La terra promessa

Contagiato dal colonialismo imperante, nel 1911 il Regno d’Italia si lanciò alla conquista della Libia che però si rivelò un’impresa ben più ardua del previsto

In questa cartolina propagandistica dell'epoca, le truppe italiane sbarcano a Tripoli nel 1911 dando inizio alla Guerra italo-turca

In questa cartolina propagandistica dell'epoca, le truppe italiane sbarcano a Tripoli nel 1911 dando inizio alla Guerra italo-turca

In questa cartolina propagandistica dell'epoca, le truppe italiane sbarcano a Tripoli nel 1911 dando inizio alla Guerra italo-turca

Foto: A. Dagl / Dea / Age Fotostock

Uno “scatolone di sabbia”: un grande deserto, qualche oasi e, al massimo, tanti datteri. Con una superficie di un milione 760mila chilometri quadrati, la Libia è il quarto paese africano per estensione e quello “scatolone di sabbia” – come nel 1911 la definì lo storico e politico socialista Gaetano Salvemini con disinteresse e una dose di sano, ma non apprezzato, anti-colonialismo – rappresenta quasi sei volte l’Italia. Un territorio immenso e scarsamente abitato del quale all’epoca non erano stati ancora scoperti i ricchi giacimenti petroliferi. Nelle aule del parlamento, già dalla fine dell’ottocento, si sentiva ribattere con foga che quelle terre, definite da molti la “terra promessa”, avrebbero potuto ospitare milioni di italiani poveri e senza lavoro invece di vederli scappare verso le Americhe in un’ondata migratoria che sembrava inarrestabile. Il primo ministro Giovanni Giolitti, e chi la pensava come lui, voleva seguire l’esempio di altre capitali europee, come Parigi, e impossessarsi delle terre africane.

La data ufficiale dell’inizio della guerra contro i turchi, che governavano il territorio corrispondente all’odierna Libia dalla metà del cinquecento, è il 29 settembre 1911. Il Regno d’Italia festeggiava allora il suo cinquantenario mentre l’impero ottomano era in una fase di rapida disgregazione dopo più di seicento anni al potere (dal 1299 circa al 1922). I turchi cercheranno fino all’ultimo di evitare il conflitto e arriveranno a proporre all’Italia il protettorato anche dopo l’inizio della guerra. In Italia l’idea stessa della guerra e del suo carattere coloniale aveva profondamente diviso il Paese e un parlamento già ostile al primo ministro.

La conquista a dibattito

Sui giornali la polemica divampava già da mesi con toni accesi. I nazionalisti, i giornalisti dei quotidiani più importanti, i cattolici, il poeta Giovanni Pascoli e il “vate” Gabriele D’Annunzio erano tutti a favore. Proliferavano libri e studi eruditi e si facevano conferenze per dimostrare, con l’aiuto della storia, che in fondo andare in Libia era come tornare a casa. Non erano forse romane le città di Sabratha, di Leptis Magna, di Cirene? I romani non avevano conquistato e portato la loro civiltà all’interno del Paese fino a domare anche i bellicosi e fieri garamanti? La Libia era, appunto, una specie di “terra promessa”. E le banche romane controllate dal Vaticano (che già avevano investito in quelle province dell’impero ottomano) spingevano per preservare i loro interessi e andare ancora più avanti.

Tra i contrari alla conquista, a fianco di Salvemini si consolidarono alleanze che soltanto pochi anni dopo sarebbero state improponibili. Benito Mussolini, allora socialista, e Pietro Nenni, all’epoca repubblicano, furono persino arrestati, condannati e imprigionati per qualche mese nel carcere di Bologna per aver manifestato contro l’impresa e contro la politica delle altre potenze europee che il governo di Roma voleva inseguire. La corsa per il controllo del Mediterraneo e dei resti della “Sublime Porta”, come i turchi chiamavano il loro impero, aveva già portato Gran Bretagna e Francia a impadronirsi dei bocconi più ghiotti del Mare nostrum, dal Marocco all’Egitto. Restavano Tripolitania e Cirenaica. E ai 1732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni che sbarcarono a Tripoli, l’impresa appariva, oltre che totalmente giustificata dalla storia, facile. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Mai il detto fu più vero.

