Ugo Foscolo e il declino di Venezia

Dopo mille anni di autonomia, nel 1797 la Serenissima cadde nella tela dei grandi giochi politici europei. Ebbe come testimone Ugo Foscolo, che ne osservò svanire i sogni di libertà

Per quasi tutto il XVIII secolo, mentre le grandi potenze erano impegnate in conflitti di grandi dimensioni, Venezia godette di un lungo periodo di relativa tranquillità, fatta eccezione per questioni legate alla pirateria. Eppure, il segno più evidente della sua irrimediabile decadenza fu l’interesse sempre più spiccato per una politica continentale di neutralità e di conservazione dell’esistente, vista come unico sistema per sopravvivere a quanto il Settecento aveva in serbo per lei. Un secolo in cui la Serenissima non si sarebbe trovata più nemmeno al centro degli scambi internazionali tra Europa e Asia, così antichi e fondamentali per il suo benessere, poiché altri stati avrebbero raggiunto un ruolo di primo piano nelle relazioni commerciali e politiche con i Paesi dell’Oriente.

Festa alla villa Widmann, Andrea Pastò, 1750 circa. Galleria dell'Accademia Carrara, Bergamo

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Al suo declinante peso politico durante il XVIII secolo fece, tuttavia, da contrasto la sua influenza come uno dei centri più vivaci della cultura europea e come polo di attrazione per i viaggiatori che compivano il Grand Tour, i quali erano richiamati dai suoi teatri, dalla sua musica, dalle sale da gioco e dai caffè, qualcuno dei quali rappresentava il punto d’incontro tra persone con idee politiche affini o di raduno dei simpatizzanti delle nuove idee provenienti dalla Francia.

I palazzi del Canal grande testimoniano del benessere e dello sviluppo artistico della Serenissima

I palazzi del Canal grande testimoniano del benessere e dello sviluppo artistico della Serenissima

Foto: Konstantin Ka / Age Fotostock

Pur avendo fama di essere la più sfrenata, viziosa e contraddittoria delle capitali europee, dove l’allegria dei carnevali creava uno spirito e un’aria festosa che duravano tutto l’anno, dietro la spensieratezza di Venezia c’era la mancanza, quasi in ognuno e tranne per una piccola minoranza, di propositi seri derivanti dalle responsabilità politiche. Anche i pochi nobili impegnati nella cosa pubblica, la cui ragione di vita era il governo dello stato, mancavano di energia e coraggio.

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Venezia e Napoleone

Quando l’eco degli avvenimenti rivoluzionari parigini e degli eserciti francesi in marcia giunse al collegio dei Savi – il consiglio dei ministri della Repubblica che si occupava di politica estera, finanze e affari militari – soltanto pochi sostennero, invano, che Venezia si doveva armare e preparare a combattere per la sua sopravvivenza. Sebbene tra il 1782 e il 1784 Angelo Emo, capitano delle navi e inquisitore all’Arsenale, vanto della Repubblica ma ora decadente, avesse cercato di ammodernarlo con ordine ed efficienza facendo giungere dall’Inghilterra e dalla Francia nuovi prototipi di navi da guerra, le fortezze e l’esercito versavano in condizioni antiquate e fra i nobili veneziani non ci sarebbe stato nessuno con le capacità di organizzare e guidare l’esercito di cui si aveva necessità.

Nel nuovo panorama creato dalla rivoluzione francese, Venezia non era in grado di destreggiarsi nei giochi di equilibrio tra Francia e Austria e si oppose all’alleanza con l’una o con l’altra potenza, rifiutando altresì la proposta di prendere parte a una lega difensiva degli stati italiani, dal momento che la sua antica politica di neutralità richiedeva un minor impegno.

La battaglia del ponte di Arcole, il 15-17 novembre 1796, infranse le speranze delle forze austriache. Dipinto di Horace Vernet (XIX secolo)

La battaglia del ponte di Arcole, il 15-17 novembre 1796, infranse le speranze delle forze austriache. Dipinto di Horace Vernet (XIX secolo)

Foto: Christies Images, London / Scala, Firenze

Così, quando Napoleone, durante la sua campagna d’Italia, conquistò Milano e inseguì gli austriaci attraverso il territorio veneziano fino alle Alpi tirolesi, la Serenissima si trovò spiazzata e inerme. Nelle città sulla terraferma occupate dai francesi, se da un lato molti esponenti delle classi nobili e borghesi abbracciarono le idee della rivoluzione, sfruttando l’occasione per istituire governi ostili a Venezia, dall’altro il popolo, indifferente rispetto alle ideologie ed esasperato per via degli abusi dei militari francesi e delle confische, restò fedele alla sua città insorgendo al grido di «Marco, Marco!».

