in ricordo del precedente proprietario di questo edificio e, dato che nelle sue terre l’acqua scarseggiava, la facemmo portare dai pozzi di Nohcacab [una località nelle vicinanze]».

In questa litografia di Catherwood un falso arco e altri elementi decorativi, come una maschera del dio Chac in primo piano, decorano questa stanza a Kabah.

Foto: Akg / Album

Uxmal

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Uxmal

In un caldo giorno d’estate del 1840 arrivarono a Uxmal «a mezzogiorno e mezzo sotto un sole cocente». Ciò costrinse Catherwood, molto debilitato, a «rientrare alla tenuta», mentre Stephens proseguì: «Con mia grande sorpresa, mi ritrovai davanti a un grande campo aperto, ricoperto di cumuli di rovine, vasti edifici su piattaforme e strutture piramidali, grandi e ben conservati, riccamente decorati, completamente liberi dagli arbusti e davvero pittoreschi, quasi quanto le rovine di Tebe [in Egitto]. Al mio ritorno, ne feci un tale resoconto al signor Catherwood che questi, senza muoversi dall’amaca, esausto e scoraggiato mi disse che stavo esagerando. Al mattino seguente vi ritornammo molto presto, ed egli dichiarò che la realtà superava la mia descrizione. Il luogo di cui parlo doveva indubbiamente essere stato una grande città, popolosa e altamente civilizzata, ma il lettore non ne troverà menzione in alcun libro di storia».

Il Quadrilatero delle monache, a Uxmal, è un grande complesso architettonico che Catherwood illustrò parzialmente in quest'immagine. 

Foto: Akg / Album

Palenque

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Palenque

Questa evocativa immagine, disegnata da Frederick Catherwood durante la sua permanenza a Palenque nel 1840, mostra il Tempio delle Iscrizioni e il Palazzo ricoperti dalla fitta vegetazione che tanto rese difficile il lavoro dell’illustratore. Come avevano fatto con Copán, i due avventurieri cercarono di comprare Palenque per poter lavorare con calma, ma questa volta non ci riuscirono. Così, per accelerare il processo, Catherwood assunse Henry Pawling perché facesse dei calchi in gesso dei pezzi di Palenque. Catherwood aveva appreso questo metodo durante il suo soggiorno ad Atene e pensava di esporre i calchi a New York. Ma gli indigeni si opposero con veemenza all’idea e Catherwood dovette desistere. Passarono la notte nel Palazzo, «un grande edificio riccamente decorato con eleganti stucchi». Attaccarono le amache in completa solitudine, dato che «gli indios superstiziosi avevano paura a restare di notte tra le rovine». Furono letteralmente divorati dalle zanzare, che non gli risparmiarono punture in nessuna zona del corpo.

 

Foto: Akg / Album

Copán

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Copán

Il primo incontro di Stephens e Catherwood con una città maya avvenne a Copán, al termine di un viaggio molto duro. Dopo essersi fatti strada nella selva a colpi di machete, i due videro i resti di un antico insediamento, ormai ricoperto di vegetazione. Subito notarono quella che Stephens definì una colonna di pietra, e che in realtà era una bellissima stele con l’immagine di quella che ritennero essere una donna. Oggi possiamo leggere nei glifi incisi sulla stele che l’effigie rappresentava uno dei sovrani più famosi di Copán: Waxaklajun Ub’aah K’awiil, rappresentato come dio del mais. Stephens seppe riconoscere che quei disegni incisi nella pietra erano glifi, che Catherwood illustrò con grande precisione. Stephens negoziò l’acquisto del sito con il proprietario
del terreno, José María de Acebedo. «Ho pagato Copán 50 dollari. Non è stato necessario trattare sul prezzo».

Nella litografia di Catherwood è ritratta la parte posteriore di una monumentale stele scoperta a Copán. 

Foto: Akg / Album

Chichén Itzá

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Chichén Itzá

Martedì 15 marzo 1842, nel corso del loro secondo emozionante viaggio in Yucatán, John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood giunsero finalmente alle impressionanti rovine di Chichén Itzá, situate all’interno della tenuta di Juan Sosa. L’ambasciatore Stephens scriveva: «Alle quattro di pomeriggio lasciammo Pisté e ben presto vedemmo il castello di Chichén torreggiare sulla pianura. In mezz’ora raggiungemmo le rovine di questa antica città […] uno spettacolo che suscitò la nostra più viva ammirazione». Essendo ormai prossimo il tramonto, chiesero ospitalità presso la tenuta. Al mattino seguente visitarono le rovine che «erano davvero magnifiche […], in direzione sud-est si staglia “el Castillo”, il primo edificio che abbiamo scorto nonché il meglio visibile da qualsiasi punto della pianura […] Il tumulo, dall’aspetto solido, misura 75 piedi dalla base fino al vertice. Sul lato ovest c’è una scalinata di 37 piedi di larghezza; e a nord, un’altra di 45 piedi, composta da 90 gradini. Alla base di questa […] ci sono due gigantesche teste di serpenti lunghe dieci piedi, con le fauci aperte e la lingua fuori. Dovevano sicuramente essere gli emblemi di qualche credenza religiosa, destinati a suscitare un sacro sentimento di terrore».

In questa litografia Frederick Catherwood ritrae la piramide di Kukulkán, a Chicén Itzá, ricoperta da una fitta vegetazione, proprio come la videro Stephens e Catherwood nel 1842.

Foto: Akg / Album

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