La tragedia del Titanic

La nave "inaffondabile" fu costruita in due anni, navigò per quattro giorni e mezzo e, dopo essersi scontrata con un iceberg, affondò in due ore e 40 minuti portandosi via più di 1.500 vite

Come tanti altri disastri del nostro tempo, la storia del Titanic iniziò in un ufficio all’inizio del secolo scorso. Nel 1907 Bruce Ismay e lord Pirrie raggiunsero un accordo per costruire tre navi come non se n’erano mai viste prima. Entrambi, il primo in veste di presidente della compagnia White Star e l’altro come presidente dei cantieri navali Harland & Wolff di Belfast, avevano preso questa decisione poiché pensavano che fosse l’unico modo per combattere l’innegabile supremazia nei viaggi transatlantici del loro più grande rivale, la Cunard Line. Queste navi sarebbero state l’Olympic, il Titanic e il Gigantic, che dopo il disastro del Titanic fu ribattezzato Britannic.

Questo disegno d’epoca del pittore Henry Reuterdahl ricrea il naufragio del Titanic partendo dalle storie dei sopravvissuti che assistettero alla scena dalle lance di salvataggio

Questo disegno d’epoca del pittore Henry Reuterdahl ricrea il naufragio del Titanic partendo dalle storie dei sopravvissuti che assistettero alla scena dalle lance di salvataggio

Foto: Mary Evans / Scala, Firenze

Una nave favolosa

Fin dall’inizio il Titanic fece un’impressione diversa rispetto alle altre navi. Tutto ciò che aveva a che fare con quest’imbarcazione acquisì toni leggendari, e quest’aura non fece che aumentare col passare del tempo e con l’avvicinarsi del completamento dell’imbarcazione e della preparazione del viaggio inaugurale. Il Titanic diventò così «il più grande oggetto in movimento mai realizzato»: una mole di 268,83 metri di lunghezza e circa 53 di altezza, con un peso lordo di circa 46.328 tonnellate, che poteva navigare a una velocità massima di 24 nodi (circa 44 chilometri orari) grazie alla forza trainante di 16mila cavalli di potenza e capace di spostare circa 50mila tonnellate di acqua al suo passaggio. Tuttavia, queste misure colossali non erano l’unica attrazione della nave.

Il Titanic era un compendio di lussi. Addirittura si arrivò ad affermare che sui suoi tappeti si affondava fino alle ginocchia, un’esagerazione che, comunque, ci dà degli indizi per immaginare fino a che punto i costruttori avessero curato ogni minimo dettaglio. Al suo interno i ricchi si sarebbero sentiti ancora più ricchi e i poveri un po’ meno poveri. A tutto ciò si aggiungeva una propaganda che esaltava la sicurezza del Titanic, presentato come “inaffondabile”. L’ingegnere che lo progettò, Thomas Andrews, consapevole del fatto che il progetto dell’azienda fosse di dimensioni inimmaginabili per l’epoca, applicò misure straordinarie in materia di sicurezza. La nave era provvista di uno scafo con doppio fondo suddiviso in sedici compartimenti stagni. Si ipotizzarono possibili incidenti, predisponendo misure di sicurezza per far fronte a ciascuno di essi. Nessuno fu in grado di immaginare che si potessero verificare incidenti tanto gravi da distruggere più di due o tre delle paratie che formavano tali compartimenti, e anche in questo caso l’ingegnere progettò la nave in modo tale da farla rimanere a galla anche nel caso in cui si fossero allagati quattro compartimenti.

Inizia il viaggio

Il 10 aprile del 1912, dopo mesi e mesi di pubblicità e dicerie, finalmente il Titanic salpò da Southampton per il viaggio inaugurale con destinazione New York. Ismay e Andrews erano a bordo per sovrintendere la traversata e far sì che le cose andassero al meglio. Il capitano era Edward Smith, un esperto marinaio della White Star che in precedenza aveva guidato l’Olympic, il fratello gemello del Titanic, che già da un anno percorreva la stessa rotta.

1911: cartello pubblicitario della White Star che annuncia «le navi più grandi del mondo»

1911: cartello pubblicitario della White Star che annuncia «le navi più grandi del mondo»

Foto: Cauer Collection / Bridgeman / ACI

Il Titanic attraversò il canale della Manica fino al suo primo scalo, Cherbourg, in Normandia. In seguito si diresse verso il porto di Queenstown (oggi Cork, Irlanda) per far imbarcare gli ultimi passeggeri prima di addentrarsi nell’oceano. A bordo viaggiavano più di 2.400 persone; ben presto i ponti iniziarono a brulicare di passeggeri desiderosi di conoscere le meraviglie della nave sulla quale stavano viaggiando e che non smettevano di lodare ciò che stavano vedendo e il lavoro del personale al loro servizio. La traversata fu idilliaca, o almeno questo affermarono i sopravvissuti, forse idealizzando l’accaduto prima che la tragedia si abbattesse su di loro. In ogni caso, nulla turbò il viaggio.