Quest'illustrazione del 1911 apparsa sulla prima pagina della testata francese Le Petit Journal raffigura "l’Italia che porta la civilizzazione in Tripolitania"

Quest'illustrazione del 1911 apparsa sulla prima pagina della testata francese Le Petit Journal raffigura "l’Italia che porta la civilizzazione in Tripolitania"

Foto: Private collection / Age Fotostock

Gli analisti, così presi dalla voglia di agire, si erano resi colpevoli di una superficialità che spesso, ancora oggi in un mondo molto più informato, fa fallire progetti di conquista. Avevano sottovalutato la resistenza dei turchi. E soprattutto quella dei libici, divisi o uniti in tribù o popoli il cui comune denominatore era l’islam e l’odio nei confronti di ogni invasore.

Le due fasi della conquista

Anche per questo la conquista della Libia si svolse in due fasi quasi distinte: la prima, superficiale e approssimativa, portò gli italiani a impossessarsi di parte del Paese (1911-12) prima di essere respinti e confinati sulla costa intorno a Tripoli e Bengasi (1914-15). La seconda, definita la “riconquista”, venne portata a termine dal regime fascista mussoliniano. Strumenti di guerra più efficaci e micidiali vennero messi a disposizione dell’esercito da un governo disposto a vedere la decimazione della popolazione autoctona pur di “pacificare” lo “scatolone” e di renderlo abitabile e ospitale per le decine di migliaia di coloni che vi sarebbero stati trasferiti dall’Italia.

Se nella prima fase le atrocità furono causate dall’inesperienza e dall’approssimazione, nella seconda la repressione divenne una scelta ben precisa, codificata, messa in atto con determinazione e, dunque, senza attenuanti. Quelli che oggi chiamiamo “crimini di guerra” – stupri, scempi sui corpi degli uccisi, armati e no – furono spesso reciproci nella prima fase del conflitto ma, con l’avvento del fascismo, divennero più strutturati. Massacri dei civili con la giustificazione che nascondevano i ribelli, marce forzate di intere comunità e campi di concentramento, eliminazione di greggi e altre fonti di sostentamento, impiccagioni dopo processi sommari e, verso la fine dello scontro armato, rappresaglie feroci come a Cufra (dove molti capi tribù furono fatti salire in aereo e buttati sulle popolazioni costrette a guardare) sono apparsi a molti storici come un vero e proprio progetto di genocidio.

Nella seconda fase del conflitto, la repressione messa in atto nei confronti dei libici fu una scelta ponderata e precisa

Il 23 ottobre 1911, meno di un mese dopo lo sbarco delle truppe italiane, gli ottomani e le milizie libiche loro alleate reagirono e attaccarono all’improvviso il perimetro difensivo di Tripoli. Alcune posizioni riuscirono a resistere. Nell’oasi di Sciara el Sciatt, invece, le cose andarono male. La popolazione locale si unì ai combattimenti prendendo alle spalle i bersaglieri e costringendo una compagnia ad arrendersi. Quando gli italiani riconquistarono l’area si trovarono di fronte a un massacro. Quasi tutti i 290 prigionieri in uniforme erano stati trucidati. Un corrispondente francese del Matin descrisse così le sevizie subite da circa 80 bersaglieri: « [...] gli hanno tagliato i piedi, strappate le mani, poi sono stati crocefissi. Un bersagliere ha la bocca strappata sino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha infine le palpebre cucite con spago da sacco». La reazione delle truppe italiane non fu meno feroce. Vennero uccisi a sangue freddo oltre mille tra uomini, donne e bambini secondo le fonti italiane. Quelle libiche, invece, parlano di quattromila morti. La vicenda, ampiamente raccontata dagli inviati della stampa italiana, suscitò nuove polemiche e per molti anni influenzò i comportamenti delle truppe italiane. Negli stessi giorni, dopo violenti combattimenti venne occupata Bengasi, capitale della Cirenaica, 650 chilometri in linea d’aria da Tripoli. Dopo appena un mese Tripoli e Bengasi erano in mano italiana, ma la resistenza turca e libica continuò. E Roma si servì di ogni mezzo, lecito e illecito, per cercare di penetrare nel vasto interno dello “scatolone di sabbia”.

Nei cieli della Libia apparve allora, per la prima volta, una manciata di aerei da combattimento per bombardare e terrorizzare la popolazione. Nonostante vecchie e nuove armi, però, le operazioni militari italiane non andarono bene. Le truppe non erano preparate al deserto, al colera, e ancora meno alla guerriglia urbana. Fu necessario quasi un anno per mettere in ginocchio la Sublime Porta: il trattato di pace tra Italia e Turchia venne firmato il 18 ottobre 1912 a Losanna. Ufficiali e truppe turche si ritirarono dalla Tripolitania e dalla Cirenaica. Ma la resistenza libica era soltanto agli inizi.