La resa della Serenissima

A Venezia furono in pochi a sostenere gli ideali democratici e a cospirare per la caduta dell’oligarchia, incoraggiati e protetti da rappresentanti bonapartisti, e in loro aiuto Napoleone spinse le sue truppe fino al mare, provocando paura e terrore nella laguna. Il 30 aprile 1797, alla notizia dei preparativi francesi di attraversarla, il doge Lodovico Manin, passeggiando su e giù per la stanza, avvilito esclamò: «Sta notte no semo sicuri gnanca nel nostro letto». Bonaparte intimò al governo di sciogliersi e consegnare il potere a una giunta municipale democratica, che avrebbe sostituito l’oligarchia veneziana e sarebbe stata posta sotto protezione francese. Inoltre, chiese la consegna di alcuni capitani della laguna che si erano scontrati con l’esercito francese. Fra i nobili ai posti di comando gli ultimi giorni furono caratterizzati dal timore che egli confiscasse i loro possedimenti in terraferma, già tutta in suo potere, da quello di cospirazioni democratiche all’interno della città e da un eventuale saccheggio da parte delle milizie francesi.

Nell’ultima riunione del 12 maggio, pur senza il numero legale, il doge esortò ad accettare le disposizioni napoleoniche, i magistrati deposero i simboli del comando, il Maggior consiglio dichiarò decaduta la repubblica e una municipalità provvisoria, sotto il controllo francese, assunse il potere. Per evitare conflitti furono sgomberati anche i soldati schiavoni, dalmati e istrioni, fedeli alla Serenissima, provenienti dalle regioni slave al di là dell’Adriatico. Dopo l’abbandono del palazzo ducale da parte di Manin e il suo ritiro nel palazzo di famiglia quattromila soldati francesi entrarono a Venezia e sfilarono in piazza San Marco, mai prima di quel momento occupata da truppe straniere.

Nel ritratto che Bernardino Castelli fa di Lodovico Manin, il doge appare con i simboli del potere dogale

Nel ritratto che Bernardino Castelli fa di Lodovico Manin, il doge appare con i simboli del potere dogale

Foto: Sergio Anelli / Bridgeman / ACI

Napoleone spogliò la città con metodo, iniziando dalla zecca, di proprietà del doge, per proseguire con l’Arsenale, la flotta, gli archivi e i tesori d’arte. Come scrisse Ippolito Nievo nelle Confessioni di un italiano, «cade la Repubblica di San Marco come il gigante di Nabucco», lasciando entrare il generale francese e il suo esercito senza quasi colpo ferire, fatta eccezione per quello sparato su ordine di Domenico Pizzamano, comandante del forte di Sant’Andrea, che il 20 aprile aveva distrutto la fregata francese Le Libérateur d’Italie mentre questa faceva il tentativo di entrare con la forza nel bacino.

Il 12 maggio 1979 il Maggior consiglio dichiarò decaduta la repubblica di Venezia e i francesi presero il potere

Nella democratizzata e francese Venezia a Ugo Foscolo fu affidato l’incarico di segretario della nuova municipalità: iniziò quindi a redigere i verbali delle sedute, trasfondendovi i suoi entusiasmi giacobini. Allievo della rivoluzione, Foscolo si era impegnato nella vita politica sotto l’influenza delle idee giacobine, che si erano rafforzate con la discesa dei francesi in Italia. All’inizio del 1797 aveva maturato la sua scelta patriottica e avviato il suo impegno politico e civile, deciso ormai a intervenire in prima persona nel nuovo corso delle cose per poter dare un contributo alla “gloria” della nazione.

