Voto alle donne

Tra il XIX e il XX secolo le donne britanniche lottarono per il diritto di voto, che fu riconosciuto in parità di condizioni con gli uomini solo nel 1928. La protesta sfociò in sabotaggi e scioperi della fame, e molte suffragiste dovettero affrontare il carcere

La polizia di Manchester arresta una suffragista durante una protesta in strada intorno al 1905, al culmine delle azioni a favore del voto femminile

La polizia di Manchester arresta una suffragista durante una protesta in strada intorno al 1905, al culmine delle azioni a favore del voto femminile

La polizia di Manchester arresta una suffragista durante una protesta in strada intorno al 1905, al culmine delle azioni a favore del voto femminile

Foto: Past Pix / SSPL / Age Fotostock

Venerdì 3 agosto 1832 il parlamento britannico discusse la petizione di una certa Mary Smith, di Stanmore. Poiché pagava le stesse tasse ed era soggetta alle stesse leggi degli uomini, la donna riteneva di avere anche lo stesso diritto a eleggere i suoi rappresentanti e ad avere voce in capitolo nella promulgazione delle leggi. Sir Frederick Trench non poteva credere alle proprie orecchie. Il deputato fece notare che le giurie miste avrebbero avuto delle conseguenze molto sconvenienti, come costringere uomini e donne a trascorrere la notte nella stessa stanza per deliberare.

Si concluse così il primo dibattito sul voto femminile nella storia della Gran Bretagna. Il movimento suffragista era agli inizi e aveva ancora pochi sostenitori. Alle donne non erano riconosciuti gli stessi diritti civili e politici di cui godevano gli uomini ed erano soggette anche ad altre importanti restrizioni. Chi era sposata non poteva possedere proprietà né dettare testamento o avere la custodia dei figli. Le nubili e le vedove avevano qualche libertà in più, ma anche loro erano escluse dalle professioni in ambito medico e legale e dagli incarichi amministrativi. E naturalmente non potevano votare.

Questa incisione del 1853 intitolata "Gli effetti dell'emancipazione femminile" mostra donne (e uomini) nell'atto di votare per il «candidato più bello»

Questa incisione del 1853 intitolata "Gli effetti dell'emancipazione femminile" mostra donne (e uomini) nell'atto di votare per il «candidato più bello»

Foto: Stapleton Collection / Bridgeman / Aci

Per la mentalità dell’epoca la subordinazione femminile era una parte fondamentale dell’ordine sociale. Considerati più dotati dal punto di vista fisico e intellettuale, gli uomini dovevano incaricarsi della sfera pubblica, mentre le donne erano relegate all’ambito privato sotto la tutela maschile. Una buona parte dell’universo femminile aveva ormai fatto sua questa visione e la trasmetteva di madre in figlia. Di proteste non c’era praticamente traccia. Nel 1825 gli attivisti William Thompson e Anna Wheeler scrivevano: «Voi donne, che siete le più oppresse e umiliate, quando vi renderete conto della vostra condizione? Quando vi organizzerete per protestare e chiedere giustizia?».

Ma neanche chi denunciava l’iniquità della situazione arrivava a rivendicare il diritto di voto. Nei regimi parlamentari dell’inizio del XIX secolo questo diritto era riconosciuto solo a una minoranza: in Gran Bretagna era limitato al 20 percento degli uomini. Unicamente i circoli più “radicali” si battevano per il suffragio universale maschile. La concezione dominante era che la responsabilità di eleggere i propri governanti ricadeva esclusivamente su pochi uomini ben istruiti e abituati ad amministrare le loro proprietà. Questa ridotta minoranza avrebbe saputo prendere le decisioni migliori per il resto degli uomini e ovviamente anche per le donne, considerate eterne minorenni.

Inizia la lotta

Ma l’Inghilterra e il resto del mondo stavano entrando in un’epoca di profondi mutamenti economici, politici e sociali, che ben presto avrebbero avuto ripercussioni sulla condizione delle donne. Se nel 1830 le femministe erano poche e mal coordinate, trent’anni più tardi il movimento aveva acquisito forza e si era dato un obiettivo centrale: il riconoscimento del diritto di voto. Solo quando le donne avessero partecipato alle elezioni dei propri rappresentanti, e quindi all’elaborazione delle leggi, avrebbero potuto derogare alle norme che ne facevano delle cittadine di seconda classe.

L’aumento dell’istruzione accrebbe il pubblico dei lettori e la diffusione di libri e giornali. Gli ideali femministi iniziarono a circolare maggiormente e a trovare sempre più sostenitori. Negli anni sessanta dell’ottocento si moltiplicarono le associazioni a favore del voto femminile. Come si chiedeva il filosofo John Stuart Mill: perché in un Paese governato dalla regina Vittoria, che aveva dimostrato le sue grandi doti di governante, non si riconoscevano alle donne gli stessi diritti degli uomini?