Il fatidico 14 aprile non fu diverso dai giorni precedenti. Il capitano Smith ordinò un cambio di rotta per evitare le zone in cui sapeva che gli iceberg si muovevano alla deriva. Al crepuscolo la temperatura scese bruscamente ma il Titanic continuò a navigare tranquillo sul mare calmo. Verso le dieci di sera, dopo aver cenato con i suoi passeggeri illustri, il capitano si ritirò in cabina e il comando della nave rimase nelle mani del primo ufficiale William Murdoch. Quest’ultimo ordinò di rafforzare la vigilanza e di chiudere tutte le aperture nel cassero, per soffocare qualsiasi luce o riflesso che avesse potuto ostacolare la vista delle vedette di guardia durante la notte.

Mancavano 20 minuti alla mezzanotte quando la vedetta Frederick Fleet avvertì la presenza di un iceberg nelle vicinanze. Era appena percettibile, dal momento che non c’era schiuma sulla linea di galleggiamento. Le onde, infatti, non si infrangevano contro quel gigantesco lastrone gelato perché il mare era di una calma quasi irreale. Il blocco di ghiaccio era solo un’ombra sullo sfondo di una notte incredibilmente stellata ma senza luna. Fleet informò immediatamente Murdoch, che ordinò di virare a babordo e, subito dopo, di fermare i motori. In questo modo fu possibile evitare la collisione: il ghiaccio e l’acciaio si sfiorarono appena sul lato di tribordo. Eppure le conseguenze di quel leggero contatto furono fatali.

Il Titanic era una città galleggiante: la prima classe includeva un bar, una biblioteca, una palestra e un campo di squash!

Il Titanic era una città galleggiante: la prima classe includeva un bar, una biblioteca, una palestra e un campo di squash!

Foto: Sol 90 / ALBUM

Una ferita mortale

L’incidente fu appena avvertito a bordo. Alcuni passeggeri sentirono una leggera vibrazione che percorse tutta la spina dorsale della nave, da prua a poppa. Altri contemplarono, più con curiosità che con paura, il passaggio del gigante di ghiaccio, dal quale si staccarono alcuni frammenti che finirono sulla coperta e con i quali alcuni addirittura giocarono o scherzarono, chiedendosi se potevano metterli nel whisky. I lampadari di cristallo tintinnarono e alcuni oggetti caddero dai comodini. Non ci fu panico; nessuno si rese conto della gravità di quello che sarebbe successo di lì a poco. Il suono strano e breve che si produsse mentre il ghiaccio tagliava lo scafo, circa cinque metri al di sotto della linea di galleggiamento, non destò alcuna preoccupazione; i pochi membri dell’equipaggio che lo sentirono pensarono che fosse dovuto alla rottura di una delle pale delle tre gigantesche eliche del transatlantico. Sebbene Smith fosse stato informato subito, si iniziarono a prendere misure di salvataggio solo circa trenta minuti dopo l’impatto, quando l’ingegnere Andrews confermò, in base ai suoi calcoli, che al Titanic rimanevano due ore scarse di vita in acqua. Se la nave avesse colpito l’iceberg frontalmente, provocando un grande impatto, tutti i passeggeri si sarebbero svegliati e resi conto subito del pericolo. L’evacuazione sarebbe potuta essere più rapida, soprattutto considerando che sulle 20 lance di salvataggio non c’era posto per tutti i passeggeri.

Eppure non scoppiò il panico. Ci fu qualcosa di illusorio in quella prima ora in cui alcuni passeggeri scherzarono su ciò che stava accadendo. Niente e nessuno li avvisò della gravità della situazione e l’ordine del capitano – forse discutibile ma in nessun modo strampalato – fu quello di evitare a tutti i costi il panico per non peggiorare le cose, semmai fossero potute andare peggio. Alcuni passeggeri ritenevano impossibile che una nave inaffondabile potesse veramente inabissarsi e si rifiutarono persino di indossare il giubbotto salvavita che i camerieri iniziarono a distribuire. Il fatto che fosse stato chiesto all’orchestra di allietare l’evacuazione contribuì ad aumentare la sensazione che non esistesse un pericolo imminente. Il risultato fu che le prime due lance che scesero dal Titanic, 25 minuti dopo la mezzanotte, erano piene solo a metà. A causa di un errore dopo l’altro, centinaia di persone stavano andando rapidamente incontro alla morte al ritmo degli accordi dell’orchestra, che continuò a suonare fino alla fine.