Il trattato di Campoformio

Ma il 17 ottobre 1797 l’articolo 6 del trattato di Campoformio, firmato da Bonaparte e dal diplomatico austriaco Johann Ludwig Joseph von Cobenzl, decretò il passaggio della repubblica dei Dogi dalla Francia all’Austria, insieme all’Istria, alla Dalmazia, alle isole già veneziane dell’Adriatico. Erano passati esattamente 1.100 anni da quando Paulicio Anafesto era stato eletto primo duca veneziano, aprendo l’elenco dei centodiciannove uomini che si sarebbero alternati al governo della Serenissima fino al pomeriggio in cui, nella villa estiva di Lodovico Manin, l’ultimo doge, furono siglati i documenti con i quali lo stato veneto, con grande parte dei suoi possedimenti, fu ceduto agli austriaci.

Il leone alato, simbolo della città di Venezia

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Foto: Petr Svarc / Age Fotostock

Lo scambio gettò nella disperazione quei pochi ottimisti, tra cui Ugo Foscolo, che avevano sperato e creduto che Venezia avrebbe goduto, grazie ai francesi, di un futuro luminoso e democratico. L’Austria, dal canto suo, dopo la firma del trattato, riconobbe la Repubblica cisalpina, istituita da Napoleone come “repubblica sorella” nel giugno 1797, in seguito alla campagna d’Italia, con capitale Milano e comprendente i territori dei ducati di Milano, di Modena e Reggio, di Massa e Carrara, le città di Bologna, Ferrara, Ravenna e Mantova, i territori veneti compresi tra l’Adda e l’Adige e la Valtellina.

Otto anni dopo il trattato di Campoformio, dopo aver messo a punto i suoi piani imperiali e sconfitto più compiutamente l’Austria, l’imperatore francese riprese Venezia, aggiungendola nel 1805 al suo regno italico. I dieci anni di dominazione francese e le difficoltà create dal blocco continentale attivato contro gli interessi commerciali inglesi ne decretarono la rovina come centro marittimo. Nel 1815 il congresso di Vienna assegnò di nuovo la città agli austriaci, dei quali si sarebbe liberata solamente nel 1866, entrando a far parte del Regno d’Italia con un’annessione plebiscitaria.

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Foscolo in armi

Il trattato di Campoformio aveva segnato un momento decisivo nell’esistenza di Ugo Foscolo, dando inizio a un incessante fuggire di gente in gente, che rappresenterà una linea dominante nella sua biografia di scrittore militante. La delusione fu durissima anche per tutti quei patrioti che, come lui, si erano esposti e lasciati andare al sogno della nazione rigenerata e che avevano riposto tutte le loro speranze nella figura di Napoleone, celebrato nella famosa ode A Bonaparte liberatore dallo stesso Foscolo. Questi fuggì a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, snodo vitale di dibattiti politici e attività giornalistiche e editoriali, punto di riferimento di molti patrioti, e lì si unì ai gruppi giacobini italiani più attivi. Venne accolto nella redazione del battagliero Monitore italiano, sulle cui colonne pubblicò articoli di propaganda politica a difesa di una concezione italiana e patriottica della rivoluzione e di critica nei confronti dell’azione straniera.

François-Xavier Fabre, pittore e collezionista d’arte francese, dipinse questo celebre ritratto di Ugo Foscolo. Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze

François-Xavier Fabre, pittore e collezionista d’arte francese, dipinse questo celebre ritratto di Ugo Foscolo. Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze

Foto: Scala, Firenze

Il 1799 si annunciava portatore di nuove tempeste: gli austro-russi si apprestavano a dare inizio all’offensiva antifrancese con la conseguente occupazione della Repubblica cisalpina, mentre Napoleone rientrava in Europa dopo la disastrosa campagna d’Egitto. Per Foscolo fu il momento dell’azione, dell’arruolamento come volontario nella Guardia nazionale e della partecipazione agli scontri in Emilia e in Romagna contro la coalizione antinapoleonica degli austro-russi. A Cento fu ferito, arrestato e, dopo diversi giorni di prigionia nelle carceri di Vignola e di Modena, liberato dai contingenti rivoluzionari. Partecipò alla battaglia della Trebbia del 19 giugno e si rifugiò a Genova con il generale francese Massena, unendosi ai resti della divisione del generale Macdonald.