 «Detenuti e folli non possono votare. Le donne rientrano forse in tali categorie?» si legge in questo cartello suffragista del 1910

«Detenuti e folli non possono votare. Le donne rientrano forse in tali categorie?» si legge in questo cartello suffragista del 1910

Foto: Age Fotostock

Le prime organizzazioni videro un’opportunità unica di raggiungere i propri obiettivi nella nuova legge elettorale del 1867, che estendeva il diritto di voto a un terzo degli uomini adulti. Dato che il testo della normativa utilizzava il termine men (uomini) anziché males (maschi), si poteva interpretare che la legge si riferisse a entrambi i sessi. Le suffragiste incoraggiarono quindi le donne a partecipare alle elezioni: una certa Lily Maxwell fu inserita grazie a un errore nel censo del suo collegio elettorale e andò a votare per un candidato favorevole al suffragio femminile. Per evitare pericolosi precedenti, qualche mese dopo fu chiarito che la legge non si riferiva in nessun caso alle donne.

Le suffragiste persero la battaglia, ma la loro causa guadagnò visibilità. I sostenitori del fronte contrario argomentavano preoccupati che le donne erano già rappresentate a sufficienza dai mariti: concedere il suffragio femminile era come dare un doppio voto agli uomini sposati, che avevano grande influenza sulle rispettive mogli. Se poi i coniugi non condividevano le stesse idee politiche, il voto femminile avrebbe seminato discordia nelle famiglie, aggiungevano. Ma la vera preoccupazione era che questo cambiamento fosse solo l’inizio: se le donne avessero potuto votare, poi avrebbero voluto anche entrare in parlamento e partecipare al governo. E questo, assicuravano, avrebbe pregiudicato non solo gli interessi della nazione ma anche la loro stessa salute, «inadatta a sopportare i ritmi intensi della politica».

Per il fronte contrario, lasciare che le donne votassero sarebbe stato come concedere un doppio voto agli uomini sposati

Gli anti-suffragisti erano la maggioranza, ma la causa del voto delle donne continuava ad attirare sostenitori. Nel 1869 ci fu una svolta importante negli Stati Uniti: il Wyoming approvò il suffragio femminile. Nel frattempo la Gran Bretagna concesse alle donne di partecipare alle elezioni delle giunte distrettuali per l’istruzione. Nel 1894 il suffragio femminile si estese ai consigli locali e divenne sempre più comune vedere le donne in coda davanti alle urne. Nel 1881 si registrò un ulteriore passo avanti: l’isola di Man (che era un dominio britannico) concesse il voto a nubili e vedove.

Molte personalità di spicco guardavano con sempre maggior simpatia alle organizzazioni suffragiste, ma non tutti erano disposti a compromettere i propri obiettivi politici per difendere la causa delle donne. Coscienti della necessità di coordinarsi al meglio per aumentare la pressione e ottenere nuovi appoggi, nel 1897 varie organizzazioni suffragiste diedero vita all’Unione nazionale delle società per il suffragio femminile (NUWSS, dalle iniziali in inglese), grazie agli sforzi di colei che ne fu a lungo presidente, Millicent Garrett Fawcett.

Questo cartello del 1897 annuncia l’opera teatrale La nuova donna, di Sydney Grundy e mostra il ruolo che un maggior accesso all’informazione ebbe nell’auge del movimento suffragista

Questo cartello del 1897 annuncia l’opera teatrale La nuova donna, di Sydney Grundy e mostra il ruolo che un maggior accesso all’informazione ebbe nell’auge del movimento suffragista

Foto: Bridgeman / Aci

Le affiliate svolgevano principalmente un lavoro di lobby sui rappresentanti politici e organizzavano manifestazioni. Per quanto oggi possa sembrare strano, per le donne dell’epoca parlare in pubblico era ancora un tabù. Margaret Nevinson, suffragista convinta, considerava i comizi come qualcosa di volgare e violento. Le donne erano state educate alla discrezione e trovarsi al centro dell’attenzione le metteva a disagio. Anche una parte del pubblico disapprovava certi comportamenti: non di rado le oratrici erano accolte con una pioggia di insulti, lanci di oggetti e tentativi di percosse. La suffragista Charlotte Despard continuò il suo intervento a un comizio nonostante fosse stata colpita in pieno volto da un uovo. Molte attiviste erano oggetto di commenti volgari, perché venivano equiparate a delle prostitute, e spesso la polizia doveva proteggerle dalla furia della folla. Per le donne non era facile partecipare agli incontri pubblici nemmeno come spettatrici. Quando il padre di Esther Knowles venne a sapere che la figlia era andata a un raduno suffragista si arrabbiò e picchiò la moglie, colpevole di averle dato il permesso.