Quella italo-turca fu la prima guerra nella quale si ricorse all’aviazione. Nell’immagine, il capitano Piazza in procinto di fare un giro di ricognizione delle postazioni turche

Quella italo-turca fu la prima guerra nella quale si ricorse all’aviazione. Nell’immagine, il capitano Piazza in procinto di fare un giro di ricognizione delle postazioni turche

Foto: Mary Evans / Scala, Firenze

Le popolazioni combattevano non più per sostenere gli interessi dei turchi, quanto per non essere nuovamente sottoposte a un’occupazione straniera. Quella italiana aveva generato speciale rigetto anche perché, fin da subito dopo lo sbarco, l’Italia aveva revocato ai libici i diritti politici (la possibilità di avere i propri deputati a Costantinopoli, i consigli comunali elettivi, ecc.) che questi avevano conquistato a caro prezzo dall’amministrazione ottomana. Gli arabi e i berberi libici riuscirono a costringere gli invasori a rinchiudersi nelle due grandi città conquistate, Tripoli e Bengasi. Al tempo stesso, erano già stati allestiti reparti di libici disposti a combattere a fianco degli italiani pur di non vedere le loro famiglie colpite da rappresaglie. Negli anni successivi, eritrei, somali, etiopi, yemeniti e sudanesi avrebbero integrato i reparti di arabi libici fedeli a Roma che avrebbero sostenuto il grosso del peso della guerra.

La Grande guerra impose, se non una vera e propria pausa, quanto meno un rallentamento delle operazioni, che ripresero con maggiore convinzione nel 1922 in quella che fu definita la “riconquista” della Libia. Molte oasi della Tripolitania erano già cadute nelle mani italiane. Il vero nodo era la Cirenaica. Prima il governo liberale, poi quello fascista, si impegnarono a fondo per mettere ordine o, come scrissero, per “pacificare” la provincia libica. Mussolini aveva dimenticato le proteste contro l’occupazione che lo avevano portato in carcere e, da leader dell’Italia, sognava la gloria dell’antico impero di Roma. I generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani comandarono le nuove operazioni.

Il dittatore Benito Mussolini insieme al generale Rodolfo Graziani a Salò. Dopo il crollo del regime Graziani decise di schierarsi a fianco del duce. Nel 2012 gli è stato intitolato un mausoleo che ha fatto discutere in quanto “affronto alla democrazia”

Il dittatore Benito Mussolini insieme al generale Rodolfo Graziani a Salò. Dopo il crollo del regime Graziani decise di schierarsi a fianco del duce. Nel 2012 gli è stato intitolato un mausoleo che ha fatto discutere in quanto “affronto alla democrazia”

Foto: Du Foto / Scala, Firenze

Avevano di fronte una resistenza organizzata e sostenuta da tutta la popolazione, in gran parte nomade, e guidata da un uomo abile e carismatico, spronato da religione e nazionalismo: Òmar al Mukhtar. Mukhtar era il capo indiscusso dell’ala militare della Senussia, una confraternita musulmana fondata nell’ottocento da Muhammad ibn Alı as-Sanusı, un mistico algerino che aveva istituito la sua comunità nell’oasi di Giarabub. Prima di combattere gli italiani, i fedeli della setta avevano lottato contro l’espansione francese nel Sahara e nel Ciad. Sul piano strettamente militare i mezzi di cui disponevano i ribelli (vecchi cannoni e fucili turchi, dromedari con cui muoversi nel deserto e, soprattutto, il sostegno della popolazione civile, che consentiva loro di nascondersi di giorno e di colpire con il buio le posizioni italiane più isolate) non potevano competere con gli aerei armati di bombe e mitragliatrici e con i semicingolati adatti agli spostamenti nel deserto. Ma a un certo punto Roma, che giocava anche sulle rivalità tra le tribù, si rese conto che la superiorità delle armi e il cosiddetto dialogo era insufficiente. E allora puntò sulla repressione e il massacro della popolazione civile.