A Milano, capitale della Cisalpina e punto di riferimento dei patrioti, Foscolo si unì ai giacobini italiani più attivi

Agli inizi del 1800 Foscolo ristampò l’ode A Bonaparte, accompagnandola con una dedica che suonava come un ammonimento all’eroe che avrebbe dovuto rispondere delle proprie azioni davanti al tribunale della storia. Rientrato a Milano dopo la battaglia di Marengo del 14 giugno si arruolò, con il grado di capitano aggiunto, nello stato maggiore del generale Pino e fu incaricato di compiere missioni in Lombardia, Emilia e Toscana. L’Orazione a Bonaparte, che fu scritta per incarico del Comitato di governo in occasione dei comizi di Lione del 25 gennaio 1802, non piacque a Napoleone per via dell’esplicita denuncia della corruzione delle leggi, delle armi e dei costumi della società, compromettendo il prosieguo della sua carriera militare.

L’irrequietezza foscoliana non si placò e, dovendo trovare nelle armi i mezzi necessari alla propria sussistenza, date le sue precarie condizioni economiche, pur avendone abbastanza della milizia, chiese di entrare nella Divisione italiana in Francia che si preparava a partecipare alla spedizione progettata contro l’Inghilterra. La domanda fu accettata e tra il giugno 1804 e il marzo 1806 Foscolo, col suo grado di capitano, rimase sulle coste della Manica, tra Calais, Valenciennes, Boulogne-sur-Mer e Lille, località in cui erano concentrate le truppe che avrebbero dovuto compiere la missione. Nell’estate del 1804, a Valenciennes, mentre si sentiva «solo, tutto solo in un orrido clima, sprovveduto di danaro e d’amici», frequentò alcuni prigionieri inglesi ed ebbe una relazione con Fanny Hamilton, da cui nacque una figlia, Floriana, che avrebbe conosciuto soltanto molti anni dopo, durante il suo “esilio” in Inghilterra.

Durante la consulta di Lione del 26 gennaio 1802 nacque la repubblica italiana. Napoleone Bonaparte fu nominato presidente

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Foto: Dea / Scala, Firenze

Nell’estate del 1812 fu invitato a lasciare Milano per ovvie ragioni politiche e si trasferì a Firenze, dove restò per un intero anno. Dopo l’abdicazione di Napoleone, nell’aprile 1814, si mobilitò con altri al fine di conservare l’integrità e l’indipendenza del regno d’Italia, nel tentativo di tenerlo separato dal crollo dell’impero. Il rifiuto della direzione della Biblioteca italiana, offertagli dagli austriaci che avevano riconosciuto la sua posizione polemica, senza eguali in Italia, nei confronti di Napoleone e della Francia, e quindi la decisione di non lavorare per loro, pose Foscolo di fronte all’impossibilità di prestare giuramento di fedeltà, richiesto dall’Austria a tutti gli ufficiali dopo la fuga di Bonaparte dall’Elba il 1° marzo 1815.

Questi era tornato sulla scena ed egli avrebbe dovuto scegliere fra lui e l’Austria: non poteva scegliere quest’ultima senza sconfessare una gran parte di sé, non poteva trasferirsi in un altro luogo dell’Italia e schierarsi a favore della Francia e non poteva ritirarsi a vita privata, poiché avrebbe attirato i sospetti del governo austriaco. Inoltre, di fronte alla sua posizione nella stessa Milano, egli decise di optare per l’unica strada possibile, quella dell’abbandono della sua patria, e nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1815, di nascosto e viaggiando sotto falso nome, oltrepassò il confine a Como per entrare in Svizzera, dando inizio al capitolo più amaro della sua vita.

Foscolo decise di optare per l’unica strada possibile, quella dell’esilio, e nel 1815 oltrepassò il confine a Como

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L’esilio volontario

Dopo tante vicende Foscolo si trovò senza amici, senza denaro, ricco soltanto della fama costruita nel tempo grazie alle sue opere, a ricominciare un’esistenza da fuggiasco, in giro per un’Europa già colma di fuoriusciti. Passando da Lugano entrò in Svizzera, mentre in Italia il fratello Giulio gli metteva a disposizione i suoi risparmi e Quirina Mocenni Magiotti, sua ex amante, pagava le sue cambiali. Nell’agosto del 1816 lasciò Basilea in direzione Londra, non toccando mai le terre di Francia.