Tuttavia le rivendicazioni femministe si diffusero proprio grazie a manifestazioni di questo tipo, che all’inizio del XX secolo non attraevano più solo pochi curiosi ed erano diventate degli eventi di massa. Nel novecento le donne cominciarono a prendersi sempre più spazio: iniziarono a essere ammesse nelle aule della facoltà di medicina e partecipavano ormai in migliaia alle giunte distrettuali per l’istruzione, che nel 1870 accoglievano solo poche decine di donne.

Ribelli in carcere

Nonostante i passi avanti, a molte suffragiste il voto continuava a sembrare lontano. Era ciò che pensava Emmeline Pankhurst, la fondatrice dell’Unione sociale e politica delle donne (WSPU), nata nel 1903 da una scissione con il NUWSS per un disaccordo sulle strategie di lotta. Emmeline, che aveva partecipato alla sua prima assemblea per il diritto di voto a soli 14 anni, riteneva che per raggiungere il suo scopo il movimento dovesse dotarsi di un’organizzazione di tipo militare. Per questo motivo respinse regolarmente tutte le richieste di democrazia interna ed espulse chiunque contestasse le sue decisioni. Persino la figlia Sylvia dovette abbandonare la WSPU a causa della collaborazione con il Partito laburista. La leader si era infatti impegnata a non cooperare con nessun partito politico fino a che le donne non avessero ottenuto il voto. Inoltre gli uomini erano esclusi dall’organizzazione. Le scelte di Pankhurst fecero sì che l’Unione restasse di dimensioni ridotte: nel 1914 aveva solo cinquemila affiliate, contro le cinquantamila della NUWSS guidata da Fawcett.

Il 4 giugno 1913 Emily W. Davison fu travolta da un cavallo durante una protesta in un ippodromo. Morì quattro giorni dopo: aveva quarant’anni

Il 4 giugno 1913 Emily W. Davison fu travolta da un cavallo durante una protesta in un ippodromo. Morì quattro giorni dopo: aveva quarant’anni

Foto: Bridgeman / Aci

La WSPU sviluppò delle forme di attivismo che ebbero grande risonanza sulla stampa, come per esempio interrompere i raduni dei partiti, cercare di entrare in parlamento, presentarsi a casa dei membri del governo e incatenarsi davanti alle case dei deputati. Queste azioni si concludevano spesso con l’arresto delle protagoniste, che si rifiutavano di pagare la multa corrispondente e di conseguenza finivano in carcere. All’uscita erano accolte come eroine e ottenevano molta pubblicità. I loro sostenitori si moltiplicarono: nel 1908 una grande manifestazione a Hyde Park radunò più di 250mila partecipanti. Persino il giornale conservatore The Times dovette ammettere che era l’evento più imponente degli ultimi 25 anni.

Le azioni delle suffragettes divennero sempre più spettacolari e in qualche occasione sfociarono in aggressioni: in segno di protesta contro il divieto di presentare petizioni al re – un diritto invece riconosciuto ai sudditi maschi – alcune affiliate della WSPU lanciarono pietre contro i vetri delle case di alcuni deputati. Per la NUWSS fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fawcett decise di rompere definitivamente con Pankhurst, ritenendo che le possibilità di successo non si basavano sul ricorso alla violenza ma «sulla crescente consapevolezza che le nostre richieste sono giuste e sensate».

Nell’ottobre del 1906 varie militanti del WSPU furono arrestate mentre protestavano nell’atrio della Camera dei comuni, nel palazzo di Westminster

Nell’ottobre del 1906 varie militanti del WSPU furono arrestate mentre protestavano nell’atrio della Camera dei comuni, nel palazzo di Westminster

Foto: Bridgeman / Aci

Ci furono scissioni anche all’interno della stessa WSPU: suffragiste storiche come Charlotte Despard lasciarono l’organizzazione in aperto disaccordo sia con questo tipo di azioni sia con il rifiuto di collaborare con altri partiti. I dissidi ebbero perfino ripercussioni terminologiche: in Gran Bretagna le sostenitrici dell’area radicale erano chiamate suffragettes, quelle dell’ala moderatasuffragists.

La reazione del governo non si fece attendere. Centinaia di suffragiste furono incarcerate e sottoposte a un duro regime penitenziario. Molte cominciarono lo sciopero della fame per chiedere lo status di prigioniere politiche e il miglioramento delle condizioni carcerarie. Le autorità volevano evitare a ogni costo che le detenute diventassero delle martiri della causa e si ritrovarono così di fronte a un grande dilemma. La soluzione cui ricorsero fu l’alimentazione forzata, un’operazione dolorosa e pericolosa che non fece che accrescere le simpatie della popolazione verso le suffragiste.

