Arte

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La strage degli innocenti

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La strage degli innocenti

Attraverso le sue opere l’artista stava ricordando ai suoi contemporanei che i veri sconfitti di ogni evento bellico erano sempre i contadini: non solo dovevano finanziare il conflitto pagando tributi maggiori del solito, ma erano anche le vittime preferenziali degli attacchi nemici, che miravano a tagliare i rifornimenti agli eserciti locali.

Nella Strage degli innocenti (tra il 1564 e il 1567) l’artista trasfigurò l’episodio biblico del massacro dei bambini di Betlemme, ordinato da re Erode, in una vicenda della sua epoca: il saccheggio di un villaggio fiammingo da parte di soldati spagnoli e mercenari tedeschi. Nell’opera Bruegel mostra con sguardo critico il comportamento delle truppe di occupazione nel preludio della rivolta olandese contro la dominazione spagnola. Ogni scena all’interno del quadro rappresenta una piccola tragedia, dove il dolore dei contadini nasce dall’impossibilità di difendere i propri figli dal brutale attacco (va comunque notato che i dettagli più cruenti furono aggiunti dopo la morte dell’artista). Il futuro che attende questa gente è cupo e desolante come il paesaggio innevato in cui si svolge la scena.

Si ritiene che quando l’imperatore Rodolfo II vide il quadro originale di Bruegel, fu talmente disgustato dalla verosimiglianza della scena che fece sostituire le figure dei bambini. Al centro dell’opera si vede per esempio una madre seduta a piangere con un fagotto in braccio, che in origine era il figlio morto. Nell’edificio sulla sinistra si possono scorgere due soldati intenti a portar via due fanciulli, che non sono stati ridipinti. Il personaggio vestito di nero davanti al plotone di cavalieri è probabilmente il duca d’Alba. 

Foto: © Her Majesty Queen Elizabeth II, 2018 / Bridgeman / Aci

La mietitura

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La mietitura

Realizzata da Bruegel nel 1565 per il banchiere di Anversa Niclaes Jonghelinck, la serie Mesi illustra la vita ciclica, difficile e monotona della campagna. L’opera era composta da sei quadri dedicati ai lavori campestri secondo i periodi dell’anno (due mesi per quadro), anche se solo cinque di essi sono giunti fino a noi. In Mietitura Bruegel ritrae l’attività agricola ad agosto e settembre. In questa vista panoramica del paesaggio si possono osservare alcuni contadini che falciano il grano e legano i covoni da terra mentre altri, seduti all’ombra di un albero, riposano, bevono da una brocca e mangiano avena, pere, formaggio e pane. Alcune figure visibili in lontananza raccolgono mele, si bagnano in un lago e si dedicano ad attività ricreative. Il calore soffocante emerge dal modo in cui Bruegel tratta il paesaggio e gli effetti del clima – due delle sue grandi innovazioni.

In un cielo senza nuvole il sole di mezzogiorno offusca i colori brillanti e bagna la terra di tonalità dorate. Dall’altopiano dove si trovano i contadini il pittore invita a guardare verso il basso, attraverso una distesa verde segnata da filari di alberi e sentieri, fino a raggiungere il porto e il mare che si perde in lontananza.

È considerato uno dei primi paesaggi moderni dell’arte occidentale. Bruegel cerca di dare al panorama una realistica profondità di campo grazie all’uso della prospettiva aerea: le figure più lontane non sono solo più piccole, ma anche più sfumate e azzurrine per la densità dell’aria.

 

Foto: Fine Art / Album

Ritorno della madria

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Ritorno della madria

 

In un altro quadro della stessa serie dedicato ai mesi di ottobre e novembre, i contadini conducono gli animali giù dai pascoli di montagna, quando il calore estivo ha ormai ceduto il passo al freddo e al maltempo. Gli alberi hanno perso le foglie e il sentiero è fangoso. I mandriani risalgono lentamente una collina in direzione del villaggio pungolando il bestiame. In lontananza un fiume scorre all’ombra delle vette montane minacciate dalla tormenta.

Non è facile la vita di questi uomini infreddoliti, immersi in un ambiente imponente e desolato. Una volta in paese, gli animali verranno rinchiusi nei fienili o nelle piccole abitazioni dove le famiglie vivono ammassate in un’unica stanza, con i pagliericci ricoperti di pulci e pidocchi.