Il giovane Ned Parfett di fronte agli uffici londinesi della compagnia navale White Star mentre distribuisce  l’edizione del giornale che confermava agli attoniti passanti l’entità del disastro del naufragio del Titanic

Il giovane Ned Parfett di fronte agli uffici londinesi della compagnia navale White Star mentre distribuisce l’edizione del giornale che confermava agli attoniti passanti l’entità del disastro del naufragio del Titanic

Foto: Granger / Album

Sia il capitano Smith, quasi impietrito per lo shock, sia l’ingegnere Andrews usarono i megafoni e cercarono con ogni mezzo di fare in modo che che le lance tornassero indietro e venissero riempite oltre la loro capacità. Ma quelli che erano ormai lontano non fecero ritorno verso la nave. Dalla distanza in cui si trovavano probabilmente erano i più consapevoli del fatto che il Titanic, con tutte le luci accese, iniziava a essere più in acqua che fuori, soprattutto a prua. Nessuno voleva avvicinarsi tanto da rischiare di essere inghiottito come il resto dei passeggeri ancora a bordo, oppure di venir travolto dall’effetto di risucchio che avrebbe causato l’inabissarsi di una tale mole. I telegrafisti inviarono freneticamente messaggi di aiuto e furono lanciati razzi per avvisare altre navi vicine della situazione disperata del Titanic; tuttavia non è stato possibile dimostrare se i segnali di luce lanciati furono corretti. A questa si aggiungono altre carenze come la mancanza di binocoli per le vedette, che a quanto pare potevano contare solo sulla loro vista offuscata dal freddo. Tuttavia, molte di queste considerazioni sono speculazioni. L’equipaggio fece tutto il possibile per avvisare altre navi della tragedia in atto e venne lanciato persino un messaggio in codice morse mediante la luce di segnalazione.

Un terrore inimmaginabile

Alle due e cinque del mattino fu calata l’ultima scialuppa e il panico trasformò la tranquillità rarefatta che si era vissuta fino a quel momento in un dramma spaventoso. In meno di mezz’ora più di un migliaio di persone sarebbero morte, tutte perfettamente coscienti del fatto che non potevano fare nulla per evitarlo. Molto probabilmente l’orrore si impadronì di quegli attimi, di cui però non rimangono testimonianze. Per questo motivo appare del tutto incomprensibile il fatto che il regista James Cameron abbia avuto l’imperdonabile audacia (per la quale ha dovuto chiedere scusa e regolare i conti con la famiglia) di mostrare nel suo film sul Titanic il suicidio di uno degli ufficiali dopo aver ucciso un passeggero che cercava di salire su una lancia. La scelta del regista fu frutto di un pettegolezzo senza il minimo fondamento.

Non si è riuscito a stabilire l’origine degli spari che alcuni sopravvissuti dichiararono di aver sentito, forse dei rumori lontani che interpretarono come detonazioni. Ma non è logico pensare che uno degli incaricati di salvare vite umane si stesse dedicando proprio all’opposto, e ancor meno che qualcuno l’abbia visto e sia sopravvissuto per raccontarlo.

Eroi e antieroi

Condannare o additare il comportamento delle persone che erano a bordo è molto rischioso. Va ricordato che tutti questi dati provengono dalle testimonianze di sopravvissuti, ovvero da persone che lasciarono la nave prima che il panico e la morte accerchiassero chi non riuscì a fuggire. Secondo le informazioni disponibili si verificarono atti di eroismo e comportamenti più che riprovevoli. Ci fu chi si rifiutò di salire sulle lance senza la persona amata, chi si vestì da donna per potersi assicurare un posto e chi preferì stare a guardare, magari assaporando un buon brandy, a dimostrazione che la cavalleria non è caratteristica comune a tutti i gentleman.

I sopravvissuti rimasero ore alla deriva. L’immagine in alto è della lancia pieghevole D, salvata alle 7.15 del mattino

I sopravvissuti rimasero ore alla deriva. L’immagine in alto è della lancia pieghevole D, salvata alle 7.15 del mattino