Òmar al-Mukhtar fu catturato l’11 settembre 1931. Nel 1922 era stato nominato capo delle operazioni militari libiche e, grazie alla guerriglia unificata, per anni era riuscito a bloccare l’avanzata italiana

Òmar al-Mukhtar fu catturato l’11 settembre 1931. Nel 1922 era stato nominato capo delle operazioni militari libiche e, grazie alla guerriglia unificata, per anni era riuscito a bloccare l’avanzata italiana

Foto: Fototeca Gilardi / Age Fotostock

Nel gennaio 1929 il maresciallo Badoglio assunse il governo di Tripolitania e Cirenaica: iniziò così la pagina più nera del colonialismo italiano in Libia. Il suo obiettivo era chiaro e non aveva remore a scriverlo. «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine, anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Metodi spietati

L’uomo che traduceva le disposizioni arrivate dal duce e decideva le strategie era Rodolfo Graziani. Freddo e spietato, sperimentò metodi mai usati prima in combattimento. Se tra il 1911 e il 1912 la giovane aviazione del Regno lanciava bombe grandi come pompelmi – più per spaventare e stordire i ribelli che per ucciderli – nella nuova fase gli ordigni erano di dimensioni maggiori. Si decise anche di tirare fuori dai magazzini di residuati bellici della Guerra mondiale, quelli carichi di iprite, un gas già sperimentato in combattimento sul fronte francese e successivamente bandito dalle convenzioni internazionali. Dal novembre 1929 alle ultime azioni del maggio 1930 l’aviazione in Cirenaica eseguì, secondo fonti ufficiali, ben 1605 ore di volo bellico lanciando 43.500 tonnellate di bombe e sparando diecimila colpi di mitragliatrice.

Le fonti, però, non precisano quante tonnellate di bombe fossero cariche di iprite. Molta documentazione del suo uso è stata eliminata ma qualcosa è rimasto negli archivi, come testimonia questa relazione “segreta” del 6 gennaio 1928. «Come stabilito, stamane quattro Ca73 e tre Ro hanno bombardato Gife con evidente distruzione. I quattro Ca73 si sono spinti circa settanta chilometri sud Nufilia bombardando anche a gas circa quattrocento tende […]». L’attacco all’oasi non fu un episodio isolato. Nel mirino anche greggi e cammelli, per costringere alla resa i civili – all’incirca centomila persone – e poi convogliarli in vasti campi di concentramento perché non potessero più aiutare i “ribelli”.

Donne libiche vengono sorvegliate da soldati italiani a Derna. L’Illustrazione italiana. 1912

Donne libiche vengono sorvegliate da soldati italiani a Derna. L’Illustrazione italiana. 1912

Foto: Dea / Getty Images

Non erano campi di sterminio come quelli nazisti, ma i morti furono comunque decine di migliaia. «Ogni giorno da El Agheila uscivano cinquanta cadaveri. Venivano sepolti in fosse comuni. […] Gente impiccata o fucilata. O persone che morivano di malattia», avrebbe raccontato anni dopo un sopravvissuto. Nelle vicinanze di uno di questi campi, dove affiorano ancora oggi le sepolture delle vittime, c’è un piccolo monumento per ricordare il capo della resistenza, Òmar al-Mukhtar. Nonostante gli fossero rimasti appena settecento combattenti, non volle arrendersi.

L’11 settembre 1931 venne ferito e catturato e, dopo un processo sommario e un breve colloquio con Graziani a Bengasi, venne trascinato a Soluch, a ridosso di uno dei campi di concentramento fascisti e impiccato alla presenza di migliaia di libici. Le sue ultime parole furono quelle di un noto versetto coranico: Inna li-llahi wa inna ilayHi ragi‘una (“A Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo”).

Badoglio avrebbe dovuto aspettare il 24 gennaio del 1932 per annunciare fiero: «La ribellione in Cirenaica è completamente e definitivamente stroncata». Il territorio strappato all’impero ottomano sarebbe rimasto saldamente nelle mani dell’Italia di Mussolini fino alla Seconda guerra mondiale, quando la colonia si sarebbe trasformata in un grande campo di battaglia. La sconfitta del fascismo avrebbe segnato la fine del colonialismo italiano e la Libia sarebbe diventata uno stato indipendente. E dalle viscere sarebbero usciti fiumi di petrolio e minerali rari, che avrebbero aperto le porte a devastanti giochi neo-coloniali.

Questo scatto del 1939 ritrae i futuri coloni mentre vengono condotti in camion agli insediamenti in Libia

Questo scatto del 1939 ritrae i futuri coloni mentre vengono condotti in camion agli insediamenti in Libia

Foto: Sz Photo / Photoaisa

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