Nei suoi paesaggi Bruegel ritrae i contadini integrati nell’ambiente. Il clima è visto come la manifestazione esterna di una natura che governa la vita di donne e uomini. Come le stagioni si susseguono periodicamente, così anche l’essere umano ha il suo ciclo, che va dalla nascita fino alla morte. Rose-Marie e Rainer Hagen hanno fatto notare che in questa scena i mandriani sono dipinti con gli stessi colori del bestiame, per mostrare che gli uomini non sono i signori della natura, ma semplicemente una parte di essa. 

Foto: Akg / Album

Lady Madonna

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Lady Madonna

Durante la sua carriera, Botticelli rappresentò spesso il soggetto della Madonna conferendole sempre eleganza e spiritualità. Questo è evidente per esempio nel tondo della Madonna del Magnificat, datato tra il 1481 e il 1485. Realizzato probabilmente per la famiglia di Piero de’ Medici, si tratta di un vero e proprio esperimento ottico poiché le figure appaiono come riflesse in uno specchio convesso. Il titolo dell’opera rimanda a un passo del vangelo di Luca, che la Madonna sta scrivendo aiutata dagli angeli: Magnificat anima mea Dominum, l’espressione con cui Maria si rivolse a Dio durante l’incontro con Elisabetta. 

Foto: Scala, Firenze

Musa e modella

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Musa e modella

Considerata una delle donne più belle della Firenze rinascimentale, Simonetta Cattaneo nacque a Genova (o a Portovenere) nel 1453 per poi andare in sposa, a quindici anni, a Marco Vespucci. Si trasferì quindi a Firenze, dove morì giovanissima, tra il 1475 e il 1476. Alla sua morte divenne una vera e propria musa per artisti e letterati, che vedevano in lei la personificazione della bellezza. Lorenzo il Magnifico, che si era occupato delle cure di Simonetta durante la malattia che l’aveva portata alla morte (probabilmente la tisi) inviandole i migliori medici della sua corte, le dedicò ben quattro sonetti. Agnolo Poliziano, invece, la cantò nelle Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici, nelle quali si alludeva a un amore platonico tra Simonetta e lo stesso Giuliano. Sandro Botticelli realizzò alcuni ritratti di dame in cui i critici hanno riconosciuto la fisionomia di Simonetta, che ravvisano anche in La Primavera come Flora, nonché nella Nascita di Venere e nella dea dell’amore in Venere e Marte.  

Foto: Akg / Album

Ritratti del suo tempo

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Ritratti del suo tempo

Nel corso della sua carriera, Sandro Botticelli eseguì numerosi ritratti per i membri di ricche famiglie fiorentine, primi tra tutti i Medici. Nel dipinto raffigurante L’adorazione dei Magi rappresentò anche sé stesso, riccamente abbigliato, insieme a una rassegna di ritratti medicei, che probabilmente richiamarono l’attenzione dei mecenati sull’artista. Nel suo autoritratto, Botticelli volge lo sguardo verso lo spettatore: si tratta di una tecnica, diffusa tra gli artisti, per coinvolgerlo maggiormente nella scena. I ritratti di Botticelli sono basati sul giusto equilibrio tra la correttezza fisiognomica e una certa tendenza all’idealizzazione, come nel caso del ritratto del fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de’ Medici. Quest’ultimo fu rappresentato più volte dall’artista, così come lo fu Simonetta Vespucci, la donna amata da Giuliano.  

Primo a sinistra, Giuliano de’ Medici nel gennaio del 1475 Giuliano partecipò alla giostra in piazza Santa Croce. In quell’occasione Botticelli realizzò per lui uno stendardo con l’immagine della dea Pallade con le fattezze di Simonetta. Morì pugnalato durante la congiura antimedicea dei Pazzi nel 1478. In mezzo, Cosimo il Vecchio. L’uomo, identificato probabilmente con Antonio, fratello del pittore, veste secondo la moda borghese del tempo: una lunga veste di colore nero e un berretto rosso. Tra le mani regge una medaglia raffigurante Cosimo il Vecchio. Antonio si era infatti occupato della doratura di alcune medaglie per i Medici. L'ultimo ritratto, di un uomo rappresentato frontalmente, contro uno sfondo scuro che esalta la luce proveniente da sinistra. Indossa una tunica marrone bordata da una pelliccetta e un berretto rosso. Gli occhi sono grandi e sembrano fissare lo spettatore con intensità.