Statua dell'ammiraglio inglese Nelson, che sconfisse Napoleone nelle acque di Trafalgar

Statua dell'ammiraglio inglese Nelson, che sconfisse Napoleone nelle acque di Trafalgar

Foto: Robert Harding / Alamy / ACI

Fra tutti i periodi più o meno burrascosi della sua vita, quello trascorso in Inghilterra e durato circa un decennio fu, senza dubbio, l’atto conclusivo e doloroso della sua esistenza. Il Paese era un rifugio accogliente per gli esuli provenienti da ogni parte d’Europa, proscritti per motivi politici e religiosi, ospitati in una società impermeabile e resistente agli influssi esterni. Foscolo godette dell’ammirazione e delle simpatie degli aristocratici e di intellettuali come lord Henry Holland, William Steward Rose, il bibliofilo Roger Wilbraham e il banchiere Hudson Gurney, ma tutto questo non bastò a fargli dimenticare la sua condizione di esule, con problemi economici impellenti, disavventure finanziarie e debiti crescenti.

Fu soprattutto l’ambiente del Partito whig a dargli il benvenuto, non per la sua fama di poeta, né per il suo fascino o la sua erudizione, ma perché era considerato un patriota, più per il suo atteggiamento nei confronti di Bonaparte che per l’esilio volontario, scelto pur di non sottomettersi al governo austriaco. A Londra collaborò con le riviste Edinburgh Review e Quarterly Review e visse in modo decisamente agiato grazie a prestiti e stipendi da parte dei suoi amici inglesi in cambio dei frutti della sua penna. Nel 1818 anche John Cam Hobhouse, intellettuale e letterato di spicco, militante nelle file del partito radicale, gli offrì il suo aiuto nel tentativo di trasformare in denaro i suoi scritti.

Tra lavoro e creditori impazienti, Foscolo condusse una vita gaia e dispendiosa, frequentando feste ed eventi mondani

Dopo aver accettato l’invito a collaborare all’importante Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia, il lavoro di scrittore fu tutt’altro che trascurabile, tanto quanto i debiti che, continuando ad accumularsi, facevano scalpitare i suoi creditori. Pur non potendo, Foscolo condusse una vita gaia e spendereccia, vestito alla moda, passando da una festa all’altra, elegantissimo nel suo cappello di pelo lucido di castoro, nel suo soprabito di fine panno azzurro “imperiale” con bottoni dorati, con i guanti gialli di capretto e gli stivali di cuoio alla Wellington.

La seicentensca Holland House, residenza presso Kensington di lord Holland, in una litografia del XIX secolo su incisione di R. Havell & Figlio

La seicentensca Holland House, residenza presso Kensington di lord Holland, in una litografia del XIX secolo su incisione di R. Havell & Figlio

Foto: The Stapleton Collection / Bridgeman / ACI

Nel 1822 ritrovò la figlia Floriana, ormai diciassettenne, che era stata affidata alla nonna dopo il matrimonio della madre e godeva di una discreta eredità in denaro, che Foscolo investì in terre e in proprietà, come il Digamma Cottage, villa di proporzioni esagerate rispetto alle sue possibilità. Seguirono periodi di malattia e disperazione, duranti i quali fu costretto a nascondersi, ad assumere nomi falsi e a cambiare con una certa frequenza domicilio per sfuggire alle denunce.

Furono anni di continui spostamenti, vissuti con un tenore di vita sproporzionato, delle camere ammobiliate, dei disturbi allo stomaco e delle febbri che lo tormentavano e non lo lasciavano scrivere, delle odiate lezioni di italiano, dei libri venduti per acquistare il pane e dell’isolamento dagli amici per la vergogna della sua condizione. Tuttavia, tra una febbre e l’altra, sempre curato amorevolmente dalla figlia e aggrappato alle sue idee di energica attività, Foscolo continuò a produrre e a pubblicare fino al mese di marzo del 1827, quando la sua salute peggiorò e sopraggiunse l’idropisia. Dopo tanto scrivere l’ultima cosa che il grande poeta riuscì a fissare faticosamente sulla carta fu qualche riga per sua figlia circa il denaro da restituire ai creditori e sui debiti che lo avevano tormentato fino alla fine. Morì il 10 settembre dello stesso anno, consumato dal male e confortato dalla lettura del Libro di Giobbe. Sepolto nel vecchio cimitero di Chiswich, fu trasferito in Santa Croce a Firenze soltanto nel 1871.

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Per saperne di più

La Repubblica di Venezia. Charles Diehl. Newton & Compton, Roma, 2007
Le campagne di Napoleone. David G. Chandler. Rizzoli, Milano, 2006
Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Carlo Emilio Gadda. Adelphi, Milano, 2015

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