In questa litografia di Achille Beltrame pubblicata su La domenica del Corriere nell'aprile 1913 le suffragettes detenute vengono alimentate a forza

In questa litografia di Achille Beltrame pubblicata su La domenica del Corriere nell'aprile 1913 le suffragettes detenute vengono alimentate a forza

Foto: Look and Learn / Bridgeman / Aci

La repressione delle proteste nelle strade si inasprì. Nel novembre del 1910 fu convocata una manifestazione per chiedere al parlamento di riprendere il dibattito sulla concessione del voto alle nubili e alle vedove. A dissolvere la protesta furono inviate squadre di poliziotti provenienti dai quartieri bassi di Londra, che ricorsero a percosse e aggressioni sessuali con l’appoggio di numerosi spettatori. Due manifestanti morirono a causa delle ferite riportate, e la foto di una donna a terra in procinto di essere picchiata suscitò grande clamore. La risposta ufficiale delle autorità a quello che è passato alla storia come “il venerdì nero” fu incolpare dell’accaduto le suffragiste, che a loro volta reagirono invitando la gente a unirsi alla protesta. Vennero incendiati edifici e vagoni ferroviari, e distrutte vetrine. Le donne arrestate (in totale un centinaio) iniziarono lo sciopero della sete, della fame e del sonno e il governo si vide costretto a liberarle. Tuttavia, furono arrestate di nuovo alla prima occasione. Alla fine riuscirono a ottenere una riforma legale che prevedeva un leggero miglioramento delle condizioni penitenziarie delle attiviste.

Soluzioni radicali

Nel frattempo il progetto di legge era arrivato al dibattito parlamentare. Vari ministri del governo liberale vi si opposero, ritenendo che le categorie di donne cui era indirizzato (nubili e vedove proprietarie di beni) avrebbero votato in maggioranza per i conservatori. E così, la proposta che tante speranze aveva suscitato fu bocciata nel 1912. Per Pankhurst era il segno che bisognava passare alle maniere forti. Una minoranza riprese con maggior decisione la campagna contro le proprietà. In qualche caso si arrivò a gettare bombe nelle case vuote o a incendiarle. Il governo reagì continuando a incarcerare le suffragettes. Per non dover ricorrere alla pratica poco popolare dell’alimentazione forzata, nel 1913 il parlamento approvò la cosiddetta legge «del gatto e del topo». La normativa permetteva di rilasciare le recluse troppo debilitate dal digiuno per poi incarcerarle nuovamente una volta che si fossero riprese. Questa strategia fu ben accolta da un’opinione pubblica che disapprovava le bombe e i vetri rotti. Tali azioni avevano danneggiato l’immagine del movimento e dato nuovi argomenti a chi sosteneva che le donne fossero troppo emotive per votare. Sebbene gli attentati non fossero mai stati diretti contro altre persone, il minimo errore avrebbe potuto avere conseguenze fatali.

Difficile dire cosa sarebbe successo se le cose fossero continuate così, perché lo scoppio della Grande guerra interruppe l’attività della WSPU. Pankhurst abbracciò la causa patriottica e si mise a disposizione del governo. La NUWSS proseguì invece con la sua campagna. L’attività politica del gruppo e soprattutto il contributo delle donne nelle retrovie durante la Grande guerra convinsero il parlamento e la società che era giunto il momento di concedere il suffragio femminile. Nel febbraio del 1918 fu approvata la legge che riconosceva il voto alle donne di più di 30 anni e lo estendeva a tutti gli uomini maggiori di 21. Per le donne fu una vittoria sicuramente importante, ma non completa.

Il primo ministro Lloyd George insieme alle operaie di una fabbrica di munizioni di Manchester nel 1918. Alla sua destra compare la leader suffragista Flora Drummond, della WSPU

Il primo ministro Lloyd George insieme alle operaie di una fabbrica di munizioni di Manchester nel 1918. Alla sua destra compare la leader suffragista Flora Drummond, della WSPU

Foto: Bridgeman / Aci

Le campagne proseguirono fino al luglio del 1928, quando venne uguagliata l’età minima per votare: 21 anni sia per gli uomini sia per le donne. Alla sessione decisiva del parlamento assistettero anche le protagoniste, ormai anziane della lotta per il suffragio: Fawcett e Despard avevano rispettivamente 81 e 84 anni. Pankhurst, invece, era morta solo un mese prima. Fu proprio Charlotte Despard a dire in quell’occasione: «Non ho mai pensato che avrei visto riconosciuto il voto alle donne. Ma quando un sogno si avvera, è il momento di passare all’obiettivo seguente».

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