 

 

Foto: Scala, Firenze

Rivisitazione di Boccaccio

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Rivisitazione di Boccaccio

Nel 1483, poco dopo il ritorno da Roma, Botticelli illustrò l’ottava novella della quinta giornata del Decameron, Nastagio degli Onesti, per le nozze di Giannozzo Pucci con Lucrezia Bini. Ne ignoriamo il committente, ma la presenza dello stemma mediceo in una delle quattro tavole potrebbe far pensare a Lorenzo il Magnifico, parente della sposa. Nastagio è un giovane ravennate innamorato, ma non ricambiato, della figlia di Paolo Traversari. Vagando in una pineta si imbatte in una fanciulla inseguita da mastini e in un cavaliere. Si tratta di Guido, che si era ucciso perché rifiutato dalla donna. Ora i due sono costretti a riapparire nello stesso luogo dove ella lo rifiutò e a ripetere la stessa scena: lui deve catturarla e dare il suo cuore in pasto ai cani per tanti anni quanti furono i mesi in cui fu respinto. 

 

Foto: Akg / Album

Le chiavi di un capolavoro

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Le chiavi di un capolavoro

Su La primavera, realizzata per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (detto “il Popolano”), esistono molte interpretazioni in chiave mitologica, allegorica, simbolica e storico-celebrativa della famiglia. Secondo l’interpretazione in chiave neoplatonica dello storico dell’arte Ernst Gombrich, per esempio, il tema centrale dell’opera è l’amore che, sotto l’influsso di Venere, da sensuale diventa intellettuale. La scena è ambientata in un prato primaverile, circondato da alberi d’arancio e pieno di piante di ogni genere.  

A sinistra Mercurio agita un caduceo per scacciare le nubi, che non devono rovinare l’eterna primavera del giardino. Al suo fianco, le Grazie, chiamate da Esiodo Aglaia, Eufrosine e Talia, danzano coperte da vesti trasparenti che sembrano mosse dalla brezza. Venere, vestita di bianco e con un mantello vermiglio, sembra seguire con il gesto della mano la danza delle Grazie. Vicino a lei il mirto, il suo simbolo. Cupido, con gli occhi bendati, sta scagliando una freccia verso la più esterna delle tre Grazie, che intreccia le mani con le altre due. Flora, dea della giovinezza, avanza verso il centro con la tunica decorata da fiori di vario genere. Regge un lembo della veste ricolmo di boccioli di rosa, che sparge nel cammino. Clori cerca di fuggire terrorizzata. Come risultato dell’incontro fecondante con Zefiro vengono generati i germogli che le escono dalla bocca. Zefiro, il vento di ponente che annuncia la primavera, è raffigurato come un essere alato bluastro che tenta di  ghermire la ninfa Clori.

 

 

 

 

Foto: Akg / Album

Pallade e il centauro

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Pallade e il centauro

Convenzionalmente si inseriscono nella serie mitologica quattro opere: oltre La Primavera e La Nascita di Venere, Botticelli realizzò anche Venere e Marte, distesi in un prato e circondati da satiri che cercano di disturbare il sonno del dio addormentato, e Pallade che doma il Centauro (1484 circa). Anche quest’ultimo dipinto (collocato come La Primavera nel palazzo di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici) si presta a varie interpretazioni: una teoria nata a fine ottocento legge in quest’opera un’esaltazione di Lorenzo il Magnifico, che si era alleato con il Regno di Napoli per scongiurare la partecipazione di questo alla lega antifiorentina promossa da papa Sisto IV. Quindi il centauro rappresenterebbe Roma, mentre Pallade Firenze. La dea ha infatti ricamato lo stemma mediceo sulla veste trasparente e regge un’ enorme alabarda. Sullo sfondo vi sarebbe il golfo di Napoli. In chiave neoplatonica, invece, il dipinto raffigurerebbe la vittoria della ragione sulla brutalità che, seppur armata, diventa docile al suo tocco.  

 

Foto: Akg / Album

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