Foto: White Images / Scala, Firenze

Centinaia di storie su quelle due ore e mezzo di angoscia dimostrano l’imperscrutabilità e l’imprevedibilità della condizione umana. Dei tre principali responsabili del Titanic che erano a bordo – il proprietario, l’ingegnere e il capitano – solo il primo, Ismay, si mise in salvo. Il prezzo che pagò fu enorme: per il resto dei suoi giorni fu circondato dal disprezzo per quello che fu considerato un segno di codardia. Tuttavia, non esistono prove che Ismay si sia comportato in modo diverso dagli altri uomini. I testimoni affermarono che aiutò a far salire la gente sulle lance e quando non c’era più nessuno lì attorno, salì lui stesso su una scialuppa. Non fece valere in alcun momento il suo status di proprietario della nave né tantomeno minacciò rappresaglie se non lo avessero fatto salire a bordo. Ricoprì semplicemente un ruolo diverso, e forse fortunato, in un momento di confusione. Per quanto riguarda Thomas Andrews, l’ingegnere, scomparve dopo aver fatto l’impossibile per evacuare il maggior numero di passeggeri dal mostro vorace che aveva creato. Ismay divenne il cattivo, mentre Andrews l’eroe. Mentre il Titanic andava a picco, il suo creatore ne seguiva la sorte. Ma, nonostante il disastro imminente, aveva ancora una lucidità mentale che gli permetteva di cercare soluzioni. Però non ne trovò una valida per ciò che, a un certo punto, gli parve inevitabile. Molti assicurarono di averlo visto per l’ultima volta in uno dei saloni nell’atto di aggiustare un orologio e quest’immagine è rimasta scolpita nella memoria collettiva. Poco dopo si perse all’interno della sua creatura, aspettando che fosse lei stessa a porre fine alla sua vita.

Probabilmente Smith fece qualcosa di simile a dispetto delle voci della stampa dell’epoca e del cinema, che immaginarono la sua fine con dettagli curiosi. All’epoca dei fatti si diceva che era stato visto in acqua mentre cercava di aiutare le persone a salire sulle lance. Tuttavia, le scialuppe erano talmente lontane che nuotare fino a lì sarebbe stato un tentativo suicida, ancor più trascinando corpi quasi senza vita. Sembra più ragionevole pensare che abbia seguito l’ordine dato ai suoi uomini: «Da questo momento, che ognuno faccia ciò che può». Detto questo, fece il possibile e sparì nel nulla. Non importano le ragioni del suo comportamento, animato da vigliaccheria o, invece, da coerenza. È la legge del mare: un capitano deve affondare con la sua nave.

La prua del Titanic affondato fotografata dal sommergibile Mir2 nel 1990

La prua del Titanic affondato fotografata dal sommergibile Mir2 nel 1990

Foto: Emory Kristof / Getty Images

Il mare sommerge il gigante

Alle 2.18 del mattino lo scafo del Titanicsi spezzò vicino alla zona centrale, un fatto che rimase inspiegabilmente cancellato dalla storia fino a che non fu ritrovato il relitto e fu possibile ricostruire gli ultimi minuti della brevissima vita del titano. Un minuto dopo la prua si inabissò nell’oceano e la poppa, trascinata dalla prua, raggiunse la quasi completa verticalità. Nel frattempo centinaia di persone immerse nelle acque gelide si aggrappavano a qualunque oggetto galleggiante per cercare di sopravvivere, riuscendo solo a prolungare ulteriormente la loro terribile e lenta agonia. Alle 2.20 minuti del mattino del 15 aprile del 1912, mentre il Titanic scompariva completamente sott’acqua, quelli che erano ancora in vita dopo aver fatto l’indicibile per rimanere a bordo coprivano il mare di urla, giunte fino ai 710 sopravvissuti che si erano messi in salvo sulle lance. Quelle urla li segnarono quanto o forse più del naufragio stesso, come confermarono tutte le testimonianze. Seguirono accese discussioni per decidere se tornare sul luogo del naufragio e, in questo caso, chi avrebbe dovuto farlo. Quando la prima lancia arrivò sul luogo del naufragio alla ricerca di sopravvissuti, dopo il trasferimento dei passeggeri da una lancia all’altra, il silenzio regnava su una marea bianca inerte formata dai giubbotti di salvataggio che mantenevano a galla i cadaveri, quasi tutti congelati. Questo era ciò che restava di una nave che avrebbe dovuto viaggiare sui sogni ed era invece scivolata nelle profondità per giacere nella più completa oscurità.

Il salvataggio

Le richieste di aiuto inviate dai telegrafisti del Titanic avevano raggiunto il transatlantico Carpathia (di proprietà della compagnia navale Cunard Line, la concorrente dei proprietari del Titanic), che navigò a tutta velocità attraverso pericolose zone ghiacciate fino a che alle quattro del mattino arrivò sul luogo del naufragio. L’attesa fu difficile da sopportare per chi aspettava; mentre venivano cullati dal mare, molti erano certi di morire. All’incertezza devastante sul futuro si aggiungevano le immagini di orrore impresse nei loro occhi. Nessuno di quelli che riuscirono a salire sul Carpathia, destinazione New York, dimenticò ciò che era avvenuto quella notte. Anche se in seguito la vicenda venne avvolta da un’aura romantica, l’incubo vissuto sul Titanic non deve rimanere intrappolato in racconti che, a volte, assumono sfumature fantasiose. Si trattò di una tragedia reale, che uccise oltre 1.500 persone, e che segnò una svolta nella storia della navigazione.

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