Samotracia, il santuario della vittoria

La Nike di Samotracia nacque come offerta votiva: si trovava in un santuario del mar Egeo dove si praticavano culti misterici in onore dei Grandi Dèi, enigmatiche divinità dai nomi incerti

La piccola isola di Samotracia, montuosa e dalle coste frastagliate, si erge con la sua massa triangolare davanti ai visitatori, che già da lontano possono scorgere il monte Fengari, dalle cui vette, secondo Omero, Poseidone osservava la guerra di Troia.

Per i greci Samotracia, situata nella parte settentrionale del mar Egeo, a 40 chilometri di distanza dalla costa europea e da quella asiatica, era un’isola nuvolosa, abitata da gente strana e situata alle porte dell’inospitale Ponto Eusino (il mar Nero). Ma, allo stesso tempo, era il luogo perfetto dove i marinai potevano ripararsi dai forti venti del nord. Questo spiega perché il suo santuario principale fosse dedicato a divinità protettrici cui i navigatori, in segno di gratitudine, lasciavano offerte votive. Una delle più impressionanti è la Nike di Samotracia: una magnifica scultura che rappresenta una vittoria alata. Scoperta nel 1863 dall’archeologo francese Charles Champoiseau, è esposta a Parigi nel Museo del Louvre. La fama dell’isola è legata a queste divinità, di cui non sono noti il numero e i nomi, perché erano conosciute semplicemente come Megaloi Theoi, Grandi Dèi. Anche se alcuni autori greci e latini li hanno di volta in volta identificati con i Cabiri (divinità benefattrici altrettanto misteriose), con i Dioscuri Castore e Polluce, o con i Penati (divinità protettrici della casa), il culto dei Grandi Dèi resta uno dei più enigmatici dell’antica Grecia.

Si crede che i pellegrini seguissero un percorso lungo la Via Sacra, dal Propileo d’ingresso fino allo Hieron. Lungo l’itinerario c’erano le tappe d’iniziazione al culto dei Grandi Dèi

Si crede che i pellegrini seguissero un percorso lungo la Via Sacra, dal Propileo d’ingresso fino allo Hieron. Lungo l’itinerario c’erano le tappe d’iniziazione al culto dei Grandi Dèi

Foto: Jamie Jones / NGS

Dai re agli schiavi

Il culto dei Grandi Dèi prevedeva dei riti segreti di iniziazione: si trattava di cerimonie di ammissione a dei misteri sui quali l’iniziato era obbligato a mantenere il più assoluto riserbo. Importanti personaggi del mondo antico, tra cui monarchi e poeti, furono iniziati ai culti di Samotracia. Secondo la leggenda, il re Filippo II di Macedonia e sua moglie Olimpia (genitori di Alessandro Magno) si innamorarono durante uno di questi riti. Ma partecipavano ai misteri anche uomini e donne comuni, sia schiavi che liberi, generalmente in gruppo. Sembra che il rituale prevedesse due gradi, quello di iniziato (mystes) e quello di testimone (epoptes), che potevano essere raggiunti contemporaneamente. La cerimonia di iniziazione non aveva luogo in un giorno specifico: bastava visitare l’isola nel periodo in cui il santuario era in funzione, tra aprile e ottobre, i mesi della navigazione. Si ritiene che il rituale includesse una purificazione preliminare, dei sacrifici e delle libagioni, nonché un breve colloquio con un sacerdote, seguito dall’iniziazione propriamente detta, che avveniva di notte alla luce delle torce.

Culti misterici di Samotracia

Attualmente non è per niente facile identificare il luogo dove si celebrava la cerimonia. Il santuario di Samotracia era situato in una valle tra due colline nei pressi dell’antica capitale dell’isola, sulla costa nordoccidentale. Il luogo si trovava in un avvallamento limitato da due torrenti, che svolsero la funzione di confine naturale fino alla fine del IV secolo a.C., quando i re macedoni diedero maggior visibilità al santuario come simbolo del loro potere politico. I primi indizi di culto risalgono al VII secolo a.C., prima dell’arrivo dei greci nel secolo successivo. Le iscrizioni indicano che la popolazione parlava una lingua simile al tracio, che si conservò come lingua sacra del rituale. Anche se Erodoto parla della fama del santuario, questo diventò un’ importante località di pellegrinaggio solo in epoca ellenistico-romana. Ciò è in parte dovuto alla tradizione che imparentava Enea (e i romani, suoi discendenti) con Elettra e con il dio Zeus, fondatori della stirpe reale di Samotracia.

In questa stele rinvenuta nel santuario di Samotracia furono incisi i nomi degli iniziati che parteciparono ai misteri. 160-180 d.C. Museo del Louvre, Parigi

In questa stele rinvenuta nel santuario di Samotracia furono incisi i nomi degli iniziati che parteciparono ai misteri. 160-180 d.C. Museo del Louvre, Parigi

Foto: Christian Larrieu / RMN-Grand Palais

In epoca romana il visitatore accedeva al santuario attraverso un portico monumentale costruito dal faraone Tolomeo II, che attraversava il torrente e conduceva a una zona pavimentata di forma rotonda. Quest’area era circondata da cinque scalini su cui si ergevano 22 statue di bronzo: uno spazio che forse era destinato a celebrare la fase preliminare dell’iniziazione. Da quel punto la via sacra conduceva al nucleo religioso del santuario, lo Hieron. In questo impressionante edificio coronato da Vittorie alate probabilmente si celebrava il secondo grado di iniziazione al culto dei Grandi Dèi. L’Anaktoron, un edificio su due livelli in roccia calcarea e con dei banchi lungo i lati, forse ospitava le iniziazioni di primo grado. Qualcuno ha suggerito che questa prima fase potesse svolgersi invece nell’edificio decorato con il celebre fregio delle danzatrici, noto anche come Temenos. I resti di sacrifici e libagioni rinvenuti fanno pensare che fosse il luogo di celebrazione dei riti. A completare l’area c’era un recinto porticato con un altare innalzato su un’antica rocca sacra, una sala da banchetti per i pellegrini e la bella rotonda eretta dall’egizia Arsinoe II – figura cruciale del periodo tolemaico e considerata la prima grande "politica" del mondo antico – in ringraziamento per essere stata accolta sull’isola dopo la fuga dal marito e fratellastro Tolomeo Cerauno, re di Macedonia.

Chi osserva la Nike di Samotracia ha l'impressione che stia volando contro un forte vento che fa aderire la tunica al corpo, mettendone in evidenza le forme. Questa tecnica è nota come “panneggio bagnato”

Chi osserva la Nike di Samotracia ha l'impressione che stia volando contro un forte vento che fa aderire la tunica al corpo, mettendone in evidenza le forme. Questa tecnica è nota come “panneggio bagnato”

Foto: Musée du Louvre / RMN-Grand Palais

Chi osserva la Nike di Samotracia ha l'impressione che stia volando contro un forte vento che fa aderire la tunica al corpo, mettendone in evidenza le forme. Questa tecnica è nota come “panneggio bagnato”

 

 

Offerte agli dèi

Nella terrazza ovest, oltre il secondo torrente, si estendeva l’area pubblica, dove c’erano gli alloggi dei fedeli, gli ex voto, una stoà o portico e un teatro dove venivano rappresentate opere durante le festività estive. Alle estremità nord e sud della terrazza si ergevano i due monumenti che meglio esemplificavano la relazione dei Grandi Dèi con il mare: il Neorion, un imponente edificio che ospitava una nave offerta in dono votivo, e il recinto dove si trovava la Nike. Non si conosce la ragione della costruzione di nessuno dei due edifici. Ma la straordinaria qualità della Nike sia per quanto riguarda la sua realizzazione che per i materiali usati – marmo blu proveniente dall’isola di Lartos (Rodi) per il basamento e marmo bianco di Paro per la statua –, indica che si trattava di un monumento votivo offerto da un re o da un personaggio illustre. La Nike è stata messa in relazione a una vittoria navale: a partire dal IV secolo a.C. le Vittorie alate celebravano, infatti, i trionfi in mare. Sfortunatamente nel III e nel II secolo a.C. ci furono così tante battaglie navali che non sappiamo se si sia trattato di una vittoria della Macedonia, di Rodi, di Pergamo o persino di Roma: i romani, infatti, sconfissero nel 168 a.C. l’ultimo re macedone, Perseo, che si era rifugiato in Samotracia. Lo stile della statua, ellenistico ma con particolari classici, non semplifica per nulla la sua datazione né aiuta a stabilire con certezza la scuola di origine. Alcuni studiosi propendono per l’ipotesi della scuola di Rodi, per altri la risposta è Pergamo.

Nel 1891 Champoiseau riprese gli scavi a Samotracia e ne scoprì il teatro, nell’immagine. Sullo sfondo, il basamento su cui si ergeva la Nike di Samotracia

Nel 1891 Champoiseau riprese gli scavi a Samotracia e ne scoprì il teatro, nell’immagine. Sullo sfondo, il basamento su cui si ergeva la Nike di Samotracia

Foto: IML / Alamy / Aci

Nel 1891 Champoiseau riprese gli scavi a Samotracia e ne scoprì il teatro, nell’immagine. Sullo sfondo, il basamento su cui si ergeva la Nike di Samotracia

 

 

La rinascita della Nike

La statua della Nike di Samotracia, di 2,45 metri di altezza, era costituita da sei parti assemblate fra loro: corpo, busto-testa, braccia, piedi, ali e peplo posteriore. Poggiava su un basamento che aveva la forma della prua di una nave con tre rostri, fatto di 23 blocchi di marmo disposti su due livelli, e raggiungeva un’altezza totale di 5,57 metri e un peso di 30 tonnellate. Il gruppo scultoreo si trovava in un recinto situato sulla terrazza rialzata che dominava la cavea del teatro. Inizialmente si ritenne che la Nike formasse parte di una fontana monumentale costruita in mezzo a un bacino d’acqua, che accentuava l’idea della navigazione. Ma la presenza di resti di pittura e il limitato deterioramento della statua hanno spinto gli archeologi della Emory University di Atlanta, che effettuavano scavi nella zona, a ipotizzare che la scultura fosse piuttosto situata al coperto. La poca cura con cui vennero svolti i primi lavori di scavo, dovuta all’ansia di ritrovare la testa, ha reso più complesso ricostruire le esatte fattezze del recinto, forse un piccolo tempio aperto frontalmente. Va in ogni caso apprezzata l’opera dei restauratori del Museo del Louvre, che sono riusciti a ricomporre i frammenti e a dare forma alla statua basandosi su raffigurazioni simili che apparivano su monete e in figure di terracotta. L’ultimo restauro, concluso nel 2014, che ha corretto alcune imperfezioni e incluso nuovi frammenti, ha cercato di ricostruire anche la disposizione delle braccia e delle mani. Non sappiamo per quanto tempo la Nike di Samotracia rimase nel santuario dell’isola. La cosa più probabile è che, come il resto del tempio, sia stata colpita dai vari terremoti che si sono succeduti nel IV secolo, lo stesso periodo in cui furono abbandonati i templi pagani. Molti blocchi dell’edificio furono riutilizzati in costruzioni bizantine e i frammenti delle sculture iniziarono a disperdersi. Fu forse in quell’epoca che la Nike perse la testa e le braccia, ma non il suo fascino, che conserva ancora intatto a distanza di svariati secoli.

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